2 giugno oggi e ieri

di Vittoria Tola
2 giugno 2012

Nel 1959 un giornalista francese commentò  il fenomeno delle Madonne pellegrine dicendo: "So perché in Italia tante Madonne piangono: è la terribile condizione della donna nel vostro paese" riferendosi alle condizioni materiali ma soprattutto alla mancanza di diritti delle donne italiane. Da quel tempo sono cambiate molte cose e abbiamo conquistato molti diritti ma situazione in Italia è poco rosea perché anche oggi l’esigibilità dei nostri diritti e la relazione con gli uomini di questo paese è davvero poco invidiabile.

Gli uomini  mariti, fidanzati conviventi ecc, spaesati, sbalorditi, impotenti di fronte al cambiamento di liberà e di ruoli  che si è delineato si arroccano dietro vecchi ma protettivi pregiudizi e nuovi stereotipi  e si difendono con gli strumenti di cui dispongono: violenza ed esclusione mentre politici e forze varie tacciono o varano politiche penalizzanti, o organizzano marce contro l’autodeterminazione delle donne.

E’ difficile non registrare come la condizione delle donne, migliorata dagli anni ‘60  fino agli anni 90, poi, negli anni 2000  sia andata peggiorando. Nonostante la loro coscienza e il grande patrimonio culturale e politico messo in campo
Negli ultimi 18 mesi in particolare nella deflagrazione di una crisi economica devastante si è palesata una crisi politica e di rappresentanza senza precedenti nella storia repubblicana. La riflessione storica sul 150 cinquantesimo e fondamenti su cui si regge l’Italia si è sviluppata per tutte le celebrazione prevalentemente tra uomini in modo sgradevolmete monosessuato, e non solo per gli attori sulla scena, a fronte delle ricerche e delle competenze delle donne. Questa prevalenza di temi e soggetti monosessuati emerge anche nelle  poche ricerche di soluzione alla crisi che ignorano non solo le esigenze di  metà della popolazione italiana, ma anche un approccio e una cultura politica come quella del femminismo che potrebbe tornare utile.

Le proposta, per esempio, sulla rappresentanza, lanciata  già nel 2008 dalla legge di iniziativa popolare dell’ Udi di “50e50 ovunque si decida, è un completo cambio di paradigma che richiama alla capacità/necessità di pensare una democrazia paritaria affrontando la riforma del sistema elettorale, la diversa selezione dei gruppi dirigenti, la modifica in senso costituzionale dei partiti politici. La proposta mette al centro la problematicità della democrazia incompiuta del nostro paese e per questo oggi è considerata l’unica proposta percorribile da tutte perché capace di attrarre nuove forze più credibili nella scena pubblica e nuove competenze per il governo del paese.

Ma non è considerata seriamente in ambito partitico-istituzionale o nell’ambito delle cosiddette élites dirigenti di questo paese. Questo non sorprende nonostante che le scelte fatte da queste forze, le stesse che hanno determinato questa situazione di esclusione e disparità, oggi siano considerate profondamente negative non solo per le donne ma per il paese intero. Perché non si vuole affrontare l’idea che la politica è altro dalla deriva di un potere senza regole che vediamo quotidianamente e che porta corruzione e discredito alla politica stessa e malessere sociale.

Il 2 giugno 2012 è il 66° anniversario della nascita della Repubblica ma è anche il 66 anniversario del voto alle donne. Questa data cade in tempi di grande incertezza e preoccupazione. La situazione è drammatica per tanti, ma che per le donne raggiunge un dato record negativo sullarappresentanzafemminile ma anche nella disoccupazione, inoccupazione e  precariato, nell’esplosone della violenza maschile e nei femminicidi, mentre torna con i fatti di Brindisi nuovamente l’incubo stragista.

