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LA STAMPA

Emergenza senzatetto nella Roma degli scandali

  • Gen 02, 2015
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
02 01 2015

Una notte tra i volontari della stazione Ostiense della Capitale: “Mai vista tanta gente”

Nessuno ricorda un fine anno come questo del 2014. I volontari delle associazioni che fanno capo alla Protezione Civile ne hanno viste tante ma non avrebbero immaginato di trovarsi davanti alla disperazione e alla disorganizzazione della Roma degli ultimi giorni del 2014. «Una fila di 150 persone, tutti insieme ad attendere un pasto caldo non l’avevamo mai vista - spiega Marco Colini della Svs Roma - Non c’è mai stata una richiesta come quella di quest’anno sono aumentati soprattutto gli italiani. A chiedere un pasto caldo in 6 casi su 10 sono loro, non gli stranieri».

Da una settimana, da quando le temperature hanno iniziato a scendere sotto lo zero, ogni sera i volontari arrivano intorno alle otto e mezza alla stazione Ostiense con tre pentoloni di cibo e si prendono cura dei senzatetto. L’appuntamento è sotto i portici, in fondo, il lato più protetto del piazzale, ma dove fa un freddo che entra comunque subito fino alle ossa. I senzatetto iniziano a radunarsi già dalle sette e mezza. Dopo un’ora riempiono metà porticato.

La prima sera i volontari sono arrivati solo con coperte e te’ caldo: negli anni scorsi era sufficiente. Quest’anno non basta nulla. «C’è bisogno anche di cibo. Dalla seconda sera prepariamo tre contenitori pieni e li distribuiamo». Non è un’operazione semplice. «Il freddo e la fame possono creare momenti di difficoltà», ammette Michele Gallo della Brigata Garbatella. Qualcuno non ha voglia di aspettare, la fila avanza lentamente e sono in 150. Michele, Marco e gli altri volontari si armano di pazienza e provano a calmare gli animi. «Con il sorriso ma facciamo rispettare le regole», assicura Michele.

Verso le nove e mezza finisce la fila del cibo, inizia la distribuzione delle coperte. Una o, più spesso, due a testa: la prima da distendere sotto per proteggersi dal suolo umido, l’altra per tenere caldo il corpo. Ma nemmeno le coperte bastano. A differenza del passato quest’anno dal Comune non ne sono arrivate. «In quattro giorni ne abbiamo distribuite mille: abbiamo svuotato i nostri magazzini, non ce la facciamo più», si sfoga Marco Colini.

Le coperte arriveranno la sera di san Silvestro, 1800 in tre container, fornite dalla Prefettura dopo mille insistenze. C’è già stato un morto fra i senzatetto la sera del 29, nessuno vuole che ce ne siano altri.

Il rischio esiste, purtroppo: la macchina dell’emergenza freddo a Roma si è mossa con grande ritardo per molti motivi. La corruzione emersa con le indagini di Mafia Capitale e i timori agitati spesso in modo strumentale dopo le proteste di Tor Sapienza hanno provocato la chiusura o la mancata apertura di alcuni centri di accoglienza facendo calare il numero di posti a disposizione per ospitare i senzatetto durante l’inverno. Rita Cutini, il precedente assessore ai Servizi Sociali, è stata al centro di una delicata partita di veti incrociati. Finchè è rimasta in carica nessuno l’ha sostenuta, contestandole una filosofia poco vicina a quella del mondo dei volontari. Quando a metà dicembre ha dato le dimissioni, accusano i volontari, non ha nemmeno lasciato pronto il Piano freddo con l’inverno ormai alle porte. «La fortuna è che c’è un nuovo assessore che si è subito messa in moto tra mille difficoltà», spiega Marco Colini. È Francesca Danese, arriva dal mondo del volontariato: in una settimana è riuscita a coinvolgere mondo cattolico e associazioni laiche ottenendo l’apertura di diverse nuove strutture compensando il calo dei posti.

Funziona anche così a Roma. Liti, scontri, lotte intestine, corruzione, scandali, sconquassano la vita politica. E finiscono per devastare il mondo degli ultimi, quelli che di anno in anno stanno aumentando e che in una notte di gelo, dopo aver ricevuto due coperte e un pasto caldo, scendono nel sottopassaggio della stazione Ostiense e si distendono sui tapis roulant spenti. Il mondo della politica non riesce ad offrire loro nulla di più.

