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giovedì 20 settembre 2018



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Per quasi sette italiani su dieci le testate Usa devono lasciare il Paese

Dottor StranamoreLucia Capuzzi, Avvenire
6 luglio 2018

Non solo i “grandi” della terra. Cioè i rappresentanti dei 122 Paesi che, esattamente un anno fa, alle Nazioni Unite, hanno deciso la messa al bando all’atomica. Il rifiuto di questo tipo di armi è condiviso anche all’opinione pubblica. Lo dimostra un sondaggio realizzato da YouGov per l’International campaign against nuclear weapons (Ican), Premio Nobel per la Pace 2017 per il ruolo chiave nell’approvazione del Trattato per la proibizione degli arsenali nucleari.
Per il primo anniversario del documento, Ican e i suoi partner nazionali hanno voluto far emergere gli atteggiamenti dei cittadini europei al riguardo.

A tal fine, hanno scelto gli unici quattro Paesi Ue che ospitano sul loro territorio la maggior parte delle 150 testate B61 Usa dispiegate nel mondo: Belgio, Paesi Bassi, Germania e Italia. E hanno rivolto ai rispettivi abitanti una serie di quesiti. In particolare, se fossero favorevoli alla rimozione e all’adesione al bando Onu.

La prevalenza del sì è stata netta, con percentuali rispettivamente tra il 56 e il 70 per cento per la prima domanda e tra il 66 e il 72 per cento per la seconda. In Italia – dove la rilevazione è stata fatta in collaborazione con Senzatomica e Rete italiana per il disarmo –, il 65 per cento della popolazione si è espresso per lo svuotamento degli arsenali nucleari dalle basi statunitensi di Ghedi e Aviano. Mentre il 72 per cento vorrebbe l’adesione del governo al bando Onu, che finora l’Italia – come tutti gli Stati parte della Nato – non ha sottoscritto né votato.

Per spingerlo a cambiare idea, Senzatomica e Rete disarmo hanno lanciato la campagna “Italia ripensaci”. Finora gli attivisti hanno raccolto 31mila cartoline nonché hanno incassato mozioni di il sostegno di 150 Comuni ed enti locali. Oggi il tutto sarà consegnato simbolicamente all’esecutivo. «Siamo davvero soddisfatti dei risultati ottenuti in così poco tempo. Dimostra quanto sia importante mettere le armi nucleari fuori dalla storia», ha affermato Daniele Santi di Senzatomica. Per riuscirci, il fronte anti-atomica italiano ha scelto una strategia articolata.

«Non ci illudiamo che il cambiamento avvenga da un giorno all’altro – spiega Francesco Vignarca, coordinatore di Rete disarmo –. Per tale ragione, proponiamo una sorta di percorso di avvicinamento al Trattato, attraverso la realizzazione della sola parte umanitaria, ambito in cui l’Italia ha una grande esperienza. Cioè i programmi di riparazione previsti per le vittime di armi o test atomici».

Il Trattato un anno dopo
Il bilancio del primo anno di vita del bando Onu è, del resto, è incoraggiante. In dodici mesi, 59 nazioni lo hanno firmato e undici di queste lo hanno ratificato, l’ultima – giovedì – il Costa Rica. Perché il Trattato entri in vigore ne occorrono altre 39. «Un risultato estremamente positivo. Per altri documenti su contenuti simili – dal divieto delle mine antiuomo allo stesso Trattato di non proliferazione –, non c’era stato un numero di adesioni tanto alto in così poco tempo. Riteniamo, dunque, possibile arrivare alle 50 ratifiche entro il 2019», prosegue Vignarca.

Nella lista, mancano ovviamente le nove potenze nucleari, riconosciute o no: Usa, Russia, Francia, Cina, Gran Bretagna, Pakistan, India, Israele e Corea del Nord. Ma pure le nazioni europee, ad eccezione dell’Austria, entrata l’8 maggio. Eppure, anche giovedì, il Parlamento Europeo ha approvato una raccomandazione al Consiglio e agli Stati membri, affinché aderiscano al bando. «Molti Paesi si nascondono dietro il pretesto della fedeltà alla Nato. In realtà, quest’ultima è un’alleanza militare ma non obbligatoriamente nucleare. Non esiste, dunque, alcuna preclusione giuridica», conclude l’attivista. Già prima, però, dell’entrata in vigore, il divieto dell’atomica sta producendo “effetti collaterali” significativi.

Già quest’anno, Deutsche Bank, il fondo sovrano norvegese e il fondo pensionistico pubblico olandese – rispettivamente il secondo e il quinto al mondo – hanno deciso di escludere dai propri investimenti il settore nucleare. Tutti hanno motivato la loro scelta in base a una crescita della consapevolezza anti-atomica da parte dell’opinione pubblica internazionale in seguito al Trattato.