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L'Intervento

Daniele Marini, La Stampa
1 settembre 2014

Si è progressivamente posta attenzione a questa dimensione perché il capitale sociale costituisce una precondizione per lo sviluppo, è l'humus nel quale si possono coltivare le qualità sociali indispensabili per la crescita di una comunità. ...
Teatro Valle Occupato
9 agosto 2014

La mobilitazione di questi giorni che ha visto al centro il Teatro Valle ha riaperto un piano pubblico politico che ha di fatto attivato le pratiche e i principi della Fondazione Teatro Valle Bene comune.
Ferruccio Sansa, Il Fatto Quotidiano
4 agosto 2014

Quando perdi il marito e poi il figlio, una manciata di mesi dopo, non c'è altro spazio per il dolore. E, però, ti fa male vedere che lo Stato, invece di aiutarti, ti tormenta. Ti perseguita, quasi. ...
Michela Marzano, Cronache del Garantista
22 luglio 2014

Cara Angela Azzaro, hai ragione. Almeno in parte. Perché sarebbe assurdo pensare – e mi spiace profondamente se è quello che lascia intravedere la proposta di legge da me depositata sui disturbi del comportamento alimentare – che il dramma dell’anoressia e delle bulimia si possa risolvere “punendo qualcuno”. Come molto giustamente scrivi nel tuo articolo, chiunque abbia vissuto sulla propria pelle questo dramma, sa che non esiste un colpevole da spedire in prigione: “La vera questione è capire che le motivazioni che spingono una ragazza, e oggi molti più ragazzi, a cadere in un drammatico rapporto con il cibo e con se stessi non sono riconducibili a una persona”.

Ecco perché fai bene a ricordare che esistono sia motivi socio-culturali, sia motivi personali e familiari. “Dire che c’è un responsabile che istiga e deve andare in galera è come sostenere che se il conflitto è con la madre, bisogna cacciare dietro le sbarre la genitrice”.

Non è questa, però, la ratio della legge che, come ricordi anche tu, ha come scopo la prevenzione e la diagnosi precoce dei disturbi del comportamento alimentare. Esattamente come non è questo l’obiettivo dell’articolo 1 della proposta di legge, in cui effettivamente si parla di una modifica del codice penale introducendo un articolo 580 bis per punire chi “istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata”. L’oggetto di questo articolo, infatti, sono quei siti pro-ana e pro-mia che, sempre più numerosi, confortano chi ha disturbi di anoressia e di bulimia nell’idea che i disturbi del comportamento alimentare non sono affatto problematici: sono un modo di essere, sono un ideale da perseguire, sono la strada per la salvezza.

Alcuni di questi siti promuovono la “magrezza ad ogni costo” e celebrano il raggiungimento dei 35 chili di peso come ideale e conquista; altri hanno lo scopo di “aiutare gli altri a raggiungere i propri obiettivi, ossia la perfezione” indicando come eliminare il senso di fame utilizzando farmaci, come sopportare la mancanza di cibo; altri ancora spiegano come procurarsi il vomito dopo aver mangiato e come continuare a perdere peso. Chi si ritrova in questi siti, non lo fa per caso. Li cerca. Li seleziona. Ci si impantana. Perché quando si entra nella logica deviata dei disturbi del comportamento alimentare, è a tutti i costi che si devono trovare consigli utili per sopportare la fame – che aumenta, che è intollerabile, che perseguita – e persone capaci di capire che è questo quello che si deve fare, che sono gli altri che non capiscono, che solo la perfezione conta. Anche a costo della vita. Anche a costo di tutto.

È per questo che, almeno in parte, hai anche torto. E che non sono certa che la soluzione al problema che poni del “colpevole da punire” sia la cancellazione dell’articolo 1.

Io, l’anoressia la ho attraversata. Lo ricordi anche tu, cara Angela, alla fine del tuo articolo. E ho raccontato in Volevo essere una farfalla come, dopo anni di segreti e di silenzio, avessi sentito la necessità e l’urgenza di parlarne. Perché l’anoressia non è una cosa di cui ci si deve vergognare. Non è né una scelta, né un’infamia. L’anoressia è un sintomo. Che porta allo scoperto quello che fa veramente male dentro. La paura, il vuoto, l’abbandono, la violenza, la collera. È un modo per proteggersi da tutto ciò che sfugge al controllo. Anche se a forza di proteggersi si rischia di morire.