Flavia Amabile

La Stampa
02 01 2015

Germania, il discorso di Capodanno dedicato al movimento razzista in crescita

«Ovvio che accogliamo le persone che cercano di salvarsi»: nel suo discorso di fine anno, Angela Merkel ha difeso la linea del governo tedesco sugli immigrati e ha usato toni inusitatamente duri contro gli anti islamisti di Pegida, senza mai citarli. In «quelle manifestazioni» ha sottolineato la cancelliera, vengono anche scanditi slogan rubati alla rivoluzione pacifica che portò 25 anni fa alla caduta del muro di Berlino come «noi siamo il popolo». Ebbene, per Merkel, cresciuta dietro la Cortina di ferro, «quello che intendono veramente è: voi non ne fate parte - per il colore della vostra pelle o per la vostra religione». E «nei loro cuori albergano troppo spesso i pregiudizi, la freddezza, sì, addirittura l’odio».

Fenomeno dilagante
Pegida è l’acronimo tedesco per un movimento nato a ottobre a Dresda che si oppone alla presunta «islamizzazione dell’Occidente». Sulla falsariga delle manifestazioni che nell’autunno del 1989 ebbero il coraggio di opporsi alla dittatura di Honecker, gli organizzatori rinnovano l’appuntamento con la piazza ogni lunedì. E hanno scelto di rapinare i rivoluzionari non solo del giorno, ma anche dell’inno più famoso. Ormai Dresda ha contagiato anche altre città tedesche come Duesseldorf o Kassel, ma è nella capitale sassone che il movimento sta crescendo a ritmi vertiginosi. A ottobre circa in 200 avevano colto l’invito del fondatore, Lutz Bachmann, a scendere in piazza: all’ultimo, il 22 dicembre, c’erano 17.500 persone.

L’Afd è l’unico partito, a parte i neonazisti della Npd, ad aver preso le difese degli anti Islam di Pegida, che riescono peraltro a mescolare teste rasate, frange violente delle tifoserie calcistiche e gente comune. E il numero due del partito, Alexander Gauleiter, già avvistato alle manifestazioni di Dresda, ha attaccato a caldo il discorso di fine anno della cancelliera, sostenendo che «giudica dall’alto gente che non conosce». Ma ieri è intervenuto anche Bernd Lucke: «Merkel bolla le persone come misantrope senza neanche ascoltarle», ha sostenuto il leader dell’Afd, aggiungendo che la xenofobia va respinta ma che «i problemi dell’integrazione andrebbero affrontati in modo oggettivo e costruttivo».

Sondaggi preoccupanti
Un sondaggio di Forsa ha rivelato che due terzi dei tedeschi ritiene «esagerate» le paure di un’islamizzazione. Tuttavia, un 29% pensa che l’influenza dell’Islam sia forte e giustifichi Pegida. Se si guarda in particolare agli elettori Afd, è il 71% a sostenere la necessità di un movimento anti islam. Per il presidente di Forsa, Manfred Guellmer, un risultato che conferma come il partito nato in opposizione all’euro, che ha cambiato pelle diventando nell’ultimo anno sempre più una formazione ultra conservatrice con un focus forte sull’immigrazione, rappresenti «una minoranza con chiare tendenze xenofobe».

Tonia Mastrobuoni

Gallipoli, oltre 900 migranti nel cargo alla deriva

  • Dic 31, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
31 12 2014

Sono 970, ma il numero è ancora in via di aggiornamento, i migranti siriani giunti la notte scorsa nel porto di Gallipoli a bordo del cargo battente bandiera moldava che ieri aveva inviato un sos vicino alle coste greche per poi dirigere verso la costa pugliese. Tra loro vi sono una quarantina di bambini piccoli e una ventina di donne donne incinte. La nave, che è stata posta sotto sequestro, è arrivata in porto alle 3.30 e le operazioni di sbarco iniziate alle 4 sono terminate intorno alle 6.50 con molte difficoltà a causa delle pessime condizioni meteo. Un uomo, ritenuto dagli investigatori uno degli scafisti della nave, è stato arrestato. Non risultano armi a bordo.

