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domenica 18 novembre 2018



"Le azioni umane adombrano sempre un certo fine, che può diventare inevitabile, se in quelle ci si ostina. Ma se vengono a mutare, muterà anche il fine".
Charles Dickens



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Quella trappola libica chiamata Sar

Migranti LibiaGuido Rampoldi, Il Manifesto
11 luglio 2018

L'ultimo ingresso nella neolingua con la quale ci raccontiamo l'ecatombe dei migranti è un acronimo, Sar (Search and Rescue, ricerca e soccorso di natanti a rischio di naufragio), che come altri termini strategici alla nostra narrazione ha un significato reale che è l'opposto del suo significato letterale.

Incoraggiato dall’Italia e dall’Europa, due settimane fa il governo libico ha notificato alla comunità internazionale di aver ripristinato la sua Sar, cioè il tratto di mare sul quale una nazione si attribuisce giurisdizione esclusiva quando si tratta di esercitare il diritto/dovere di soccorrere navi in difficoltà. Come al tempo di Gheddafi la Sar libica si estende per un centinaio di miglia dalla costa, quasi 180 km, dunque ben oltre le 12 miglia nautiche delle acque territoriali.

La conseguenza è che le Ong del mare, cui finora Tripoli vietava l’ingresso nelle proprie acque, di fatto non avranno più la possibilità di soccorrere naufraghi, se non a rischio di essere trattate da invasori dalla Guardia costiera libica. Di conseguenza la domanda cui dovranno rispondere le prossime settimane grossomodo suona così: quanti ne dovremo ammazzare… pardon, quanti ancora dovranno morire affogati prima che i trafficanti libici si convincano che facciamo sul serio? Cinquecento, mille, diecimila? Forse un’ecatombe di quelle proporzioni basterebbe, una grande fossa comune, e all’ingresso magari scriverci: morti di Sar, che fa tanto esotico.

Le prime vittime di Sar furono i trecento (cifra all’ingrosso, come usa con i migranti: comunque molti bambini) colati a picco il 13 luglio 2013 mentre le autorità maltesi e la Guardia costiera italiana, che aveva una nave nei paraggi, si rimpallavano la responsabilità di intervenire. Rivolgetevi a Malta, dicevano gli uni; rivolgetevi all’Italia, rispondevano gli altri. Col passare delle ore le invocazioni di aiuto che arrivavano via radio si fecero sempre più concitate e infine cessarono all’improvviso.

In quale zona di non-soccorso avvenne il naufragio resta vago, le Sar hanno confini vaghi. Ma un giudice romano, convinto che questo aspetto sia irrilevante, di recente ha rifiutato di archiviare il procedimento contro ufficiali italiani. Con l’estensione a dismisura della zona di non-soccorso libica Roma, Malta e l’Europa tutta non rischiano più conseguenze legali o politiche: nelle stesse circostanze, la responsabilità sarebbe interamente libica.

Questa soluzione era stata profilata già nel dicembre scorso, al tempo del governo Gentiloni-Minniti, quando Tripoli, evidentemente incitata dall’Italia, comunicò di aver ripristinato la propria Sar all’Organizzazione marittima internazionale, dove probabilmente trasecolarono: controllare una vastità marina di quelle dimensioni non è minimamente alla portata di un governo che non riesce neppure ad esercitare la propria sovranità sulla capitale, spartita com’è tra una trentina di milizie rissose. Come avrebbe potuto la più scalcagnata Guardia costiera del Mediterraneo (dieci motovedette, nella maggior parte malridotte) pattugliare per una profondità di cento miglia marine una costa lunga 1770 km?

Per quanto non avesse diritto a porre queste domande, l’Imo sospese il riconoscimento della SAR libica. Per un vizio di forma: Tripoli non aveva costituito un Mrcc, ovvero un centro di coordinamento dei soccorsi, forse perché pareva evidente che al largo della Sar nessuno sarebbe stato mai soccorso. Tripoli sembrò disinteressarsi alla pratica, forse sorsero contrasti all’interno del governo italiano, forse non si raggiunse un accordo con l’esosa Guardia costiera libica. Però l’intoppo adesso è superato. Su impulso del fattivo governo Salvini-Di Maio, il governo libico ha creato il suo Centro di coordinamento, presso l’aeroporto della capitale, una delle poche aree in cui i poliziotti di al-Serraj contino qualcosa.

E le Ong che volessero spingersi nella zona di non-soccorso libica lo farebbero a proprio rischio a pericolo; se poi riuscissero ad attraccare in un porto italiano con il loro carico di naufraghi, sarebbero ancor più esposte ad iniziative di questa o quella procura. Secondo il ministro Trenta (Difesa) le attività umanitarie potrebbero configurare un crimine. Dunque che le solerti procure si muovano: «Non possiamo affermare se ci sia traffico di esseri umani gestito e coordinato dalle Ong finché non viene svolto un processo nei loro confronti».

Moti secoli fa un imperatore cinese credette possibile cambiare il modo di pensare dei suoi sudditi rimuovendo d’imperio testi e teste non conformi. Fallì. Un esperimento analogo è narrato in 1984, il romanzo di George Orwell che metteva alla berlina la neolingua del socialismo reale. Ma anche quest’ultimo è fallito. Paradossalmente, sono le democrazie europee che sembrano oggi sul punto di realizzare, volontariamente e senza alcuna costrizione, l’egemonia della neolingua orwelliana, essendo riuscite in un passaggio decisivo: l’abolizione del principio di non contraddizione.

Una volta rimosso quel fastidioso innesco del pensiero critico, nulla più vieta di chiamare «soccorso» l’omissione di soccorso, i salvataggi crimine e i lager «centri di accoglienza»; di piangere per la sorte dei migranti e di lodare Minniti; e soprattutto di fingere di non sapere che di fronte alle nostre coste, per così dire sotto i nostri balconi, decine di migliaia di migranti soffrono e muoiono in una trentina di lager «privati» perché abbiamo chiuso la loro unica via di fuga.