×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

LA STAMPA

La Stampa.it
02 01 2012


L'Arabia Saudita sta costruendo il primo stadio appositamente progettato per permettere alle donne di assistere alle partite di calcio, un diritto attualmente vietato per via della rigida segregazione in pubblico tra uomini e donne.

Secondo Al Sharq, quotidiano di proprietà statale, lo stadio situato nella città portuale di Jeddah dovrebbe essere completato nel 2014 e disporrà di cabine e balconi privati per accogliere le spettatrici.
"Fonti attendibili hanno riferito che oltre il 15 per cento della struttura sarà destinata alle famiglie, quando l'impianto verrà completato nel 2014. Oltre a famiglie, anche giornaliste e fotografe saranno ammesse e verranno loro assegnati posti esclusivi lontano dai giornalisti uomini, in modo che possano seguire e informare sugli eventi locali e internazionali ", scrive Al Sharq.

L'interpretazione puritana saudita dell'Islam vieta a uomini e donne non imparentati di mescolarsi in pubblico. Le aree pubbliche per donne o famiglie sono vietate agli uomini che non siano accompagnati da una parente donna. Allo stesso modo, alle donne viene negato l'accesso alle aree dove si riuniscono gli uomini non accompagnati.

La costruzione dello stadio arriva due mesi dopo che l'Arabia Saudita, nel tentativo di evitare di essere esclusa dalle Olimpiadi di Londra di quest'anno, ha accettato di inviare ai giochi una cavallerizza per rappresentare un Paese che scoraggia molto lo sport femminile.

La decisione è arrivata in seguito ad un avvertimento da parte di Anita DeFrantz, il presidente del Comitato olimpico internazionale , nel quale la donna avvertiva Arabia Saudita, Qatar e Brunei di un'eventuale esclusione dai giochi se non avessero inviato per la prima volta almeno un'atleta femminile alle Olimpiadi di Londra.

Un precedente accordo con il Qatar, l'unico altro Paese la cui popolazione indigena è in gran parte Wahhabiti, i seguaci della interpretazione puritana dell'Islam predominante in Arabia Saudita, di mettere in campo una squadra femminile a Londra ha aumentato la pressione sul regno in modo ne seguisse l'esempio.

L'atleta saudita che molto probabilmente parteciperà ai giochi è la cavallerizza diciottenne Dalma Rushdi Malhas, che ha vinto una medaglia di bronzo nei Giochi Olimpici della Gioventù di Singapore del 2010. In quell'occasione, Malhas non era ufficialmente delegata a competere a Singapore per conto del regno.

Nonostante lo scoraggiamento ufficiale, le donne sono sempre più decise a superare questi limiti, a volte con il supporto dei membri più liberali della famiglia regnante Al Saud. Anche il Consiglio della Shura ha emanato regolamenti per le società sportive femminili, ma le forze conservatrici religiose hanno spesso l'ultima parola.

Si tratta di un lungo processo: basti pensare che il mandato conferito lo scorso anno alla società di consulenza spagnola per sviluppare il primo piano nazionale di sport del regno è rivolto esclusivamente allo sport maschile.

Sullo sfondo di un malcontento generale latente, questa spinta a superare i limiti dimostra come le donne siano sempre più visibili nello sfidare l'apartheid di genere nel regno. A maggio Manal al-Sharif è stata arrestata per nove giorni dopo che si è videoregistrata mentre violava la legge che vieta alle donne di guidare. E' stata rilasciata solo dopo aver firmato una dichiarazione in cui prometteva che avrebbe posto fine alle proteste per i diritti delle donne.

La discrepanza dello sport femminile è rinforzata dal fatto che le lezioni di educazione fisica sono vietate nelle scuole statali per ragazze. Spesso partite e maratone vengono cancellate non appena giungono all'orecchio dei membri più conservatori del clero.

La questione dello sport femminile ha scatenato un aspro dibattito, in cui gli esponenti religiosi condannano questa pratica come corrotta e satanica e causa di decadenza. Avvertono che correre e saltare può danneggiare l'imene di una donna e rovinarne quindi la possibilità di sposarsi. Nonostante questo, le donne hanno fondato squadre di calcio e altri gruppi sportivi utilizzando come base l'interno degli ospedali e i centri benessere.