Con la crisi si moltiplicano i tentativi più o meno brutali di riportare le donne a un ruolo tradizionale e di rafforzare a loro spese un welfare gratuito per lo stato pensandole come cittadine di serie B. Nelle democrazie moderne il concetto di uguaglianza giuridica è fondamentale perché l’uguaglianza é la premessa e la promessa della democrazia. Se questa premessa è inficiata ne risulta distorta l’idea stessa di democrazia. Se la rappresentanza è monosessuata ugualmente perché al suffragio universale non corrisponde la possibilità, per una parte consistente della popolazione, di accedere alla rappresentanza e misurarsi con la responsabilità politica di governare la propria vita e il proprio paese. La violazione di questo diritto condiziona le decisioni che riguardano tutta la nostra vita Se poi guardiamo a un fenomeno drammatico come la violenza e al silenzio assordante che in ambito politico lo circonda, la mancanza di contrasto ai violenti non può non apparire complicità culturale ma anche politica.

D’altra parte quando viene invocata, per arginare la violenza, la necessità della prevenzione e del cambiamento culturale nelle relazione tra i sessi a partire dalla scuola, e niente nella sulla  scena politica o mediatica, trasmette il riconoscimento del fatto che la società è fondata su due generi e questi, pur differenti, hanno pari diritti e pari dignità non è chiaro di cosa parliamo. Se bisogna costruire relazioni positive e non prevaricanti  tra le ragazze e i ragazzi come possono convincersi  i giovani di questo se tutto ciò che li circonda li porta in direzione opposta? E’ (per fare un paragone improprio), come elogiare il valore educativo del calcio italiano nel pieno dello scandalo del calcioscommesse.

Il contenimento della cultura della violenza maschile passa  da segnali e fatti i che  educano i giovani a conoscere e ri-conoscere nel mondo che li circonda che è possibile una relazione positiva tra uomini e donne, che non esistono solo  relazioni di possesso e di potere. Ma la scena pubblica è fondamentale per come i politici e i mass media considerano e rappresentano le donne.

Questa è la vera sfida di una educazione  che sia anche educazione  alle relazioni e  ai sentimenti, un’educazione positiva perché basata su idee e consapevolezza, il valore di ogni persona, della sua libertà e della sua responsabilità, collegata ai valori  costituzionali  a partire dalla realtà e dai soggetti storici che  questa Carta  hanno determinato.
Ricordava la senatrice Merlin che, quando propose alla Costituente l’emendamento all’articolo 3 della Costituzione con l’aggiunta delle parole di sesso alcuni dei colleghi osservarono che  con le parole tutti i cittadini si indicavano uomini e donne e quindi l’emendamento  era superfluo, lei  replicò: cittadino è considerato solo l’uomo con i calzoni e non le donne anche se ora la moda consente loro di portare i calzoni.

La senatrice Merlin condusse e vinse, contro l’opposizione di tutti i reazionari, un’altra battaglia per i diritti costituzionali: la chiusura delle case chiuse nel 1958, quasi 100 anni dopo che il movimento di Anna Maria Mozzoni aveva sfidato sulla prostituzione di stato il nuovo Parlamento Italiano.

Quindi quando si invoca il ruolo della scuola per educare i giovani alla cultura dell’antiviolenza e a un’educazione di genere è necessario capire di che cosa parliamo e che cosa si propone. Se piccole iniziative di sensibilizzazione come tante se ne fanno grazie a insegnanti attenti, magari da estendere o rendere permanenti, o non sia necessaria una rivoluzione nell’insegnamento a partire dalla storia in particolare (ma il problema  riguarda anche tutte le altre materie)  che insegni ai ragazzi e alle ragazze a riconoscere come uomini e donne sono stati nella storia e  i perché, i processi e i conflitti che ci hanno portato a essere come siamo e che tutto sono meno che uno stato di  natura. Cosi’ i giovani possono essere aiutati a decodificare linguaggi, simboli, processi e soggetti che sono presenti nella loro vita ma occulti e la condizionano negativamente.

