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lunedì 23 luglio 2018



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Centro Italia, ancora in attesa delle casette. E i riflettori si sono spenti

Casette terremotoMario Di Vito, Il Manifesto
7 gennaio 2018

Il secondo inverno si abbatte sulle zone terremotate mentre la ricostruzione non riesce a partire. E non solo quella: anche la questione delle casette provvisorie appare lontanissima da una conclusione qualunque, con la stanchezza che ormai ha preso il posto della rabbia. I riflettori qui non si accendono nemmeno più, si dà quasi per scontato che i terremotati soffrano, senza alternativa, in uno stato di eterna malinconica rinuncia.

I numeri sono sempre utili per capire la situazione nell’area appenninica a cavallo tra Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo: l’ultimo dato fornito dalla protezione civile parla di 2.149 casette consegnate su 3.662 richieste in 48 comuni. Poco più della metà, ed è impossibile non pensare a quando, in maniera oltremodo imprudente e probabilmente dettata dalla foga della campagna elettorale per il referendum costituzionale, nel novembre del 2016 Matteo Renzi annunciò che entro Natale tutti i terremotati sarebbero stati sistemati.

TRA L’ALTRO, LE CASETTE consegnate continuano a dare problemi: le segnalazioni di acqua calda non funzionante, infiltrazioni dai tetti e boiler che esplodono a causa del gelo ormai non si contano più, tanto che diverse persone hanno scelto di andarsene a vivere altrove, abbandonando per sempre l’idea di tornare a casa.

Le proteste dei terremotati ormai non fanno più notizia, la gestione del post sisma non fa scandalo perché nulla si muove. E le comunità si sfaldano, si disgregano, nella grigia attuazione di quella che ormai è nota come «strategia dell’abbandono», cioè l’annientamento di interi paesi, schiacciati dal terremoto prima e dimenticati dopo. I racconti di chi è tornato sono tutti simili: quando si fa sera, le luci si spengono e le comunità smettono di esistere: paesi dormitorio con vista sulle macerie. La paura di scomparire è più di una paranoia, e si fa realtà ogni giorno di più.

«Mancano spazi aggregativi – commentano gli attivisti di “Terre in Moto” –. Chiunque abbia provato ad organizzare un incontro o un qualsiasi evento in uno dei borghi colpiti dal terremoto sa benissimo che è quasi impossibile trovare degli spazi comuni a disposizione della cittadinanza. La famosa “ricostruzione delle comunità” non è stata presa in considerazione, purtroppo».

IN TUTTO QUESTO, sta arrivando anche la campagna elettorale. C’è chi, stanco ma non arreso, propone una sorta di «moratoria» sui comizi e chiede ai partiti e ai movimenti di non andare a caccia di voti nelle zone terremotate.

Ma come si fa se tanti amministratori si preparano a scendere in campo? È il caso del sindaco di Visso Giuliano Pazzaglini, corteggiatissimo dalla Lega di Matteo Salvini. Ma anche del vicesindaco di Arquata Michele Franchi, renzianissimo, esibito a mo’ di trofeo in ogni occasione e già in rampa di lancio. Senza dimenticare lo scatenato primo cittadino di Amatrice, Sergio Pirozzi, che sta lottando con mezzo centrodestra per ottenere un’ampia convergenza sul suo nome in vista delle regionali del Lazio.

Diventa così quasi impossibile distinguere le sacrosante rimostranze sui disagi dalla propaganda. E se la commissaria alla Ricostruzione Paola De Micheli si ostina a ripetere che le cose vanno a meraviglia, dall’altra parte ci sono legioni di amministratori che si scaricano le colpe addosso a vicenda, senza soluzione di continuità.

ALLA FINE DI FEBBRAIO dovrebbe arrivare a conclusione lo stato di emergenza: vuol dire che i terremotati perderanno gran parte dei contributi e degli sgravi ai quali hanno avuto accesso negli ultimi mesi. Ma sarà davvero così? La voce che continua a circolare è che di emergenza si parlerà ancora almeno fino all’estate, d’altra parte non conviene a nessuno sgomberare il campo alla vigilia delle elezioni politiche.

Emergenza agli sgoccioli, quindi, ma la ricostruzione non è mai cominciata. Ancora qualche numero: soltanto nelle Marche, cioè nella regione più danneggiata dallo sciame sismico del 2016, gli edifici inagibili sono 50mila. Di questi 40mila fanno registrare danni gravi. Ad oggi, i progetti approvati per poter ristrutturare sono appena otto: cinque attività produttive e tre abitazioni.

Non va molto meglio a chi ha subito danni lievi: le pratiche presentate negli uffici sono 1.291, quelle approvate soltanto 184. A sentire il direttore marchigiano dell’Ufficio ricostruzione, Cesare Spuri, i disagi sono evidenti ma inevitabili, perché «la macchina è ancora in rodaggio». Non è dato sapere quando finalmente le cose cominceranno a funzionare. In attesa della prossima emergenza.