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REPUBBLICA

la Repubblica
04 06 2015

Non mi chiamo "Matteo Sacchetti", ma per 48 ore mi metto nei panni di un ragazzo omosessuale, Matteo Sacchetti. Al centro di spiritualità Sant'Obizio, in mezzo alle montagne e a un passo dalle terme di Boario, il gruppo Lot (dal nome dell'uomo che scappò da Sodoma e Gomorra prima che venissero distrutte con fuoco e fiamme da Yahwè) si propone di guarire da questa "ferita" che - dicono - è l'essere gay. Le tre persone a capo del seminario si chiamano "leader", e il leader dei leader è Luca Di Tolve, che poi sarebbe il Luca era gay della discussa canzone di Povia del Sanremo 2009: un ex attivista dell'Arcigay, ballerino alla discoteca Plastic di Milano, inventore delle crociere per omosessuali. Ora impegnato in questa nuova missione che però parte da un assunto smentito in tutte le lingue dall'Oms: cioè che l'omosessualità sia una malattia. Si comincia il venerdì e si finisce il martedì. Cinque giorni di messe, canti, preghiere, invocazioni dello spirito santo, confessioni, meditazioni con la luce spenta e soprattutto slide e lezioni dai titoli tipo "I meccanismi della confusione sessuale", "Narcisismo e idolatria relazionale" e così via. Tutto al prezzo di 185 euro, più una ben nutrita biblioteca con libri, riviste e dvd da comprare e studiare una volta tornati a casa. I tre leader, tutti sedicenti ex gay, sono affiancati da un frate francescano (don Enrico, capelli corti e barba da mullah, neanche 40 anni) e da un padre passionista (don Massimo, tonaca nera e una croce dentro al cuore come simbolo, esperto in esorcismo).

Brescia, viaggio nella comunità dove "curano" i gay
Ma bisogna fare un passo indietro. Per partecipare al corso "Adamo ed Eva: dove siete?" si deve compilare e inviare un questionario all'associazione. "Descrivi il tuo problema dal punto di vista sessuale o emozionale"; "Come si manifesta il problema?"; "Hai già ricevuto una consulenza psicologica in merito? ". Dopodiché si allega la fotocopia di un documento di identità, così quelli del gruppo Lot controllano su internet che non siate agenti del nemico (militanti gay o giornalisti) in avanscoperta. Il mio "Matteo Sacchetti" passa le selezioni grazie a Photoshop.

La casa di spiritualità è una specie di convento gestito da Di Tolve insieme alla moglie, di proprietà della Congregazione Sacra Famiglia di Nazareth. È pensata soprattutto per incontri di gruppo, ogni mese c'è un seminario di "guarigione e liberazione interiore". Stavolta gli ospiti sono una decina: c'è chi è arrivato da Palermo, chi da Bologna, chi da Milano. Un idraulico, un imprenditore, un avvocato. Una sentinella in piedi, un ex protestante, una ex estremista di destra. Il problema è lo stesso per tutti: quelle pulsioni, quell'istinto, da sradicare in un qualche modo. "I primi due giorni saranno durissimi - premette Sandro (il nome è di fantasia, in famiglia non sanno del suo passato) - ma vedrete che poi starete meglio. Lasciatevi andare, lasciatevi aiutare dal Signore". Le regole del corso sono essere puntuali agli appuntamenti, non giudicare gli altri corsisti, non parlare all'esterno di ciò che qui si è detto, o almeno, non riferire le esperienze altrui. Il programma è serrato e si parte ogni mattina con la messa alle 7.45 (e solo dopo la colazione), mentre l'ultimo insegnamento finisce alle 22.30. Si pranza e si cena tutti insieme e almeno lì l'atmosfera sembra rilassata. Si gioca tutto sulla ripetitività: nello scaglionamento delle giornate, nelle canzoni, nei riti, soprattutto nel messaggio in sé.

