LA STAMPA

La Stampa
06 08 2015

Il lungo boulevard che attraversa il centro città da Est ad Ovest si chiama Viale della Pace. Quando scavalca il fiume, si tramuta in Ponte della Pace, e dopo una leggera curva ecco che porta al Parco della Pace, dove si trovano il Museo e Memoriale della Pace di Hiroshima. I mille aironi origamati appesi agli alberi all’interno del parco, ai quali vengono costantemente aggiunti nuovi grappoli di uccelli colorati di carta piegata, fanno da simbolo perenne della pace, così come le statue e le sculture e gli omaggi offerti dalle varie associazioni e gruppi professionali di tutto il mondo, che dedicano a Hiroshima, anno dopo anno, auguri di pace per scongiurare l’amnesia.

I messaggi sugli alberi
Nel parco stesso, mentre si passeggia all’ombra dei sempreverdi osservando le miriadi di gruppi scolastici che guardano prendendo appunti a quel che rimane del Salone per la Promozione Industriale di Hiroshima, il Sangyo Shoreikan, l’unico edificio significativo rimasto in piedi dopo l’esplosione del 6 agosto 1945, l’attenzione è costantemente attratta da fotografie e volantini appesi agli alberi, o lasciati vicino ai muretti. Alcuni sono messaggi di sopravvissuti, tramandati da amici e discendenti, altre sono collezioni di disegni di bambini, o fotografie del prima e dopo, tutti a mostrare che l’unica via di sopravvivenza per il genere umano sono la pace e il disarmo nucleare. Ogni tanto si viene fermati da persone che per missione fanno i «portatori di racconti dei sopravvissuti».

Alcuni hanno imparato le lingue straniere, per spiegare ciò che è accaduto a turisti come questi, dell’Ecuador, o a quell’altro gruppo che arriva dalla Germania, che segue una comitiva di allegri canadesi in calzoncini. Hiroshima, città internazionale di Pace.
Mihoko Kumamoto, direttrice del centro Unitar (una delle agenzie Onu per lo sviluppo e la «pace sostenibile» in seguito ai conflitti) di Hiroshima, spiega che «questa è la missione che la città si è data dopo la guerra». «È per questo - dice - che l’Unitar è venuta qui. Portiamo a Hiroshima delegazioni dall’Afghanistan e dal Sud Sudan, per formazione sulla pace sostenibile, e per tutti la sorpresa è vedere una città come questa: prospera, allegra, dall’economia dinamica e sviluppata. Si aspettavano solo macerie».

Case da tè e grattacieli
Perché Hiroshima, infatti, è una piccola, accogliente città giapponese come tante altre. La sera, gruppi di giovani in abiti cosplay (travestiti da personaggi famosi, ndr) escono per mostrarsi nelle strade dello shopping. Le case da tè dove signore dall’aspetto perfetto passano ore a gustare verdissimi tè macha e dolci alla crema e fagioli azuki si affiancano alle catene di caffè per businessmen e studenti bisognosi di rapida caffeina. La scelta gastronomica è appetitosa e varia, i grattacieli dei grandi magazzini Parco, Tokyu Hands, Mitsukoshi e via dicendo punteggiano l’orizzonte, il crimine è basso, le librerie traboccano di volumi e di curiosi che li spulciano, le sale da gioco sono aperte fino a notte tarda, negozi e ristoranti «tradizionali» si affiancano a quelli moderni, e dopo qualche ora in città il nome «Hiroshima» perde gli echi tragici che evoca ancora nel mondo.

«Sono passati settant’anni», dice Yasuyoshi Komizo, il segretario generale della Fondazione per la Cultura di Pace di Hiroshima, «e credo che questo sia un momento di svolta: i sopravvissuti diminuiscono, alcuni sono molto malati, e il ricordo non può più contare solo sulle loro testimonianze, anche se cerchiamo di preservarle nel museo e nella biblioteca multimediale. C’è bisogno di iniziative attuali. Come quella che portiamo avanti sui Sindaci per la Pace, ovvero, una coalizione mondiale di sindaci che cerca di promuovere il disarmo nucleare. E c’è il problema sempre vivo dell’educazione, naturalmente».