E per imparare a vivere si deve avere il coraggio di dare un senso a tutta questa sofferenza. Ecco allora che in Volevo essere una farfalla racconto tutti gli anni di psicanalisi che ho dovuto fare per trovare le parole per dire quello che c’era dietro questo sintomo. Tutto il coraggio che c’è voluto per ritrovare il bandolo della matassa. Quell’istante preciso in cui qualcosa si era interrotto. E che prima mi illudevo di poter dimenticare per fare “come se” nulla fosse mai accaduto. Barricandomi dietro ad un pensiero razionale capace, certo, di spiegare tutto, ma in realtà incapace  di aprire la porta ai perché e al senso della vita.

Se mi permetto di ricordare la mia storia, è perché c’è anche lei dietro questa proposta di legge. C’è la volontà di attirare lo sguardo sulla necessità della prevenzione e della diagnosi precoce. Ma c’è anche la consapevolezza del fatto che alcuni siti sono veramente pericolosi. Quando ero impantanata nel sintomo – tanti anni fa – questi siti non c’erano ancora. Se ci fossero stati, però, ci sarei andata anche io. Li avrei studiati e scandagliati. Avrei trovato consigli e ricette. Mi sarei convinta che andava tutto bene, e che dovevo solo sforzarmi di più, per essere più magra, per essere più perfetta.

Non c’è nessun colpevole dietro questi sintomi, hai ragione. Sono la prima a dirlo ogniqualvolta ne ho la possibilità. Meno che mai sono colpevoli i genitori. Ma anche in assenza di colpevoli, ci sono tante vittime. Che devono essere prese in considerazione. E che non possiamo abbandonare in balia di siti strumentali che, pur non essendo affatto all’origine dei disturbi del comportamento alimentare, sono però al servizio della sofferenza e della morte.

Non è mai una legge che risolve i problemi. Ma le leggi hanno sempre un valore simbolico. E nonostante le tue critiche mi stiano facendo riflettere sul modo migliore per modificare questa proposta di legge, resto dell’idea che si debba trovare una soluzione di fronte ai siti pro-ana e pro-mia che, facendo l’apologia dell’anoressia e della bulimia, rischiano di intrappolare per sempre chi, questi attraversi questi sintomi, cerca solo di dire tutta la sofferenza che si porta dentro.

Angela Azzaro, Cronache del Garantista
22 luglio 2014

Alla commissione Affari costituzionali della Camera giace, non ancora calendarizzata, una proposta di legge su bulimia e anoressia. Tra le prime firmatarie ci sono Michela Marzano, Mara Carfagna, Titti di Salvo, seguono numerose altre firme di deputati e deputate di tutti gli schieramenti. L’iniziativa è lodevole, perché tenta di sollevare un problema enorme, che in Italia viene spesso sottovalutato. La bulimia e l’anoressia – come c’è scritto nell’introduzione – «sono diventate nell’ultimo ventennio, una vera e propria emergenza, una piaga che attraversa tutti gli strati sociali».

In Europa, sottolineano le firmatarie della proposta, gli studi sono ancora scarsi, ma secondo «l’American psychiatric association i disordini alimentari sarebbero la prima causa di morte nei Paesi occidentali». Sotto scacco ragazze tra i 15 e i 18 anni, ma ormai si parla anche di giovani sotto questa fascia d’età. La morte è l’atto finale di un malessere profondo: parte dalla non accettazione del proprio corpo e diventa il sintomo di problemi spesso molto più complessi legati all’inconscio, alla crescita, alla propria identità.

Per questo la proposta di legge non convince assolutamente quando all’articolo 1 – un articolo che rischia di esserne il simbolo – parla di reati e di una modifica del codice penale (articolo 580 bis). Secondo questa norma «chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, istiga esplicitamente a pratiche di restrizione alimentare prolungata, idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare, o ne agevola l’esecuzione, è punito con la reclusione fino ad un anno e con una sanzione pecuniaria da 10mila euro a 50mila euro». Se la persona colpita ha meno di 14 anni, la pena si raddoppia e si raddoppiano anche le sanzioni.

