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venerdì 17 novembre 2017



«Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita».
Il dottor Živago, Boris Pasternak


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"Sono tutto campo e camper". Una storia di caporalato

Caporalato e Sikh nell'Agro PontinoAngelo Mastrandrea, Il Manifesto
16 febbraio 2017

Ogni mattina, all'alba, Carmelo V. si affaccia dal suo vecchio camper ed esce per andare al lavoro. Non deve spostarsi molto, visto che ha ottenuto dalla cooperativa agricola nella quale lavora la possibilità di parcheggiare nell'orto. La sua vita è così tutta roulotte e campagna.

In questo modo, sostiene, risparmia sull’affitto di una casa e pure sul cibo, fornito dal datore di lavoro in cambio di un obolo. Non è il solo a vivere in questo modo: per risparmiare tempo e caporali, i padroni delle terre provvedono ad alloggiare i braccianti nei campi in cui sono impiegati. Eccola, la nuova frontiera dello sfruttamento: dal container alla serra e viceversa, ventiquattrore su ventiquattro.

«Ora hanno messo i faretti nelle serre, se fate un giro di notte le trovate piene di persone che raccolgono i ravanelli in mazzetti da dieci-quindici», racconta Carmelo V., unico italiano a raccogliere zucchine dalla mattina alla sera nella campagne tra i comuni di Sabaudia e San Felice Circeo, nel basso Lazio.

ACCANTO A LUI, a spezzarsi la schiena per poche decine di euro al giorno sono soprattutto sikh provenienti dal Punjab, «una comunità accogliente, rispettosa, pacifica e dedita al lavoro» come l’ha definita in un dossier l’associazione In migrazione. A migliaia ogni giorno affollano le serre e i campi coltivati dell’agro pontino. Ciò è talmente vero che persino il virus che, più del gelo di gennaio, ha fatto schizzare in su la domanda facendo rincarare gli ortaggi anche del duecento per cento, è stato ribattezzato «New Delhi» perché si pensa sia arrivato dall’India insieme ai lavoratori.

Già due anni fa, su questo giornale avevamo denunciato lo sfruttamento degli indiani e l’utilizzo, da parte dei padroni, di sostanze dopanti, in particolare oppio e amfetamine, nonché di antidolorifici, per non far sentire la fatica e ottenere dai migranti il massimo rendimento. «È tutto vero, l’utilizzo di queste sostanze non è mai cessato», denuncia Carmelo V., che aggiunge: «Molti di loro mi dicono che prendono il Viagra, anche se forse non si tratta di Viagra.

Se non lo fai, vieni preso di mira». Lui le ha fotografate con il cellulare e le mostra: vengono dall’India e sono colorate di rosso o celeste. Poi aggiunge: «Ti gonfiano di caffè e semi di papavero, e quando ti senti male ti danno un bicchiere di acqua e zucchero per farti riprendere e a fine mese ti mandano via per non avere problemi».

La primavera scorsa, i sikh hanno incrociato le braccia per protestare contro le loro condizioni di lavoro, reclamando salari più alti e maggiori diritti. Lo hanno chiamato «lo sciopero delle serre» ed è stato un evento storico: mai i lavoratori della «little India» pontina avevano smesso di lavorare per protesta. Hanno ottenuto un piccolo aumento (circa quattro euro l’ora), ma le ragioni che li avevano spinti a scioperare sono ancora lì.

Anzi, secondo Carmelo V. le condizioni di lavoro sono addirittura peggiorate: «Nei campi c’è disperazione vera, c’è poco lavoro e i padroni se ne approfittano. Anche se fai 200 ore al mese arrivi al massimo a 800 euro: 400 te li versano in busta paga, gli altri ti arrivano al nero, a rate, e magari succede che te ne danno 50 e poi, offrendoti un caffè, ti dicono che gli affari sono andati male e per questo mese devi accontentarti».

I sikh raramente protestano, ma molti di loro stanno scappando dalla «little India» del basso Lazio. Hanno capito che il sogno italiano non si avvererà mai e vanno a cercare fortuna altrove, spesso in Spagna.