Il diritto alla memoria
Per i primi sette anni dopo la guerra, quando il Giappone era sotto occupazione militare americana, non si poteva parlare dell’atomica: filmati, foto, e altre documentazioni erano confiscati dalle forze d’occupazione, e l’autocensura s’impose. Per le vittime della bomba la conquista del diritto alla memoria arrivò lentamente, quando alcuni forse avrebbero già voluto dimenticare – come a volte sembra voglia fare il Paese intero. Oggi, sia Nagasaki che Hiroshima hanno un programma scolastico un po’ diverso dal resto del Giappone, con un’ora settimanale di formazione alla pace e d’insegnamento degli orrori della guerra. Altrove, ancora oggi, la questione dell’insegnamento della storia giapponese recente, e delle sue folli avventure militari in Asia, continua a essere un campo di battaglia politico. «Qui a Hiroshima», dice Keiko Ogura, sopravvissuta alla bomba, «pochi approvano le idee di riarmamento militare del primo ministro Abe». Komizo le fa eco: «La soluzione dei conflitti deve essere pacifica. È la lezione di Hiroshima, oggi come ieri».

Ilaria Maria Sala

La Stampa
30 07 2015

La telecamera che indossava il poliziotto Ray Tensing è stata decisiva per incriminarlo, e forse evitare una nuova Ferguson a Cincinnati. Il video ripreso dallo stesso agente infatti è diventato la prova principale che ha convinto il Grand Jury ad incriminarlo per omicidio, nell’uccisione del nero Samuel DuBose.

Il 19 luglio scorso Tensing, un poliziotto di 25 anni in servizio alla University of Cincinnati, aveva fermato un’auto perché le mancava la targa anteriore. Al posto del guidatore c’era l’afro americano DuBose, 43 anni, che aveva obbedito alla richiesta dell’agente.

Samuel era disarmato e il video mostra che non aveva un atteggiamento violento verso l’agente. Quando però si era chinato verso il cruscotto per riavviare l’auto, Tensing gli aveva sparato e l’aveva ucciso.

Questo episodio aveva provocato proteste, riaccendendo le tensioni razziali per le violenze commesse dai poliziotti contro i neri, che sono scoppiate in tutti gli Stati Uniti dopo l’uccisione nell’agosto scorso di Mike Brown a Ferguson. Il caso quindi è stato portato subito davanti ad un Grand Jury, per stabilire come procedere.

I giurati si sono concentrati soprattutto sul video, ripreso dalla body camera di Tensing, e hanno deciso di incriminarlo per omicidio. Questo ha bloccato le proteste, in attesa di vedere l’esito del processo. L’avvocato del poliziotto ha detto che si aspettava l’incriminazione, ma non per omicidio, perché da parte del suo cliente non c’era l’intenzione premeditata di uccidere. Il caso dunque potrebbe rappresentare una svolta, nella prassi usata per giudicare simili episodi, soprattutto grazie all’uso del video.

Paolo Mastrolilli

La Stampa
24 07 2015

Il parlamento catalano ha votato a larga maggioranza il divieto di usare gli animali selvatici nel circo: l’interdizione, che interviene cinque anni dopo quella della corrida, entrerà in applicazione nel 2017.

«Adios a las fieras» titola La Vanguardia. Il divieto, contenuto in una normativa che modifica la legge di protezione degli animali in Catalogna, è stato approvato con 105 voti a favore, 19 contrari e 8 astensioni. La normativa è arrivata davanti al parlamento catalano per iniziativa di diverse organizzazioni ambientaliste, fra cui “Fondazione Max Weber” e “Libera!”.