Primo punto: "L'omosessualità non esiste e voi non siete gay, siete solo persone che hanno un problema", spiega Di Tolve. Secondo punto: se soffri non è perché non accetti ciò che è naturale, ma perché non hai ancora scoperto ciò che ti ha fatto nascere una certa inclinazione. "I bisogni insoddisfatti - continua - causano il danneggiamento della sessualità e della sfera relazionale ". Terzo punto: quel peccato ("un abominio ") fa star male Dio, e quindi "bisogna sfidarlo ed essere coraggiosi". Già alla seconda lezione qualcuno piange e non trattiene le lacrime. Si parla delle "ferite della madre". Senti di essere gay? "Magari quando sei nato sei stato lasciato in incubatrice, quindi hai perso l'affetto iniziale della mamma, e in quel dolore inconscio è germogliata l'omosessualità", ragionano i leader. Si parla dei padri: il non essersi sentito accettato, l'aver provato rancore nei suoi confronti, ecco, anche lì, si finisce per diventare gay "perché si cerca in altre figure maschili quell'antico sentimento non corrisposto". Un impasto di psicologia spicciola e fondamentalismo religioso, come il continuo richiamo a Satana, alle sue tentazioni, al suo potere, "al dominio delle tenebre". Il mondo dei media, ad esempio, "è chiaramente in mano al Diavolo". Con le associazioni gay che stanno perseguitando la famiglia naturale.

Di fronte a un particolare bisogno di consulenza, i partecipanti sono invitati a sfruttare le poche pause per parlare in privato con uno dei leader. "Come stai, come ti senti?", mi chiede un "collega" in cerca di guarigione. "Sai, io sto male, combatto questa cosa da sempre", aggiunge. E viverla per quello che è, invece? "Ci ho anche provato, ma mi sento sporco e indegno". Qualcuno prova a raccontarsi con gli altri, i più timidi invece tengono tutto dentro e non capisci mai quel che pensano davvero. La domanda da un milione di dollari è se alla fine di questo seminario esiste davvero chi, da gay, si trasforma magicamente in etero. "La guarigione dipende da quanto si apre il nostro cuore a Gesù e da quanto si è disposti a sacrificare il proprio corpo alla volontà di Dio", è la risposta. I leader - gli ipotetici guariti - adesso sono sposati e hanno figli. Ma che fatica trasmettono in quella loro ricerca di essere "normali". Durante le cerimonie si prostrano più di tutti e, ammettono, la loro è una battaglia giornaliera.

La sera i corsisti tornano nelle proprie stanze, in due o tre per ognuna. "So di gente che si è innamorata qui dentro. Di un altro uomo ovviamente", racconta Daniele (altro nome di fantasia). Viene da pensare che no, non si guarisce dalla malattia che non esiste. L'ultimo giorno ci sarebbe la gran chiusura con tanto di santa messa e di battesimo per "suggellare rinnovo e promesse". Prima, però, le ultime lezioni: "Ripristinare la mascolinità" e "ripristinare la femminilità". Ma Matteo Sacchetti non ce l'ha fatta: è scappato prima.

Matteo Pucciarelli

 

La Repubblica
03 06 2015

Girate, spalle a Erdogan, le donne turche protestano contro le ultime dichiarazioni del capo di Stato, giudicate sessiste. "Vi prego di perdonarmi, ma la mia decenza non mi permette di dirvi cosa significa voltare le spalle a me e fare il segno di vittoria", ha detto Erdogan il primo giugno, commentando il gesto fatto da alcune donne al passaggio del bus sul quale viaggiava il presidente (Video). E' successo nella provincia di Igdir, nella Turchia orientale, protagoniste un gruppo di sostenitrici del partito filo curdo Hdp. "Se avete un pò di gentilezza, onore e capacità, allora il posto per la politica è il Parlamento", ha aggiunto il premier, affermando che solo le deputate hanno il diritto di protestare contro il presidente turco. E la protesta corre anche sui social network con l'hashtag #sirtimizidonuyoruz.

Non è la prima volta che le donne in Turchia protestano contro il partito del presidente l'Akp attraverso i social media. A luglio del 2014 centinaia di donne hanno postato le proprie foto mentre ridevano con l'hashtag #kahkaha (rido) e #direnkahkaha (resisto, rido) per protestare contro il vicepremier Bulent Arinc che aveva chiesto alle donne di non ridere in pubblico.

La Repubblica
03 06 2015

Il Cdr di Repubblica esprime solidarietà ai colleghi della redazione dell'agenzia Area, dipendenti di Area Ag. s.c.p.a. e dipendenti di Audionews Regioni s.r.l, che da ieri e fino al prossimo 7 giugno, tornano a scioperare
di fronte all'inadempienza del proprio editore che da sette mesi non li retribuisce. Una situazione insostenibile di fronte alla quale i colleghi di Area non hanno sin qui trovato né risposte da parte dell'Editore, né interlocutori.

