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Russia, picchiare moglie e figli non sarà più un reato

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Violenzadonne in RussiaRosalba Castelletti, La Repubblica
27 gennaio 2017

La chiamano la "legge sugli schiaffi", per le donne è invece un "incoraggiamento ai tiranni in casa". Dopo la scontata approvazione di stamattina in terza lettura, la legge che depenalizza le violenze domestiche in Russia passerà al Senato e poi sul tavolo del presidente russo Vladimir Putin e diventerà presto effettiva.


Picchiare coniuge e figli non sarà più reato. Il testo rimuove dal Codice penale russo il reato di “percosse in famiglia” declassandolo a un illecito amministrativo punibile con un’ammenda tra i 5mila e i 30mila rubli (80-470 euro), l’arresto da 10 a 15 giorni o 60-120 ore di servizio civile. La violenza domestica resterà un crimine punibile con due anni di carcere solo nel caso in cui venga ripetuta più volte nello stesso anno o sia motivata da odio o teppismo. Il crimine ritorna inoltre nell’ambito delle “azioni giudiziarie private”, dove spetta alla vittima raccogliere le prove e denunciare l’abuso.

La tesi di fondo: non sono affari di Stato. La tesi di fondo dei promotori del disegno di legge è che ciò che succede tra le pareti domestiche non sia affare dello Stato. Per gli oppositori invece legittimizza gli abusi. Il dibattito in seno al Paese è iniziato nel luglio scorso quando il governo ha recepito una sentenza della Corte suprema depenalizzando le percosse che non provocano danni fisici, ma non nel caso in cui siano inflitte a familiari.

La Russia infatti è uno dei tre Paesi in Europa e Centrasia che non ha leggi specifiche sulla violenza domestica, ma la considera una forma di “assalto”, ignorando così il fatto che mogli e figli sono le vittime più vulnerabili. La mossa del governo allora piacque alla società civile, ma irritò Chiesa ortodossa e politici conservatori. Molti, in testa la senatrice Elena Mizulina, già autrice della legge contro la propaganda gay, obiettarono che così un genitore avrebbe rischiato il carcere solo per una sculacciata, “tradizionale mezzo di educazione russo”.

Putin: "Meglio non esagerare con le punizioni". Incalzato da un giornalista durante la conferenza annuale a fine dicembre, Putin era infine capitolato dicendo: “Così si distruggono le famiglie. Meglio non esagerare con la punizione. Non fa bene”. Dopo questa dichiarazione il testo che depenalizza “le percosse che non causano danni duraturi” proposto da Mizulina ha avuto un iter tutto in discesa. Soddisfatto Vyacheslav Volodin, il presidente della Duma: la legge – ha detto – aiuterà a costruire “famiglie forti”.

E rassicurati i tanti genitori che temevano che la polizia potesse abusare del potere di intervenire nelle loro faccende domestiche o che lo Stato potesse controllare i loro metodi di educazione. “La famiglia è un ambiente delicato dove bisogna risolvere le cose da sé”, sostiene Maria Mamikonian, a capo di un movimento di genitori che ha raccolto firme a sostegno della misura.

Le statistiche. Non la pensa così Irina Matvienko, presidente del Centro Anna, l’unica linea amica contro le violenze domestiche aperta in Russia. “Le percosse in famiglia non sono un valore tradizionale, sono un crimine”, sostiene. Nel 2016 la linea ha ricevuto oltre 5mila telefonate, benché sia operativa solo dalle 7 del mattino alle 9 di sera. Ma oltre il 70 percento delle donne che hanno chiamato non ha mai denunciato gli abusi alla polizia. “La legge esonera i tiranni in casa”, le fa eco Maria Mokhova, direttrice del centro per le vittime di abusi “Sorelle”. “Il messaggio – prosegue – è: non puniamo chi pesta i familiari, solo perché ha il diritto di farlo”.

