LA STAMPA

La Stampa
20 03 2015

Qualche mese fa girarono a Santiago del Cile una pubblicità progresso, in cui chiedevano ai giovani di spiegare cosa significassero per loro gli apprezzamenti sessuali fatti in strada. I maschi risposero quasi tutti che si trattava di uno scherzo innocente e si dicevano anche convinti che in fondo le ragazze se ne sentissero lusingate. Domande analoghe poste al sesso opposto, invece, davano risultati diversi: le donne vivevano la pratica che qui viene detta del «piropo» con grande angustia, rabbia e impotenza. Per questo, la deputata cilena Camila Vallejo ha deciso di sottoscrivere un progetto di legge che, se sarà approvato, porterà gli apprezzamenti al rango di abuso sessuale e potranno essere sanzionati.

Sebbene questo tipo di esternazioni non facciano inizialmente distinzione di genere e nemmeno la legge in questione stabilisca a priori differenze tra uomini e donne, è vero che l’Osservatorio Cileno contro le Molestie Sessuali (Ocac) ha rilevato che di solito sono le femmine a restarne vittima e quasi mai da parte di altre femmine. «9 donne cilene su 10 hanno subito molestie sessuali verbali in strada - spiegano dalla Ong che ha scritto la legge ora presentata dall’onorevole Vallejo - e 3 su 4 hanno vissuto un’esperienza che ritengono traumatica».

Normalmente, le ragazze cilene iniziano ad essere esposte agli apprezzamenti a partire dai 12 anni, nel 99% dei casi da parte di sconosciuti. Per questo, la legge considererà come aggravante il fatto che il bersaglio di una molestia sia minorenne, che a pronunciarla sia un gruppo di persone invece che un singolo, oppure, che il destinatario sia considerato dal giudice un soggetto che ha difficoltà a difendersi. D’altra parte, non sarà previsto il carcere per chi si limiterà alle parole, mentre invece andrà incontro a problemi più gravi chi sconfinerà nell’esibizionismo o nel contatto fisico.

Finora, tutti questi casi venivano giudicati secondo una legge del XIX secolo che era stata scritta per affrontare altre infrazioni, perciò i tribunali finivano quasi sempre per cestinare le cause. «Una sera sono uscita per portare a spasso il cane e 3 tipi mi hanno spinto in un angolo buio», racconta per esempio Nicole Miranda, 19 anni. «Avevo con me solo un vecchio cellulare e uno dei ladri ha iniziato a toccarmi i seni, mentre mi puntava una pistola alla testa». Più tardi, quando Nicole si è trovata davanti alla polizia, senza che la vicenda fosse andata oltre quanto riferito, disse di voler sporgere due denunce: una per il furto del telefono e l’altra per molestie sessuali, ma gli agenti le risposero che era possibile fare verbale solo per il primo caso.

«La stragrande maggioranza dei cileni è d’accordo con noi sulla necessità di sanzionare gli apprezzamenti», hanno detto Camila Vallejo, una ragazza diventata celebre per aver guidato il movimento studentesco nelle proteste del 2011, e gli altri firmatari della bozza. Anche i maschi intervistati nella pubblicità progresso, che magari poco prima avevano celebrato la fantasia con cui in Cile si fanno i «piropos», riconoscevano in fondo che si sarebbero arrabbiati se qualcuno li avesse fatti alle loro fidanzate, alle loro sorelle o alle loro madri.

Filippo Fiorini

La Stampa
19 03 2015

Può il menu delle mense scolastiche diventare motivo di dibattito nazionale? È quello che sta succedendo in Francia negli ultimi giorni. Diversi sindaci stanno vietando la possibilità di offrire agli studenti delle scuole pubbliche la possibilità di avere un menu alternativo, nel caso di presenza di carne di maiale, «in nome della laicità». Nicolas Sarkozy, in piena campagna per le elezioni provinciali di domenica prossima, si è subito allineato sulle stesse posizioni, difendendo quelle iniziative locali. Dalla sinistra, invece, puntano il dito su tali «derive»: «Ma quando la smetterà Sarkozy di correre dietro all’estrema destra?», si è chiesto il premier Manuel Valls.