Il Cdr di Repubblica

la Repubblica
28 05 2015

La battaglia tra lo Stato islamico e l'esercito di Baghdad continua a lasciare dietro di sè una scia di sangue che sembra non finire mai. Questa mattina in Iraq i cadaveri di 470 persone sono stati rinvenuti in fosse comuni nei pressi della città natale di Saddam Hussein, Tikrit, secondo quanto riferito dall'emittente al-Arabiya.

Si tratterebbe dei resti dei soldati iracheni uccisi in quello che viene definito il 'massacro di Speicher', una base nei pressi di Tikrit, lo scorso giugno. L'Onu e le Ong stimano che possano essere fino a 1.700 i militari uccisi sommariamente dai jihadisti dell'Is. La città è stata liberata dagli jihadisti lo scorso aprile dopo una lunga e dura battaglia.

L'avanzata degli jihadisti dello Stato islamico sembra inarrestabile, nonostante i bombardamenti mirati della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. La presa di Ramadi, 100 km a ovest di Bagdad, e di Palmira, nel cuore della Siria, ha mostrato tutti i limiti della risposta internazionale alla minaccia dello Stato islamico. I miliziani stanno attuando un regime durissimo là dove arrivano al potere: in Siria almeno 464 persone sono state giustiziate nell'ultimo mese. Tra le vittime ci sono 149 civili, mentre il resto sono soldati siriani, combattenti ribelli moderati e miliziani jihadisti accusati di tradimento. Questi i dati forniti dall'Osservatorio siriano per i diritti umani, che ha aggiornato a 2.618 il numero delle persone uccise dai miliziani jihadisti da quando, a giugno dell'anno scorso, fu proclamato il 'califfato islamico'.

Continuano le violenze nella città di Palmira ormai nel pieno controllo dello Stato islamico. Nella città si sono registrate la metà delle 464 persone uccise dall'Is in questo mese. Ieri venti soldati e miliziani filo-regime siriani sciiti e alawiti sono stati uccisi a colpi d'arma da fuoco dall'Is nell'anfiteatro del sito romano della città. Oggi circolano in rete, pubblicate dall'Is, nuove foto che sarebbero state scattate nelle ultime ore in cui si nota la bandiera nera del gruppo che campeggia sull'anfiteatro (teatro ieri di 20 esecuzioni pubbliche) e mostrano anche la "prigione della morte", il carcere di Palmira per decenni trasformato in 'girone infernale' degli oppositori del regime Assad.

Nel frattempo resta molto complicato anche il fronte libico. dove la situazione potrebbe precipitare da un momento all'altro. "Daesh (l'Is) vuole che la guerra civile continui. Se non c'è un accordo per un governo di unità nazionale e se la guerra continua è Daesh a vincere in Libia". E' pessimista

Bernardino Leon, inviato dell'Onu e negoziatore tra le parti in Libia, oggi in visita a Bruxelles. "La Libia è vicina al collasso. Per il Paese non c'è più tempo" ha detto Leon durante una conferenza organizzata dal gruppo S&D al Parlamento europeo.

la Repubblica
22 05 2015

Si aggrava la posizione dei sei agenti di polizia coinvolti il 12 aprile scorso nell'arresto dell'afroamericano Freddie Gray, morto poi una settimana dopo: un Gran giuri' li ha oggi incriminati formalmente, aprendo la via ad un processo senza precedenti. Ad annunciarlo è stata il procuratore dello Stato del Maryland, Marilyn Mosby, che già il primo maggio aveva a sua volta chiesto l'incriminazione poliziotti, tre bianchi e tre neri, tra cui una donna.

Le incriminazioni formulate oggi dal Grand giurì, una sorta di udienza preliminare, sono molto simili a quelle anticipate dal procuratore Mosby, ma rappresentano un passo procedurale importante per portare il caso in tribunale di livello superiore, scrive il Baltimore Sun online. Gray, che aveva 25 anni, è morto perché è stato ferito nel momento in cui è stato ammanettato e caricato a testa in giù nel furgone della polizia, ha detto Mosby durante una conferenza stampa. Le accuse più pesanti sono state sollevate contro Caesar Goodson, 45 anni, e' il più anziano tra i sei. Quel giorno era alla guida del furgone di Polizia sul quale fu caricato Freddie Gray. Goodson è accusato tra l'altro di non essersi fermato quando richiesto e di aver guidato bruscamente provocando o aggravando i danni fisici che hanno portato alla morte di Gray per una lesione alla colonna vertebrale.