Da parte sua, il re saudita Abdullah si è mosso per migliorare i diritti delle donne. Lo scorso settembre, hanno ottenuto il diritto di voto, il diritto di eleggibilità alle elezioni locali e sono entrate a far parte del consiglio della Shura. Speriamo che questo sia solo l'inizio di una sempre maggiore apertura a sostegno dei diritti delle donne saudite.

 TRADOTTO DA ELENA INTRA

Telefono azzurro: abusi triplicati

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 1114 volte
07 11 2012 
 
In aumento le violenze domestiche sui bambini, botte e maltrattamenti
Caffo: “Famiglie più fragili e in crisi”
In sei anni sono più che triplicati i casi di abuso fisico su minori segnalati al servizio 114 Emergenza infanzia di Telefono Azzurro. Da gennaio 2006 ad agosto 2012, le richieste d’aiuto per percosse e maltrattamenti sono passate dal 5,2% al 17,1% (+3,9% rispetto al 2011) del totale: ad oggi quasi una denuncia su cinque è per abuso fisico. È quanto emerge dai dati raccolti dalla linea 114 gestita da Telefono azzurro e diffusi oggi durante un convegno in Senato. Negli ultimi sei anni le richieste d’aiuto hanno riguardato quasi in egual misura maschi (51,6%) e femmine (48,4%), ma prevalentemente bambini fino ai 10 anni (64,2% dei casi). Il 50% dei minori per cui è richiesto aiuto vive con entrambi i genitori, il 33,1% con la sola madre. Nell’88,9% dei casi è un adulto a chiamare per segnalare una situazione di disagio vissuta da un bambino.  
 
Per il presidente di Sos Il Telefono Azzurro onlus, Ernesto Caffo, «Non si possono tagliare dai bilanci dello Stato risorse destinate ai bambini. Occorrono strumenti adatti e risorse adeguate: se non ci sono i servizi, i bambini non possono chiedere aiuto e nelle situazioni di emarginazione, violenza e devianza si interviene con difficoltà e in ritardo. Come l’esperienza del 114 ci insegna, è invece indispensabile cogliere immediatamente i segnali di sofferenza dei minori e unire le forze all’interno della comunità di riferimento tra servizi pubblici e privato sociale. Non dimentichiamoci dei bambini - ha concluso - l’aumento dei casi di abuso fisico nasce dalla fragilità delle famiglie, ora accentuata dalla crisi economica, e dall’assenza dei servizi di sostegno».  
 
Dal 2006 all’agosto 2012 sono raddoppiate le denunce per grave trascuratezza, passando dal 5,7% al 10,4% delle segnalazioni totali, e sono aumentati i casi di abuso psicologico (dall’8,3% al 12,9%), di «inadeguatezza genitoriale», cioè incapacità di svolgere il ruolo educativo di padre o madre (dal 6,3% al 10,2%), di violenza domestica tra genitori (dal 7,9% al 9,7%) e di disagi emotivi comportamentali (dal 2,2% al 5,2%). In generale, nel 2012 sono giunte al 114 in media circa 4 richieste d’aiuto al giorno, 115 al mese. In sei anni sono stati seguiti 10.526 casi.  
 
È il Nord l’area in cui sono stati gestiti più casi d’emergenza (42,8%), mentre per quanto riguarda le regioni, il primato negativo va a Lombardia (15%), Lazio (14,5%) e Campania (12,6%). 
 
Prevalgono le richieste d’aiuto per bambini fino ai 10 anni (64,2% dei casi) e il pericolo per i minori è soprattutto in casa (63,1%). Nel 78,3% dei casi il presunto responsabile del disagio è uno dei genitori. Il 19,5% delle segnalazioni gestite nei primi otto mesi del 2012 ha riguardato un bambino straniero, nella maggior parte dei casi nato in Italia (36%). Più di una richiesta d’aiuto su tre (35,9%) viene gestita nella fascia serale-notturna, mentre una su cinque (21,2%) il sabato e la domenica, in concomitanza con gli orari di chiusura degli altri servizi 

