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LA STAMPA

Messico, scontri per gli studenti scomparsi

  • Nov 21, 2014
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La Stampa
21 11 2014

Scontri si sono verificati a Città del Messico nella serata di giovedì di fronte alla sede del governo, fra polizia in tenuta anti-sommossa e manifestanti che protestavano per la sparizione di 43 studenti nello Stato del Guerrero. I manifestanti, alcuni armati di molotov, spranghe e bastoni, hanno gettato pietre e petardi contro gli agenti e questi hanno reagito con lacrimogeni e idranti.

Decine di migliaia di persone erano arrivate pacificamente nel tardo pomeriggio nella piazza centrale di Città del Messico, lo Zocalo, dove si trova il Palazzo nazionale, sede del governo. All’improvviso è apparso un gruppo di manifestanti armati di bottiglie incendiarie, che gridavano «Fuori Pena Nieto!» (il presidente del Messico, ndr), «Dimissioni!».

Precedentemente c’erano stati scontri nei pressi dell’aeroporto della capitale. I manifestanti, armati di spranghe e bastoni, hanno anche sparato fuochi di artificio e lanciato pietre sui poliziotti che cercavano di rendere agibile la strada verso l’aeroporto, come mostra la tv messicana. Ieri, nella capitale messicana, hanno sfilato in migliaia chiedendo di fare luce sulla scomparsa dei 43 studenti il 26 settembre scorso ad Iguala dopo scontri con la polizia locale.

La Stampa
20 11 2014

Un giudice del Texas si è rifiutato ieri sera di rinviare l’esecuzione di un condannato a morte affetto da disturbi mentali, nonostante numerosi appelli contro l’esecuzione, prevista per il prossimo tre dicembre con un’iniezione letale.

Scott Panetti, questo il nome del condannato, che da 30 anni soffre di schizofrenia, aveva ottenuto il sostegno di diverse organizzazioni specializzate nella salute mentale - come l’associazione degli psichiatri americani - ma anche di ex giudici, pubblici ministeri, pastori evangelici e vescovi.

Anche l’Unione europea aveva scritto al governatore del Texas, Rick Perry, per chiedere clemenza perché «l’esecuzione di persone malate di mente è in contrasto con i criteri ampiamente riconosciuti dei diritti umani», secondo la normativa internazionale e la Costituzione americana.

Ma in un documento di una pagina, il giudice distrettuale Keith Williams si è rifiutato di rinviare l’esecuzione, come avevano chiesto gli avvocati di Panetti per eseguire una perizia psichiatrica e determinare se il loro assistito è penalmente responsabile.

Panetti, che è stato condannato a morte nel 1995 per l’omicidio dei genitori della sua ex compagna, è stato ricoverato una decina di volte per allucinazioni ed episodi psicotici. Al processo, l’uomo si era presentato in abiti da cowboy e aveva chiamato come testimoni il Papa, John F. Kennedy e Gesù Cristo.

Palestina, ok della Spagna al riconoscimento

  • Nov 19, 2014
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La Stampa
19 11 2014

Il Parlamento spagnolo ha approvato in serata, all’unanimità, una risoluzione per il riconoscimento dello Stato della Palestina. Il testo, non vincolante e negoziato fra tutti i partiti, impegna il governo a «riconoscere la Palestina come Stato, soggetto di diritto internazionale», riaffermando «la convinzione che l’unica soluzione possibile per il conflitto è la coesistenza di due Stati, Israele e Palestina».

La risoluzione mitiga quella presentata dai socialisti del Psoe all’opposizione, con un emendamento presentato oggi all’ultima ora dal Partito Popolare al governo, nel giorno in cui si è registrato uno dei più gravi attacchi terroristi contro Israele, con l’assassinio da parte di due palestinesi, poi uccisi dalla polizia, di 4 rabbini in una sinagoga di Gerusalemme.

Il testo chiede il riconoscimento dello Stato palestinese a due condizioni: che ci sia un processo di negoziato fra palestinesi e israeliani e l’osservanza degli «interessi» di Israele. «Questo riconoscimento deve essere conseguenza di un processo di negoziato fra le parti che garantisca la sicurezza a entrambe, il rispetto e i diritti dei cittadini e la stabilità regionale», si sottolinea. Si esorta il governo a «cercare un’azione coordinata, di concerto con la comunità internazionale, e in particolare con la Ue, tenendo pienamente in conto le legittime preoccupazioni, interessi e aspirazioni dello Stato di Israele». E, in un ultimo punto, si sprona a «far valere la presenza della Spagna nel Consiglio di sicurezza per propiziare tale soluzione giusta e duratura».

