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lunedì 23 luglio 2018



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Armi, tuk-tuk e viaggi in Egitto, l'Italia cancella Regeni

Giulio RegeniChiara Cruciati, Il Manifesto
14 aprile 2018

A otto mesi dall’annuncio del ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo, a sette dal suo insediamento e a dieci giorni dalle congratulazioni del presidente Mattarella ad al-Sisi per la sua rielezione alla presidenza egiziana, sul barbaro omicidio di Giulio Regeni non c’è alcuna verità. Né nuove informazioni.

L’ambasciatore Cantini è al Cairo dallo scorso settembre, ma della figura che avrebbe dovuto affiancarlo per gestire la cooperazione giudiziaria e investigativa con il Cairo non c’è tuttora traccia.

In mancanza di attività su quel fronte, Cantini fa altro. Gli ultimi mesi sono stati dedicati al rafforzamento delle intese economiche e commerciali con l’Egitto. Ultima in ordine di tempo è l’accordo raggiunto dalla Piaggio e la compagnia locale Raya per l’assemblamento di un’Ape all’egiziana, il tuk tuk. L’obiettivo dell’intesa – che tre giorni fa Cantini ha salutato con favore – è la copertura del 40% del fabbisogno interno di tuk tuk entro due anni.

Una collaborazione che si inserisce nel più generale trend dei rapporti commerciali con Il Cairo, in crescita: secondo i dati del Ministero per lo Sviluppo economico, nel 2017 l’interscambio è stato pari a 4,7 miliardi di euro, con un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente.

Ad aumentare è anche la vendita di armi, calcolata dall’Istat: le esportazioni italiane verso il paese nordafricano sono state pari a 2,1 milioni di euro lo scorso anno, contro il milione e mezzo del 2016 (+28,5%). Armi, motorini e anche turismo: ieri l’Ente del turismo egiziano ha lanciato il concorso «Vinci l’Egitto», sei viaggi per due persone offerti a cittadini italiani da compagnie aeree e tour operator egiziani, in collaborazione con l’As Roma, di cui un giocatore sarà presente alla cerimonia di premiazione a maggio con esponenti del governo di al-Sisi.

La normalizzazione dei rapporti non è un rischio, ma una realtà consolidata a due anni dalla scomparsa e la morte di Giulio Regeni. L’assenza di verità e l’impunità dei responsabili colpiscono ancora più duramente alla luce della piena attività della macchina della repressione interna che non si ferma ma ingurgita quotidianamente nuove vittime.

Attivisti, oppositori, semplici cittadini e giornalisti. Negli ultimi mesi quel che rimane della stampa indipendente, falciata da ordini di chiusura, commissariamenti e censure, ha visto un’escalation degli attacchi prima, durante e dopo le presidenziali, vinte da al-Sisi in assenza di reali sfidanti.

Giovedì nove giornalisti sono stati convocati dalla procura generale dopo la denuncia della Commissione nazionale per le elezioni contro il quotidiano di opposizione al-Masry al-Youm: diffusione di notizie false, per la Commissione, che aveva già minacciato nelle settimane scorse simili misure.

Dieci giorni fa FA la polizia aveva compiuto un raid nella sede del giornale, perquisito e confiscato computer e documenti e arrestato il direttore Adel Sabry. Ufficialmente l’accusa è la presunta assenza di licenza (che il quotidiano contesta); in realtà a monte sta la pubblicazione di un articolo del New York Times che parlava di denaro elargito ai cittadini per convincerli ad andare a votare.

Sono invece almeno tre i giornalisti scomparsi, secondo il Committee to Protect Journalists, nell’ultimo mese: arrestati e poi spariti dietro le sbarre. Adel Eissa, collaboratore del sito Al-Mobtada, Ahmed Abdel Gawad, fotografo del quotidiano filo-governato al-Shourouk, e Mohammed Ibrahim, blogger, sono stati fermati dopo aver coperto le irregolarità intorno al voto. È invece ricomparso dopo settimane dalla sparizione, il giornalista di al-Masriya Wagdy Khaled: «ritrovato» in una stazione di polizia del Cairo.

Identico il caso di Hossam al-Wakil, anche lui giornalista, collaboratore della Reuters ed ex direttore del quotidiano privato al-Dostour, arrestato a fine dicembre e da allora introvabile: pochi giorni fa la procura di Alessandria ne ha imposto la detenzione per 15 giorni con l’accusa di appartenenza a gruppo illegale. Secondo le associazioni per la tutela dei giornalisti, sarebbero almeno 32 i giornalisti detenuti in Egitto.