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domenica 18 novembre 2018



"Le azioni umane adombrano sempre un certo fine, che può diventare inevitabile, se in quelle ci si ostina. Ma se vengono a mutare, muterà anche il fine".
Charles Dickens



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Quaranta candeline per la 194. Cosa resta di una legge

Donne Aborto 194Eleonora Martini, Il Manifesto
18 maggio 2018

Limiti di età per l’accesso alla contraccezione di emergenza, ricovero obbligatorio per l’aborto farmacologico, smantellamento dei consultori familiari laici, eccesso di ricorso all’obiezione di coscienza. E burocrazia, ostacoli, trafile estenuanti. Solitudine.

Poi però basta un pc, una mail finta e una carta di credito con una disponibilità finanziaria di qualche centinaia di euro al massimo, e sul web in pochi secondi si possono trovare oltre 3 milioni di modi di dribblare, almeno in parte, gli impedimenti creati da una politica ascientifica che in questi 40 anni ha segnato l’applicazione della legge 194.
Ecco, per scattare una fotografia di compleanno alle «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza» promulgate il 22 maggio 1978, bisogna partire da qua.

Dal fatto che qualunque crociata antiabortista, che in Italia trova ancora tanto terreno fertile – anche se non usa più le manette come nel 1975, quando la battaglia per l’emersione delle centinaia di migliaia di aborti clandestini praticati allora ogni anno fu segnata dall’arresto dei leader radicali Emma Bonino, Adele Faccio e Gianfranco Spadaccia – deve oggi fare i conti con una nuova realtà. Inimmaginabile, allora, né dai Radicali che erano fortemente contrari alla 194, né ai movimenti femministi e di sinistra che lottarono per una legge molto più laica di quella approvata il 15 aprile 1978.

Una realtà, quella di oggi, di un mezzo tecnologico che permette a donne, senza limiti di età, di acquistare online farmaci abortivi da usare a casa o contraccettivi d’emergenza da prendere uno, 3 o 5 giorni dopo il rapporto sessuale a rischio. Senza alcun controllo, ma neppure sostegno.
2015, VOLA L’ ABORTION DRONE

Ed è davvero facile, abbiamo provato: basta googlare «RU486 sale online» o «emergency contraception» o, per esempio inserire il nome commerciale del farmaco, «EllaOne», per avere solo l’imbarazzo della scelta. Bisogna rispondere a una manciata di domande, scegliere se avvalersi di una consulenza medica via chat oppure no, e infine spendere tra gli 80 e i 200 euro, a seconda della tipologia di medicinale e della rapidità della consegna.
La ginecologa olandese Rebecca Gomperts a bordo della nave «Women on waves»

Oppure, per andare sul sicuro e risparmiare anche un po’, si può chiedere aiuto direttamente ad una delle associazioni più attive nel campo: «Women on web», che nasce come evoluzione dell’organizzazione no-profit «Women on waves», fondata nel 1999 dalla ginecologa olandese Rebecca Gomperts quando, a bordo di una nave e in acque internazionali, forniva la pillola RU486 (già legale, allora, in Olanda) alle donne che vivevano in Paesi dove l’aborto era vietato o di difficilissimo accesso. Memorabile fu la campagna del 2004 in Portogallo quando per impedire all’imbarcazione della dottoressa Gomperts di entrare in acque nazionali, la Difesa portoghese inviò due navi da guerra.

Oggi, come ha raccontato lei stessa intervenendo al recente Congresso mondiale per la libertà scientifica tenuto a Bruxelles dall’Associazione Luca Coscioni, gli uomini e le donne di «Women on web» praticano azioni di disobbedienza civile che assomigliano quasi a performance artistiche, dall’alto contenuto simbolico oltre che civico. Come nel 2015, quando per la prima volta fecero alzare in volo gli «Abortion drone», droni spargi pillole lanciati dalla Germania verso la cattolicissima Polonia (e l’anno successivo verso l’Irlanda del Sud e del Nord), per portare alle donne, cui è impedito il ricorso ad una sicura interruzione volontaria di gravidanza (IVG), farmaci abortivi e numeri di telefono utili per un consulto medico.

Ma le richieste di aiuto, all’associazione «Women on web», arrivano anche dall’Italia: «Nel 2017 siamo stati contattati da 474 donne che vivono sul territorio italiano», riferisce al manifesto Rebecca Gomperts. E il trend sembra in salita perché «nel 2016 erano 202, nel 2015 poche di più, 278, mentre nel 2014 sono state 53 e nel 2013 in 28 ci avevano chiesto di fornire loro farmaci abortivi». «Al netto delle eccezioni – continua la portavoce di Women on web – possiamo semplificare dicendo che in genere riceviamo quattro tipi di richieste dall’Italia: donne italiane residenti in piccole città che sono circondate da obiettori di coscienza e/o non possono spostarsi per raggiungere un ospedale; donne italiane che conoscono qualcuno all’ospedale e diffidano della riservatezza di medici e infermieri; donne italiane che possono andare in ospedale ma sono convinte che saranno maltrattate e giudicate dallo staff, e infine donne immigrate in Italia che non possono accedere all’assistenza sanitaria locale, sia per le barriere linguistiche, sia per mancanza di documenti adeguati».