Carlà e le donne

  • Nov 29, 2012
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 2386 volte

La Stampa
29 11 2012

di Massimo Gramellini
Non è vero che la più grande produttrice torinese di gaffe sia Elsa Fornero. Ne esiste una che da anni si è delocalizzata all’estero: a Parigi, pour la précision. E’ accaduto che Carla Bruni rompesse un estenuante silenzio per dichiarare a Vogue che la sua generazione non ha più bisogno del femminismo. Ignoro quante femministe ci siano in Francia. Di certo però ci sono molte femmine dotate di telefonino che hanno intasato la rete di messaggi per la ex Première Madamin. Il più caloroso: «La mia generazione ha bisogno del femminismo, ma il femminismo non ha bisogno di Carla Bruni». Ho avviato una breve inchiesta fra le mie colleghe. Cynthia: «Senza il femminismo lei non sarebbe dov’è e non potrebbe dire le scemenze che dice». Anna e Raffaella: «Facile non avere bisogno del femminismo quando sei una privilegiata». Michela: «La situazione è peggiorata da quando il femminismo non c’è più». Tonia: «Il soffitto di cristallo che impedisce alle donne di salire nella scala sociale da noi è ancora di piombo». Barbara: «Non il femminismo ma il rispetto della femminilità continua ad avere bisogno di lotte».

Finché al mondo esisteranno donne mobbizzate, violate, ammazzate e in troppi Paesi segregate e infibulate, il femminismo avrà un senso. Certo, bisogna intendersi. Se femminismo significa mettere Christine Lagarde al Fondo Monetario - una donna che ragiona come un uomo - o Carla Bruni sulle copertine - una donna che ha fatto carriera utilizzando gli uomini - è maschilismo travestito. Se invece significa riplasmare il mondo secondo un modello femminile di convivenza, allora sbrighiamoci, perché non vedo molte altre àncore di salvezza per il genere umano.

LA FORZA DELLA SCIENZA

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 962 volte
la stampa
06 12 2011


