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Troppo comodo piangere

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Melania Mazzucco, La Repubblica

16 novembre 2019

Venezia non crede alle lacrime. È troppo comodo piangere per la sua bellezza oltraggiata piuttosto che agire per difenderla. Il luogo comune della presunta morte di Venezia ci affligge da più di cent'anni, e la prognosi infausta proclamata da scrittori e artisti sedotti dalla decadenza è servita col tempo a giustificare compromessi, concessioni, sacrilegi e scempi.

La fine delle industrie, la rarefazione delle fornaci e delle attività artigiane, lo spaccio permanente del fasullo, la resa alle grandi navi, fino all'emorragia di residenti che ha spopolato intere calli, nelle quali la sera, nel vuoto metafisico, rimbomba solo un brontolio fastidioso - le ruote delle valigie dei turisti che vagano alla ricerca del loro B&B.

Li vedi anche all'indomani dell'inondazione, con le gambe a mollo nella piscina di piazza san Marco, a farsi selfie, sorridenti e divertiti mentre tutt'intorno galleggiano arredi e sacchi di spazzatura, davanti agli ingressi dei locali s'ammucchiano merci ed elettrodomestici marciti e inservibili, e sui muri l'acqua grande del 12 novembre ha scritto una riga indelebile come una cicatrice.

Eppure l'onirica bellezza di Venezia che oggi tutti vorremmo salvare non è un accessorio estetico, ma il prodotto - artificiale - del lavoro degli uomini, tutti, che ci vivevano. La chiamavano "Serenissima".

La stabilità delle sue istituzioni, la spregiudicata intraprendenza dei suoi mercanti, la specializzazione dei suoi operai, la lungimiranza dei suoi politici - capaci di fronteggiare stati infinitamente più vasti, popolosi e con eserciti più potenti - la disponibilità di accogliere gente di tutte le lingue, usi e costumi e di assimilarla purché venisse per lavorare e vivere in armonia con quella del luogo, la capacità di sincronizzarsi con la natura (la laguna, i fiumi, il mare, la terra, i boschi), di rispettarla e però di domarla e sottometterla quando necessario, ne hanno fatto un modello di stato capace di durare mille anni.

Non ho mai capito come e perché quell'esperienza o almeno il meglio di essa - non sia stata un esempio, e una pietra di paragone. Perché Venezia non sia diventata la capitale d'Italia, o d'Europa, o delle Nazioni Unite, e sia stata barattata con un luna park, simulacro di se stessa, coi monumenti ridotti a scenograna, sempre più estranei e indecifrabili ai visitatori di passaggio, sempre più fragili da custodire via via che perdevano funzione e scopo.

Chi può permettersi di manutenere un palazzo affrescato, una chiesa, un lazzaretto, una caserma, un manicomio, un carcere, o un'isola addirittura (si pensi al destino di Poveglia), senza abitanti, parrocchiani, appestati, soldati, prigionieri o matti?

Venduta alla vandalizzazione del turismo di massa, alle speculazioni oscene di chi si è arricchito perfino sulla Grande Opera - forse nociva, inutile, o abortita già dopo il concepimento - ma che comunque era stata immaginata per proteggerla. Azioni giudicate fisiologiche, esito di una corruzione abituale in un Paese come il nostro, che non hanno suscitato nemmeno troppa riprovazione (a differenza di quella verso gli avvelenatori della terra dei fuochi e i seminatori di amianto), e invece ripugnanti e obbrobriose. C

hi ruba le medicine a un malato non si limita a delinquere. Assassina un'idea di cura - fosse anche sbagliata o palliativa la terapia. Impediamo che, come per il terremoto del 30 ottobre 2016, l'esiguità delle vittime della sciagura (sia duraturo il ricordo del signor Giannino Scarpa, della sempre trascurata Pellestrina, l'isola più remota, povera e autentica della laguna) non susciti la mobilitazione collettiva che è invece necessaria.

Se come tutti ripetono Venezia non è dei veneziani ma appartiene all'umanità, è il momento di dimostrarlo. Si aiutino gli anziani a restare e i giovani e le famiglie a tornare (servono incentivi, come a Berlino, dopo la caduta del muro); i negozianti stremati a non vendere; gallerie, musei, chiese, archivi, biblioteche e librerie a riaprire e riparare.

I politici e gli amministratori non si limitino a risarcire, ma prendano provvedimenti per creare le condizioni di una rinascita. Imprenditori, banche, associazioni, centri sociali, cittadini, mettano risorse - materiali e immateriali, denaro e idee - in un'azione che non sia solo di recupero, restauro e messa in sicurezza (primaria nell'immediato, precaria in prospettiva), ma restituisca alla città e al suo territorio un progetto di sviluppo.

Venezia ha bisogno di futuro per salvare il suo passato.

Ultima modifica il Domenica, 01 Dicembre 2019 09:28
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