L’iniziativa del menu «o così o così», unificato per tutti, senza alternative dovute a motivi religiosi, era già stata imposta in piccoli comuni (Lagny-le-Sec e Sargé-Lès-Le Mans), governati dalla destra. Ma negli ultimi giorni anche il sindaco di una città più importante (Chalon-sur-Saône, 45mila abitanti, in Borgogna), Gilles Platret, dell’Ump, lo stesso partito di Sarkozy, aveva annunciato la medesima novità per le scuole pubbliche del suo comune, a partire dal settembre prossimo. L’annuncio aveva scatenato non poche polemiche, anche all’interno del suo partito. Ma poi anche Sarkozy, che è presidente dell’Ump, ha dato il suo appoggio a Platret, sottolineando che, «se uno vuole che i propri figli abbiano abitudini alimentari confessionali, li può mandare nelle scuole private». In effetti in Francia sta crescendo il numero di scuole e licei privati musulmani.

La sinistra, invece, critica la teoria del « menu unico », associandola a una nuova intolleranza. Incredibile è, tutto sommato, il cambiamento di posizioni per lo stesso Sarkozy. Nel 2003, quando era ministro degli Interni e si discuteva la futura legge sul divieto del velo in ambito scolastico, aveva dichiarato: «Una legge che esclude dalla scuola le ragazze, perché coerenti con la loro religione, le spingerà inevitabilmente nelle scuole confessionali musulmane, dove il velo non diventerà più una possibilità ma un obbligo».

Intanto l’ex presidente si è detto anche favorevole all’obbligo del velo all’università, per gli studenti maggiorenni, una questione che divide trasversalmente le forze politiche in Francia, perché vi sono favorevoli anche esponenti della sinistra e, invece, contrari tanti politici della destra. Tutti questi dibattiti, a pochi giorni dalle elezioni amministrative, sanno un po’ di strumentalizzazioni. «Bisognerebbe evitare di discutere di temi del genere alla vigilia di scadenze di questo tipo», ha sottolineato Henri Guaino, esponente dell’Ump ed ex consigliere (un tempo fidatissimo) di Sarkzoy.

Lorenzo Martinelli

La Stampa
13 03 2015

Per la prima volta nel mondo un gruppo di disabili mentali partecipa a una gara internazionale ad Amsterdam contro altri atleti, che non saprei come chiamare: abili? Campioni? Normali? Loro sono l’«otto con» della Società Canottieri Armida di Torino, e nelle cartelle consegnate alla Federazione c’è un lungo elenco di diagnosi mediche, di referti senza anima, di tutte quelle parole che definiscono solo una sofferenza nei suoi recinti: la sindrome down, o autistica, o Cat-eye, atassia cerebellare, disabilità intellettivo-relazionale. Domani e domenica alla Heineken Roeivier Kamp di Amsterdam, però, quelle sentenze non servono e saranno tutti uguali, attaccati ai remi, senza fiato e senza voce, abili e non, come uno qualsiasi di noi che ci ha provato una volta nella vita, come tutti quelli che hanno vissuto la felicità di una sfida, che sono riusciti a scalare una montagna. Matteo Bianchi, numero uno dell’equipaggio, dice che non vede l’ora, che ci metteranno l’anima.

Le lezioni dello sport
Forse tremeranno un po’ le gambe. Come a Mickael Gerard, di professione magazziniere, centravanti della squadra di dilettanti del Calais, finita a giocare contro i professionisti del Nantes la finale di Coppa di Francia del 2000 davanti agli 80mila spettatori del Parc des Princes. Disse: «Quando entrai lì dentro le gambe facevano fru fru. Poi non pensai più niente. Ci penso adesso, perché non dimenticai più». Eric Abidal, terzino sinistro della squadra più forte del mondo, il Barcellona di Guardiola, colpito da un tumore al fegato, miracolosamente guarito, ricadde di nuovo e fu salvato da un trapianto. Oggi, a 35 anni, gioca ancora, nell’Olympiakos, e dice che «lo sport ti insegna cose che ti salvano: la condivisione, il coraggio, la forza di volontà». Sono lezioni che possono imparare tutti, che vanno oltre le barriere delle parole.