Carmelo V. ha molte reticenze a parlare di se stesso, quasi si vergognasse. Viceversa, si infervora nel denunciare le condizioni di lavoro dei suoi compagni immigrati, quasi si servisse di loro per affrontare la propria personale situazione, trasferendo su di loro tutti quello che non ama attribuire a se stesso.

Non ama raccontare il suo passato e le ragioni che lo hanno portato fin qui, ad arare il confine pre-unitario tra Regno delle Due Sicilie e Stato Pontificio e a vivere come i suoi compagni di lavoro africani o indiani. Dice solo che «a Licata era peggio». Ancora minorenne, era al servizio di un pastore nelle montagne dell’agrigentino e «quella lì era davvero brutta gente», dice parlandone al plurale.

Carmelo V. è uno degli ultimi ragazzini sfuggiti a un’usanza diffusa in tutto il Sud fino a pochi decenni fa: la compravendita di minori a scopo lavorativo. Corrado Alvaro suscitò indignazione in tutto il Paese quando, nel 1953, in un’Italia che si apprestava al boom economico, raccontò «il mercato degli schiavi» nella piazza del Duomo di Benevento. Ne è assolutamente ignaro, ma è l’unico ad aver vissuto sulla sua pelle la schiavitù di un tempo e quella moderna, della quale sono vittime gli immigrati.

Si tratta di un’antica pratica andata avanti fino agli anni Settanta e in qualche caso pure oltre, quella dei »carusi« ceduti dalle famiglie poverissime per essere impiegati nella pastorizia e in agricoltura (ma pure nelle miniere e nelle solfare) in condizioni di semi-schiavitù e spesso abusati e maltrattati. Carmelo V. si rabbuia quando gli si chiede del suo passato e l’impressione è che la sua sia una verità parziale o di comodo.

Racconta che, dopo un problema con la giustizia («mi attribuirono il possesso di un fucile che era del mio padrone»), fu affidato a una comunità religiosa e allontanato dai luoghi d’origine. Arrivò a Sabaudia nel 1995, appena sedicenne, dopo essere stato per un periodo a Firenze e da allora, ridacchia, «ho girato tante aziende, al nero di qua, al nero di là…».

CHI VIVE NEI CONTAINER a fianco alle serre, spiega, deve pagare ogni mese cento euro di affitto più venti per l’acqua. Soldi che vengono detratti dal salario mensile. Addirittura, c’è chi costruisce piccole casette o baracche abusive nei campi per i lavoratori, come negli anni Cinquanta per gli scavatori di carbone italiani a Marcinelle, in Belgio, alloggiati in baracche di lamiera attorno alla miniera.

Altri affittano casolari di campagna diroccati, come mi è accaduto di verificare di persona quando, accompagnato da Harbhajan Ghuman, un boscaiolo trasmigrato dalle vette himalayane ai monti Lepini, mi sono intrufolato in un campo nelle campagne tra Sabaudia e Pontinia e da un caseggiato senza porte e finestre si è affacciato un uomo di mezza età con la camicia blu perfettamente stirata e la barba rasata di fresco. Era un indiano e viveva in quel tugurio con una decina di connazionali, pagando al padrone 700 euro di affitto. Quel giorno era vestito a festa per il Capodanno sikh.

Con Carmelo V. non riesco a superare il cancello d’ingresso della proprietà privata della cooperativa: troppo alto il rischio di essere scoperti. Bisogna accontentarsi di quello che racconta. Ora, dice, nella cooperativa dov’è impiegato si trova bene: sono in cinque e nei picchi di raccolta arrivano al massimo a otto dipendenti, lui lavora regolarmente dieci mesi all’anno nei campi per 10-11 ore al giorno, e a luglio e agosto è impiegato al nero per pulire le serre.

Dorme nel camper di sua proprietà e non ha spese d’affitto da pagare. E i caporali? «Ci sono ancora, solo che dopo l’approvazione della legge che li condanna non si arrischiano più a parlare al telefono come prima, ma vanno direttamente nelle aziende, alle 5,30 di mattina, per sapere quanti lavoratori occorrono a ogni padrone». Poi escono per strada e vanno a reclutarli. Come sempre, da anni, ogni giorno.