«Sono cosciente che questa iniziativa resti per alcuni troppo lontana» dall’obiettivo del pieno riconoscimento dello Stato palestinese e «troppo vicina per altri», ha detto la portavoce del Psoe ed ex ministro degli esteri, Trinidad Jimenez, promotrice dell’iniziativa socialista. «Ma ha il valore del consenso e dell’unanimità e spero che, fra tutti, riusciamo a fare sì che Israele e Palestina siano due Stati e possano convivere in pace e sicurezza», ha aggiunto, ricevendo un lungo applauso anche da parte degli ambasciatori arabi presenti in aula, fra i quali quello della Palestina.

Il ministro degli esteri, José Manuel Margallo, ha espresso la speranza che la storica risoluzione odierna «contribuisca a sbloccare un processo di negoziati in situazione di stallo da molti anni». La Spagna - ha aggiunto - come membro non permanente del Consiglio di sicurezza promuoverà un «dialogo per la pace, la scurezza e lo sviluppo della regione». Madridpunta a coordinarsi con altri Paesi, come la Francia, dove l’Assemblea nazionale dovrebbe votare il 28 novembre una risoluzione molto simile a quella spagnola. Il Parlamento di Madrid è il terzo in Europa a pronunciarsi a favore dello Stato palestinese in queste ultime settimane, dopo Gran Bretagna e Irlanda.

«Crediamo che sia un brutto momento per parlare di riconoscimento, soprattutto alla luce dell’attentato oggi a Gerusalemme - ha dichiarato all’Ansa l’ambasciatore israeliano in Spagna, Alon Bar - perché fomenta misure unilaterali, alimenta la violenza, non beneficia il processo di pace in quanto anima i palestinesi a cercare il riconoscimento internazionale invece di sedersi a un tavolo e negoziare». Tuttavia, secondo il diplomatico israeliano, il testo approvato oggi nell’imporre «che il riconoscimento debba essere il risultato di negoziati» e che debba avvenire «nel contesto della Ue e nel quadro di un accordo globale», esprime una posizione «che è anche quella di Israele».

E se la Tunisia avesse un presidente donna?

  • Nov 18, 2014
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La Stampa
18 11 2014

Domenica sera la Tunisia potrebbe essere il primo Stato musulmano ad avere una donna presidente. Il motivo è la presenza del giudice Kalthoum Kannou nella lista dei 25 candidati che si sfidano nell’elezione a Capo dello Stato nella nazione dove, nel febbraio 2011, iniziarono le rivolte della “primavera araba”. Kannou siede nella Corte di Cassazione, che è il più alto tribunale della Repubblica tunisina, ed è riuscita a raccogliere senza troppe difficoltà le 15 mila firme necessarie alla presentazione della candidatura.

Nata a Karkna nel 1959, cresciuta in una famiglia di sindacalisti che furono protagonisti della rivolta contro il colonialismo francese, Kannou è stata per molti anni un’aspra critica del regime di Zine al-Abidine Ben Ali, contestandone un metodo di gestione della giustizia ostile ai cittadini e mirano a proteggere una ristretta élite di potere. Ben Alì la ricambiò con una serie di provvedimenti restrittivi, dal pedinamento alla sorveglianza delle telefonate fino alla decisione di assegnarla a tribunali in località remote, in mezzo al deserto. Per tenerla il più possibile lontano da Tunisi, scommettendo sulla possibilità di farla dimenticare dai cittadini. Ma Kannou non si è mai arresta ed oggi - madre di tre figli, sposata con un medico e presidente di un’associazione di magistrati indipendenti - si propone come “candidata di consenso nazionale” fra islamisti e laici.

Nella convinzione che le divisioni ideologiche fra i 24 concorrenti uomini potrebbero, a sorpresa, farla prevalere a dispetto delle previsioni che danno per favorito il presidente uscente Moncef Marzouki con Benji Caid Essebsi e Kamel Morjane nel ruolo di più accreditati sfidanti.

La Stampa
07 11 2014

Le vetrine dell’agenzia di viaggi Chile Touristik nel centro di Francoforte nascondono una storia che supera i confini del luogo e del tempo in cui si trova, sfidando anche con le sue coincidenze i limiti della fantasia più ricca. Prima di prendere la cittadinanza svizzera e trovar fortuna nel settore vacanze, infatti, il suo titolare fu un giovane cileno che salvò la vita a decine di perseguitati politici del regime del generale Pinochet, nascondendoli come impiegati della catena di farmacie che possedeva a Santiago.