Lo spettacolo del pianista
Alessandro Rossi non parla con nessuno, sta sempre in silenzio, anche quando gli altri si mettono insieme a scherzare. Un giorno che l’Armida li aveva portati in gita, «a un certo punto sentimmo arrivare una musica meravigliosa», racconta Gianluigi Favero, il presidente. Era lui. «Aveva trovato un pianoforte in qualche angolo di una sala. E s’era messo a suonare. Restammo senza parole. Suonava come un dio». Rossi ha 24 anni, lavora a Cirié e confeziona oggetti per alberghi. Nella cartella medica c’è scritto: sindrome di Asperger. Non c’è scritto che suona come un dio. E’ il numero 5 dell’equipaggio. Quello vicino a lui sulla barca è Giovanni Rastrelli, il numero 4. Sembra quello che parla più di tutti. Farebbero una strana coppia insieme. Giovanni va all’Armida da cinque anni e mezzo, come racconta lui con la precisione di uno studente che s’è preparato le risposte per l’esame, e si trova molto bene, dice. Frequenta la scuola alberghiera e l’hanno preso qui per uno stage a fare il cameriere. Ama altri sport, ma «questo è il più bello perché si sta insieme». Numero 6 del lotto è Umberto Giacone, e poi c’è Matteo Bongiovanni, numero 3, che da grande sogna di «fare il montatore per il cinema o la tv». La gara di Amsterdam non è più un sogno. Adesso ci vanno. Nessuno ha una fidanzatina, tranne Andrea Appendino, che «esce con Margherita Merlo», come racconta Manuel Vaccaro, il vecchio del gruppo con i suoi 28 anni, numero 2 dell’equipaggio. Anche questo non c’è scritto sulla cartella, che s’è innamorato. C’è scritto: sindrome down. Sono in due, l’altro è Lorenzo Sforza che adesso non c’è. Matteo Bianchi lo precisa come in un verbale di polizia: «Lavora in un bar. In via San Pio 15». Il loro timoniere sarà uno dei loro allenatori, Filippo Cardellino, un ragazzone che li sta spronando militarmente sulle acque levigate del Po. L’altro allenatore è quella che ha realizzato tutto questo, questa gara della normalità, 200 equipaggi iscritti, e anche loro a vedere fin dove arrivano nel mondo. Si chiama Cristina Ansaldi. E’ dall’anno scorso che ci lavora.

«È disabile chi si arrende»
L’Armida è la prima società sportiva italiana nella cura dei disabili. «Ci sono 70 ragazzi con problemi fisici e mentali che frequentano da noi i corsi di canottaggio», come spiega Gianluigi Favero. Ci vuole sempre tempo e dedizione per conquistare le cose. C’è riuscito Pistorius dopo anni di battaglie. Andrea Zanardi, grande pilota ridotto in carrozzella, lotta senza mai perdere il sorriso, come un tempo. La squadra di Calais, invece, non era fatta di disabili, ma di miseri impiegati come il capitano Reginald Becque che lavorava in un’azienda di scaffalisti, o di falliti, come Cedric Schille e Jerome Dutitre, che da grandi promesse del calcio erano finiti nel nulla, senza stipendio nella squadretta di un piccolo paese sulla Manica schiacciato dalla disoccupazione. A Parigi lottarono fino alla fine e persero per un rigore ingiusto proprio sul filo di lana. In città li accolsero come degli eroi, come se avessero vinto. Forse hanno vinto davvero loro. Un giorno lo capiremo. Il dottor Pierdante Piccioni, uscito da un coma di poche ore che gli aveva cancellato 12 anni della sua vita, ha dovuto lottare con tutte le sue forze per tornare a fare il medico. Quando ce l’ha fatta, ha detto a tutti che ha voluto dimostrare a tutti di non essere un referto: «Sono una persona e questo una risonanza magnetica non può saperlo. Disabile lo sei quando smetti di combattere, lo sei solo se sei convinto di esserlo».

Pierangelo Sapegno

Iran, la rivincita delle donne giornaliste

  • Mar 06, 2015
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La Stampa
06 03 2015

In Iran quasi la metà dei giornalisti è composto da donne, con un balzo in avanti rispetto agli anni Novanta accompagnato da una raffica di nomine editoriali avvenuta negli ultimi tempi. La statistica che fa notizia viene dal ministero della Cultura e della Guida Islamica, secondo il quale in Iran vi sono un totale di 8044 giornalisti 3455 dei quali - pari al 42% - sono donne. Si tratta di un considerevole balzo in avanti da quando, nel 1992, le donne raggiungevano a malapena il 13%, contando 278 reporter su un totale nazionale di 2145.