Nessuna vittima, ma casi di ipotermia
In totale a bordo erano presenti 970 persone. Quelle che erano in buone condizioni di salute sono state sistemate nelle palestre di tre scuole gallipoline, dove sono state rifocillate e sono stati forniti loro vestiti. Negli ospedali sono stati portati immigrati in stato di ipotermia e disidratazione, una decina di donne incinte, un cardiopatico e una persona con arti rotti, nonché una trentina di bambini che presentavano grave ipotermia.

Il giallo dell’sos
La vicenda del cargo battente bandiera moldava ha assunto i contorni del giallo. Carico di centinaia di clandestini siriani, ieri ha inviato un sos per la presenza sospetta di uomini armati a bordo per poi dirigersi verso le coste pugliesi. L’emergenza, la seconda nel giro di 48 ore nel mar Ionio, si è verificata non distante da quelle stesse acque dove domenica scorsa ha preso fuoco il traghetto della Norman Atlantic con una decina di morti, ma anche feriti e dispersi.

L’imbarcazione, diretta inizialmente verso il porto di Rijeka in Croazia, ha lanciato l’allarme in mattinata. Dopo diverse ore l’allerta è rientrata e la nave ha cambiato rotta, puntando la prua verso l’Italia. A questo punto sono intervenuti gli elicotteri della Marina Militare e dell’Aeronautica. A bordo della nave sono saliti gli uomini della capitaneria di porto e della Guardia costiera che sono riusciti ad evitare che la nave impattasse contro la costa. A circa 3 miglia da Santa Maria di Leuca, infatti, i sei militari delle Capitanerie sono riusciti a far cambiare rotta alla nave nonostante il motore fosse bloccato. Il cargo ha fatto rotta verso Gallipoli, non senza problemi, anche sanitari. A bordo, tra le centinaia di clandestini, anche una donna incita alla quale si sono rotte le acque.

Pirati o avaria?
La vicenda resta dai risvolti ancora poco chiari, con i media che fanno le ipotesi più disparate, oltre all’ipotesi dell’avaria al motore anche quella della presenza di pirati a bordo. In un via vai di notizie tra loro contraddittorie altre fonti hanno parlato di problemi al motore e di alcune avarie di tipo meccanico. Media internazionali hanno poi riferito la possibilità che i clandestini siriani - tra i 400 e i 700 - fossero stati abbandonati dagli scafisti al loro destino, addirittura senza coperte, cibo e acqua. Altre fonti hanno addirittura scartato l’ipotesi dei clandestini a bordo. Di certo la nave per tutta la giornata è stata in balia del mare date le avverse condizioni meteo che imperversano nello Ionio, con i venti che soffiano a 50 km l’ora. Ieri pomeriggio le autorità greche hanno inviato in zona una fregata ed un elicottero della marina insieme a due imbarcazioni della polizia portuale. Una volta giunte sulla nave e dopo averla ispezionata, le autorità elleniche hanno concluso che il cargo non aveva alcun problema meccanico e «nulla di sospetto a bordo». Poi il repentino cambio di rotta del mercantile, non più verso la Croazia ma verso le coste pugliesi. A quel punto è intervenuta la Guardia costiera italiana, che, una volta a bordo della nave, ha potuto costatare che il motore in effetti era bloccato ed evitare il peggio.

Gaza, riesplode la tensione: ucciso un palestinese

  • Dic 24, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
24 12 2014

Vigilia di Natale di tensione a Gaza. Un ufficiale palestinese - probabilmente Tayassir Smeiri, comandante delle vedette del braccio armato di Hamas - è rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con l’esercito israeliano presso Khan Yunes, nel Sud della Striscia. Fonti palestinesi hanno aggiunto che alcuni agricoltori palestinesi che si trovavano vicino all’ufficiale sono rimasti feriti. Si tratta dell’episodio di violenza più grave tra Israele e Hamas dopo la fine del conflitto a Gaza della scorsa estate.

Secondo quanto riferito dal portavoce militare israeliano Peter Lerner «un cecchino ha aperto il fuoco contro una pattuglia dell’esercito». I soldati israeliani avrebbero risposto con colpi di artiglieria e fuoco aereo. I residenti di Gaza hanno raccontato che i suoni delle esplosioni e degli scontri a fuoco sono durati almeno mezzora. Hamas ha minacciato rappresaglie, affermando che «Israele sta giocando col fuoco e ha la piena responsabilità delle ripercussioni».

