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martedì 11 dicembre 2018



"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà".
Marco Polo



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Dalla Diaz alla Dia: una scelta inopportuna

Tortura ViolenzaRiccardo Noury, Il Manifesto
28 dicembre 2017

Il 5 luglio 2012 la V sezione penale della Corte di Cassazione confermava definitivamente le condanne, tutte andate in prescrizione, di 25 funzionari di polizia per le torture (questa parola la userà poi la Corte europea dei diritti umani nel giugno 2017) eseguite alla scuola Diaz di Genova nel 2011.

Tra i condannati in via definitiva che, secondo la Suprema corte, «hanno gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero», c’è Gilberto Caldarozzi: condannato per aver preso parte alla creazione di prove false finalizzate ad accusare decine di persone vittime dell’irruzione alla Diaz. Cinque anni dopo, il 5 luglio 2017, con 30 anni di ritardo rispetto alla ratifica della Convenzione Onu, il parlamento italiano introduce il reato di tortura nel codice penale.

Passano poco più di due mesi e, con una decisione che all’epoca passa inosservata, il ministro dell’Interno Minniti nomina Caldarozzi numero due della Dia, la struttura-chiave della lotta alla criminalità organizzata. La decisione tecnicamente e dal punto di vista formale non è attaccabile: il 5 luglio (ancora!) sono infatti scaduti i 5 anni di interdizione dai pubblici uffici per i condannati della Diaz. Dal punto di vista del riguardo per le vittime della Diaz e della cultura dei diritti umani, la decisione invece appare estremamente inopportuna.

Nella mail con cui alla vigilia di Natale mi segnalava la notizia, Enrica Bartesaghi, presidente del Comitato verità e giustizia per Genova, scriveva: «In questi lunghissimi anni ho assistito a numerose promozioni indecenti di buona parte dei condannati per le violenze e le torture alla Diaz e a Bolzaneto, da parte di tutti i governi che si sono succeduti. Non c’è mai stata alcuna sospensione, nessun allontanamento dei colpevoli, nessuna legge o riforma volta a prevenire e condannare quello che è successo a Genova».

L’assenza di cultura dei diritti umani, a prescindere dalla vigenza di leggi e di come siano scritte, produce esattamente questo. Ce l’hanno rimproverato chiaramente i giudici di Strasburgo: se è grave non aver saputo emettere pene adeguate alla gravità del reato, altrettanto grave è non avere inflitto neppure sanzioni disciplinari, al punto che i responsabili di comportamenti gravissimi hanno potuto addirittura fare carriera.

L’Italia attraverso le sue istituzioni, non prendendo le distanze, ha mandato un segnale inaccettabile. Infatti Gilberto Caldarozzi, il “cacciatore di mafiosi”, non è il primo dirigente di polizia ad avere, dopo Genova, ricoperto incarichi di primo piano. Il segnale che arriva alle vittime di Genova è che nel capoluogo ligure 16 anni e mezzo fa non c’è stata una “macelleria messicana”: tuttalpiù, un innocuo mercatino di Natale fuori stagione.