A cominciare dalla situazione per i ragazzi  più naturale. Le loro vicine di banco in classe, vicinanza  naturale per loro come la loro libertà di movimento e di vestiario, l’uso del cellulare o del  computer. In realtà in Italia la scolarizzazione di massa è stata insieme un grande risultato democratico e uno dei grandi fattori di mutamento della coscienza e del ruolo femminile. I nostri ragazzi siedono ormai fianco a fianco in ogni ordine e grado della scuola  ascoltano le stesse cose, hanno lo stesso processo di integrazione sociale, si impegnano sugli stessi obiettivi. Ma le disparità sociali  tra uomini e donne permangono. Perchè questa trasformazione radicale è stata ed è vissuta dalla scuola quasi inconsapevolmente. E non è stata sostenuta da altre politiche.

Spesso non è spiegato ai ragazzi né sui libri di testo, né da riflessioni, la trasformazione dei processi che la scuola ha indotto rendendoli coscienti dei problemi della trasformazione dei ruoli che la nostra società attraversa e che non ha ancora totalmente compiuto e che spesso vive in base a stereotipi. La forza dei mass media sembra più determinante in questo senso.
Ma la scuola può  stimolare una riflessione critica sul presente partendo anche dal passato rendendo la storia delle donne non un capitolo aggiuntivo della storia generale, ma piuttosto una chiave di lettura di questa stessa storia alla quale dobbiamo dare delle risposte anche nella didattica e nella formazione degli insegnanti.

Oggi però il difetto di memoria non è solo peccato di omissione ma mantenimento consapevole di pregiudizi e stereotipi contro le donne. A partire dalla nascita della repubblica e in essa del ruolo delle donne. Difficilmente se ne parla ai giovani. Come  non si ricorda che il voto politico delle donne è strettamente legato al referendum per la forma di governo e per la Costituente. Come non si ricorda che il decreto legislativo luogotenenziale, governo Bonomi, è del 30 gennaio 1945, mentre Italia del nord era ancora occupata dai nazifascisti. Il decreto legislativo è di soli tre articoli. Il primo estende il diritto di voto alle donne, il secondo ordina la compilazione di liste elettorali femminili distinte da quelle maschili, il terzo esclude le prostitute che esercitavano il meretricio al di fuori di luoghi autorizzati.

La discriminazione è resa più grave dall’ipocrisia di escludere dal diritto di voto le prostitute visibili, mentre potevano votare (oltre i clienti) quelle delle case chiuse. Questa norma viene abrogata nel 1947.
Nel decreto non è prevista l’eleggibilità delle donne, che sarà sancita solo nel marzo 1946 prima delle elezioni comunali. Apparentemente un errore ma significativo del fatto che molti, allora come ora, pensavano che le donne non erano adatte a governare. Prima importanti associazioni del movimento femminile avevano fatto sentire la loro voce per  ribadire che il voto  non poteva essere una pura e semplice concessione.

Nell’ottobre 1944 l’UDI, insieme alll’Alleanza femminile pro suffragio e la FILDIS (Federazione italiana laureate e diplomate istituti superiori), inviò un promemoria al capo del governo Bonomi, affinché l’estensione alle donne del voto e dell’eleggibilità fosse tenuta presente nell’elaborazione delle leggi elettorali per le future consultazioni. Nello stesso mese, sempre l’UDI indisse a Roma un incontro con le esponenti di  tutti i partiti politici. Dalla riunione nacque un Comitato pro voto, che il 27 sottopose un promemoria al CLN nazionale. Il 15 novembre un gruppo di donne presentò una mozione al CLN e nello stesso mese il Comitato pro voto si fece promotore di  molte altre iniziative.

E’ degno di nota che il decreto del 30 gennaio 1945 non susciti i nessuna discussione politica e nessuna contrarietà come era successo per tutto l’800 ed i primi del ‘900.
D’altronde, nel 1945, questo non era possibile: quasi tutto il mondo ormai, aveva concesso il voto alle donne e le donne erano presenti nella Resistenza.
Il voto arriva così senza neppure un eco delle battaglie femministe o dei dibattiti parlamentari che avevano periodicamente e infruttuosamente contrassegnato i decenni dell’età liberale.

