Nient’altro che scattare foto: Fotografia e violenza dei confini

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Lavoro culturale
21 09 2015

Un nuovo contributo di Charles Heller e Lorenzo Pezzani, Ricercatori Associati del Progetto (Centre for Research Architecture, Goldsmiths University, Londra), tra coloro che hanno contribuito a fondare la piattaforma Watch The Med.


L’ipotesi che un’imbarcazione in difficoltà venga identificata, avvicinata da mezzi di marina, fotografata e infine lasciata andare alla deriva nel Mediterraneo producendo la morte di sessantatré persone ci impone una riflessione urgente: quale è la relazione che lega le nostre tecnologie di controllo, il dovere di soccorso, e il senso del fotografare?


Fin dall’inizio di quella che è stata chiamata la “crisi migratoria” del Mediterraneo, i media internazionali sono stati sommersi dalle immagini di imbarcazioni sovraffollate che attraversano le frontiere marittime dell’Unione Europea.

Queste immagini, prodotte soprattutto da agenzie di Stato o da giornalisti embedded, circolano in modo indefinito, spesso perdendo ogni riferimento al contesto nel quale sono state scattate.

Sono divenute «immagini fluttuanti» usando i termini di Hito Steyerl, immagini che vanno alla deriva da un articolo all’altro, costantemente disperse come le soggettività dei migranti che ritraggono.[1] Attraverso la loro circolazione infinita, queste immagini rafforzano la sensazione di una invasione, un mito che recentemente alcuni contribute di analisi e ricerca hanno provveduto a decostruire.[2]
È necessario osservare, d’altra parte, che le immagini dei migranti intercettati nel mare operano attraverso un frame di invisibilità, cui ben si prestano le frontiere marittime europee, che rende opaco il soggetto nello stessa misura in cui lo rivela.[3] Ciò che lo spettacolo della “protezione” dei confini nasconde, infatti, è in primo luogo la produzione di illegalità attraverso politiche di esclusione senza le quali i migranti non sarebbero costretti ad usare gli strumenti della clandestinità per attraversare i confini; lo stesso accade alla violazione diritti dei migranti in mare, tenuta fuori da ogni visibilità pubblica. Mentre le immagini rivelano la violenza dei confini, gli Stati cercano di mantenerle invisibili.

Questo è il contesto nel quale si inserisce il caso della “left-to-die-boat” che abbiamo analizzato in collaborazione con un gruppo di Ong condotte da GISTI e FIDH.

Tracce Liquide – Il Caso della “Left-to-Die Boat” from charles heller on Vimeo.

Nel marzo del 2011, al culmine dell’intervento militare NATO in Libia, 72 migranti in fuga dal Paese furono lasciati alla deriva nel Mediterraneo centrale per quindici giorni, nonostante fossero state inviate segnalazioni di emergenza a tutte le imbarcazioni che navigavano in quell’area, e fossero stati intercettati da mezzi aerei militari e di marina.[4]

La riluttanza di tutti gli attori coinvolti nel mettere in salvo i passeggeri alla deriva ha prodotto l’agonia e la morte di sessantatré persone. Durante questo tragico evento furono scattate molte fotografie, ma solo una di queste è stata resa pubblica: quella scattata da un aereo militare di sorveglianza francese durante il primo giorno del viaggio dei migranti (mostrata sopra).

L’immagine è stata rivelata attraverso un’indagine del Consiglio d’Europa,[5] ma molti altri scatti sono rimasti inaccessibili e continuano a ossessionare la nostra ricerca.

Nelle interviste condotte con i nove superstiti, viene descritto come, alla fine del primo giorno di navigazione, erano stati sorvolati due volte da un elicottero militare dal quale il personale a bordo li aveva fotografati mentre si sbracciavano implorando aiuto prima di essere inghiottiti dal buio.

Contrariamente alle speranze dei passeggeri, non fu mai predisposta alcuna operazione di salvataggio a seguito di questi avvistamenti. Dopo dieci giorni, l’imbarcazione continuava ad andare alla deriva e oramai quasi la metà dei passeggeri a bordo erano morti. In quel momento fu avvicinata da una nave della marina militare – che rimane tuttora non identificata – che si è accostata fino ad una distanza di dieci metri. Dan Haile Gebre, uno dei sopravvissuti, ricorda questo incontro:

Noi guardiamo loro. Loro guardano noi. Noi gli facciamo vedere i cadaveri, i bambini. Bevevamo l’acqua del mare, eravamo disperati. L’equipaggio della barca scattava foto, nient’altro.

Venendo meno all’assistenza dei naufraghi nella piena consapevolezza del loro destino, l’equipaggio a bordo di questo mezzo di marina – ancora oggi non identificato – è responsabile della loro morte senza aver toccato i loro corpi.