Israele ha poi reso noto di aver colpito con carri armati e un attacco aereo obiettivi nella Striscia di Gaza, dopo la sparatoria tra i cecchini palestinesi e i soldati israeliani.

La Stampa
24 12 2014

Ancora un giovane nero ucciso dalla polizia negli Stati Uniti, a pochi chilometri dalla cittadina di Ferguson dove il 9 agosto scorso un altro afroamericano, Michael Brown, venne freddato dagli agenti e la cui morte scatenò un’ondata di proteste senza precedenti sui metodi adottati dalle forze dell’ordine. Secondo una prima ricostruzione degli agenti della contea di St Louis in Missouri, la notte scorsa, un poliziotto ha aperto il fuoco uccidendo un giovane di 18 anni, identificato con il nome di Antonio Martin, dopo che quest’ultimo gli aveva puntato contro una pistola.

LA DINAMICA DA CHIARIRE
«Il poliziotto - scrivono i media locali - stava effettuando un controllo di routine» ad una stazione di benzina poco prima della mezzanotte quando ha notato due uomini vicino all’area di servizio. L’agente è sceso dalla sua macchina e dopo essersi avvicinato ai due giovani si è visto puntare contro una pistola. A quel punto il poliziotto ha aperto il fuoco «temendo per la sua vita» uccidendo sul colpo Antonio Martin. Il secondo uomo invece si sarebbe dato alla fuga. Secondo quanto scrive il St. Louis Post Dispatch - quotidiano locale - i detective avrebbero ritrovato sul luogo della sparatoria l’arma del 18enne mentre il corpo della vittima sarebbe rimasto per quasi due ore sull’asfalto prima di essere preso in consegna dalle autorità. La vittima si trovava con la sua fidanzata quando si è verificata la sparatoria. La ragazza però al momento non avrebbe rilasciato dichiarazioni ai reporter.

TELECAMERE DECISIVE
Poco dopo la mezzanotte una folla di un centinaio di persone si è radunata nella stazione di benzina transennata. Secondo al New York Times, diverse manifestanti «inferociti hanno iniziato ad urlare slogan contro le forze dell’ordine che sono giunte in massa, alcuni in tenuta antisommossa» e si sono verificati scontri. Tre persone sono state arrestate. Gli inquirenti stanno cercando di comprendere la reale dinamica dei fatti. La stazione di servizio è dotata di telecamere di sicurezza.

A HOUSTON AGENTE PROSCIOLTO
Gli Usa si trovano dunque a dover fare i conti con la morte di un altro ragazzo di colore. È invece di ieri la notizia che non sarà incriminato l’agente di polizia di Houston Juventino Castro che uccise il 26enne di colore, disarmato, Jordan Backer. Lo ha stabilito un gran giurì della contea di Harris, in linea con le deliberazioni di Ferguson e New York che hanno scatenato proteste in tutti gli Stati Uniti.

Non solo Siria: ecco le zone di crisi dimenticate

  • Dic 22, 2014
  • Pubblicato in LA STAMPA
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La Stampa
22 12 2014

E’ un racconto di miseria e orrore e grandi bisogni e di fondi inadeguati, che riserva alcune sorprese. Dal nuovo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari umanitari (Ocha), il dipartimento creato per dare un più efficace e rapido intervento durante le crisi umanitarie, e coordinare le agenzie ONU durante le catastrofi - che per il prossimo anno stima in 16,4 miliardi di dollari la somma necessaria ad assistere 57.5 milioni di persone in 22 paesi - emergono aree di crisi note e molto citate nel 2014 come la Siria, l’Ucraina, la Striscia di Gaza, l’Iraq, e altre meno mediatiche.

Ad esempio la tragedia del Sud Sudan, quasi due milioni di persone in fuga dalla violenza, ma anche le cifre impressionanti della Repubblica democratica del Congo, dove le violazioni dei diritti umani, i conflitti etnici e gli assalti di miliziani armati hanno provocato 2,7 milioni di profughi interni e sette milioni di bisognosi e dove una situazione sanitaria estrema fa registrare tre milioni di bambini denutriti e centinaia di migliaia di morti ogni anno per il morbillo e il colera. O la Somalia, di nuovo colpita dalla carestia, a cui si aggiungono i problemi ormai endemici come i conflitti interni, le condizioni inumane dei campi profughi che ospitano oltre un milione di persone. E la situazione di conflitto ormai cronicizzato tra cristiani e musulmani nella Repubblica Centrafricana, un massacro a colpi di machete in stile ruandese che coinvolge l’intera popolazione e conta 2,5 milioni di persone in condizioni critiche, un numero crescente e difficile da conteggiare di morti, mille solo a dicembre, più un milione di profughi interni, 430 rifugiati negli stati confinanti e circa 10 mila bambini soldato arruolati dalle bande armate.