Il divieto ha suscitato le proteste del mondo del circo. «Questo è un attacco diretto al circo. E’ evidente che si vuole criminalizzare il circo. Lo si associa ai maltrattamenti agli animali, e questo è gravissimo» ha denunciato il direttore del Festival Internazionale del Circo di Figueres, Genis Matabish. «Proibiscono gli animali selvatici nei circhi, però in tv si continueranno a vedere pubblicità con elefanti e leoni» tuona. «Secondo lo stesso criterio si dovrebbero proibire anche gli zoo o la polizia a cavallo» protesta il deputato popolare Rafael Luna, uno dei 19 `no´ al provvedimento.

Per ora il divieto si applica solo agli animali selvatici, tigri, leoni, elefanti, foche o pantere. Entro il 2017 dovranno sparire quindi in Catalogna per forza di cose anche i domatori. Ma non è escluso che venga poi allargato a animali domestici, cavalli, gatti, cani. La legge catalana prevede anche l’istituzione di un “Osservatorio del benessere animale” che sarà attivo fra due anni. L’ente dovrà determinare il grado di sofferenza anche degli animali domestici usati nei circhi. «Dimostrerà, ha detto a La Vanguardia il portavoce ambientalista Leonardo Anselmi, che qualsiasi animale domestico soffre quando è costretto a rimanere rinchiuso in un circo, realizzare attività e avere comportamenti anti-naturali, sottoposto a costanti spostamenti».

twitter@fulviocerutti

La Stampa
23 07 2015

Migliaia di arresti e in almeno 90 casi si tratta di persone scomparse nel nulla: è Human Rights Watch a puntare l’indice contro l’Egitto di Abdel Fattah Al-Sisi, chiedendo di «far sapere immediatamente» la sorte dei «desaparecidos». «Le forze di sicurezza egiziana hanno fatto sparire decine di persone, devono dire dove si trovano e punire i responsabili di tali azioni» afferma l’organizzazione umanitaria, secondo la quale «gli arrestati devono essere portati davanti a un giudice e processati per un reato specifico oppure liberati subito».

La vicenda evoca quanto avvenuto in Argentina con i desaparecidos durante la dittatura dei generali e Human Rights Watch precisa che «far sparire le persone usando la forza è una seria violazione dei diritti umani, un crimine contro l’umanità» come spiega Joe Stork, vice direttore per il Medio Oriente. In particolare, secondo uno studio del Consiglio nazionale per i diritti umani in Egitto la maggioranza degli episodi di «scomparse forzate» sono avvenuti fra aprile e maggio 2015 anche se, in alcuni casi, risalgono al 2013 quando il presidente era Mahmud Morsi. Si tratterebbe di almeno 90 casi.

Il ministero degli Interni del Cairo nega tali accuse, affermando che «non usiamo tali metodi e se qualcuno ha delle prove deve presentare un esposto legale». Ezzat Ghoneim, avvocato di un gruppo indipendente che documenta le violazioni di legge avvenute ai danni dei Fratelli Musulmani, afferma di aver presentato «quattro denunce circostanziate di scomparsa in marzo senza aver ricevuto alcuna replica». Da quando Al-Sisi guida il Paese, dopo il rovesciamento di Morsi nel luglio 2013, gli arresti avvenuti sarebbero in tutto circa 40 mila.

Maurizio Molinari

LinKiesta
23 07 2015

Un piano contro la povertà, per aiutare le persone più martoriate dalla crisi. Di questo si sarebbe parlato, secondo La Repubblica, in un recente incontro tra il presidente del consiglio Matteo Renzi e il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan. I contorni di questo piano non sono ancora stati definiti. E si parla, in ogni caso, di un provvedimento «comunque legato al via libera da Bruxelles».

Se la politica fosse una scienza esatta, ci si aspetterebbe che un governo in carica dal febbraio del 2014 guidato dal segretario del principale partito di centro-sinistra italiano, il Partito Democratico, peraltro aderente al Partito Socialista Europeo, avesse la sensibilità di mettere in cima alla propria agenda politica la questione della povertà sin dal giorno dell'insediamento. O se non in cima, perlomeno nella parte alta della propria agenda politica.