Più tardi, poi, quello stesso uomo fu anche la persona che davanti al film di Steven Spielberg, «Schindler’s list», scoprì di non essere stato il solo a combattere una dittatura usando il suo spirito imprenditoriale, e restò incredulo nel vedere che chi lo aveva fatto prima di lui, portava addirittura il suo stesso cognome.

«Ho scoperto la storia di Oskar Schindler e della sua famosa lista come la maggior parte delle altre persone: guardando la tv», racconta il 75enne Jorge Schindler dalla Germania, dove vive dai primi Anni Ottanta in seguito alla sua fuga dal Cile. «Sono sempre stato un anti-fascista e mi sono commosso davanti a quel film. Le nostre vite hanno sorprendenti analogie, ma anche una grande differenza: Oskar collaborò con la Gestapo per salvare i suoi mille operai ebrei, io invece ho ingannato la Dina, per tener nascosti i miei cento finti dottori».

Nipote di un professore di Marsiglia andato a parare nel gelido Arauco, una regione carbonifera e inospitale del sud cileno, Jorge fu un ragazzo povero dalle idee comuniste, finché non si trasferì nella capitale e si sposò. Il padre della sua prima moglie era farmacista e quando Jorge ne divenne il genero lo ricambiò facendolo diventare suo socio. Il mestiere dello speziale gli cambiò la vita a tal punto che, da una bottega di quartiere, arrivò a vendere aspirine in tutto il Cile per conto della Bayer, dove faceva anche il sindacalista.

Quando nel 1970 Salvador Allende diventò presidente, Schindler, che aveva lavorato alla campagna elettorale, ottenne un posto nella pubblica amministrazione, perdendolo però l’11 settembre di tre anni dopo. Quel giorno del ’73, l’esercito bombardò il palazzo de La Moneda e spodestò il governo socialista. Con l’inizio di una dittatura che sarebbe durata fino al 1990, a Jorge toccava ricominciare con poco: l’esperienza accumulata tra le medicine, una fama da attivista diventata scomoda e un prestito in banca.

«La prima farmacia l’ho aperta a Villa Mexico, la seconda in casa da due zitelle al Maipù. Tutti quartieri popolari di Santiago», dice dell’impresa che arrivò ad avere sette locali e che, sulle prime, «medicava i ragazzi di strada, curava le donne incinte e aiutava gli anziani». Tuttavia, il progetto prevedeva anche un doppio fondo: nel retrobottega di ogni negozio funzionava un centro d’accoglienza per i perseguitati politici, che venivano sfamati, ripuliti, vestiti col camice bianco e mandati al banco a vendere farmaci con regolare ricetta.

«I primi ad arrivare furono soprattutto comunisti ricercati. Volevano riattivare il partito in clandestinità. Poi si sparse la voce tra tutti i rivoluzionari, gli studenti, i sindacalisti del carbone della regione in cui sono nato». Create in quel ’74 in cui moriva il suo più noto omonimo Oskar, le farmacie Schindler durarono quasi cinque anni e, dei 100 ricercati accolti, solo due furono catturati e uccisi dagli agenti di Pinochet.

Nel maggio del ’76 fece irruzione la polizia, cercando «l’ospedale segreto in cui si curano i sovversivi». «Ammisi che eravamo tutti di sinistra, ma dissi anche che dopo il golpe avevamo abbandonato la militanza - ricorda Jorge - non penso che mi abbiano creduto, ma non trovarono nemmeno prove del contrario». La sua copertura durò fino al ’79, poi la situazione si fece insostenibile e fuggì in Germania. Adesso che la pubblicazione di un libro con la sua storia l’ha reso famoso, molti gli chiedono se tornerà in Cile. «Perché no - risponde lui - potrei lavorare in una delle mie farmacie, molte sono ancora aperte e le gestiscono ancora i vecchi compagni».

Filippo Fiorini

 

Sentenze da godere

  • Nov 07, 2014
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La Stampa
07 11 2014

Una delle cose che non perdonerò mai a Berlusconi è di averci costretto per vent’anni a solidarizzare con una categoria, i magistrati, che era sempre stata una delle più invise ai cittadini comuni, forse con qualche ragione (fatti salvi gli eroi e le persone perbene, presenti in ogni mestiere). Quando il potere burocratico rilascia le sue caratteristiche fragranze Supponence e Arrogance produce decisioni come quella del Tribunale Supremo (Supremo!) di Lisbona, che ha drasticamente ridotto il risarcimento danni alla signora cui un errore medico – la recisione di un nervo – aveva tolto per sempre la possibilità di trarre godimento dall’attività sessuale. La motivazione dei parrucconi portoghesi è che la signora ha già avuto due figli e compiuto cinquant’anni, «età in cui la sessualità non ha più l’importanza che aveva da giovani».