Le statistiche ufficiali sono impietose: mostrano che il 40% di tutti i crimini violenti avviene tra le pareti domestiche. Ma, secondo le ricerche indipendenti, lo scenario è persino peggiore: per un rapporto delle Nazioni Unite del 2010, 40 donne al giorno e 14mila l’anno vengono uccise in Russia da mariti o compagni, mentre 600mila subiscono abusi domestici. Del resto, un sondaggio di Vtsiom ha rivelato che il 19 percento dei russi pensa apertamente che picchiare moglie e figlio sia “accettabile”.

La mobilitazione. Contro il progetto di legge si è mossa Human Rights Watch, una petizione in rete ha raccolto oltre 200mila firme ed è intervenuto persino il segretario del Consiglio d’Europa Thorbjorn Jagland inviando una lettera ai leader delle due Camere. Migliaia di persone erano attese sabato 28 in piazza Bolotnaya – già teatro delle oceaniche manifestazioni del 2011 – per protestare, ma il municipio ha però negato loro l’autorizzazione. Ora gli organizzatori sperano di riuscire a indire una nuova manifestazione per il 4 febbraio.

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  • Lea Garofalo, una vittima di molti assassini
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    Roberto Bertoni, Articolo 21

    24 Novembre 2019

    A dieci anni di distanza, non è semplice prendersi cura della memoria di Lea Garofalo, la coraggiosa donna calabrese rea, agli occhi dei suoi assassini, di essere diventata una collaboratrice di giustizia, ribellandosi alla ‘ndrangheta e alle sue spregevoli logiche di potere e di controllo.

    Lea Garofalo è un simbolo della legalità ma, al tempo stesso, l’emblema di un fallimento. Il fallimento dello Stato, delle istituzioni e di tutti noi, che ci siamo accorti di lei quando era ormai troppo tardi e la tragedia si era compiuta, quando c’era solo qualche resto a ricordare che era stata una donna e aveva avuto il coraggio di opporsi alla barbarie.

    Spiace dirlo, ma è doveroso sottolineare che Lea non è stata protetta adeguatamente, non ha avuto la tutela e il sostegno di cui avrebbe avuto bisogno, non è riuscita a scampare alla ferocia dei suoi aguzzini perché non è riuscita del tutto ad affrancarsi da un contesto di morte e di violenza che ha finito col travolgerla.

    Lea Garofalo è stata uccisa in seguito a un agguato, il suo corpo è stato dato alle fiamme per tre giorni consecutivi, così che non ne restasse quasi niente, la sua dolcezza e la sua forza d’animo sono state sfregiate in modo irrimediabile e l’inferno l’ha inghiottita senza concederle alcuna possibilità d’appello.

    Del resto, la ‘ndrangheta non concepisce la pietà, non concepisce il perdono, non dimentica. Lea è stata massacrata per aver osato alzare la testa e battersi affinché almeno a sua figlia Denise fosse risparmiato lo stesso destino di sofferenza e assoggettamento, affinché almeno lei potesse vivere libera, affinché questo Paese potesse essere migliore.

    Ha pagato un prezzo altissimo e oggi, mentre si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, vale la pena prendersi cura di una storia che pochi rammentano, molti hanno preferito dimenticare, l’oblio ha travolto come spesso accade alle storie di vendetta criminale e il potere ha preferito relegare, a sua volta, nel dimenticatoio, evidentemente vergognandosi per non essere riuscito ad assicurare giustizia e sicurezza a chi gli aveva affidato la propria stessa vita in cambio di rivelazioni importantissime.

    Lea Garofalo è una vittima di molti assassini: coloro che l’hanno materialmente uccisa e coloro che non sono riusciti a proteggerla, coloro che ne hanno rimosso il sacrificio e coloro che la infangano, forse per difendere una coscienza troppo sporca per essere descritta.

    Eppure, fino a quando qualcuno ne scriverà, fino a quando un giornale ospiterà una testimonianza, un ricordo, anche solo una frase in memoria di questa eroina contemporanea, Lea avrà vinto la sua battaglia. Scrivere di lei è un atto di ribellione: significa illuminare l’oscurità del potere criminale, infliggere un colpo durissimo a una certa concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti di forza ma, soprattutto, prendere idealmente per mano sua figlia Denise e incitarla ad andare avanti, nonostante il vuoto, la solitudine, l’abbandono.