Fra i motivi del cambio di marcia c’è l’aumento delle donne nei media di orientamento riformista. “Shargh Daily” ad esempio ha molti capiredattori donne così come “Etemaad Daily” ha la metà del corpo redazione composto da donne. Nel caso di “Ghanoon Daily” e “Andishe-Pooya” - un mensile - sono i direttori ad essere donne. A guidare un giornale è anche Shahla Sherkat, di “Zanan-e Emrooz”, che si batte per i diritti delle donne facendo esplicito riferimento alla legge islamica per rivendicarne il rispetto. Ad essere guidati da donne sono anche “Iran-e Farda Monthly”, il “Nationalist-Religious Party Journal” e “Cinema-Adabiat Monthly”.

Ma non è tutto perché le donne si fanno spazio anche fra i conservatori della Repubblica Islamica ed a dimostrarlo è “Masalas Weekly”, che ha 7 donne su 20 membri del comitato direttivo. La conseguenza è che aumentano le ragazze anche negli studi di Comunicazioni e Media delle maggiori università. Resta da vedere quali saranno le conseguenze nel lungo termine di questo inatteso fenomeno di affermazione femminile in Iran.

Maurizio Molinari

Questo è un uomo

  • Mar 05, 2015
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La Stampa
05 03 2015

La cascina Raticosa è un rifugio sui monti sopra Foligno che durante la Resistenza ospitò il comando della quinta brigata Garibaldi. Nei giorni scorsi qualche nostalgico dello sbattimento di tacchi ha rubato la targa commemorativa e disegnato una svastica enorme sul muro. Forse non sapeva che nei pressi della cascina, in una notte di febbraio del 1944, ventiquattro partigiani appena usciti dall’adolescenza erano stati catturati dai nazisti, caricati su vagoni piombati e mandati a morire nei campi di concentramento del Centro Europa. O forse lo sapeva benissimo e la cosa gli avrà procurato ancora più gusto. Però non poteva immaginare che tra quegli adolescenti ce ne fosse uno scampato alla retata. Sopravvissuto fino a oggi per leggere sulle cronache locali il racconto dell’oltraggio.

Mentre tutto intorno le Autorità deprecavano e si indignavano a mani conserte, il signor Enrico Angelini non ha pronunciato una parola. Ha preso lo sverniciatore, il raschietto, le sue ossa acciaccate di novantenne ed è tornato al rifugio della giovinezza per rimettere le cose a posto. Con lo sverniciatore e il raschietto ha cancellato il simbolo nazista. E dove prima c’era la targa ha appoggiato una rosa.

Massimo Gramellini

Aborto, riprende il duello a Strasburgo

  • Mar 04, 2015
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Corriere della Sera
04 03 2015

Eccola di nuova. Riappare la parola “aborto” in un dibattito parlamentare e fra gli eurodeputati scoppia la polemica, come sempre, come inevitabile. Fra destra e sinistra, e in seno al Pd. L’oggetto del contendere è la relazione “sui progressi concernenti la parità tra donne e uomini nell'Unione europea nel 2013” che l’assemblea voterà la prossima settimana.

L’ha curata un belga di originale italiana, socialista, Marc Tarabella. E’ un documento importante, stabilisce principi che – per quanto ovvi – non sono ancora ben innestati nelle nostre consuetudini. A partire dal momento in cui ricordo che è “essenziale tenere in considerazione le numerose e interconnesse forme di discriminazione che molte donne e ragazze subiscono in Europa (disabilità, contesto migratorio, origine etnica, età, orientamento sessuale, identità di genere, gravidanza, situazione abitativa, basso livello d'istruzione, vittime di violenza, ecc.) e il fatto che le loro condizioni sono peggiorate negli ultimi anni".

Il duello s'infiamma sulle questioni di coscienza, sulle convinzioni etiche, intoccabili anche queste.

Al punto 44, Tarabella osserva ”che vari studi dimostrano che i tassi di aborto sono simili nei paesi in cui la procedura e legale e in quelli in cui e vietata, dove i tassi sono persino più alti (Organizzazione mondiale per la sanita, 2014)”.