L’olezzo di queste parole è percepibile anche a migliaia di chilometri di distanza. L’allusione ai figli lascia intendere che la signora ha già svolto il compito riproduttivo per cui le femmine sono state create dalla biblica costola. Mentre il riferimento ai 50 anni, messo per iscritto da un consesso di maschi ultracinquantenni, significa che oltre le colonne d’Ercole della menopausa la donna non è più programmata per ricevere piacere e nemmeno per darne, come ben sanno i coetanei dei giudici, che infatti vanno a cercarlo nelle amanti più giovani. Perché invece il maschio gode e fa godere a tutte le età: lo ha stabilito lo stesso Tribunale (Supremo!) in un’altra sentenza che non ha ridotto il risarcimento a un sessantenne con problemi di erezione a causa di una errata operazione alla prostata.

Massimo Gramellini

Sbarcati e caricati sul camion della spazzatura

  • Nov 06, 2014
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La Stampa
06 11 2014

Sbarcati e caricati sul camion della spazzatura. La Croce Rossa: "Non si trattano così le persone"

Ventitré immigrati africani approdano sulla celebre spiaggia di Maspalomas, nelle Canarie. Prima sono rimasti ore sotto il sole, poi sono stati condotti al commissariato su un camion dell’immondizia. “Non c’erano altri mezzi”.

Incredibile ma, purtroppo, vero. Ieri 23 immigrati clandestini africani, sbarcati nella celebre spiaggia di Maspalomas ( Isole Canarie, possedimento spagnolo nel Continente nero dal 1492), sono stati trasportati in commissariato con un camion della spazzatura. Gli africani erano giunti alle 9.30 del mattino con un barcone, poi bruciato nella playa. Alcuni avevano la febbre. Per ore sono rimasti isolati ore al sole, mentre i turisti circolavano attorno preoccupati, prima che i sanitari verificassero, termometro alla mano, che non avevano l’ebola.

I migrati, 21 uomini e 2 donne, sono stati avvistati dagli addetti alla pulizia della località, una delle più battute dal turismo internazionale che si crogiola al sole d’inverno ( 300 mila visitatori attesi solo per questo mese). La Croce Rossa è arrivata subito, ed ha constato che due di loro avevano la febbre, anche se non venivano dai 3 Paesi più a rischio, Guinea Conakry, Sierra Leone e Liberia. Mentre il governo dell’isola decideva se applicare il protocollo contro il terribile virus, gli africani sono stati isolati sulla spiaggia, ricevendo panini ed acqua. Gli agenti della polizia municipale impedivano il transito nei loro pressi, raggiungendo il ridicolo indossando, in maniche corte, mascherine e guanti di protezione, visto che è noto che la malattia non si trasmette via aria.

L’attesa è durata fino alle 16, quando gli accertamenti hanno escluso che avessero l’ebola. Ed allora sono stati trasportati, in un camion che serve per raccogliere l’immondizia della spiaggia, in commissariato, dove sono stati interrogati ed avviate le procedure per la loro espulsione. Ma perché usare il camion? Le autorità locali hanno risposto che non avevano altro mezzo disponibile. La Croce Rossa si è opposta, rivendicando che non è il modo di trattare esseri umani.


Gian Antonio Orighi

Signore e Signorini

  • Nov 06, 2014
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La Stampa
06 11 2014

«Chi», la Pravda berlusconiana a fumetti, pubblica quattro foto rubate in macchina al ministro Marianna Madia mentre lecca un cono, corredandole di allusioni da quinta elementare (sezione ripetenti) che Pierino si sarebbe vergognato di copiare. L’impressione è di uno schizzo di fango fuori tempo massimo che rilascia soltanto un senso di sconfinata tristezza. Come il clown che arriva in scena quando il circo ha già smontato le tende. Come la mano del morto nei film dell’orrore che riaffiora per l’ultima volta prima di irrigidirsi per sempre. Ma dai, ancora lì a fare battute da baùscia sfigati come negli anni della Milano da bere e dell’Italia da infinocchiare? Quale mondo si ostina a rappresentare il fermo immagine della presunta fellatio al pistacchio della Madia, se oramai persino l’utilizzatore finale galleggia arreso tra carezze ai cagnolini e visite ai pensionati?