Meno ci si sarebbe aspettati invece, un’indiscrezione generica, uscita dalle segrete stanze dei palazzi romani, a un anno e mezzo dall'insediamento del governo e a meno di una settimana di distanza da un'assemblea del partito in cui, di tale piano, non è stata fatta minimamente menzione. Se non una excusatio non petita, poco ci manca.

Andiamo con ordine, però. E partiamo dai dati. Nel 2014 in Italia si calcola vi siano circa 2,7 milioni di famiglie e 7,8 milioni di persone che vivono in condizioni di povertà relativa, rispetto a un livello medio di reddito identificato dall’Istat. Tra loro, 1,5 milioni di famiglie e 4,1 milioni di individui sono poveri in senso assoluto. Ossia, per essere didascalici, non sono in grado di spendere quanto necessario per comprare i beni e servizi considerati essenziali, dal cibo, al vestiario, alle medicine.

Volete le percentuali? Eccole: dieci famiglie e dodici persone su cento vivono in una condizione di povertà relativa, sei famiglie e sette persone ogni cento sono invece in un contesto di povertà assoluta. Sono numeri molto alti, anche in relazione agli altri stati europei. Solo Lituania, Grecia, Spagna, Romania e Bulgaria hanno una quota di persone a rischio povertà superiore a quella dell'Italia, che lambisce il 20%.

Per loro, finora, il governo non ha fatto nulla, o quasi. Per loro, perché in realtà ha fatto e promesso altro. Ad altri. Gli 80 euro, ad esempio. È una misura di cui hanno beneficiato 11 milioni di italiani circa. Più precisamente quelli con un lavoro, un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio superiore a 26 mila euro all'anno. Non ne hanno beneficiato, al contrario, gli incapienti, coloro che hanno un reddito così basso da non pagare l'Irpef. O il Jobs Act, che non si occupa né di ricchi, né di poveri, ma nei cui decreti attuativi ci si è dimenticati di inserire la norma che definisce il salario minimo ai lavoratori non coperti da alcun contratto collettivo.

Torniamo agli 80 euro, però. Che sono costati circa 10 miliardi. Cui Renzi - in barba all'austerità e ai “compiti a casa” - ha aggiunto il carico di un taglio di tasse che lui stesso ha detto che «non ha paragoni nella storia di questo Paese». Oddio, l'aveva già detto lo scorso 15 ottobre parlando del Def - «il più grande taglio di tasse della storia repubblicana», lo definì -, ma probabilmente al premier piace abbattere i suoi record, tanto quanto gli piace autocelebrarsi.

Quest'ultimo taglio è quello che prevederebbe, nel giro di tre anni, l'eliminazione delle imposte sulla prima casa, cioè la Tasi, nel 2016, il taglio di parte dell'Ires e dell'Irap (2017) e gli interventi sugli scaglioni Irpef (2018). Grasso che cola per un corpo sociale che - per quanto in crisi, per quanto depresso, per quanto siano giuste le misure a loro favore - povero non è.

Forse è il caso di dircelo chiaramente: il ceto medio si sta impoverendo, e come abbiamo raccontato negli ultimi otto anni, sette milioni di persone non ne fanno più parte. Ma non è consolidando la ricchezza di quel che rimane del ceto medio che si combatte la povertà. Povero è chi non ha una casa, magari uno dei 77mila che nel 2014 ha ricevuto un'ingiunzione di sfratto, non i 19 milioni di individui che una casa ce l'hanno.

Ancora: povero è chi usufruisce dei servizi sociali erogati grazie a quel che i comuni raccolgono con la Tasi, non chi paga un'aliquota salata. Povero è l'incapiente che non paga l'Irpef perché prende troppi pochi soldi, non il lavoratore dipendente che dopo gli 80 euro in busta paga si ritroverà a pagare ancora meno se e quando saranno rimodellati gli scaglioni. E sebbene da queste parti si provi tutta la solidarietà e l'empatia del mondo per le piccole imprese strozzate dall'Ires e dall'Irap, se ne prova ancor di più per quelle partite Iva che pagano salatissima la loro iscrizione alla gestione separata dell'Inps e che, anche a questo giro, non riescono a raccogliere nemmeno le briciole di quei 45 miliardi in tre anni.