Quindi “insiste sul fatto che le donne debbano avere il controllo della loro salute e dei loro diritti sessuali e riproduttivi, segnatamente attraverso un accesso agevole alla contraccezione e all'aborto”.

La quasi totalità del fonte popolare è insorta. Sostiene che è un modo per imporre l’aborto a chi non lo vuole. Protestano polacchi, maltesi e irlandesi, rappresentanti dei paesi che hanno la normativa più stretta in materia. Ma anche gli italiani sono in agitazione. E nel fronte della sinistra appaiono le solite crepe fra laici e cattolici.

“Ne stiamo parlando in delegazione, prevedo guai”, confessava ieri sera una voce di casa Pd, annunciando per stamane un nuovo confronto. Che risulta essere acceso.

La capodelegazione Patrizia Toia ha idee chiare e concilianti. “E’ una buona risoluzione che afferma principi importanti – ammette – Però la frase sull’aborto poteva essere scritta meglio”. Il suo suggerimento è di aggiungere all’”accesso agevole” qualcosa come “nei paesi dove esso è legale”. Così, sottolinea, non si dà l’impressione di imporre qualcosa a qualcuno.

Elisabetta Gardini, capodelegazione dei popolari, non è su posizioni antitetiche. “La relazione contiene punti importanti – precisa – però ci sono dei problemi sulle questioni che riguardano più da vicino le prerogative degli stati membri”. Il problema è “non travalicare le competenze”, sull’aborto, come sul congedo parentale che chiede un minimo di 10 giorni retribuiti. “Sono tematiche che competono alle capitali, il congedo è giusto, i giorni non dobbiamo deciderli noi”, dice l’eurodeputata di Forza Italia che promette emendamenti massicci in arrivo dal fronte popolare. “Sono questioni delicate e spesso sofferte”, ammette. Ognuno deve misurarsi con la sua coscienza.

Lo fa anche Elly Schlein dalla sinistra del Pd. "Mi pare assurdo che nel 2015 siamo ancora qui a parlarne", dice tutto d'un fiato: "Il testo di Tarabella affronta la parità di genere da diversi punti di vista, occupazionale come salariale, il tema della presenza delle donne nelle istituzioni, il dramma della violenza, e il diritto l proprio corpo. E' un testo equilibrato, passato a larga maggioranza in commissione, 24 "si", 9 "no". Mi aspetto che nostra delegazione sia favorevole, tanto più che non si dice nulla di nuovo rispetto alla legge 194: mi pare doveroso difendere i diritti della donna e lasciare per sempre alle spalle ogni oscurantismo di sapore medievale".

Di qui alla prossima settimana ci sarà battaglia. L’esito non è scontato. Come sempre in questi casi, il voto e la casacca non stanno sempre insieme.

La Stampa
27 02 2015

Lo scrittore e blogger bengalese naturalizzato negli Usa Avijit Roy è stato ucciso ieri sera da due sconosciuti a Dacca dove aveva appena visitato la locale Fiera del libro insieme alla moglie, Rafida Ahmed Banna, rimasta seriamente ferita. Lo riferisce oggi il portale di notizie BdNews24.

Testimoni oculari hanno riferito che Roy, 42 anni e conosciuto per la sua attiva condanna del fondamentalismo islamico, si stava allontanando verso le 21,30 a bordo di un risciò a motore dalla Amar Ekushey Book Fair quando è stato bloccato da due uomini armati di machete che lo hanno gettato al suolo e gravemente ferito alla testa.

Nella colluttazione è intervenuta anche la moglie dello scrittore, che a sua volta è stata ferita, perdendo anche il dito di una mano. Trasportato in ospedale e sottoposto ad immediato intervento chirurgico, Roy è deceduto in sala operatoria.

Fondatore del popolare blog Mukto-mona, era anche autore di alcuni volumi, fra cui `Biswaser Virus´ (Il virus della fede) e `Sunyo theke Mahabiswa´ (Dal vuoto al grande mondo) che stigmatizzano l’azione dei gruppi islamici più radicali. Anche per questi lavori aveva ricevuto ripetute e gravi minacce.