    Lea Garofalo è stata sconfitta ma non ha perso: la sua battaglia, dieci anni dopo, continua più forte e intensa che mai.

  • I sogni stesi lungo il selciato (Come potevamo cambiare il mondo)
    Di


    19 luglio 2019

    Monica Pepe dialoga con Loredana Lipperini su #donne #uomini #violenza #amore a Fahrenheit Radio Tre

    "Avevamo una grande occasione. Avremmo potuto sederci attorno a un tavolo, uomini e donne, per ascoltare come eravamo, per vederci con gli occhi dell’altro e per capire fino in fondo chi eravamo."
    Da ascoltare tutto!

    --> La fragilità del territorio https://www.raiplayradio.it/audio/2019/07/La-fragilit195160-del-territorio-e3d0662b-77e6-47dc-9145-d7570109db40.html

    --> I sogni stesi lungo il selciato (Come potevamo cambiare il mondo) https://www.zeroviolenza.it/editoriali/item/74685-i-sogni-stesi-lungo-il-selciato-come-potevamo-cambiare-il-mondo

  • Violenzadonne, il Codice rosso è legge. Ma c’è poco da festeggiare
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    Nadia Somma, Il Fatto Quotidiano

    19 luglio 2019

    In Senato è stato approvato il disegno di legge sul Codice Rosso. I quotidiani titolano trionfalmente “giustizia più rapida per le donne” riportando le parole dei politici che hanno sostenuto il testo di legge. Ma a parte la propaganda, sarà davvero così?

    Per la rete D.i.Re c’è poco da festeggiare. In Senato il testo è stato blindato ed è arrivato in aula come era stato ricevuto dalla Camera. Non sono state accolte le critiche fatte in audizione dalle esperte, nemmeno le osservazioni della Commissione del Csm sul termine troppo rigido dei tre giorni, un automatismo che “rischia di creare un inutile disagio psicologico alla vittima e un appesantimento difficilmente gestibile per gli uffici giudiziari e le forze di polizia”.

    Il Codice Rosso affronta il problema della violenza maschile contro le donne con interventi securitari e repressivi. Così avvenne con la cosiddetta legge sul femminicidio (la 119) e così avviene oggi. Si cavalca l’emotività popolare, facendo propaganda con misure che sono tutte un decantar di muscoli e un titillare rabbia verso gli stupratori e i pedofili (vedi la recente ipotesi fatta dalla Lega sulla castrazione chimica non inserita nel Codice Rosso), ma da un punto di vista strutturale non si contrasta efficacemente la violenza contro le donne, anzi a volte si fa di peggio: il disegno di legge 735 (cosiddetto ddl Pillon) che il 23 luglio tornerà in discussione in Commissione giustizia, espone le donne alla reiterazione delle violenze perché le lascia ostaggio degli autori di violenza. Una contraddizione che rivela come siano forti le reazioni conservatrici per controllare le donne, fino a non riconoscere o a rimuovere il problema della violenza.i”

    La denuncia e la condanna penale, lo spieghiamo da anni, non possono essere le uniche risposte. I proclami “castriamoli chimicamente”, “mandiamoli tutti in galera”, “galera a vita” ecc. appagano la pancia del Paese fino a quando le cronache dei femminicidi annunciati ricominciano ad essere raccontate sui quotidiani. Se setacciamo il Codice Rosso, qualcosa di buono lo troviamo: l’introduzione del reato di revenge porn e la violazione degli ordini di protezione, che diventa un reato procedibile d’ufficio.

    La norma riguarderà solo gli ordini di allontanamento del tribunale penale, ma non quelli del tribunale civile e questa è un’occasiona mancata. Se è positivo che sia stato introdotto l’obbligo della comunicazione, tra la cancelleria penale e quella civile, dei procedimenti penali a carico di violenti, resta il problema della mancanza di formazione dei giudici e delle Ctu. Accade troppo spesso che nelle cause di separazione e affido dei minori non si tenga in considerazione la violenza. Se n’è parlato durante il convegno “Violenza contro le donne e l’affido dei minori. Quando la giustizia nega la violenza”, organizzato ieri a Roma da D.i.Re, Donne in Rete contro la violenza, in collaborazione con Magistratura Democratica.