Fa specie soprattutto questo: che a garanzie e contributi per i free lance o a forme di welfare universalistico non si sia nemmeno lontanamente pensato. Vale la pena di ricordare che siamo insieme alla Grecia l'unico paese che non ha il reddito minimo garantito, o comunque uno strumento per garantire «il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana», cosa che l'Europa ci chiede dal 1992, con la Direttiva 441.

Il governo rivolge le sue attenzioni altrove è tempo di pensare alla crescita, non alla redistribuzione, diranno gli esegeti del pensiero renziano. Errore: perché un sostegno alle fasce di reddito più basse avrebbe un effetto leva più consistente sui consumi.

Del resto, chi non ha accesso ai beni essenziali, se riceve dei soldi li compra. Gli 80 euro hanno dimostrato che non funziona allo stesso modo con chi invece ha un reddito sopra la soglia di sussistenza. Particolare non del tutto irrilevante: il reddito minimo garantito costa 10 miliardi circa all'anno, contro i 35 l'anno della rivoluzione copernicana di Renzi - 80 euro inclusi - una volta a regime. Un paese che ha votato e sottoscritto trattati che impongono la riduzione progressiva del deficit e del debito pubblico nei prossimi anni dovrebbe tenere a mente pure questo.

Francesco Cancellato

La Stampa
09 07 2015

Il Cile ha fama di essere un Paese conservatore, fino alla settimana scorsa le sale bingo erano considerate attività illegali e dal 2014 è proibito fumare sigarette sotto i portici o mentre si guida. Tuttavia, martedì la Camera ha approvato una legge che permette la coltivazione e il consumo di marijuana per scopi medicinali, ricreativi e addirittura «spirituali». La legge sta facendo molto discutere, ma segna anche una tendenza comune in tutto il Sudamerica: concedere nuove libertà personali e togliere mercato ai narcotrafficanti.

Con 68 voti a favore, 39 contrari e 5 astenuti, la norma consente di coltivare fino a sei piante di cannabis, di portarne 10 grammi in tasca e di averne mezzo chilo in casa. Non sarà possibile accendersi uno spinello in pubblico, ma è permesso il consumo ai minorenni, previa ricetta medica e consenso dei genitori. Dopo l’accorato intervento in aula della deputata comunista ed ex leader degli studenti Camila Vallejo, che ha accusato i critici di «ignorare la realtà della strada, dove il consumo alimenta lo spaccio», il fascicolo passerà ora al Senato e la vittoria del «sì» è data per favorita.

Uruguay e Bolivia
Il Cile si mette così in scia all’Uruguay, protagonista a fine 2013 della legalizzazione in toto di produzione, vendita e consumo di cannabis, anche se gli intoppi burocratici non hanno ancora visto l’attivazione del sistema. Sulla stessa lunghezza d’onda, c’è anche la Bolivia, dove il presidente ed ex sindacalista della coca, Evo Morales, ha sfidato la comunità internazionale e ha legalizzato il mercato della pianta da cui si ricava la polvere bianca da sniffare detta «cloridrato», ma che qui viene masticata in foglie secche, con gli effetti di una qualsiasi tazza di caffè.

La Colombia
Ancor più rilevante, è il caso della Colombia: seconda solo al Perù nella classifica globale dei produttori di coca, la nazione che ha reso celebre la parola «narcos» nel mondo è stata lo storico banco di prova della «Guerra alla Droga», tuttora patrocinata dagli Stati Uniti. Senza risultati soddisfacenti e dopo anni di operazioni militari, il presidente Santos si è detto favorevole all’adozione di politiche più libertarie, che vedono un progetto di legge per legalizzare la cannabis, l’ipotesi di farlo anche con la cocaina e un negoziato con i guerriglieri delle Farc perché distruggano le piantagioni.