E’ tutto così stantio che anche la difesa del direttore Signorini assomiglia a un riflesso condizionato: perché non suscitarono altrettanto sdegno le immagini di Francesca Pascale, non ancora assurta agli altari di Arcore, eternata nell’atto di succhiare un calippo a Telecafone? Ma perché lei armeggiava con il ghiacciolo a favore di telecamera, riferendosi volutamente a quella roba lì. Invece la Madia lecca un cono da due gusti senza alcuna volontà di lanciare messaggi alla nazione. Signorini si rassegni. La ricreazione è finita e ci tocca rientrare nelle classi diroccate e allagate: a studiare qualche modo per venirne fuori.

Massimo Gramellini

La Stampa
05 11 2014

Il quotidiano disastro ambientale cinese è da oggi parzialmente definito da una nuova cifra: 670mila morti premature solo nel 2012, per decessi direttamente causati dall’utilizzo di carbone. La statistica è stata compilata da un gruppo di ricercatori dell’università di Tsinghua, a Pechino, dell’Università di Pechino e dall’Accademia cinese per la pianificazione ambientale, che hanno determinato che le micro-particelle inqinanti, in particolare quelle inferiori ai 2.5 microgrammi ( da cui il loro nome, PM2.5, le cui minuscole dimensioni le rendono particolarmente pronte ad insediarsi in profondità nei tessuti polmonari) hanno portato a morti premature nella forma di infarti, cancri ai polmoni, malattie cardiovascolari e ostruzione polmonare cronica.

Secondo i dati messi a punto dai ricercatori cinesi, dunque, 157 milioni di persone vivono in aree in cui il concentramento di PM 25 è di 10 volte superiore ai limiti raccomandati dall’Organizzazione Mondiale per la Salute. Lo studio si è concentrato unicamente sui decessi prematuri accertati, e non ha dunque fatto stime legate a malattie come l’asma o allergie aggravate dall’inquinamento da carbone – e non ha nemmeno preso in considerazione malattie o decessi causati da altri tipi di inquinamento, che sia dell’aria, dell’acqua o dei terreni. Così, questo già terribile 670,000 è solo una parte del costo annuale in vite umane della crescita industriale a rompicollo della Cina, che fino a poco tempo fa funzionava seguendo il principio di “prima crescere, poi ripulire l’ambiente”. Due anni fa la rivista medica di riferimento, The Lancet, aveva stabilito che i decessi annuali prematuri in Cina, dovuti a tutti i tipi di inquinamento dell’aria, sono 1.2 milioni. Ora sappiamo che più della metà di questi è causata direttamente dall’utilizzo diffuso di carbone come fonte energetica.

La Stampa
04 11 2014

Il numero è spaventoso: ogni anno negli Stati Uniti circa 100.000 bambini sono vittime di traffico a scopi sessuali. Venduti, in altre parole, al racket della prostituzione. La denuncia viene dalla ECPAT, un’organizzazione non profit dedicata alla lotta del traffico degli esseri umani.

Secondo il rapporto pubblicato da questo gruppo, le vittime in genere sono ragazze e ragazzi sotto i 18 anni d’età scappati di casa, homeless, oppure orfani, che vengono reclutati direttamente negli istituti che dovrebbero occuparsi di loro. Carol Smolenski, direttore esecutivo di ECPAT-USA, ha detto all’Huffington Post che uno sfruttatore le ha raccontato così il meccanismo: «Quando io li incontro, questi bambini sono stati stuprati così tante volte, che il mio compito è spiegare loro come potrebbero essere pagati per farlo». In altre parole, verrebbero comunque abusati: tanto vale che si convincano a subire le violenze in cambio di soldi.

In molti casi, sempre secondo il rapporto, le attività di sfruttamento avvengono nelle camere di alberghi che magari non sono complici, ma non fanno nemmeno alcuno sforzo per individuare e denunciare il traffico. Quindi ECPAT ha contattato diverse catene, come ad esempio la Hilton, affinché si mobilitino.

Il numero è sorprendente per gli Stati Uniti, e per l’ignoranza del fenomeno. Quando vengono interrogati sul traffico di esseri umani a scopi sessuali, infatti, gli americani rispondono che avviene in paesi remoti dell’Asia, del Sudamerica, o magari dell’Europa, ma non negli Usa. Questa mancanza di informazione contribuisce a nascondere il fenomeno, consentendo che continui indisturbato.

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