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sabato 18 agosto 2018



"Sono un cittadino, non di Atene o della Grecia, ma del mondo".
Socrate




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I giovani e la cittadinanza

Migranti Rifugiati CittadinanzaSarantis Thanopulos, Il Manifesto
21 ottobre 2017

Sebastian Kurz, trionfatore delle recenti elezioni in Austria, è un esempio eloquente dello stantio – lo spirito delle acque stagnanti, limacciose dell’esistenza – che si impossessa del nuovo, prima del suo tempo di fioritura, e lo espropria del suo destino, lo vampirizza.

La sua mancanza di conoscenza della vita e la sua disinvolta irresponsabilità ne fanno il manichino perfetto di una tendenza collettiva che fa del rifiuto dell’esperienza la sua ragione del vivere.

La grandezza dei flussi migratori e la massiccia domanda di ospitalità, accoglienza, colpiscono le società democratiche in quella che è la contraddizione di fondo della loro costituzione: il diritto di cittadinanza.

La Polis, la città governata dai suoi cittadini, si è costituita a partire dalla sua contrapposizione all’oikos, alla legge di sangue. Tuttavia, ciò che essa ha accompagnato alla porta, l’ha reintrodotto, in parte, dalla finestra, inserendo il requisito normativo di essere figli di indigeni per potere essere cittadini.

La Polis dei cittadini e la Polis degli aventi diritto di cittadinanza non coincidono.

La prima, compimento della democrazia mai finora realizzato, è governata da chi ci vive, ci lavora e fa parte delle sue relazioni di scambio. La seconda, fondamento della nostra democrazia incompiuta, traccia una linea di demarcazione, che è discriminazione, non tra sé e i suoi nemici esterni, i regimi dispotici, ma all’interno della sua stessa popolazione. Di questa auto-limitazione interna è corollario una politica di scambi ineguali, volti a proprio favore, con le realtà esterne.

Nata per aprirsi alla fraternità universale (il suo orizzonte di riferimento), la Polis si è data subito confini netti.

La distinzione tra cittadino e non cittadino, la cittadinanza come diritto restrittivo è, secondo il principio della fraternità – superiore a ogni necessità -, arbitraria, ingiusta. Separa la giustizia dalla legalità.

Le società democratiche sono vulnerabili. La loro spinta propulsiva si sta esaurendo. Se alla prova dei migranti falliscono, incomberà su di esse il rischio di estinzione.

In primo luogo perché l’incapacità di gestire i flussi inserendoli negli scambi in modo democratico e quindi sfumando sempre di più la linea di demarcazione tra cittadini e non cittadini (sino alla sua abolizione), lascerà spazio libero ai metodi dei regimi autoritari ad esse contrapposte che le sconfiggeranno, in questo modo, dall’interno.

In secondo luogo perché il rigetto dello straniero o il suo inserimento in relazioni di sfruttamento (che lucrano sul rigetto) esilia il desiderio nel soggetto rigettante/ sfruttatore e sposta le relazioni umane sul piano dei bisogni, il regno dei rapporti di forza.

Il desiderio è democratico: ama la differenza, la libertà e l’uguaglianza, si dissolve in loro assenza. Il bisogno, lasciato a sé, rincorre gli automatismi e ci rende prede del dispotismo.

Il futuro della democrazia è affidato agli scambi tra soggetti paritari, concittadini perché vi partecipano e non per legami di sangue o di terra comune. Si è cittadini nell’agorà, sempre più una realtà in movimento, in viaggio.

Sono i giovani di ogni colore, etnia, credo religioso e lingua, che oggi abitano il mondo da cittadini liberi, a portare nel loro cuore, nel loro sangue, il sogno di una democrazia compiuta.

Sono il vento propizio della Storia che dà senso (significato e direzione) al futuro. Kurz è affetto di grave conformismo: l’aterosclerosi dell’anima, una malattia che può essere precoce.

A questa malattia, che dobbiamo tenere lontano dalla gioventù, non si affida il compito di governarci.