La tragedia del Messico
Se è ancora presto per tirare le somme sull’efficacia delle liberalizzazioni, non si può ignorare la tragedia del Messico, dove è ancora in vigore la strategia di attacco frontale ai banditi della droga: a Sud del Rio Bravo, il traffico d’erba, coca e anfetamine ha portato a uno scenario da guerra civile, in cui sono morte quasi 200 mila persone in 10 anni, cioè più che in Afghanistan.

Filippo Fiorini

Gaza un anno dopo: la generazione perduta

  • Lug 08, 2015
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La Stampa
08 07 2015

È passato un anno dall’inizio dell’ultimo conflitto a Gaza, i due mesi di violentissimi scontri seguiti al lancio dell’operazione israeliana “Protective Edge” terminati con oltre 2.000 vittime (di cui 1.600 civili) e più di 11.000 feriti. Molte cose sono accadute nella Striscia, dove Hamas sta cercando di uscire dall’isolamento da un lato riallacciando complicati contatti con Israele che alleggeriscano il blocco economico (mal digeriti da Ramallah) e dall’altro sfidando la minaccia islamista dentro casa. Molte cose sono accadute anche nella regione, con l’Egitto del presidente Sisi alla guerra contro gli jihadisti del Sinai, le milizie del Califfato fattesi minacciose nel Golan ormai strappato ai governativi di Assad, l’avvicinamento tattico tra Israele e Golfo (Arabia Saudita) in preoccupatissima funzione anti Iran. Molte cose sono accadute ma la vita di Gaza è rimasta alle macerie dell’estate scorsa.


L’ultimo rapporto di Oxfam lancia l’SOS per una crisi dimenticata e per i suoi giovani senza futuro (o magari, anzi magarissimo, con un futuro nel radicalismo). “La generazione perduta” passata al setaccio da Oxfam langue in una terra dove la disoccupazione tra gli under 24 anni è schizzata al 67,9%, il 40% dei laureati vegeta senza alcun impiego, 300 mila ragazzi sono bisognosi di assistenza psicologica (oltre alla guerra, l’ennesima nel ciclo che si ripete biennalmente, hanno alle spalle 8 anni di blocco economico e della circolazione), l’80% della popolazione è dipendente dagli aiuti internazionali.


Secondo le stime, al ritmo attuale e con il blocco in vigore, ci vorranno più di settant’anni per ricostruire tutte le abitazioni distrutte un anno fa. Alcuni edifici sono stati danneggiati ma nessuna delle oltre 19 mila case abbattute dai bombardamenti è stata rimessa in piedi così come in macerie restano 20 scuole, ospedali, cliniche. Nelle settimane scorse, quando si è parlato di negoziati dietro le quinte tra Hamas e Israele, si è intravisto un allentamento del blocco, ma la strada è parecchio in salita considerando che, a detta della Banca Mondiale, il PIL di Gaza è crollato di 3,9 miliardi di dollari e che l’economia fa i conti con un settore edile ridimensionato (il mercato delle costruzioni è sceso di oltre il 50%), la produzione agricola diminuita del 31% solo nell’ultimo anno, lo stipendio (per chi ce l’ha) sceso del 15%.


Il quadro è fosco. E, sullo sfondo, il fragile cessate il fuoco (che per ora tiene) viene continuamente sfidato (nell’ultimo anno si sono contati sei razzi palestinesi lanciati verso Israele, oltre a circa 170 lanci di prova, 700 incidenti di fuoco israeliano verso Gaza e parecchi segnali allarmanti). I giovani di Gaza guardano come tutti l’orizzonte ma nella migliore delle ipotesi ci vedono.

«La vita è bella qui, non riesco a credere che solo un anno fa ero nel mezzo della guerra, mi diverto, la vita è molto cara ma vivo» racconta da New York la ventenne palestinese Mariam. Ha lascito Gaza sei mesi fa ed ha ottenuto lo status di rifugiato. Si è lasciata alle spalle gli amici, la casa in cui sognava di scappare, i suoi primi vent’anni. Non si volta indietro perché, dice, dietro è rimasto tutto come ieri.