UMBERTO VERONESI
Il pensiero non è in crisi. La situazione economica mondiale assorbe, giustamente, la nostra attenzione quotidiana e ci assilla di preoccupazioni per il domani, ma dobbiamo ricordare che le difficoltà riguardano i capitali e i flussi finanziari, mentre la creatività scientifica, che è la chiave per il futuro, sta vivendo uno dei periodi più floridi della sua storia. Per lanciare questo messaggio ho accettato che i miei collaboratori più stretti organizzassero oggi a Roma la celebrazione dei 30 anni dalla pubblicazione sul New England Journal of Medicine- dello studio che cambiò da subito le sorti delle donne colpite da tumore del seno, e poi di tutti i malati di cancro. Perché sarà una celebrazione della forza innovativa del pensiero razionale scientifico e della eccellenza della ricerca medica italiana, che pure non ha mai goduto né di grandi risorse, né di grande considerazione nelle strategie di crescita del nostro Paese. Volli personalmente quello studio (che durò dal 1973 al 1981 su 700 pazienti), contro il parere dell’oncologia mondiale.
Il lavoro ha dimostrato che i tumori del seno in fase iniziale potevano essere curati con gli stessi risultati, conservando la mammella e asportando solo la parte sede del nodulo. Fu una rivoluzione profonda che pose fine all’accanimento sul corpo femminile e a ogni forma di eccesso di cura, e insegnò agli oncologi nel mondo a tener conto della qualità di vita dei malati e della loro percezione della malattia. Le donne furono motivate a controllare periodicamente il proprio seno e, poiché i tumori iniziali guariscono di più, l’impatto fu enorme: in 40 anni la guaribilità è passata dal 40% all’85% dei casi. Ora miriamo ad un obiettivo più ambizioso: sviluppare questa tendenza, fino a trasformare il tumore del seno in una malattia con mortalità vicino allo zero. Come? Sappiamo che la probabilità di guarigione del tumore del seno è proporzionale alla tempestività della diagnosi e oggi abbiamo a disposizione conoscenze più avanzate (abbiamo decodificato il genoma umano) e strumenti di indagine molto più efficaci e accurati di 40 anni fa. La sfida è quindi di applicarli su ampia scala e uniformemente a livello nazionale. All’Istituto Europeo di Oncologia abbiamo dimostrato con uno studio pilota su 1258 pazienti che, se il tumore del seno è scoperto quando è impalpabile e rilevabile solo con gli esami strumentali (mammografia, ecografia, risonanza magnetica), la percentuale di guaribilità è del 98%. Chirurgia e radioterapia si sono velocemente attrezzate per trattare tumori sempre più piccoli, diventando ancora meno invasive e più mirate: così sono nate e si svilupperanno le tecniche di chirurgia radioguidata e la radioterapia intraoperatoria.
Quando arriveremo ad intercettare la maggioranza delle lesioni impalpabili, la chirurgia lascerà il passo a tecniche di cura senza bisturi, come i fasci di protoni, ioni carbonio e gli ultrasuoni (la tecnica Hifu). Molto ci attendiamo ancora dalla rivoluzione molecolare. Nella diagnosi la novità è la ricerca di MicroRNA (Mirna) nel sangue: frammenti di Rna (la «copia» del Dna) che ci permetteranno di agire sul tumore prima che sia un nodulo rilevabile da qualsiasi apparecchio diagnostico. L’analisi di questi frammenti è in grado di identificare quei tumori che non infiltreranno mai altri organi, e di distinguerli da quelli che invece tendono per loro natura a dare metastasi. Con un semplice esame del sangue, quindi, otterremo indicazioni fondamentali per l’approfondimento della diagnosi e l’orientamento della cura. Avremo più farmaci biologici diretti a bersagli molecolari e riusciremo a colpire le cellule staminali del cancro al seno, che già abbiamo individuato, e che sono le responsabili delle temute metastasi.
La medicina è quindi in pieno fermento, ma i suoi risultati oggi non dipendono soltanto dal pensiero e dallo sviluppo, perché stiamo vivendo il passaggio, come dice il motto inglese, da un Welfare State a una Welfare Community. Non è più pensabile che lo Stato offra ai suoi cittadini un’assistenza totale, come era nel sogno garantista, ma è la comunità civile che deve assumere in prima persona la responsabilità della propria salute. Nella lotta ai tumori il primo passo è aderire ai programmi di diagnosi precoce. Per i tumori del seno, solo se le donne prenderanno coscienza, si faranno controllare in massa, educheranno le loro figlie, faranno lobby, ove necessario, l’obiettivo mortalità zero potrà davvero essere raggiunto.

NO AI TRASFERIMENTI DEI LOMBARDI

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 919 volte
la stampa
06 10 2011

diritto di cronaca
L'Agenzia delle Entrate per "esigenze funzionali" vieta ai suoi funzionari che lavorano in Lombardia di andare in altre regioni
FLAVIA AMABILE
Chi lavora in Lombardia, deve restarci. Si era capito già un anno fa quando arrivò dall'Agenzia delle Entrate della Lombardia la richiesta di rinviare i trasferimenti per tutti i suoi funzionari: nessuno di loro doveva andare a lavorare in altre regioni. Solo l'intervento dei sindacati e una lunga trattativa hanno permesso il via libera da gennaio.
Da allora sono usciti altri due interpelli, una sorta di procedure interne per trasferire funzionare da una sede all'altra.  E questa volta è specificamente indicato che "per esigenze funzionali" la mobilità non si applichi a chi lavora in Lombardia.
Eppure le cifre confermano che il problema esiste. L'ultimo concorso per funzionari bandito prevedeva 855 posti in tutt'Italia ma di questi 320, quasi uno su tre, erano assegnati alla Lombardia. E anche nei precedenti concorsi esisteva la stessa sproporzione mentre per anni alle regioni del sud non veniva assegnato alcun posto.
Quest'anno invece il Sud ha avuto 25 posti in Campania, 25 in Sicilia, 25 in Puglia e 10 in Calabria. Pochissimi comunque rispetto alle esigenze dell'intero sud, di qui le richieste di trasferimenti che la Lombardia nega.
"Una discriminazione", denuncia il sindacato Flp Finanze. Ma l'Agenzia delle Entrate risponde che in Lombardia "ti da controllare. Non si può restare sguarniti. E 'una delle terre con maggiore presenza di partite Iva e soggetsono proprio le cifre a giustificare lo stop ai trasferimenti: uno su 75 dei partecipanti ad un concorso dell'Agenzia riesce a vincerlo. In Campania, invece, 1 su 350 ci riesce e in Calabria 1 su 440.  Cifre che in realtà confermano soprattutto l'enorme ingolfamento degli uffici delle Entrate nel sud d'Italia.