La morte del nero, il 19 aprile, ha innescato una serie di manifestazioni di protesta in varie zone di Baltimora, sulla scia di una situazione di alta tensione e accuse alla polizia americana di brutalità nei confronti degli afroamericani, alimentata da numerosi precedenti a partire da Ferguson, la città del Missouri dove è esplosa con violenza la rabbia lo scorso agosto dopo l'uccisione di un giovane afroamericano da parte di un agente di polizia bianco.

Da allora ci sono stati diversi casi del genere e infinite manifestazioni di protesta. Ancora ieri proprio a Baltimora un gruppo di manifestanti ha marciato verso la sede del sindacato della polizia per chiedere che vengano ufficializzate delle scuse per la vicenda di Freddie Gray.

la Repubblica
14 05 2015

Sono leggermente peggiorate le condizioni dell'infermiere 37enne di Emergency contagiato dal virus Ebola e ricoverato da ieri all'Istituto Spallanzani di Roma. Il paziente "è febbrile, lucido e collaborante. Da questa notte è comparsa un sintomatologia gastrointestinale importante. Ha iniziato nutrizione parenterale e continua la terapia reidratante per via orale ed endovenosa", afferma il bollettino. Dopo aver aggiornato il quadro delle condizioni cliniche del paziente, l'Istituto Spallanzani comunica che questa notte è cominciata la terapia con un secondo farmaco sperimentale non registrato, dopo il primo trattamento antivirale specifico iniziato già ieri. Il farmaco, già autorizzato con ordinanza AIFA del 12 maggio, su indicazione del Ministro della Salute, è arrivato ieri dall'estero. "L'importazione - si legge nel bollettino - è stata grandemente facilitata dagli USMAF del Ministero della Salute. Tra 24 ore sarà emesso il prossimo bollettino medico".

Si tratta del secondo italiano contagiato dal virus in Africa: il primo caso, quello del medico Fabrizio Pulvirenti, anch'egli impegnato nella lotta contro Ebola con Emergency in Sierra Leone, si era concluso positivamente all'inizio di gennaio, quando l'uomo aveva lasciato lo Spallanzani, dove era stato ricoverato il 25 novembre 2014, dopo due mesi di terapie in cui le sue condizioni erano più volte peggiorate prima dell'esito positivo finale.

Anche l'infermiere aveva prestato la sua opera nel centro di cura dei malati di Ebola in Sierra Leone ed era tornato l'8 maggio nella sua regione, la Sardegna. Come da protocollo del ministero della Salute e dalla stessa Emergency, l'infermiere aveva effettuato l'automonitoraggio delle proprie condizioni di salute. I primi sintomi del contagio erano comparsi nella tarda serata di domenica scorsa, quando la sua temperatura aveva raggiunto i 39.2. L'uomo si era messo in quarantena, autoisolandosi.

Come ha ricordato il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, intervenendo a Unomattina, dove ha tenuto a rassicurare che non c'è nessun rischio legato al nuovo caso di contagio perché sono state seguite tutte le procedure. "Quando l'infermiere è arrivato, il virus non si era ancora manifestato - ha ricordato Lorenzin -, i sintomi si sono verificati in Sardegna. L'infermiere si è subito autoisolato ed è stato poi ricoverato". "Non c'è nessuna ragione di rischio - ha aggiunto il ministro - abbiamo isolato alcune persone a casa ma solo in via precauzionale, preferiamo eccedere nella prevenzione". Al ministro è arrivata la solidarietà dei colleghi europei: "Mi hanno già telefonato per offrirmi solidarietà e aiuto, a partire dal collega spagnolo - ha raccontato Lorenzin -, sono praticamente arrivati a Roma prima i farmaci che il paziente".

la Repubblica
14 05 2015

Accade che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss. Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l'inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com'è possibile che la storia finora sia rimasta nell'ombra? La vicenda che sto per raccontare parte da un'inchiesta della Dda di Napoli, l'Operazione Caleno portata avanti da Giovanni Conzo ed Eliana Esposito, e da una sentenza le cui motivazioni sono state depositate a febbraio dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere: e dimostra per la prima volta come le organizzazioni criminali gestiscano le redazioni in alcuni quotidiani locali.