La Stampa
02 07 2015

Proprio nel giorno in cui viene ufficializzata la ripresa dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cuba, giunge una notizia che premia la Sanità pubblica dell’isola. Il Paese caraibico è infatti il primo al mondo ad aver eliminato la trasmissione del virus dall’Aids da madre a figlio, secondo quanto certifica un documento dell’Organizzazione mondiale della sanità. «Ci aspettiamo che Cuba diventerà a breve la prima di molte nazioni ad aver eliminato la malattia tra i bambini», spiega Michel Sidibé, direttore esecutivo di Unaids, il programma di lotta a Hiv/Aids delle Nazioni Unite.

«Questo - prosegue - dimostra che eliminare il contagio dell’Aids è un obiettivo possibile». Per avere la certificazione definitiva dell’Oms il Paese guidato da Raul Castro dovrà dimostrare di aver raggiunto alcuni requisiti di riferimento, ad esempio di aver registrato un numero inferiore ai 50 di bimbi nati con il virus dell’Hiv su 100 mila nascite per anno. Rispettando tali parametri, automaticamente l’Oms riconoscerà a Cuba di aver eliminato anche la trasmissione della sifilide tra madri e figli. Il risultato raggiunto dal Paese è di grandi significato per la salute pubblica di tutto il Pianeta, ed è il risultato degli sforzi congiunti tra la sanità nazionale cubana - rinomata per le grandi capacità -, l’Oms e la Pan American Health Organization, che dal 2010 lavorano assieme proprio per raggiungere questo risultato.

«E’ uno dei più grandi successi possibili per la salute pubblica», ha commentato il capo dell’Oms, Margaret Chan. Ogni anno in tutto il mondo un numero stimato di 1,4 milioni di donne con l’Hiv rimangono iniziano una gravidanza e se non ricevono trattamenti medici specifici le possibilità di trasmettere il virus dell’Aids ai loro bambini varia dal 15% al 45 per cento. Se madre e figlio vengono tuttavia sottoposti a trattamenti retrovirali, ovvero vengono somministrate loro medicine che frenano la crescita e la moltiplicazione del virus nel corpo umano, la probabilità di trasmissione scende all’1 per cento.

Francesco Semprini

Ora la lista di nozze si fa al supermarket

  • Giu 25, 2015
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La Stampa
25 06 2015

Il giorno romantico per definizione, quando i sogni sembrano esaudirsi: il matrimonio. E non importa che da lì a qualche anno il lieto fine potrà sembrare un po’ appannato. In quel giorno e in tutti quelli che lo precedono ci si sente principesse.

L’abito, la festa, i regali. Ecco: i regali. La lista di nozze.
Da sempre un elemento per distinguere socialmente i matrimoni. Una cosa del tipo: dimmi in che negozio la fai e ti dirò chi sei. E i «social climber» impazzano tra gli indirizzi giusti, quelli frequentati dalle famiglie di solida fortuna e reputazione. Ma le cose sono cambiate e oggi le liste della spesa, «signora mia, non sono più quelle di una volta».

Si fanno dappertutto, dall’agenzia di viaggi al negozio di elettrodomestici o in banca. E da adesso anche al supermercato. E sorge una domanda. Ci si può sentire principesse, se gli invitati ti regalano salami e wurstel o magari un disinfettante per il water, oltre che qualche piadina, un pacco di caffè, un ammorbidente? Chissà. La Crai deve aver pensato di sì ed ecco a voi la prima lista di nozze alimentare. L’invito è chiaro: «Apri la tua lista nozze sul sito Crai e invita amici e parenti a contribuire. La somma raccolta verrà convertita in buoni spesa del valore di 20 euro ciascuno che utilizzerai nel tuo negozio».

