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sabato 20 ottobre 2018



"Le azioni umane adombrano sempre un certo fine, che può diventare inevitabile, se in quelle ci si ostina. Ma se vengono a mutare, muterà anche il fine".
Charles Dickens



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Nella filiera globale del pomodoro

Pomodoro CaporalatoGiorgio Nebbia, Il Manifesto
9 agosto 2018

Quattro più altri dodici, sono i braccianti morti in Puglia; uno è l'autista morto nell'esplosione di un camion di gas sull'autostrada. In un solo giorno e si tratta di quei pochi finiti sui giornali, senza contare gli altri noti soltanto alle famiglie e all'Inail.

I sedici morti del Foggiano erano impiegati nella raccolta dei pomodori, quelli freschi per l’insalata, per le conserve in bottiglia o che vengono esportati a beneficio dell’economia italiana. Insomma morti per la produzione di merci.

Perché le merci non si producono a mezzo di denaro, e neanche a mezzo di merci, e neanche soltanto a mezzo di natura, come è stato scritto, ma si producono a mezzo di lavoro umano, di donne e uomini in carne e ossa.

Detta così, è una frase banale, ma in realtà si pensa poco, anche perché esistono dati molto limitati, sul “contenuto in lavoro” di ciascuna merce. Eppure sarebbe utile chiedersi chi ci ha permesso di possederla; se non altro per dire almeno un grazie.

Facciamo un piccolo esercizio proprio con una bottiglia di conserva di pomodoro: innanzitutto occorre il lavoro degli agricoltori che preparano la terra e seguono la crescita della pianta di pomodoro, poi quello di chi lo raccoglie, un lavoro faticoso sotto il sole, che abbiamo visto “assegnato” proprio ai più poveri e ai più affamati, spesso sfruttati da chi preleva parte dei loro magri salari per alloggiarli in modo indecoroso, per trasportarli avanti e indietro del campo con quei “pulmini” altrettanto indecorosi. E non sono solo stranieri, ma anche italiani poveri, perché anche loro si adattano a qualsiasi lavoro – e non chiamiamoli “umili” lavori – per sopravvivere.

I pomodori fanno poi un lungo cammino, spesso in un camion guidato da un lavoratore esposto a tutti i pericoli della strada, amplificati dalla fretta e dal caldo e dalla stanchezza. Alla fine arrivano alla fabbrica dove altri lavoratrici e lavoratori li lavano, selezionano, avviano alle macchine che li trasformano in sugo.

Nella stessa macchina alla fine del ciclo la conserva viene posta in una bottiglia di vetro fabbricata da altri lavoratori, in qualche lontano posto, fondendo ad alta temperatura sabbia silicea e soda e altri ingredienti, ciascuno fabbricato da altri lavoratori che non sanno dove il vetro andrà a finire e chi dovrà ringraziare il loro lavoro, senza il quale la conserva di pomodoro non arriverebbe mai al negozio.

La bottiglia deve essere sigillata con un tappo metallico, fabbricato da qualcun altro e sulla bottiglia va applicata con la colla una etichetta, l’una e l’altra fabbricata da altri lavoratori. Infine la bottiglia di conserva viaggerà su automezzi guidati da un lavoratore e, una volta arrivata nel negozio, potremo portarla a casa grazie al lavoro della cassiera. Quante persone faticano, soffrono, talvolta muoiono per soddisfare le nostre necessità, anche per una banale bottiglia di conserva di pomodoro.

Esistono statistiche che indicano quanti addetti o quante ore di lavoro sono assorbiti ogni anno da ciascun settore produttivo, ma il numero di ore di lavoro e il numero di addetti dicono poco su “chi” sono quelli che dedicano un’ora della propria vita per produrre un euro di ricchezza, o un chilo di merce, o per permettere ad una persona ad una merce di percorrere un chilometro, e su dove quei “chi” hanno lavorato, su una piattaforma petrolifera, guidando un camion o un treno, davanti ad un macchinario, o mungendo una mucca.

Senza contare che ormai, con la globalizzazione, il ”chi” ha lavorato per farci avere la merce o l’oggetto che stiamo usando può avere la pelle di qualsiasi colore e vivere in qualsiasi paese della Terra. Ogni tanto ci sono risvegli di conoscenza e di coscienza quando qualche forma di violenza raggiunge le pagine dei giornali; è stato il caso della scoperta che il minerale contenente tantalio, in Congo, era estratto da lavoratori quasi schiavi. La storia del coltan insanguinato, dei diamanti insanguinati, è stata conosciuta, spesso grazie alle organizzazioni missionarie.

Ma la storia naturale del lavoro è ancora più lunga; le merci usate non scompaiono; li chiamiamo “rifiuti”, quelli domestici urbani, quelli “speciali”, 150 milioni di tonnellate all’anno in Italia. Ci siamo sempre detto che i rifiuti non scompaiono, che è opportuno smaltirli correttamente, che anzi è meglio riciclarli, ma si pensa poco anche qui a “chi” fa queste operazioni che molti non farebbero neanche per sogno; li sento, dalla finestra della mia camera, la mattina presto, quando svuotano i cassonetti facendo i conti con l’inciviltà di tanti animali urbani che lasciano le “immondizie” per terra, magari gli stessi che si lamentano perché un giorno gli “operatori ecologici” non sono venuti a svuotare i cassonetti.

Per non dire che una parte dei rifiuti viene esportata dove altri lavoratori, in genere in qualche paese povero, per pochi poveri soldi, spesso donne o bambini, razzolano fra tali rifiuti dei ricchi per ricavarne qualcosa di vendibile o di ancora utilizzabile. E chi poi pratica il recupero, per esempio, di metalli e materiali utili dai rifiuti elettronici che ne contengono in quantità, lo fa spesso fra fumi e acidi tossici.

Si lavora per soldi, naturalmente, per una paga che il datore di lavoro misura sulla base del prezzo a cui venderà la merce per assicurarsi un profitto, per cui la paga non ha niente a che fare con la fatica, il dolore, i bisogni, la vita delle lavoratrici o dei lavoratori.

E’ il capitalismo, bellezza. Se non ti va bene, questa è la porta. Ma ci sarà mai un mondo in cui il lavoro è felicità, orgoglio di fare cose buone e non solo armi o veleni, un mezzo con cui la lavoratrice e il lavoratore offre una parte della sua vita per risolvere problemi umani dei suoi simili?