PAKISTAN: BUONA NOTIZIA PER I DIRITTI DELLE DONNE

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 1636 volte
la stampa
06 12 2011

TRADOTTO DA ELENA INTRA
Finalmente qualche buona notizia per i diritti delle donne in Pakistan.
A novembre l'Assemblea nazionale pakistana ha approvato una legge che vieta la pratica onerosa di risolvere le controversie tra le tribù e le famiglie utilizzando le donne come pegno di pace.
Questa pratica, nota come Sawra, ha alle spalle una lunga storia, ma ora il Parlamento ha deciso che non c'è ragione di continuare a seguirla, soprattutto quando la sposa venduta è condannata a una vita infelice all'interno di un matrimonio forzato.
Breve descrizione su come funziona la Sawra: quando qualcuno viene ucciso in una faida tra tribù, il colpevole può fare ammenda "regalando" la sorella o la figlia alla famiglia della vittima. Il "segno di pace" viene forzatamente costretta a sposare uno dei parenti maschi della vittima, e di solito viene trattata dalla nuova famiglia come oggetto di recriminazione e di amarezza, oltre a essere sfruttata come schiava.
Ma dichiarare fuori legge questa pratica è una cosa, porvi fine un'altra.
Proprio mentre veniva approvata la normativa, insieme ad altri divieti relativi a diverse forme di matrimonio forzato e discriminazione sessuale, almeno una vittima della Sawra era ancora in clandestinità.
La ragazza, Zarwari, all'inizio di quest'anno ha fatto qualcosa di impensabile recandosi di fronte a un tribunale per sfidare il diritto dei genitori di consegnarla in moglie per un presunto crimine commesso due decenni fa. Pare che un suo zio fosse scappato con la figlia di un vicino, e per dirimere la controversia, il padre di Zarwari aveva promesso alla sua nascita che la piccola avrebbe sposato il padre della sposa fuggita. Il fatto che il padre offeso abbia ora 80 anni, mentre la ragazza sia nel pieno dei 20 anni, sembra non avere importanza per entrambe le famiglie.
Alla fine Zarwari, che si è nascosta in una casa-rifugio del governo durante il processo, ha vinto la causa. Ma la sua vittoria in tribunale non le ha garantito di essere completamente fuori pericolo. Al momento si trova ancora nella casa-rifugio e ha paura di tornare a casa.
Adesso la questione, per tutte le vittime dei matrimoni forzati, è capire quanto tempo ci vorrà prima che la mentalità cambi per adattarsi alla nuova legge. Questo è il compito degli attivisti della comunità e nessuno dovrebbe sottovalutare sia la dimensione che l'importanza di un tale compito.
Come ha detto Sima Munir, leader della Fondazione Awrat, ONG di donne che lavorano in Pakistan, a Radio Mashaal: le spose barattate affrontano enormi pressioni sociali per far fronte al loro destino.
"La pratica della Sawra è una tradizione disumana in cui le ragazze vengono trattate come animali dopo essere state costrette al matrimonio", afferma Munir. "Ma ogni volta che una donna chiede aiuto contro tutte queste crudeltà, la società non la rispetta, anche se si tratta di suoi diritti inalienabili. Le donne che invece tollerano questa crudeltà sono considerate nobili".
In base alla nuova legge, costringere una donna a sposarsi per risolvere una controversia sarà punibile da 3 a 5 anni di reclusione e da una multa di circa mezzo milione di rupie (circa 5.600 dollari USA).