Scartata perché ha il velo. Il caso alla Corte Suprema

  • Feb 26, 2015
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La Stampa
26 02 2015

Finisce al giudizio della Corte suprema il caso della ragazza in hijab rifiutata dal colosso di abbigliamento per teenager. Nel 2008 Samantha Elauf fece un colloquio di lavoro con Abercrombie & Fitch, per una posizione di addetta alle vendite nel negozio di Tulsa, in Oklahoma. Samantha, allora 17enne, aspirava al ruolo di «modella», doveva far parte della squadra di ragazzi e ragazze immagine che, come in tutti i negozi della catena, indossano gli ultimi arrivi griffati A&F.

Elauf fece un’ottima impressione al manager, ottenendo un punteggio elevato, ma quando quest’ultimo si consultò con il responsabile di zona, le quotazioni di Elauf, in base al «look policy», si abbassarono vertiginosamente, e alla fine venne scartata. Il problema per A&F era che Samantha, durante il colloquio, indossava un hijab, il copricapo nero delle fedeli musulmane. E questo era contrario alle severe regole di costume imposte dall’azienda ai dipendenti dei negozi, tra cui il divieto di indossare cappelli, orecchini vistosi e di mantenere copricapo per motivi religiosi.

Senso di emarginazione
Il diniego di A&F non è andato giù a Samantha che tramite l’Equal Employment Opportunity Commission (l’organismo che vigila sulle pari opportunità del lavoro in Usa) ha fatto causa all’azienda vincendo in primo grado. La motivazione è che la società aveva adottato un comportamento discriminante. Nel 2013 la sentenza però è stata ribaltata in secondo grado, perché la ragazza non era protetta dal Civil Rights Act del 1964, visto che durante il colloquio non aveva fatto menzione della necessità di indossare l’hijab per motivi religiosi.

In sostanza per la Corte d’Appello, la ragazza sarebbe stata esclusa solo in ottemperanza ai criteri fissati da A&F. La sentenza tuttavia è stata contestata dall’Eeoc, che ritiene assai pericoloso definire necessario per un colloquio di lavoro dichiarare la propria fede. Un atto discriminatorio in sé quindi. La società si difende spiegando di avere una tradizione assai longeva di inclusività e rispetto delle diversità, ma se la Corte suprema dovesse dar ragione alla ragazza con l’hijab, la sentenza potrebbe avere una serie di ramificazioni che riguardano ad esempio la gravidanza e le disabilità.

In realtà è però l’aspetto religioso quello più caldo, e in particolare per la comunità musulmana, che sull’onda della violenza terroristica islamica, si sente emarginata, discriminata, finanche in pericolo di vita. Come dimostra l’omicidio di tre studenti musulmani all’università della Carolina del Nord. Una potenziale polveriera visto che gli immigrati provenienti da Paesi musulmani sono in numero superiore rispetto anche a quelli dall’America centrale.

Francesco Semprini

La Stampa
25.02.2015

Diversi artisti, dai 99 Posse ai Punkreas, da Moni Ovadia ad Ascanio Celestini ed Elio Germano, aderiscono alla contro-manifestazione del 28 febbraio a Roma

“Di una cosa prima ero contento di essere romano: che almeno non c’avevamo la Lega”. Michele Rech, al secolo Zerocalcare, fumettista che ha reso famosa la città di Rebibbia, è uno degli artisti che parteciperanno il 28 febbraio alla contro-manifestazione #MaiconSalvini , nata per opposizione a quella del segretario della leghista, che sotto lo slogan “Renzi a casa” sabato conta di raccogliere in Piazza del Popolo “un milione” di persone.

Una marcia su Roma quella del leader del Carroccio che ha scatenato le ironie della rete intorno agli hashtag #Maiconsalvini e #Romanonsilega e che ha raccolto intorno all’omonima pagina Facebook oltre 5500 “mi piace”. A lanciare l’appello alla mobilitazione ad artisti e cittadini centri sociali e associazioni della sinistra romana, circoli Anpi e movimenti antirazzisti e dell’universo Lgbt. A sottoscriverlo diversi artisti, dai 99 Posse ai Punkreas, da Moni Ovadia ad Ascanio Celestini ed Elio Germano. In particolare l’attore romano – per lanciare la mobilitazione che sfilerà da piazza Vittorio a piazza Sant’Andrea Della Valle – ha scelto di registrare un video su youtube in cui fa il parallelismo tra i luoghi comuni dei migranti di oggi e quelli che colpivano gli italiani che andavano a cercare fortuna negli Stati Uniti.