Un giornalista che racconta lo strapotere dei clan, un boss che pretende e ottiene il licenziamento del giornalista scomodo, un quotidiano che si piega al boss. Il giornalista si chiama Enzo Palmesano, il boss è Vincenzo Lubrano, la testata è il Corriere di Caserta (oggi Cronache di Caserta) che, insieme a Cronache di Napoli, è un quotidiano dalla storia controversa. Entrambi appartengono al gruppo Libra il cui editore, Maurizio Clemente, è stato condannato per estorsione a mezzo stampa: utilizzava le testate per scopi intimidatori, cioè "o paghi o scrivo contro di te".

Cronache di Napoli e Corriere di Caserta sono poi diventati famosi - loro malgrado - per aver infangato la memoria di Don Peppe Diana. Tutti ricordano il titolo del Corriere di Caserta: "Don Peppe Diana era un camorrista". Negli anni, questi due quotidiani hanno pubblicato messaggi dei clan. Quando venne sequestrato il piccolo Tommaso Onofri, Cronache di Napoli titolò: "Tommaso, il dolore dei boss". I boss volevano mandare ai sequestratori il messaggio: "Provate a toccarlo e in carcere passerete l'inferno ".

Quando il corpo di Tommaso fu rinvenuto, il titolo sempre di Cronache di Napoli fu: "Tommaso è morto: l'ira dei padrini". Sono titoli dietro ai quali c'è una strategia assai fina: influenzare l'opinione locale per arrivare a determinare la narrazione nazionale. Quando qui arriva un giornalista da fuori fa domande, raccoglie opinioni: e queste spesso sono determinate proprio dalla stampa locale. È così che questi piccoli giornali riescono poi a far passare messaggi che indirizzano l'interpretazione dei fatti. Ed è in questo contesto che ha provato a fare informazione Enzo Palmesano - lui stesso personaggio non ordinario, autodefinitosi "fascista di sinistra" negli anni più duri della guerra di camorra, militante Msi poi promotore al congresso di Fiuggi dell'emendamento con cui An prendeva le distanze dall'antisemitismo.

Cerchiamo allora di conoscerlo più da vicino questo contesto. Vincenzo Lubrano è stato uno dei boss più temuti della camorra campana, legato alla mafia corleonese attraverso il vincolo che univa la sua famiglia a quella dei Nuvoletta, mandatari di Cosa Nostra in Campania. Lello Lubrano, primogenito di don Vincenzo, aveva sposato Rosa Nuvoletta, figlia del capomafia di Marano, Lorenzo. I Nuvoletta, benché napoletani, non sono camorristi, sono l'unica famiglia esterna alla Sicilia che ha avuto un ruolo ai vertici di Cosa Nostra. Vincenzo Lubrano fu condannato all'ergastolo come uno dei mandanti dell'omicidio del sindacalista di Maddaloni, Franco Imposimato, fratello del giudice Ferdinando Imposimato, l'11 ottobre 1983. E Imposimato fu ucciso per due ragioni: per colpire il fratello del giudice che stava indagando sul riciclaggio di Cosa Nostra a Roma; e perché si batteva sul territorio affinché le colline maddalonesi non fossero divorate dalle cave che oggi le deturpano. L'omicidio Imposimato, avvenuto in terra di camorra, è considerato un delitto di mafia, perché l'ordine ai campani arrivò direttamente dalla Sicilia. Ma tutto lo ricorda solo chi l'ha vissuto sulla propria pelle, perché la maggior parte delle cosche casertane, compresi i Lubrano, hanno sempre preferito mantenere un basso profilo, tenendosi ai margini della cronaca. Palmesano, invece, scrive e racconta.

Scrive del pellegrinaggio che Vincenzo Lubrano, assolto in appello per l'omicidio Imposimato, organizzò con diversi pullman a San Giovanni Rotondo per ringraziare Padre Pio.

Ricorda il restauro che Raffaele Lubrano fece della cosiddetta "Madonna della camorra", poiché a lei si rivolgevano durante la latitanza a Pignataro Maggiore i boss di Cosa Nostra. Palmesano racconta la presenza di Liggio e Riina sul territorio. Inizia a scrivere tutti i giorni del clan Lubrano e si concentra su Raffaele "Lello" Lubrano, ucciso a Pignataro Maggiore nel corso di una faida che vede coinvolti pignataresi e casalesi.