Poco importa, letto questo articolo della legge, che dopo si parli di un piano d’intervento con «azioni e iniziative volte a prevenire e diagnosticare precocemente», oggi forse il punto più debole di tutta la vicenda, essendo spesso i medici non abbastanza preparati a riconoscere e quindi ad affrontare con gli strumenti adeguati i disturbi alimentari. Anche questi punti che potrebbero essere positivi sono inficiati da quel primo articolo, dall’ossessione di tradurre in termini di codice penale tutto ciò che attiene al corpo e ai comportamenti più in generale.
In questi anni, in Italia, ma non solo, abbiamo visto la cultura punitiva entrare spesso in azione. Ma questa volta si tratta davvero di un fatto incomprensibile, non tanto e non solo dal punto di vista concettuale, ma soprattutto dal punto di vista di chi vuole risolvere il problema.

Secondo l’articolo 1 infatti si potrebbe e dovrebbe individuare, di volta in volta, un colpevole da spedire in galera e a cui far pagare la salata multa. Chi conosce la problematica, chi l’ha vissuta sulla sua pelle, sa che non è così. Se qualcuno istigasse atti lesivi dell’incolumità e della vita di un’altra persona, la legge già esiste. Ma non è questo il punto. La vera questione è capire che le motivazioni che spingono una ragazza, e oggi anche molti più ragazzi, a cadere in un drammatico rapporto con il cibo e con se stessi non sono riconducibili a una persona. I motivi sono almeno di due ordini.

Uno culturale. Riguarda i modelli di bellezza, l’immaginario che ci propongono tv, giornali, cinema e web. È l’annosa questione di una magrezza esibita come il massimo della felicità, di diete propagandate come panacea di tutti i mali, di taglie 40 come traguardi da raggiungere a tutti i costi. Pensare che punendo una persona, si possa affrontare tutto questo, non solo è da illusi, ma rischia di essere controproducente. La sfida da intraprendere è infatti quella culturale e dell’immaginario: liberare i modelli femminili, far capire alle ragazze e ai ragazzi che esistono vari tipi di bellezza e che la magrezza non può essere l’unico modello. Soprattutto se quella magrezza è malata, fonte di infelicità. Ma per fare questo non serve la modifica del codice penale, serve qualcosa di molto più alto, più importante: una sfida a tutto tondo per cambiare la testa delle persone.

L’altro motivo per cui non si può pensare che ci sia un ”colpevole”, anzi il ”colpevole”, è il fatto che anoressia e bulimia hanno una dimensione che non è solo sociale. Il disturbo alimentare è un sintomo, connotato socialmente e culturalmente, dentro cui si nascondono conflitti con le figure genitoriali, con se stessi, con il proprio Io. Dire c’è un responsabile che istiga e deve andare in galera è come sostenere che se il conflitto è con la madre, bisogna cacciare dietro le sbarre la genitrice. Ma soprattutto significa non dotarsi degli strumenti necessari per affrontare il problema.

Fino a dieci anni fa nei consultori, ormai ridotti a presidi dei comitati pro life, c’erano fior fior di psicologici, psicoterapeuti e psicoanalisti. Pagando il ticket si potevano fare terapie serissime, che oggi invece si devono pagare a caro prezzo e che pochi si possono permettere. Perché non chiedere di rilanciare i consultori e con loro il ruolo di chi aiuta le donne e gli uomini a fare i conti con se stessi? Certo è una strada più complicata e di minor presa populista. Ma è sicuramente la strada più efficace rispetto invece all’individuazione di un colpevole, cioè di un capro espiatorio da denunciare come responsabile. Questa logica rischia di tamponare il problema, facendo sì che nell’ombra continui a crescere e a mietere vittime.

Come dicevamo all’inizio, la legge è ferma in commissione Affari costituzionali e non è stata ancora calendarizzata. Per questo abbiamo deciso di scriverne ora. Nella speranza che quell’articolo possa essere cancellato, facendo risaltare il senso importante dell’iniziativa. La filosofa e oggi deputata Michela Marzano ha avuto il coraggio anche di raccontare se stessa, la sua anoressia nel libro “Volevo essere una farfalla” (Mondadori, pp. 210, euro 17,50). Non tutte hanno avuto la stessa forza, non tutte hanno saputo dare voce a un’esperienza così drammatica. Lei lo ha fatto. Per questo siamo convinte che capirà queste ragioni e proverà ad ascoltarle.

Giorgio Cremaschi, Micromega
2 luglio 2014

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