Nell’ultima relazione sull’attuazione della legge 194 presentata al Parlamento a fine 2017, con i dati del 2016, il ministero della Salute riferisce dell’aumento del ricorso all’aborto farmacologico, il cui uso «varia molto fra regioni»: «Nel 2016 – si legge nel documento – il mifepristone con successiva somministrazione di prostaglandine è stato adoperato nel 15.7% dei casi, rispetto al 15.2% del 2015 e al 12.9% del 2014». In generale invece il numero di aborti continua a scendere: 84.926 nel 2016 «con una diminuzione del 3.1% rispetto al 2015, anno in cui la riduzione delle IVG rispetto all’anno precedente è stata sensibilmente maggiore (-9.3%)». Per il terzo anno di seguito, secondo la relazione al Parlamento, «il numero totale delle IVG è stato inferiore a 100 mila, più che dimezzato rispetto ai 234.801 del 1982, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia». Inoltre, «considerando solamente le IVG effettuate da cittadine italiane, per la prima volta il valore scende al di sotto di 60 mila».

Dunque sembrerebbe una buona notizia il fatto che il tasso di abortività (numero di IVG per 1000 donne tra 15 e 44 anni, secondo lo standard internazionale) sia da noi in continua diminuzione e dal 2011 risulti tra i più bassi al mondo. Nel 2016 per esempio in Italia si è fermato all’8 per mille, leggermente maggiore di quello svizzero (6,3) e tedesco (6,8), mentre negli Stati uniti l’abortion rate viaggia attorno al 14 per mille, in Gran Bretagna al 16, in Spagna al 10, in Francia al 18 e in Svezia raggiunge addirittura quota 20. Eppure, «qualcosa non torna», nota la ginecologa Mirella Parachini, attivista storica del Partito radicale e tra le maggiori conoscitrici italiane ed europee del fenomeno.

«Questa diminuzione degli aborti sarebbe un buon segno se contemporaneamente si registrasse un uso della contraccezione almeno pari a quello degli altri Paesi. Ma così non è. Allora, se in Italia, oltre al tasso di abortività, anche la natività, l’uso dei contraccettivi e pure il livello di occupazione femminile sono tra i più bassi d’Europa, bisogna porsi qualche domanda. Verrebbe da pensare – ipotizza Parachini – che la sessualità degli italiani non è la stessa degli altri Paesi europei». Ma soprattutto, sottolinea l’esponente radicale, bisogna considerare «il peso dell’aborto clandestino». Secondo le stime dell’Istat riferite dalla ministra Beatrice Lorenzin, il numero di aborti clandestini si attesta oggi tra i 10 mila e i 13 mila l’anno. Non più mammane, però, ma farmaci comperati on line. Da prendere comodamente a casa senza dover passare neppure un giorno in ospedale, come impongono invece le linee guida redatte dall’allora sottosegretaria alla Salute del governo Berlusconi, Eugenia Roccella, e confermate poi dal Consiglio superiore di sanità che ha ritenuto ineludibile il ricovero ordinario obbligatorio.
OBIETTORI E OBIEZIONI

E così, succede per esempio che «nei reparti di ginecologia romani, non vediamo più le donne nigeriane, soprattutto le prostitute, ma neanche quelle cinesi, contrariamente a quanto avveniva prima», testimonia Mirella Parachini che, in controtendenza, afferma: «Non mi piace ripetere il mantra dell’eccesso di obiettori di coscienza e de “la legge 194 non si tocca”, piuttosto lo slogan dovrebbe essere: “La 194 si applica”. E mi piacerebbe che imitassimo di più la Francia, dove la legge di Simone Veil, già molto all’avanguardia, è stata ritoccata 8 volte, ma per migliorarla, per rendere l’interruzione volontaria di gravidanza più accessibile e sicura. Con la possibilità di assumere a casa la pillola Ru486, o per esempio eliminando la “pausa di riflessione” di 7 giorni e il limite delle “condizioni di difficoltà della donna” che veniva imposto per poter accedere al servizio».