Conflitti che l’Unione Africana, a corto di denaro e sempre meno aiutato dall’Onu, fatica a cercare di tenere sotto controllo, malgrado la buona volontà dei paesi che la compongono. Nel complesso, nella sola Africa Orientale l’emergenza umanitaria riguarda 11,4 milioni di sfollati di cui 2,47 milioni di rifugiati e 8,97 milioni di cosiddetti rifugiati interni con un aumento rispetto al 2014 di 1,4 milioni.
Le persone in stato di estrema povertà, che non riescono nemmeno a sfamarsi sono 12,8 milioni in circa 10 paesi della regione, tra cui il Sudan, Sud Sudan, Somalia, Kenya, Etiopia, Gibuti, Uganda, Ruanda e Burundi.

Che sia soprattutto un problema economico lo mostra, nello stesso rapporto dell’Ocha, il divario tra le somme necessarie e quelle effettivamente percepite: l’anno scorso è stato raccolto solo il 52% dei 17,9 miliardi di dollari necessari, il peggior risultato di sempre, confrontato con la media del 60% raggiunta nel 2013. E con un gap crescente tra le necessità e le somme donate: malgrado queste siano aumentate del 13 per cento, infatti, anche le situazioni di bisogno sono cresciute esponenzialmente. E altre sono in arrivo: per il prossimo febbraio l’Ocha annuncia il lancio delle nuove campagne per un’altra emergenza dimenticata, quella del Sahel dove il cambiamento climatico unito a una conflittualità in aumento, sta dilagando in Burkina Faso, Camerun, Ciad, Gambia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal.

La Stampa
17 12 2014

Contro la violenza che ogni anno colpisce tre milioni di donne, bambini, anziani e i più deboli in genere arriva “Codice rosa bianca”, la task force composta da Asl, Procure e forze dell’Ordine per non lasciare sole le vittime e rendere loro giustizia. Quella troppo spesso negata dalla paura di raccontare gli abusi. Il modello è quello sperimentato con successo da quasi 5 anni dalla Asl di Grosseto, che ora farà da capofila per tutte le aziende sanitarie d’Italia, grazie al protocollo siglato dalla Fiaso, la Federazione che rappresenta appunto Asl e Ospedali. Il tutto con il placet del Ministro di Grazie e Giustizia, Andrea Orlando e della Titolare della Salute, Beatrice Lorenzin, che ha anche annunciato 50 milioni per l’assistenza psicologica alle donne vittima di violenza.

ECCO COME FUNZIONA

A spiegare come funziona “Codice Rosa Bianca” è la dottoressa Vittoria Doretti, dirigente medico anestesista, “madre” del pronto intervento anti-violenza destinato ora a diventare realtà in ogni Azienda sanitaria.
“Il problema dell’assistenza e delle denunce – spiega – parte proprio dalla trincea dei pronto soccorsi, perché quando ci si rivolge alle Forze dell’Ordine, ai consultori o ai centri anti-violenza si ha già la coscienza di essere vittima di violenza. Ma così non è nella stragrande maggioranza dei casi, i milioni di abusi fantasma, che restano senza denuncia ogni anno e che lasciano le vittime sole con il loro dolore”.

Per questo il lavoro della squadra, che a Grosseto è composta da 40 persone tra medici, sanitari, forze dell’ordine, volontari, psicologi e assistenti sociali, comincia da subito, dalla fase di accoglienza al pronto soccorso che i tecnici chiamano “triage”. Quando il paziente risponde alle domande di un infermiere specializzato, che assegna il codice di gravità, bianco, verde, giallo o rosso che poi darà seguito all’intervento sanitario vero e proprio. “Qui il personale opportunamente formato a riconoscere i segnali di un trauma da abuso – spiega Doretti – capisce quando è necessario assegnare anche un altro codice.