    C’è una ragnatela di distorsioni che indeboliscono o intralciano il diritto delle donne di vivere libere dalla violenza. Mauro Grimoldi, psicologo e consulente tecnico intervenuto ieri al convegno D.i.Re, ha spiegato che “la violenza di genere non viene presa in considerazione dalle Consulenze tecniche d’uffico (Ctu) nominate dal giudice nei casi di separazioni conflittuali e affido dei minori”. La violenza viene confusa con il confitto e si arriva a consigliare alle donne di ritirare le querele per dare prova di volersi conciliare e abbassare la conflittualità. In situazioni peggiori le donne che hanno subito maltrattamenti sono dichiarate “madri non tutelanti”; ma un uomo che commette violenza anche davanti ai figli “è comunque un buon padre”. Il processo civile è diventato un momento critico e accade sempre più spesso che si azzerino le responsabilità degli uomini che commettono violenza in famiglia e si colpevolizzino le donne. Un esempio è la recente sentenza di Padova, che ha collocato i figli presso un padre che aveva commesso violenze gravissime in loro presenza.

    La parte più critica del Codice Rosso riguarda l’obbligo per le Procure di ascoltare le donne entro i tre giorni. In primo luogo non è stata eliminata la possibilità di delega alla polizia giudiziaria e, a causa della carenza di organico nelle procure, le donne saranno sentite da carabinieri e polizia. Non si fa alcuna differenza sulla gravità dei reati per l’ascolto delle donne e soprattutto non ci si cura che le donne siano state già messe in protezione al momento della convocazione. Si contatteranno le donne a casa? E che cosa diranno al maltrattante: “Scusa, vado a ripetere la denuncia”?

    Ci sono ancora altre parti critiche. Nella legge non sono previsti interventi per accorciare i tempi del processo penale, che in media dura sette-otto anni, talvolta di più, e una sentenza definitiva dopo dieci anni (schivando la prescrizione) non dà giustizia a nessuno. E’ fondamentale mettere in campo interventi integrati e a più livelli, allontanando le donne dai violenti insieme ai figli, sostenendole nei percorsi di autonomia economica. O continuerà ad esserci il rischio che ritirino le querele e le archiviazioni, sintomo del fallimento del sistema, resteranno in percentuale elevate.

    “La denuncia è solo il primo passo di un percorso che per le donne spesso si trasforma nell’ennesimo calvario, come hanno dimostrato i tanti interventi al Convegno che abbiamo organizzato ieri: nelle aule dei Tribunali la loro parola non è creduta, la loro vita privata giudicata, la violenza subita non viene presa in considerazione quando si tratta dell’affido dei figli”, ha detto Lella Palladino, presidente D.i.Re. “Tutti questi problemi restano insoluti. Non si investe un euro per la formazione di forze dell’ordine e personale giudiziario, terribilmente necessaria perché la violenza contro le donne, di cui tutti parlano, è un fenomeno che in realtà pochi conoscono davvero”.

    Ma la parolina chiave del Codice Rosso è “invarianza finanziaria”. Si dovrebbe fare tutto con le risorse che ci sono. Ah ecco. Mi pareva.

  • Violenza sessuale e castrazione
    Di


    Associazioni Italiana di Psicoanalisi
    2 maggio 2019

    La violenza sessuale è uno dei crimini più odiosi, perpetrato sempre dai forti sui deboli, che provoca nelle vittime un trauma spesso indelebile.
    Periodicamente, c’è qualcuno che invoca contro tale delitto il "rimedio" punitivo/preventivo della castrazione chimica del violentatore.

    Si cancella così più di un secolo di psicoanalisi, che ci ha insegnato come la sessualità - nella norma e nella patologia - non sia solo sesso, ma una modalità di relazione con se stessi e con gli altri che coinvolge corpo e mente.

