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lunedì 23 luglio 2018



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"Gli allevamenti intensivi? Un inferno. Attenti pure al biologico industriale"

Allevamenti intensiviSerena Tarabini, Il Manifesto
7 giugno 2018

Vite maltrattate, richiuse, snaturate e (fortunatamente) brevissime. La triste, spesso atroce, realtà dell'allevamento cosiddetto intensivo è ormai nota ma i più preferiscono fare finta di non vedere un sistema che non risponde a nessuna logica se non quella della massima produttività al minimo prezzo.

I dati mostrano che l’allevamento intensivo è la normalità in termini di tipologia di allevamento anche in Italia. Ma come vivono gli oltre 600 milioni di animali dei nostri allevamenti? E in che misura e come è possibile acquistare della carne proveniente da animali che hanno vissuto all’aperto e si sono nutriti di risorse del territorio?

Per rispondere a queste domande è necessario compiere un viaggio non sempre gradevole. Muoviamo alcuni passi assieme a Simone Montuschi di Essere animale, un’associazione le cui indagini sugli allevamenti intensivi in Italia sono fra le più complete ed approfondite mai svolte.

Con un team investigativo costantemente all’opera sono riusciti a documentare gli allevamenti intensivi piazzando telecamere nascoste e facendosi assumere fra i lavoratori delle strutture. Insieme all’approfondito lavoro di ricerca e confronto su dati e informazioni ci forniscono un quadro molto dettagliato delle crudeltà dell’allevamento intensivo e la loro diffusione.

Quali sono mediamente le condizioni in cui vivono gli animali negli allevamenti intensivi?
È noto che gli animali sono allevati dentro capannoni, molto spesso anche in gabbia, con la possibilità di fare solo movimenti molto limitati. Meno noto forse è il caso delle scrofe rinchiuse nelle gabbie di contenzione, dove vivono metà della loro vita praticamente immobilizzate, o dei maiali destinati all’ingrasso o ancora alle galline ovaiole, animali che sono addirittura sottoposti a mutilazioni sistematiche, come il taglio della coda, del becco o la troncatura dei denti. Pratiche consentite dalla legge proprio per limitare le ferite che gli animali si procurano, con aggressioni ai loro simili o gesti autolesionistici, a causa dell’elevato stress per condizioni di vita così irrispettose della loro etologia.

Tutti gli allevamenti intensivi sono uguali o ne esistono di migliori e di peggiori?
Chiaramente vi sono delle differenze. Con il nostro lavoro di indagine abbiamo documentato allevamenti non rispettosi delle minime leggi di protezione degli animali. Abbiamo filmato veri e propri inferni, anche dietro produzioni Doc come ad esempio il Prosciutto di Parma. Come nelle maggiori aziende produttrici di carne di pollo. Immagini terribili che testimoniano il sistema perverso che è alla base dell’attuale produzione di carne a basso costo.
In certi casi, come per un allevamento di conigli situato in Romagna, siamo riusciti anche a spingere l’azienda alla chiusura. È chiaro che all’interno di situazioni illegali le condizioni degli animali peggiorano visibilmente. Ma il messaggio che vogliamo comunicare alle persone è principalmente un altro: tutti gli allevamenti intensivi infatti sono irrispettosi degli animali, indipendentemente dalle leggi.

I consumatori hanno la possibilità di orientarsi in qualche modo? Come fare per evitare le carni provenienti da allevamenti intensivi o almeno da quelli in cui gli animali si trovano nelle condizioni peggiori? Diciture come «animali allevati a terra» hanno un senso o sono delle camuffature?
Al momento manca un obbligo d’etichettatura per la carne con indicazioni della tipologia di allevamento. Il consumatore può comunque orientarsi scegliendo prodotti indicati come biologici. L’etichettatura è obbligatoria invece per le uova, dove nelle confezioni compare un codice che identifica l’allevamento che può essere in gabbia (codice 3), a terra (codice 2), all’aperto (codice 1) o biologico (codice 0).
Però abbiamo visitato diversi allevamenti di galline all’aperto e biologici, dove in entrambi i casi gli animali hanno un accesso limitato ad alcune ore al giorno in uno spazio recintato all’aperto. Purtroppo questi termini hanno un effetto positivo più sul consumatore che sulla reale qualità di vita dell’animale. Anche in allevamenti biologici industriali abbiamo infatti filmato infatti galline morenti o completamente prive di piume.

Le vostre ricerche hanno documentato anche i danni che l’allevamento intensivo reca all’ambiente?
Sì. L’allevamento intensivo è il primo responsabile dell’emissione di gas serra, dell’inquinamento idrico del pianeta, dell’estinzione di specie animali e delle zone morte degli oceani. Un dato più interessante e meno noto riguarda la deforestazione della foresta amazzonica, in quanto vi è un chiaro collegamento tra questa e i mangimi utilizzati negli allevamenti intensivi italiani.
Il caso della soia in Brasile è esploso nuovamente l’anno scorso, quando l’organizzazione statunitense Mighty Earth ha quantificato la deforestazione direttamente legata all’approvvigionamento di soia delle multinazionali Cargill e Bunge. Il Brasile è il primo fornitore di soia per l’Italia, destinata quasi totalmente all’alimentazione animale. L’allevamento intensivo è un fallimento morale, sociale ed ambientale. Per tutti questi motivi la scelta di un’alimentazione vegetale non può essere definita oggi una mera moda radical chic, ma deve essere intesa come un concreto atto politico.