Questo sito fa uso di cookie, anche di terze parti, ma non utilizza alcun cookie di profilazione. Per prestare il consenso all’uso dei cookies (leggi l'informativa) cliccare su "Accetta".
Zeroviolenza su Facebook 
Zeroviolenza su Twitter  
Canale Youtube di Zeroviolenza  
Zeroviolenza su Google PLus
martedì 11 dicembre 2018



"L'altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e che non avrà".
Marco Polo



Il tuo 5x1000 a Zeroviolenza! CF 97524750581

Noi, figli dell'Emigrazione italiana anni '60

Migranti italianiGiovanni Di Paolo, Zeroviolenza
6 ottobre 2018

Ricordo l'emigrazione come un sogno. Spesso la sera mi vedevo entrare, parenti, amici di famiglia, vicini di casa, che ci venivano a salutare. Le frasi che mi sono rimaste impresse e ricordo ancora adesso con tanta tristezza: "Mari'... Umbe'" si chiamavano cosi i miei genitori "Maria e Umberto. Perdonatemi se vi ho fatto qualche torto…domani parto per l’Australia o America o Canadà", dipendeva dalla destinazione.

Ricordo che rispondevano, «e che male? Parti tranquillo e non pensare a queste cose, ti auguro tanta fortuna e non dimenticare il vicinato, che noi ti pensiamo sempre e ti vogliamo bene, facci avere notizie buone». Si abbracciavano forte per alcuni minuti, le lacrime che scendevano senza tregua, si guardavano ed era quello il saluto, portandosi con loro lacrime di tristezza, nel lasciare il proprio paese, i loro amici, parenti e la maggior parte di loro, mogli e figli piccoli.

Il giorno dopo si discuteva……. «chissà quando arriva», si cercava di incoraggiare le famiglie rimaste, dicendo loro: «Si é andato a guadagnare il pane! stai calma, poi ti porterà pure a te con lui» mentre c’erano i campi di grano, l’ulivo da raccogliere, la vendemmia, i campi  da lavorare.

Il vicinato era sempre pronto nel dare l’aiuto fisico. Quando arrivava la prima lettera dicendo che era arrivato bene era un sollievo per tutti quanti, ma c’era già qualcun’altro che partiva e tutto si ripeteva. Poi arrivava il primo vaglia e quello era la testimonianza che stava bene. Io ricordo personalmente quando arrivava la lettera da mia sorella dalla Svizzera.

I miei genitori erano analfabeti, allora dovevano aspettare me per leggere la lettera. Impazienti, la sera d’inverno, avevamo un tavolinetto che veniva posto vicino al camino, si cercava di cenare in fretta, impazienti, non é che c’era primo e secondo piatto, un piatto di pasta e fagioli e c’era anche qualcuno peggio di noi, magari solo pasta con poco olio, perchè non lo possedevano.

Si apriva la lettera dicendo: «Cari genitori come state? Noi stiamo tutti bene, si lavora, i nipoti vanno a scuola, io lavoro, mio marito pure. Domenica scorsa siamo andati a fare una passeggiata sul lago, era una bella giornata di sole, poi abbiamo mangiato un gelato o qualcos’altro», poi:  «Vi abbracciamo forte forte, il nostro pensiero é rivolto sempre a voi. Vi vogliamo bene, tanti saluti da noi tutti, ciao».  Poi si aspettava qualche mese per la prossima lettera e pronta risposta.

E così mi dettavano quello che dovevo scrivere, che poi si basava sempre su tanti saluti e quei pochi avvenimenti da raccontare. Spesso mia mamma diceva, dopo che aspettava impaziente la lettura della lettera e aver sentito quasi sempre le stesse cose: «Eh! Sempre le stesse cose!» «Mai che ti dicono altre cose, mo’ aspetta un altro mese per le notizie», a volte ero costretto ad inventarmi qualcosa per non dire quasi sempre le stesse cose.

Poi quando arrivavano le feste natalizie era una gioia, mio padre lasciava sempre un agnello, per mangiarcelo quando tornava mia sorella ed il maiale  per fare i salami. Era una festa tutti i giorni, si suonava, si cantava e si ballava, arrivava il vicinato e con delle fave o ceci abbrustoliti, accompagnato da un bicchiere di vino, si era felicissimi!
Poi quando arrivava la partenza, già qualche giorno prima s’incominciava a piangere per la tristezza nel ripartire ed aspettare un altro anno per rivederci.

Io mi chiedo spesso senza trovare ancora una risposta precisa: ma noi che abbiamo vissuto la maggior parte della nostra gioventu’ all’estero, abbiamo fatto più progressi di quelli che sono rimasti nella loro patria? Per non parlare di tutti quelli che sono andati oltre oceano?