“Generalmente di piccola statura..molti puzzano.. si costruiscono baracche nelle periferie...molti bambini chiedono l’elemosina”, legge Elio Germano nel video, parole, datate 1919 e scritte nero su bianco, con cui l’ispettorato dell’immigrazione per l’ingresso negli Stati Uniti faceva riferimento ai nostri connazionali. Sprezzante nei confronti del segretario leghista, che però non nomina, anche il post dello scrittore Erri De Luca. “Non è neanche razzismo – scrive De Luca– non arriva a quella temperatura. È misera speculazione sulle paure, istigazione a provare diffidenza e avversione”. Sulla pagina Facebook, centinaia di fotografie degli utenti con i cartelli #MaiconSalvini e molti slogan di sberleffo, mentre a curare la parte grafica della locandina dell’evento è stato lo stesso Zero Calcare .

Quando partorire è un rischio

  • Feb 20, 2015
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La Stampa
20 02 2015

Fuori standard quasi 3 punti nascita su 10 secondo un rapporto di Save The Children

Partorire può essere molto rischioso. La vicenda di Catania dove una neonata è morta in una clinica privata dopo una serie impressionante di superficialità, errori, approssimazioni, lo ha dimostrato ancora una volta ma al di là di questo triste caso ce ne sono purtroppo molti altri. E' irregolare il 29% dei Punti Nascita - dove avviene la maggioranza dei parti - perché non in linea con i parametri: vi si effettuano meno di 500 parti l’anno ed è insufficiente il loro personale medico/ostetrico e di servizi di trasporto materno e neonatale di emergenza. Il numero più alto di queste strutture è in Campania (20), Sicilia (18), Lazio (12), Sardegna (10). Lo sottolinea Save The Children nel rapporto “Mamme in arrivo”.

Quando si tratta di parti cesarei c'è chi esagera. Sono in media più di 1 su 3, il 36,3% dei parti, quasi 10 punti sopra la media UE 27 (26,7% nel 2011) e più del doppio rispetto a quanto raccomandato dall’OMS. Troppi soprattutto in Campania (61,5%), Molise (47,3%), Puglia (44,6%), Sicilia (44,8%).

Ancora troppi neonati muoiono soprattutto in alcune parti della penisola. La mortalità infantile è tra le più basse al mondo ma fa registrare un +30% nel Mezzogiorno, con picchi in Sicilia (4,8 bambini che perdono la vita entro il primo anno, su 1000 nati vivi), Campania (4,1), Lazio (3,9) e Liguria (3,8).

L'età delle mamme è sempre più avanzata. 11 neonati su 100 in Italia hanno una mamma sotto i 25 anni, 8 su 100 invece di 40 anni e più e 280 sono state le mamme over 50. Tra l’8 e il 12% delle neo madri, pari a un numero compreso tra le 45 e le 50 mila donne l’anno, soffre di depressione post partum; circa 400 neonati, ogni anno, non sono riconosciuti dalle madri e vengono lasciati in ospedale.

"Per prevenire situazioni di maltrattamento, abuso o di grave disagio materno è necessario definire protocolli che escludano, in qualsiasi circostanza, le dimissioni ospedaliere di una neo mamma che mostri gravi condizioni di fragilità sociale o psicologica, senza una adeguata presa in carico, da attivarsi già durante il ricovero ospedaliero", chiede Raffaella Milano, Direttore Programmi Italia-Europa di Save the Children presentando i risultati del progetto "Fiocchi in arrivo" che ha accompagnato e sostenuto madri e padri in tre ospedali italiani, a Milano, Napoli e Bari. Per quanto riguarda i servizi territoriali per la salute materno-infantile, i consultori si sono ridotti di numero negli anni e attualmente sono 1.911: circa 1 ogni 29 mila abitanti.

La copertura degli asili nido pubblici riguarda solo il 13% dei bambini 0-2 anni e scende ulteriormente in alcune regioni,toccando quota 2% circa in Calabria e Campania: d’altra parte è appena del 4,8% la percentuale di risorse destinate alle famiglie, sul totale della spesa sociale.

Flavia Amabile

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