L’esitazione non è un peccato

Big Brother

Sarantis Thanopulos e Silvia Vizzardelli, Il Manifesto
19 gennaio 2019

Silvia Vizzardelli: C’è una cecità del fatto, una cecità dell’accadimento di cronaca che occorre preservare, coltivare, proteggere. Le notizie che leggiamo sulla stampa e sui social sono sempre più sature di commento, di interpretazione e sempre più nemiche dell’ombra.


Leggiamo una notizia e siamo inesorabilmente spinti a interpretarla reattivamente, a dire la nostra, a essere della partita insomma. E ciò accade perché l’atto di dare la notizia è già sovrainterpretato. Non avere un’ idea nel merito è una colpa da nascondere prontamente.

Condividi con me l’invito a coltivare uno spazio-tempo di esitazione tra la notizia e la reazione, capace di riattivare falde di passato, come suggeriva Bergson, capace di spostare l’attenzione verso il fondo cieco dell’occhio?

La psicoanalisi ci aiuta a fare esperienza di vuoti generativi ma la sfida della contemporaneità è forse quella di far uscire dalla stanza di analisi questo atteggiamento esitante, portarlo a livello del sociale.

Sarantis Thanopulos: In una lettera a Lou Salomé, Freud scrisse che di fronte a una questione particolarmente complessa ricorreva a una volontaria cecità.

Gli serviva per eliminare ogni visuale precostituente. Penso che in questo modo uscisse da un’involontaria cecità – l’ottusità dello sguardo che già sa ciò che vede -, per guardare la cosa sfuggente al suo sapere come se la vedesse per la prima volta. Esitando a coglierne il senso.

La cecità volontaria, l’esitazione che sospende lo sguardo interpretativo, restituisce alla notizia la sua complessità, il fatto che è tale soltanto se ci sorprende, ci coglie alla sprovvista (anche quando si tratta di cose che sono accadute, accadono e accadranno ancora).

Sostare nella sorpresa, lasciare che faccia strada dentro di noi in profondità (che l’esitazione diventi sedimentazione), dischiude la conoscenza dell’accaduto a diversi esiti e possibilità. Crea un’interpretazione che disloca lo sguardo e amplia il campo visivo.

Vizzardelli: È vero. Freud chiude gli occhi continuamente. Si acceca dinanzi alle parole del paziente e, grazie alla cosiddetta attenzione fluttuante, lascia emergere un’altra visione, quella dal fondo dell’occhio, piena di lacrime. Anche la sua scrittura è spesso cieca: non precipita verso la conclusione del sapere, sopporta l’esitazione del senso.

È una lezione che è stata raccolta da Derrida, quando nel 1990 diede alle stampe il suo capolavoro, Memorie di un cieco, e dialogando con l’iconologia, la psicoanalisi, la filosofia portò in primo piano il valore generativo dello sguardo di tenebra: una vista esposta alla caduta, alla perdita, che procede a tentoni, allungando le mani per toccare ciò che ancora non può essere compreso, visto.

Si sente la mancanza di questo “brancolare nel buio” nel modo di dare e leggere le notizie oggi. È come se l’occhio fosse stato privato delle sue palpebre e, puntato senza vuoti sulla luminosità abbacinante del fatto, non fosse più capace di esitazione e di memoria.

Thanopulos: La memoria messa in gioco dall’incedere esitante, non guarda al passato ma al futuro. L’esitazione riapre nello sguardo di prima l’antico gesto interpretativo (il movimento del desiderio capace di dar senso, far esperire il fatto percepito) che compiuto, consolidato resta, nondimeno, sempre insaturo, in attesa di nuovi approdi.

Bisogna conservare dentro di noi il modo con cui il bambino muove i suoi primi passi (e tutti i momenti successivi della vita in cui ciò si ripete).

Il bambino esita, non tanto per insicurezza, ma per sostare nell’esperienza, viverla e significarla. L’interpretazione compulsiva, è un agire predeterminante, destinato a sbattere al primo ostacolo che il caso gli mette davanti.

Ultima modifica il Sabato, 19 Gennaio 2019 08:57
Devi effettuare il login per inviare commenti

facebook