E la favola?
Una ricetta anticrisi, sicuramente. Due anni di pasti sovvenzionati da parenti e amici. Ma la favola? Il buon gusto? Per essere onesti questo era morto da tempo, con le liste di nozze «tarocche», che funzionano più o meno in questo modo: faccio una lista in un negozio di articoli per la casa con cui mi metto d’accordo e poi parte delle cose, quelle che mi servono, le porto a casa, mentre il resto lo converto in denaro. Ci guadagnano gli sposi e ci guadagna il negoziante. Per non parlare delle liste di nozze in agenzie di viaggio dove si regalano agli sposi tragitti aerei, notti in albergo, cene, autisti. Ma in pratica si stanno regalando soldi, che poi gli sposi utilizzeranno in parte per il viaggio e in parte come «argent de poche». E vogliamo parlare del bigliettino con Iban personale degli sposi inserito tra l’invito e la partecipazione di nozze? E quindi perché scandalizzarci per la lista con salame e mortadella?

Per fortuna che c’è anche chi decide di raccogliere fondi e di donarli a chi è meno fortunato. Come Roberto Morgantini, 68 anni, vicepresidente della storica associazione «Piazza Grande» di Bologna, sposo sabato prossimo, che ha deciso di ricevere in regalo soldi per realizzare una mensa per i senza dimora.

Principi e principesse
Se le bisnonne, devote al galateo di donna Letizia, aborrivano le liste, di qualsiasi genere, («roba da cafoni»), negli Anni 80 sono state sdoganate anche dai rampolli con cognomi o conti in banca illustri. Anche da veri principi e principesse. Ed era una gara a farsi regalare oggetti preziosissimi, dai piatti di Herend o di Wedgwood ai bicchieri Baccarat o Saint Louis, fino ai sottopiatti d’argento. E a casa potevi trovare il vassoio di zia Pina, il servizio di piatti di nonna Fernanda, quell’orrenda scultura dono fuori lista del cugino Paolo che si tirava fuori dal sottoscala solo quando veniva in visita.

Altri tempi, in cui si facevano gridolini sarcastici e di orrore di fronte ai racconti dei matrimoni popolani, dove sulla partecipazione piena di colombe con le fedi intrecciate nel becco è scritto a caratteri cubitali: «È gradito il regalo in busta». E non significa che gradiscono delle affettuose letterine. Ora ci sono altre buste. Ma della spesa.

Decidete voi a quale lista, o a quale busta, appartenere.

Maria Corbi

Bergoglio e pregiudizio

  • Giu 18, 2015
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La Stampa
18 06 2015

Gli eventi sono talmente enormi che anche la soluzione migliore sembra minuscola. Figurarsi quelle meschine, spesso grottesche. Salvini polemizza col Papa sui migranti e già trovare quei due dentro lo stesso titolo infonde un senso surreale di straniamento: come abbinare Einstein al Mago Oronzo. Ma è un po’ tutto il meccanismo della comunicazione a essere uscito dai gangheri.

Nella sua invettiva contro Roma zozzona, l’untorello Beppe Grillo - ormai la vera zavorra del suo movimento - cita i clandestini accanto ai topi e alla spazzatura tra i possibili portatori di epidemie. Nemmeno i sudisti di «Via col vento» osavano parlare così degli schiavi che affollavano le loro piantagioni di cotone. E il governo ungherese? Per anni ha chiesto a gran voce il proprio ingresso in Europa. Ma ora che lo ha ottenuto decide di alzare un muro lungo il confine con la Serbia per impedire agli altri di entrare. Minacce di peste, fortezze assediate: uno scenario da Medioevo moderno, immortalato dalle immagini dei profughi aggrappati agli scogli della Costa Azzurra come gabbiani stanchi, con il mare intorno e gli yacht dei ricchi sullo sfondo.

«Prendili tu a casa tua». Oppure: «Vadano a stare in Vaticano». I mantra della banalità salvinista si rincorrono sul web e seducono gli animi spaventati dall’inesorabilità del cambiamento, vellicandone gli impulsi più bassi. O noi o loro. Che muoiano pure di fame e malattie, possibilmente lontano dagli obiettivi dei fotografi, per evitare rigurgiti di coscienza e consentirci di partecipare alla prossima Messa in santa pace.

Massimo Gramellini


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