MOGLIE=CAMERIERA

  • Dic 22, 2009
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 2731 volte
Dal blog Un altro genere di comunicazione
http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2009/12/18/mogliecameriera/

Metterci un bel Raul Bova non cambia il risultato e il forte messaggio sessista che ogni spot italiano vuole comunicarci.
Raul dopo aver avvicinato la hostess per delle ordinazioni, si rivolge ad un signore vicino a lui facendogli notare che stare su alitalia è come stare a casa sua.

Il signore gli dice: ’scusi non è usa moglie?’ della serie, non ce l’ha anche a casa?
e raul gli risponde ‘infatti, solo che a casa non è così’ della serie mia moglie non si comporta da schiava sottomessa, non è gentile, non si prende cura di me e non è a mia disposizione. Insomma negli spot la donna o è oggetto sessuale o è schiava cameriera che deve soddisfare i bisogni del marito.

Della serie: donne guardate come sono gentili le nostre hostess e prendete questo come esempio a casa se no i vostri mariti partono via.

La pubblicità diffonde modelli negativi in continuazione ci bombarda con un modello femminile arcaico e superato e assai pericoloso se si pensa che ancora il modello maschile di donna ‘grazie’ alle pubblicità che non insegnano altro è ancora quello di oggetto sessuale o schiava di sua proprietà che si spiega in numerosi femminicidi e stupri che ogni giorno di consumano a danni di donne nel nostro Paese.

Non solo l’anno scorso abbiamo assistito alla discriminazione sessuale del non assumere le donne con bambini piccoli a lavorare, questo conferma che la compagnia aerea è sessista, tratta le donne come degli oggetti che devono starsene a casa soddisfare i bisogni degli uomini e si devono mostrare sempre carine e sottomesse.

Insomma c’è una differenza di come la pubblicità tratta belli e belle del cinema o spettacolo, i belli mantengono la loro aura da dominatore e le donne devono diventare oggetti per meglio rappresentare quello che l’immaginario maschile vuole.

Intanto boicotto alitalia un fallimento di compagnia!

INTERNET POTREBBE DIVENTARE LA PATRIA DEI ROM

  • Mag 02, 2011
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 1571 volte
da lastampa.it, 2 maggio 2011

Lo sostiene la loro regina, che chiede una rappresentanza «trans-statuale»

«Grazie a Internet il popolo Rom potrebbe diventare una nuova entità politica, senza territorio, ma con una rappresentanza istituzionale riconosciuta». Lo sostiene Lucica Tudor regina degli zingari che da anni si sta battendo per i diritti dei Rom e che rivendica una rappresentanza istituzionale per una nazione di 20 milioni di persone sparse in tutto il mondo. Secondo Lucica Tudor Internet potrebbe essere la soluzione per dare una rappresentanza istituzionale al popolo Rom e l’e-goverment rappresenterebbe la chiave di salomone per dare un identità riconosciuta ad un popolo sparso in tutto il mondo.

ANDREOLI E GLI UOMINI SENZA FRENI

  • Mar 05, 2012
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 3020 volte
di Flavia Amabile, La Stampa
5 febbraio 2012
 
Dopo il delitto di #Brescia frutto di una persona lucida non di un matto in preda ad un raptus, dice lo psichiatra.

Vittorino Andreoli, psichiatra, una vita trascorsa ad analizzare i meandri della mente nei crimini più efferati, che cos’è successo stavolta in questo delitto di Brescia?
«Ci troviamo di fronte ad una famiglia molto complicata, in una situazione in cui gli equilibri erano molto fragili. Il personaggio principale è la gelosia».

INVIDIOSI?

  • Set 19, 2011
  • Pubblicato in LA STAMPA
  • Letto 1616 volte
di Massimo Gramellini, La Stampa
17 settembre 2011

Putin ha dichiarato a un congresso di imprenditori che chi critica le notti brave del suo amico Silvio è un invidioso. Il gerarca russo appone la sua firma d’autore all’ideologia che ha dettato legge negli ultimi decenni: il Pensiero Unico Turbomaterialista, il cui acronimo PUT richiama benevolmente il suono di una flatulenza. Secondo tale visione maschilista e totalizzante del mondo, gli esseri umani desiderano soltanto fare orge, intascare mazzette e sculettare in tv, non necessariamente in quest’ordine.

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)