    Pensare che la castrazione - chirurgica o chimica - possa risolvere il problema è dunque al tempo stesso un errore scientifico ed una aberrazione giuridica.

    Purtroppo, la violenza sessuale non parte dai genitali, ma dalla testa; e non c’è modo di tagliarla via con un colpo di bisturi o con una iniezione di ormoni.

  • La giustizia vale più dello spirito di corpo
    Di


    Patrizio Gonnella, Il Manifesto

    9 aprile 2019

    La legalità costituzionale, che comprende in sé il diritto all'inviolabilità della propria integrità psico-fisica e dunque il diritto a non essere maltrattati e torturati, non si ferma sulla soglia di una caserma dei carabinieri.

    A quasi due lustri dalla morte di Stefano Cucchi, dopo anni di indagini, dopo processi finiti nel nulla, dopo maldicenze e ingiurie nei confronti della famiglia di Stefano, dopo deviazioni e tentativi di infangare ingiustamente alcuni agenti di Polizia penitenziaria, giunge, inaspettata alla luce dei precedenti storici, e per questo ancora più importante, la decisione del Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri di chiedere al Ministero della difesa di costituirsi parte civile nel prossimo procedimento penale per depistaggio, che vede il coinvolgimento di alcuni militari, i quali, come abbiamo sentito e visto nelle scorse settimane, avrebbero fatto di tutto per occultare una verità invece composta da pestaggi, violenza, torture, indifferenza e morte.

    È questa una decisione, successivamente confermata dal presidente del Consiglio, che restituisce dignità allo Stato e allo stesso tempo ripaga le vittime delle tante offese e calunnie subite.

    Le istituzioni italiane molto debbono a Ilaria Cucchi e ai suoi genitori. Senza la loro caparbietà, senza il loro infinito dolore, senza la fatica di un’instancabile Ilaria, capace di fare da muro contro calunniatori e miserabili anonimi aggressori, e senza la strategia, di certo non difensiva per usare una metafora calcistica, dell’avvocato Anselmo e degli altri legali, Stefano Cucchi sarebbe stato uno dei senza nome e dei senza storia che sono morti nelle mani dello Stato. Lui invece ha un nome, ha un volto, ha un’anima, ha una storia grazie a Ilaria e a chi, con lei, ha lottato stoicamente per la giustizia e la verità.

    Nei casi di tortura e maltrattamenti il raggiungimento della verità storica attraverso il processo non può che essere un affare di Stato. Non è qualcosa che riguarda solo una madre, un padre o una sorella. La violenza istituzionale è sempre una questione che riguarda l’intera comunità. Non è ridimensionabile a un delitto tra privati ma è un crimine di rilevanza pubblica. È lo Stato che deve preoccuparsi di proteggere i propri cittadini dai suoi custodi infedeli. È lo Stato che deve difendere la memoria delle vittime di tortura dai loro carnefici. È lo Stato democratico che viene ferito quando la legalità si ferma sul portone di una caserma, di un commissariato, di un carcere, di un centro per migranti.

    Ieri il Generale Giovanni Nistri ha scritto che il dolore di Stefano è il nostro dolore. Ha ragione. Il dolore di Stefano, il dolore di Ilaria è il dolore di tutti noi. Deve essere il dolore di chi rappresenta le istituzioni, le quali non devono mai sottrarsi alla giustizia. La divisa non dà diritto all’immunità penale. Di fronte a tutti i casi di abusi, maltrattamenti, tortura lo Stato dovrebbe sempre costituirsi parte civile.

    La decisione annunciata dal comandante generale dell’Arma non ha precedenti significativi. Nella storia dell’Italia repubblicana le forze dell’ordine sono state sempre protette, come abbiamo visto accadere a Genova per le torture alla scuola Diaz e alla Caserma di Bolzaneto, da un insano spirito di corpo che nuoce alla verità e alla democrazia. Lo spirito di corpo non fa bene alla trasparenza; è l’elogio della reticenza.

    La retorica delle male marce a protezione dello spirito di corpo è solo una formula auto-assolutoria.

    La decisione del Generale Nistri, dunque, speriamo contribuisca a spiegare a tutti che la giustizia viene sempre prima dello spirito di corpo.