Il  fascismo aveva  cancellato la memoria storica delle rivendicazioni femministe dell’800 e del primo 900. Noi  oggi rischiamo di commettere lo stesso errore.
Ma di questo problema si è persa persino la traccia nel dibattito lungo un anno sui 150 anni dell’Unità d’Italia che spesso è sembrata una celebrazione di conflitti e accordi tra gli uomini di questo paese e un modo di celebrare la nascita o il consolidamento, il dominio o la scomparsa delle élite dirigenti  maschili e dei loro interessi. La storia del  voto alle donne, nella vulgata dominante, fa persino fatica a ricordare quanto questo sia il risultato per il contributo delle donne alla Resistenza.

La scelta di 30mila donne di entrare nelle forza combattenti della Resistenza e 70mila nei gruppi di difesa femminili senza dubbio richiedeva un grado di determinazione maggiore che non per gli uomini.
Venuto il momento di celebrare la vittoria della Resistenza, il contributo delle donne fu in larga misura sottaciuto nonostante Ferruccio Parri abbia affermato che la Resistenza senza le donne non sarebbe stata possibile proprio per le sue caratteristiche di guerra partigiana. Ma nelle celebrazioni del 25 aprile, anche quest’anno, si ricordano minuziosamente tutti coloro, partigiani di ogni credo politico e militari di ogni arma in ogni teatro di guerra ma sempre poco e sempre meno le donne. Si parla di Resistenza taciuta ma è ancora un modo di nascondere la presenza e il protagonismo femminile e quindi a depotenziare il loro ruolo nella politica e nella realtà del paese.

Nel preambolo del decreto sul voto alle donne non è prevista la eleggibilità delle donne, che sarà sancita solo nel marzo ‘46. Non si tratta solo di una dimenticanza,  molte tracce indirette sono una spia del fatto che il principio della eleggibilità delle donne suscita perplessità ed ostacoli nonostante uomini come De Gasperi, Togliatti, Pio XII avvertano l’enorme importanza del voto alle donne e capiscano il mutamento radicale che esso comporta (infatti fu molto temuto) e che essa diventa un elemento chiave non solo per determinarne i successi o gli insuccessi politico elettorali di ognuno di essi ma costruire un paese nuovo e diverso. Una democrazia vera anche per le donne. Basta leggere per capire l’ultimo libro di Marisa Ombra Libere sempre (Einaudi 2012).

Tra il 1946 e il 1948 il voto delle donne decide gli equilibri della Repubblica e lo spostamento del voto delle donne, negli anni ’70, quando si passa da una maggioranza netta di voto femminile alla Dc ad una minoranza netta dopo il 1975 cambia i rapporti  politici.
I referendum sul divorzio e sull’aborto evidenziano quanto sia determinante il voto femminile quando esse riconoscono la forza della posta in gioco e dei loro diritti.

L’esperienza delle prime elezioni dimostra che molti degli antichi pregiudizi sull’indifferenza delle donne sono bruscamente smentiti. Il 2 giugno l’affluenza fu altissima. 89,1% e il numero delle elette meno basso del previsto. Le donne lo raccontano con emozione perché votare ed essere elette significava per le donne entrare in una sfera, fino ad allora esclusivamente maschile ma anche misurarsi con la democrazia e le sorti del paese.
Passata la novità, nelle elezioni successive, la percentuale di donne elette andò diminuendo e non certo per  loro scelta. Le donne ministro o sottosegretario sono state  sempre troppo poche. Anche oggi e  in contraddizione con quanto avviene nella società civile dove le donne accedono anche ad alti livelli in tutti i campi professionali.

Abbiamo raggiunto la parità in molti campi ma non nel governare. A parole tutti concordano sulla proposta del 50e50 ma la strada sembra ancora troppo lunga e mentre la crisi politica, culturale, istituzionale ed economica imperversa le donne sono emarginate dalla decisione politica.