A quel punto si avvia un percorso basato sulla semplificazione delle procedure e il dialogo tra le parti, con una attenzione particolare alla tutela della riservatezza. La sospetta vittima viene accompagnata in una stanza dedicata che garantisce tranquillità ed è dotata di tutto ciò che si rende necessario per la visita e l’eventuale accesso in borghese di polizia o carabinieri, per raccogliere testimonianza o denuncia. Qui personale medico e infermieristico, con alle spalle una solida formazione e continui aggiornamenti, arriva già informato di tutto quanto dichiarato in sede di accoglienza al Pronto soccorso, così come ogni successivo specialista”.

Questo per impedire lo stillicidio di domande ripetute all’infinito che acutizzano il trauma o anche solo per far si che la vittima non debba sentir dire ‘questo non è di mia competenza’”, spiega Doretti.

Tutto senza mai esercitare pressioni sulla vittima, che non resta mai sola e che, se necessario, già qui fissa il primo appuntamento al consultorio o con un assistente sociale.
L’assistenza psicologica scatta invece nella presa in carico successiva, dove entrano in gioco anche i centri anti-violenza o altre associazioni di aiuto.

I NUMERI
“Un percorso a costo zero, che ha consentito di far emergere 450 casi di violenza sessuale e domestica l’anno, contro gli appena due casi in tre anni segnalati prima del 2009”, spiega il Direttore generale della Asl di Grosseto, Fausto Mariotti. “Più impegno e meno sdegno. È la molla che dovrebbe muovere tutto il sistema amministrativo pubblico ma che è la vera spinta a promuovere iniziative come Codice Rosa Bianca”, commenta il Presidente di FIASO, Francesco Ripa di Meana. “Con il protocollo firmato oggi, contiamo, grazie a un effetto domino, di portare questa rivoluzione contro gli abusi ai più deboli nella maggior parte delle nostre Aziende sanitarie pubbliche.” Quanto ce ne sia bisogno lo dicono i numeri: oltre un milione di abusi l’anno sulle donne, spesso perpetuati più volte, 4.300 episodi di violenza ai danni di minori denunciati nel 2013, mentre tra gli anziani le vittime sarebbero anche qui un milione. Cifre da codice rosso , più che rosa

La Stampa
04 12 2014

Dopo Ferguson, New York. La rabbia e la protesta per le violenze della polizia contro i neri sono scoppiate ieri sera nella Grande Mela, perché un Grand Jury di Staten Island ha deciso di non incriminare un poliziotto bianco che a luglio aveva ucciso un uomo nero. Per tutta la sera i manifestanti hanno bloccato il traffico, marciando a Manhattan, dalla stazione di Grand Central a Times Square, fino all’autostrada che circonda l’isola. La polizia ha fatto oltre trenta arresti, ma le proteste sono state per la maggior parte pacifiche.

Garner era un nero di 43 anni, che vendeva sigarette di contrabbando a Staten Island. Nel luglio scorso l’agente Daniel Pantoleo aveva cercato di arrestarlo, e durante la colluttazione aveva fatto una mossa per prenderlo per il collo. Garner, che era disarmato, aveva detto all’agente che stava soffocando, ma il poliziotto non aveva mollato la presa e lui era morto. Un caso di violenza eccessiva, come quello di cui era stato vittima Mike Brown a Ferguson. Come in questo caso, però, il Grand Jury convocato a Staten Island ha deciso di non incriminare l’agente bianco, perché Pantoleo aveva agito nell’ambito delle sue consegne. Ora l’unica possibilità di rivedere questo caso sembra essere l’inchiesta federale per violazione dei diritti civili di Garner, che il ministro della Giustizia Holder ha annunciato ieri sera.

Il sindaco de Blasio ha annullato tutti gli impegni e ha invitato i manifestanti a protestare in maniera pacifica: «Questa - ha detto - è una brutta giornata», ricordando come lui stesso in passato abbia dovuto mettere in guardia il figlio Dante, mulatto, dal pericolo di scontrarsi con i poliziotti.

Il presidente Obama ha invece commentato così: «Quando qualunque persona in questo Paese non è trattata in maniera uguale davanti alla legge, è un problema. E’ il mio lavoro, come presidente, aiutare a risolverlo».

La questione razziale sta esplodendo come il principale elemento di divisione negli Stati Uniti, dopo i casi di Ferguson, quello del dodicenne ucciso dalla polizia a Cleveland, e ora New York. La violenza delle forze dell’ordine sembra a questo punto solo la questione che sta scatenando una rabbia e una insoddisfazione più profonde, legate alla generale discriminazione che ancora esiste contro i neri.