Il cronista sa che questa storia è nodale per comprendere gli equilibri politici che regolano il territorio. E proprio per questo Vincenzo Lubrano vuole a toglierlo di mezzo.

C'è un'intercettazione telefonica tra Lubrano e Francesco Cascella, il nipote acquisito del boss che medierà tra il clan e il direttore del quotidiano per l'allontanamento di Palmesano. Dice Lubrano: " Ma come si deve fare, non posso, non posso nemmeno andare a pisciare più... ho passato un guaio con questo giornalista.

Mi sta rompendo il cazzo sai perché, mette sempre in mezzo la morte di Lello, che hanno ucciso a Lello, nello stesso articolo. Ma se tu scrivi una cosa che nomini a fare quello che ormai è morto? Hai capito? E qualche giorno mi fa perdere la testa e mi fa passare un guaio grosso. Pure a Marano.

A Marano uccisero Siani, ebbero 7 ergastoli. Quello pure lo stesso rompeva il cazzo a tutti quanti, vedeva a uno di quelli là magari a prendere il caffè, prendeva e scriveva, quello si è stufato e l'hanno ucciso. Hanno avuto 7 ergastoli. Adesso dico io perché devo prendere l'ergastolo per un uomo di merda di quello? Magari, gli devi dire che non nomina più a Lello Lubrano, che lo lasciasse stare in grazia di Dio ". Il riferimento all'omicidio di Giancarlo Siani è particolarmente inquietante perché a farlo è una famiglia legata per sangue e affiliazione agli esecutori di quell'omicidio.

I Lubrano, come detto, sono imparentati con i Nuvoletta di Marano, che nel 1985 decretarono la morte del giornalista del Mattino. Per evitare che parta l'ordine di morte, Cascella va a parlare con il direttore del Corriere di Caserta , Gianluigi Guarino, e gli chiede di ridimensionare Palmesano e di impedirgli di citare nei suoi articoli Lello Lubrano; poi riporta a don Vincenzo il contenuto di quella conversazione: " Comunque, l'importante, ho detto: Gianluigi (Guarino, ndr ), che almeno queste due cose qua, ho detto, tu me le fai, me lo devi, perché se no io ti ho sempre fatto un sacco i favori, io a te, Gian-lui', ho detto, questo, ti ripeto, è mio zio, è il fratello di mia suocera, ti prego, almeno... gli ho detto, facciamo riposare in pace quest'anima che già ne ha passate abbastanza... dice: no, no, dice, digli a don Vincenzo che questo lo può ritenere fatto, per quanto riguarda il fatto di non scrivere dice, piano piano, anche questo Palmesano, dice, mi crea solo problemi ". Poco prima, Cascella attribuisce a Guarino queste parole: " Questo Palmesano è un " cacacazzo", dice, piano piano se io ci riesco a ridimensionarlo ".

Accade dunque che un giornale locale licenzi un giornalista su ordine di un boss. Accade poi che una sentenza arrivi a confermare l'inchiesta su giornalismo e camorra. Ma com'è possibile che questa storia rimanga nell'ombra?

Roberto Saviano

La Repubblica
12 05 2015

Sono rimasti su un barcone alla deriva per tre giorni. Circa 350 migranti Rohingya in fuga dalla Birmania sono stati abbandonati al largo della Thailandia senza carburante e poco dopo, senza cibo né acqua. Lo ha denunciato Chris Lewa, responsabile dell'Arakan Project, un'associazione che monitora le condizioni della minoranza musulmana discriminata in Birmania.

I Rohingya sono stati descritti come "il popolo meno voluto al mondo" e "una delle minoranze più perseguitate al mondo". Per una legge sulla concessione della cittadinanza del 1982, essi non possono prendere la cittadinanza birmana, non possono viaggiare senza un permesso ufficiale, possedere terreni e sono tenuti a firmare un impegno a non avere più di due figli. Secondo Amnesty International, la popolazione musulmana Rohingya continua a soffrire per violazioni dei diritti umani da parte della dittatura militare birmana dal 1978, molti sono già fuggiti nel vicino Bangladesh.