Abbiamo spesso riflettuto sulla relazione che intercorre tra l’atto di fotografare e l’atto del non-soccorrere. Per Susan Sontag (Sulla fotografia), l’atto di fotografare, che implica l’idea per cui si devono lasciare le cose come stanno «almeno per il tempo necessario a scattare una buona foto», è fondamentalmente «un atto di non-intervento», complice con le forme della sofferenza umana che documenta.

Se la tesi di Sontag permette di mettere in luce queste forme complesse del non-inetervento che conducono ad un esito fatale, non riesce però a descrivere tutti gli atti del fotografare, a cominciare dal fatto che, come ci è stato raccontato dai passeggeri superstiti, essi stessi avevano documentato l’intera sequenza degli eventi con i loro telefoni cellulari. L’incontro tra queste due imbarcazioni – una che rappresenta uno degli attori politici più potenti al mondo, l’altra invece gli indesiderabili – è stato anche l’incontro tra fotografi che si scattavano fotografie a vicenda. Mentre per l’equipaggio militare il fotografare era una parte inestricabile dell’atto di non-intervento, i naviganti alla deriva impugnavano i loro telefonini mentre piangevano implorando i militari di intervenire ed evitare così il loro destino di morte.

La fotografia è dunque fortemente intrigata nella rete dell’intera catena di eventi del caso della “left-to-die-boat”. Se queste differenti fotografie avrebbero potuto fornire un’evidenza innegabile del crimine di non-soccorso, fin’ora sono rimaste inaccessibili. Le immagini catturate dai migranti con tutta probabilità sono state distrutte al momento della confisca dei loro telefoni, quando, dopo essere tornati sulla costa libica dalla deriva furono incarcerati. Le immagini scattate dai militari probabilmente esistono ancora da qualche parte, archiviate in una scheda di memoria o sul disco rigido di un computer. Comunque sono rimaste ad oggi inaccessibili a qualunque indagine.

L’occultamento delle fotografie scattate ben esemplifica l’ambivalenza della “partizione del sensibile” delle frontiere marittime europee, che oscilla tra un una spettacolarizzazione controllata del rafforzamento del confine e l’occultamento della violenza perpetrata contro i migranti.[6]

In assenza di queste fotografie incriminatorie, la nostra indagine sul caso della “left-to-die-boat” ha cercato di ricostruire un’immagine molteplice degli eventi risignificando i dispositivi di rilevamento a distanza che nella nostra contemporaneità hanno trasformato il mare in un sensorium mediato tecnologicamente.

Abbiamo potuto ottenere un riscontro delle testimonianze dei superstiti attraverso le informazioni fornite da mezzi navali dotati di tecnologie di rilevamento; i segnali di soccorso inviati e ricevuti attraverso coordinate georeferenziate; le informazioni su venti e correnti tramite le quali è possibile ricostruire la traiettoria di un’imbarcazione alla deriva; le immagini satellitari che riportano in effetti la presenza di grandi mezzi navali in prossimità della barca alla deriva dei migranti.

Se da un lato queste stesse tecnologie sono spesso usate a fini di sorveglianza dei movimenti migratori illegali, o di altre minacce sociali, in questo caso sono state utilizzate come prove del crimine della non-assistenza.

La ricostruzione degli eventi che ci hanno permesso di produrre è divenuta la base per diversi casi giudiziari ancora in corso contro quegli Stati i cui mezzi navali erano disponibili e operanti al momento degli eventi, compresa la Francia.

Come dimostrano i tragici eventi del caso della “left-to-die-boat”, le immagini non documentano semplicemente la violenza delle frontiere, ma vi partecipano attivamente. Che sia attraverso la logica dello spettacolo o del segreto di Stato, risulta evidente che la flagranza dell’atto di esclusione su cui si sorreggono le politiche migratorie europee ha luogo nelle immagini e attraverso di esse.

Lottare per i diritti dei migranti significa dunque anche intervenire in questo regime di (in)visibilità rivendicando il diritto a quella visibilità in grado di sfidare i confini che si stagliano di fronte a ciò che può essere visto o sentito.

Questo è quello che abbiamo cercato di continuare a fare collettivamente attraverso la piattaforma mappata di WhatchTheMed.

[Traduzione a cura di Maddalena Fossi. Una versione in francese di questo articolo è già apparsa su Libération.]

 


[1] Hito Steyerl, The Wretched of the Screen. Berlin: Sternberg Press, 2013, p.171.

[2] Hein De Haas, The myth of invasion: The inconvenient realities of migration from Africa to the European Union, «Third World Quarterly 29», no.17, 2008.

[3] Nicolas De Genova, Spectacles of migrant ‘illegality’: the scene of exclusion, the obscene of inclusion, «Ethnic and Racial Studies», 36.7, 2013.

[4] Per seguire la nostra ricostruzione di questi eventi, si veda il nostro report.

[5] Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), “Lives lost in the Mediterranean Sea: who is responsible? ”, 2012.

[6] Jacques Rancière, Le partage du sensible, Paris: La fabrique, 2000.

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