New York, notte di proteste da Times Square ad Harlem

Una lunga notte di proteste in tutti gli Stati Uniti per la decisione del Gran giurì che a New York ha scagionato l’agente bianco che la scorsa estate ha ucciso, soffocandolo, un uomo di colore disarmato.

A New York sono almeno 30 le persone arrestate. Le manifestazioni spontanee, alle quali si sono uniti anche personaggi famosi come il regista Spike Lee, si sono svolte in diversi punti della città e sono state complessivamente pacifiche. Anche se si registrano alcuni momenti di tensione con le forze dell’ordine nella West Side di Manhattan, dove i manifestanti hanno bloccato la West Side Highway paralizzando il traffico, così come accaduto sulla Broadway. E così come bloccato è stato per almeno un’ora il Lincoln Tunnel che unisce Manhattan al New Jersey.

Paolo Mastrolilli

La Stampa
04 12 2014

Forse un litigio, l’ennesimo, finito in tragedia. Alina Condurache, romena, di 20 anni, è stata uccisa in provincia di Agrigento. È morta per una emorragia interna durante il trasporto in ospedale.

La giovane - secondo la ricostruzione dei carabinieri - conviveva da tre anni con Angelo Azzarello. Nell’ultimo anno, però, le discussioni, sempre più accese, sarebbero diventate più frequenti e ieri sera, alle 23,30 circa, all’interno dell’azienda agricola di Azzarello, in contrada Cipolla, a Palma di Montechiaro, l’uomo le avrebbe esploso contro i due colpi di pistola. Alina è stata colpita da due colpi di pistola all’inguine.

A soccorrere la vittima sono stati alcuni suoi parenti che vivono nelle vicinanze dell’azienda agricola. Il ventiquattrenne è stato bloccato diverse ore dopo dai carabinieri ed è in stato di fermo, indiziato di omicidio. La pistola con la quale avrebbe sparato alla sua convivente non è stata, al momento, ritrovata.

La Stampa
27 11 2014

Domani è il suo 23esimo compleanno, ma lei smetterà di respirare. Lo ha deciso il padre, dopo aver consultato miriadi di neurologi: staccherà le macchine. Due domeniche fa sua figlia Tugce era stata picchiata brutalmente da un diciottenne ed era finita in coma vegetativo. Da allora la Germania assiste sconvolta ai dettagli che continuano ad emergere su quell’episodio.

Dieci giorni fa, in un McDonald’s di Offenbach, in Assia, due ragazzine vengono pesantemente molestate da un gruppo di ragazzi capeggiati da Sanel M, 18enne di origine serba. Le due, che secondo i testimoni hanno tra i 13 e i 16 anni, gridano, cercano di ribellarsi. E’ una scena interminabile, di quasi mezz’ora, senza che nessuno intervenga. Neanche il personale del fast food muove un dito, infine Tugce decide di intervenire e riesce effettivamente a metterli in fuga.

Ma i molestatori non hanno rinunciato: aspettano nel parcheggio, davanti al McDonald’s. Un’ora dopo Tugce e alcuni amici escono dal fast food. Sanel è ubriaco. Le va incontro e la colpisce a freddo con un pugno alla tempia. Lei cade a terra sbattendo la testa e va in coma. E quando un amico si precipita nel locale per chiedere un bicchiere d’acqua - Tugce sta sanguinando dalla testa - una dipendente del McDonald’s si rifiuta di darlo gratis.

Il deputato dell’Assia Ismail Tipi (Cdu), che ha incontrato i parenti della ragazza e ha dato poco fa la notizia che il padre ha deciso di staccare le macchine che la tengono ancora in vita, si unisce alle loro proteste contro il comportamento incredibile del personale del fast food. “Per mezz’ora”, ha dichiarato, Sanel e i suoi avrebbero molestato le due ragazzine, “senza che nessuno dei dipendenti si sia sentito in dovere di prendere il telefono e chiamare la polizia. Tutto questo non sarebbe mai successo”. McDonald’s respinge le accuse: tutti si sarebbero comportati correttamente, persino la dipendente che ha chiesto soldi per un bicchiere d’acqua.

Tonia Mastrobuoni

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