Nel momento in cui si arriva al voto e alla Costituzione, l’idea di donna come cittadina con pieni diritti è debolissima anche nelle strutture statuali. Facciamo qualche esempio che ci aiuta anche a capire l’oggi e da cosa è prodotto:
Nel 1956 la Corte di Cassazione si pronuncia a favore delle botte, purché prenderle sia la moglie perché  il marito, è depositario, sostengono i giudici, di un potere di correzione e di disciplina nella compagine familiare. La Cassazione consiglia anche una vis modica (?) se lei da chiari segni di distrazione dal dovere di fedeltà e quindi le botte se le è meritate.
Chissà se significa qualcosa in un  paese che ha un altissimo tasso di violenza in famiglia contro le donne. Ogni giorno!

Nel dopoguerra, nonostante la Costituzione, esiste la norma che distingue l’adulterio femminile da quello maschile. Lei commette reato, lui no. L’art. 359 del Codice penale recita: la moglie adultera è punita con la reclusione fino ad un anno. Con la stessa pena è punito il correo. Con due sentenze del 19 dicembre 1968 la Corte Costituzionale abrogherà l’articolo sul diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile e quello analogo del Codice penale. Solo nel 1975 la legge riconosce la parità giuridica tra i coniugi, che hanno uguali diritti e responsabilità e attribuisce ad entrambi la patria potestà.

E’ il nuovo diritto di famiglia che tra l’altro introduce la comunione dei beni, elimina l’istituto della dote, abroga la separazione per colpa, elimina ogni distinzione tra figli legittimi e figli naturali; riconosce alla donna il diritto di conservare il proprio cognome, al quale potrà aggiungere quello del marito. Così si attua finalmente l’art. 29 della Costituzione che tutela la parità dei coniugi nel matrimonio.

La legalizzazione della contraccezione e l’approvazione della L.194 riconosce alle donne il diritto alla gestione del proprio corpo e della propria sessualità. Il femminismo cambia rapporti personali e concezione della politica ma comincia la restaurazione, mascherata in vari modi, prima con il terrorismo e il riflusso, poi con le televisioni commerciali e il consumismo, con il degrado della politica come scopre Tangentopoli e la nascita di partiti personali di uomini padroni. I diritti e la partecipazione delle donne si oscura.

Esse vengono sempre più rappresentate, e in parte si fanno rappresentare, come oggetti sessuali in nome della libertà. Molte sono indotte a credere che quella scorciatoia porti soldi, successo e potere. Alcune ce la fanno molti milioni oggi sono alle prese con un presente duro e un futuro disperante su cui la politica continua a non cercare risposte adeguate. Mentre forze reazionarie e  antifemministe  tentato  con proposte varie di rimettere indietro l’orologio della storia indicando le donne, in apparente contraddizione con la  sessualizzazione spinta,  come persone da tutelare incapaci di decidere e gestire la loro sessualità, le loro scelte procreative, la loro vita. Qualcuno come C.Casini, Tarzia, Formigoni  penserà e deciderà per loro. In loro l’ordine sociale è pensato ancora, nonostante tutte le conquiste legislative e di coscienza e la formazione ricevuta, come quello di Pio XI dove la donna  doveva essere bella, tacere stare a casa, magari anche in televisione o sulla pubblicità, ma solo come ornamento estetico per mantenere un potere maschile sempre più dannoso.

Ci sono altre strade, perché non proviamo a percorrerle  a partire dal diritto di voto anche passivo per tutte/i come la base fondante della convivenza civile e della politica?  Ai giovani e alle ragazze dobbiamo almeno questo: aiutarli a conoscere cosa ha prodotto lo stato di cose esistente in modo che consapevolmente e criticamente possano fare le loro scelte e decidere cosa accettano o cosa rifiutano della nostra eredità e come  possono costruire la loro vita. Consapevolmente e insieme! Riconoscendosi reciprocamente. A cominciare dal 2 giugno!
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