  • Le giornaliste rompono il silenzio: l’85% di noi vittima di molestie
    Di


    Francesca Sforza, La Stampa

    6 aprile 2019

    "Avrei dovuto denunciare e non l’ho fatto per paura delle conseguenze, che purtroppo ci sono state. Il problema è che se chi molesta poi viene ‘tutelato’ dall’editore perché dovrebbe pentirsi di quello che ha fatto? Io ho una memoria depositata da un notaio sull’accaduto". È questo uno dei commenti lasciati a margine del questionario diffuso dalla FNSI che ha coinvolto oltre mille giornaliste.

    I risultati sono stati presentati ieri a Roma da Linda Laura Sabbadini, che si è occupata della cura scientifica. La prima indagine italiana sulle molestie nei confronti delle donne nel mondo dei media racconta di vite professionali costellate di molestie nell’85% dei casi. Quasi tutte hanno sperimentato battute verbali, sguardi, insulti, svalutazioni, ma il 59,1% ha ricevuto anche inviti insistenti, pressioni via social, pedinamenti, richieste esplicite.

    Per arrivare al dato più grave in assoluto, che registra la presenza di ricatti sessuali nel lavoro per il 35,4% delle colleghe di cui l’1,3 nell’ultimo anno. Come ha osservato una collega, sempre in forma anonima: «Le molestie spesso - almeno per la mia esperienza - sono molto più sottili di quanto prevedesse il questionario, battutine, ammiccamenti, comunque fastidiosi, anche se non da denuncia. E poi la costante penalizzazione delle donne incinte e mamme. A me è capitato e non ho mai avuto l’appoggio del cdr o del sindacato».
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    La maggior parte delle donne molestate lavora nei quotidiani e nelle tv, e ha un contratto a tempo indeterminato. Nella maggior parte dei casi si è trattato di un singolo episodio, ma c’è un 18% che ha ammesso di aver subito molestie per più di un anno. Soprattutto all’interno delle redazioni, spesso davanti ad altri colleghi, e a tutte le età (la maggioranza nella fascia 27-30 anni).

    Gli autori sono in maggioranza uomini (nel 98,6% dei casi, mentre è una donna nell’1,4%) e superiori, di età compresa tra i 45 e i 60 anni. Il 26,9% ha subito molestie dal suo diretto superiore, il 16,7 da un collega con maggiore anzianità, il 14,8 da direttore o vicedirettore e l’11,3 da un superiore non diretto. Dice molto, inoltre, del clima che si respira in alcune redazioni, il fatto che in quasi un terzo dei casi, altri colleghi hanno assistito a episodi di molestie senza intervenire, forse per “accettazione” o per scarsa consapevolezza della gravità delle molestie. «Quando mi è accaduto l’episodio più grave - ha scritto una giornalista sempre nei commenti a margine - da parte di un collega che era molto stimato e che oggi è un giornalista molto noto, un altro collega (amico del molestatore e oggi noto opinionista) mi ha convocato nel suo ufficio per dirmi che le molestie non erano tali, ma andavano considerate come un normale “corteggiamento”. Ho scritto che i due colleghi sono oggi giornalisti e opinionisti famosi per sottolineare che il loro modo di pensare può influenzare la vita nelle redazioni che dirigono».

    Alla domanda «perché non hai presentato denuncia?», la maggior parte ha risposto che si è trattato di un episodio isolato (42,8%) che era inutile (22,7) o che aveva paura di essere giudicata male o non creduta (10,8). Contro l’autore non vengono presi provvedimenti nel 90,6% dei casi, anche se, a conoscenza delle intervistate, nel 25% dei casi le molestie si sono ripetute nei confronti di altre donne. E dopo le molestie? Il 50% ha dichiarato di aver continuato a lavorare come se nulla fosse, un 15,8 ha detto invece di essersi sentita penalizzata, il 5% è andato via, il 4,9% ha rinunciato alla carriera, il 4% ha cambiato lavoro.

Ultima modifica il Venerdì, 23 Febbraio 2018 11:29

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