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lunedì 21 maggio 2018



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Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili, si moltiplicano i progetti di contrasto

Frida Khalo MGFLuca Attanasio, La Stampa
6 febbraio 2018

È una pratica antichissima che passa indenne allo scorrere del tempo e all’avanzare del progresso. Alcuni studiosi ne fanno risalire le origini a un periodo tra il 4.000 e il 3.000 avanti Cristo. Erodoto (484-424 a.C), parla di «recisione» attribuendone l’uso a Fenici, Hittiti, Etiopi, Egiziani e Romani.
Ma ha continuato a esercitare il suo diabolico fascino anche in tempi e civiltà più vicine a noi:

Isaac Ray, uno psichiatra inglese del XIX secolo, ad esempio, dichiarava che gli organi riproduttivi delle donne in taluni casi andavano rimossi per la loro «nota tendenza a favorire comportamenti criminali», mentre fino alla seconda metà del XX secolo, in Europa e Stati Uniti, si ricorreva diffusamente alla cosiddetta clitoridectomia per scopi terapeutici nella cura di «patologie» quali isteria, malinconia, masturbazione eccessiva, ninfomania.

Perfino la notissima rivista Lancet ne promuoveva gli effetti benefici, mentre in Inghilterra si trovano esempi di escissione del clitoride nel trattamento dei disturbi caratteriali fino a tutti gli anni ’40 del XX secolo.

La mutilazione genitale femminile (MGF), un rito ancestrale erroneamente legato a religioni, ha motivazioni molto incerte ma un storia solida che continua a mietere vittime. Secondo i più recenti calcoli, coinvolge almeno 200 milioni di ragazze e bambine in più di 30 Paesi di varie aree geografiche. Il continente in cui le mutilazioni sono più diffuse è senza dubbio l’Africa: circa 92 milioni di ragazze di età superiore a 9 anni hanno subìto questa pratica mentre circa 3 milioni sono quelle che ogni anno si aggiungono al totale. In tre Paesi - Egitto, Etiopia e Indonesia - si concentrano la metà delle donne “tagliate”, mentre ve ne sono altri in cui la pratica interessa la quasi totalità della popolazione femminile: la triste classifica la guidano Somalia (98%), Guinea (97%) e Djibouti (93%). 

L’usanza delle mutilazioni genitali femminili, nel suo complesso, è documentata e considerata un fenomeno diffuso in una trentina di Paesi africani. In Stati dell’Asia come India, Iraq, Malesia, Emirati Arabi Uniti e Israele esistono casi documentati ma mancano indagini attendibili, mentre in Yemen e in Indonesia, la pratica è molto estesa. Sporadici casi vengono segnalati anche in alcuni Paesi dell’America Latina.

Per quanto riguarda il tipo di mutilazioni praticate sul corpo delle donne, la maggioranza è di tipo escissorio (taglio e/o rimozione di parti dell'apparato genitale). I restanti casi, invece, andrebbero classificati sotto il titolo di «infibulazione», il restringimento, cioè, dell'orifizio vaginale che non esclude la stessa escissione.  

Purtroppo, però, come sottolinea ActionAid – che in occasione della Giornata 2018 lancia l’hashtag #endFGM – la pratica spinge i suoi mefitici tentacoli fino in Europa rivolgendo la sua continua attenzione alle bambine figlie della diaspora. «Le mutilazioni genitali femminili – recita il comunicato della Ong - sono un problema che colpisce anche bambine e giovani donne migranti che vivono nel nostro territorio, spesso a rischio di esservi sottoposte quando tornano nel loro Paese di origine per visitare i parenti. Secondo una ricerca coordinata per l’Italia dall’Università degli Studi Milano – Bicocca, le donne presenti in Italia che sono state sottoposte durante l’infanzia a mutilazione sarebbero tra 61.000 e 80.000».  

Nel 2016 ActionAid ha inaugurato “After”, un progetto co-finanziato dall’Unione Europea e implementato in Belgio, Irlanda, Spagna, Svezia oltre che in Italia, che punta a innescare percorsi di empowerment femminile e di informazione ed educazione per le loro comunità, uomini inclusi.

È uno dei tantissimi progetti mirati ad accrescere la consapevolezza delle donne e la mobilitazione delle società, che stanno riuscendo nell’impresa di invertire la tendenza. Si moltiplicano, infatti, i casi di intere comunità che prendono le distanze dalla pratica e che aderiscono a campagne per educare le nuove generazioni. 

Il Corno d’Africa è una delle aree più colpite da questo fenomeno. La Chiesa cattolica etiope ha intrapreso negli ultimi anni con sempre maggiore convinzione la via della lotta a questa pratica violenta inserendola nelle priorità dei programmi pastorali. «Nel 2013 la Conferenza episcopale – spiega don Bosco Onyalla coordinatore di Canaa (Catholic News Agency for Africa) - ha scelto di scendere decisamente in campo. Ha subito rilasciato una dichiarazione molto netta e ha fortemente proibito a tutti i membri di praticare mutilazioni genitali. Ha insistito sulla totale estraneità dell’atto da qualsiasi credo religioso e da quell’anno ha continuato senza sosta ad occuparsi del fenomeno.

C’è una commissione che lavora per aumentare la consapevolezza nella società riguardo la crudeltà di una simile pratica e il dolore fisico e psicologico che crea nelle bambine e nelle famiglie che si sentono costrette a eseguirla. I vescovi, poi, di recente hanno chiesto al Ministero dell’Istruzione di inserire nei programmi scolastici percorsi di informazione e coscientizzazione, così come di formazione sanitaria e sessuale». 

Poco più di un anno fa la Commissione Affari sociali della Chiesa cattolica in collaborazione con la Commissione per la Famiglia e la Donna ha organizzato un seminario sulla questione durante il quale è stato sottolineato come le mutilazioni genitali femminili siano il risultato di enormi pressioni sociali. Alla base di una simile pratica c’è il timore della stigmatizzazione e la paura di risultare inadatte al matrimonio nonostante la consapevolezza della sua pericolosità.

Per la Chiesa è chiaro che l’intervento oltre che giuridico – sono sempre di più gli Stati che hanno messo la pratica fuori legge – debba essere culturale. Per trasformare usi radicati da millenni in quelle società bisogna partire dal dilemma che una mamma prova quando si avvicina il momento del “taglio” per la sua bambina. Sylla Habibatou Diallo, un’attivista e femminista maliana, lo spiega così: «Si può chiedere a una madre di non fare del male a sua figlia, ma come chiederle di condannarla all'emarginazione sociale?».

La risposta migliore viene da Rahel, una ex tagliatrice tanzaniana che, passata attraverso la campagna “After” di ActionAid, è diventata attivista contro le mutilazioni genitali: «Era una tradizione della mia famiglia, mia madre mi ha dato lo strumento e lo ha poggiato sulla mia testa… Ma non c’è nulla di buono in quella pratica e le implicazioni negative per la salute delle donne sono molte».