In ogni caso, però, il fenomeno dell’eccesso di obiettori di coscienza, che rende inapplicata la legge 194, è evidentissimo, anche se il ministero della Salute insiste nell’affermare che «il numero di non obiettori risulta congruo, anche a livello locale, rispetto alle IVG effettuate, e il carico di lavoro richiesto, anche nelle situazioni di maggiore scostamento dai valori medi, non dovrebbe impedire ai non obiettori di svolgere anche altre attività oltre le IVG e non dovrebbe creare problemi nel soddisfare la domanda di IVG». Eppure, se si va a spulciare fino in fondo la relazione al Parlamento, si scoprono dei dati sconfortanti: nel 2016 risultano ancora obiettori, nel pubblico, il 70,5% dei ginecologi (un dato in costante crescita), il 47,5% degli anestesisti e il 42,3% del personale non medico (stabili, gli ultimi due dati). E in media, solo il 60,4% (371 su 614) dei reparti di ginecologia ospedalieri adibiti alla degenza prestano il servizio di IVG, con punte minime in Campania (27,1%), Lazio (35,8%) e provincia autonoma di Bolzano (22,2%). Nel 94,5% dei casi si tratta di strutture pubbliche e non del privato convenzionato.

Il servizio pubblico però piange. Succede infatti – altra novità e sostanziale differenza con quarant’anni fa – che i consultori non rappresentino più quel presidio territoriale imprescindibile per promuovere una sana politica della salute familiare.

«Il consultorio era il fulcro di una politica che perseguiva la salute riproduttiva e coltivava le libere scelte dei cittadini compiute in autonomia e consapevolezza», ricorda la ginecologa Anna Pompili che ancora oggi lavora nelle strutture pubbliche romane ed è la fondatrice dell’associazione Amica (medici italiani contraccezione e aborto). È lei a sottolineare che la storia dell’applicazione della legge 194 è legata a doppio filo a quella dei consultori familiari, istituiti 43 anni fa con la legge 405/1975.
1989 Il personale della clinica Mangiagalli di MIlano attende l’arrivo di un corteo foto Massimo Rana/ Sintesi
C’ERA UNA VOLTA IL CONSULTORIO

«Uno degli organi più importanti del consultorio era l’assemblea delle donne – ricorda Pompili – perché avevamo un’idea di medicina che considerava i pazienti soggetti attivi. Un concetto che è andato via via perdendosi. Ancora nel 1997, quando con il piano di riqualificazione chiamato Pomi (Progetto obiettivo materno infantile) venne pianificata una nuova organizzazione dei consultori, se ne prevedevano almeno uno ogni 20 mila abitanti. Oggi invece, rispetto a quelli previsti allora, ne rimangono poco più della metà: 0,6 consultori ogni 20 mila abitanti. Ma è un numero assolutamente gonfiato – continua la dottoressa Pompili – perché comprende anche centri vaccinali, ambulatori per disabili adulti, e simili».

Eppure, il consultorio è ancora l’unico servizio rimasto con equipe multidisciplinare completamente gratuito. «Purtroppo però sta prendendo piede una politica che ne persegue lo smantellamento – prosegue, rammaricata, Anna Pompili – con azioni che vanno dal blocco del turn over, con la conseguente decimazione delle equipe sanitarie, alla trasformazione del servizio di counseling in una sorta di indottrinamento cattolico. In Lombardia, per esempio, la stragrande maggioranza dei consultori sono cattolici, e lì ai giovani che chiedono informazioni sulla contraccezione spesso si risponde propagandando solo i metodi naturali di controllo della fertilità. Perfino la gratuità del servizio è messa in discussione perché, volendo assimilare i consultori a poliambulatori, la dirigenza delle Asl sta cambiando orientamento e in alcune regioni diverse prestazioni non sono più gratuite ma richiedono il pagamento di un ticket».

Infine, conclude la ginecologa, «va ricordato che il progetto “aborto farmacologico in consultorio” è stato miseramente messo da parte perfino in quelle regioni, come il Lazio, dove il governo ha bloccato tutto alla vigilia dell’applicazione di un piano che era stato approvato, firmato e controfirmato. Forse non è superfluo ricordare che nei Paesi civili si seguono le indicazioni della Food and drug administration, che raccomanda l’assunzione a casa della pillola abortiva Ru486».

Cosa rimane allora, a distanza di quarant’anni, di quella battaglia combattuta dalle donne in prima persona che aspirava a coltivare libertà e consapevolezza per sé e per tutti? E alla fine dei conti, che bilancio si può dare di quella legge che poi venne confermata anche dalla volontà popolare? Una domanda da porre a chi, come Marco Pannella e i Radicali, era negli anni Settanta ferocemente contrario alla 194. «Avevamo ragione concettualmente, in linea teorica era giusto chiedere di intervenire solo con la depenalizzazione dell’aborto. Ma oggi, dopo quattro decenni dalla sua applicazione, io benedico che ci sia stata questa legge – riconosce Mirella Parachini – Mille volte mi sono battuta per la sua applicazione brandendo e sventolando il testo. Purtroppo questo è un Paese talmente malridotto sulle libertà che i diritti acquisti 40 anni fa sono il massimo che si possa ottenere».