"Hanno chiesto di essere salvati urgentemente", ha detto Lewa dopo essere riuscita a mettersi in contatto con uno dei migranti, aggiungendo che una cinquantina delle persone a bordo sono donne, e che il barcone si trova probabilmente al largo del sud della Thailandia vicino alla Malesia. Un summit regionale in Thailandia il 29 maggio è stato annunciato oggi dal ministero degli Esteri per affrontare "l'aumento senza precedenti dell'immigrazione irregolare". "Il vertice speciale rappresenta un invito urgente alla regione a lavorare insieme", si legge nella nota.

Nelle ultime 48 ore, circa duemila migranti - tra Rohingya e bengalesi - sono approdati sulle coste malesi e indonesiane. Si tratta di persone in fuga dalla povertà, ma anche dalla violenza. Un barcone con 400 persone è stato respinto dall'Indonesia e rispedito verso la Malesia, secondo le autorità locali dopo che i migranti sono stati riforniti di provviste.

Negli ultimi tre anni, oltre centomila Rohingya sono fuggiti dalla Birmania a bordo di barconi gestiti da trafficanti senza scrupoli, in fuga dalle violenze della maggioranza buddista e lasciando spesso alle spalle famiglie che vivono in squallidi campi di sfollati. Se la loro destinazione preferita è la musulmana Malesia, molti di essi approdano in Thailandia, dove vengono tenuti prigionieri - si sospetta con la complicità delle autorità locali - fino al pagamento di un riscatto.

Secondo l'Onu, al momento fino a sei mila bengalesi e Rohingya, minoranza musulmana ritenuta una delle comunità più perseguitate al mondo, potrebbero essere in viaggio o prigionieri su barconi nel Mar delle Andamane.

L'organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello ai governi del sud-est asiatico per trovare e salvare le migliaia di migranti che si trovano in grave difficoltà in mare. "E' necessario uno sforzo regionale. Non abbiamo la capacità di cercarli, ma i governi hanno navi e satelliti", ha detto un portavoce dell'Oim. Se questi migranti non saranno trovati rapidamente, "potrebbero trovarsi presto in pessime condizioni e persino morti", ha aggiunto il portavoce.

La Repubblica
11 05 2015

E' un romano portato in Questura: "E' stato lui, ha confessato". Identificato grazie alla testimonianza di un collega della vittima

Catturato il responsabile dello stupro alla tassista aggredita da un cliente a Roma all'alba di venerdì. E' un romano di 30 anni, Simone Borgese, che ha confessato le proprie responsabilità al termine di un lungo interrogatorio davanti agli inquirenti della squadra mobile e al pm Eugenio Albamonte. "E' stato un raptus", è stata la sua difesa.

L'uomo - trovato a casa dei nonni - è stato portato in carcere con le pesanti accuse di rapina, lesioni e violenza sessuale aggravata. Al Borgese gli agenti della mobile diretta da Luigi Silipo sono arrivati grazie all'identikit fornito dalla vittima. Ma soprattutto grazie alla testimonianza di un collega della donna. Qualche giorno prima dell'aggressione, Borgese aveva infatti preso un altro taxi. Al tassista, al termine della corsa, aveva però detto di non avere i soldi per pagare. Aveva così lasciato al conducente il numero di telefono. In quell'occasione portava con sé una borsa, identica - secondo la descrizione - a quella segnalata dalla tassista aggredita. E questo particolare ha consentito agli investigatori di rintracciare Borgese.

Il trentenne ha dei precedenti specifici per alcuni dei reati: è stato sottoposto in incidente probatorio a esami che lo hanno inchiodato.

Era stata la polizia a diffondere ieri l'identikit del sospettato, creato in base al drammatico racconto della donna: maschio, italiano, età 25-30 anni, altezza 165/70, corporatura magra, capelli corti scuri mossi, viso pentagonale, occhi piccoli scuri, sopracciglia sottili, naso medio, bocca media e labbra sottili, carnagione chiara, vestito con camicia jeans, pantaloni scuri, scarpe da ginnastica scure. Oggi l'arresto del colpevole.

E davanti alla questura sono arrivate delle colleghe della tassista aggredita: "Abbiamo paura. Non è la prima volta che accadono episodi di aggressioni e violenze ai nostri danni. Certo, questo è particolarmente grave ed eclatante". Le tassiste sono arrivate davanti la sede della questura, per "portare solidarietà alla collega vittima di violenza".

Studente ucciso alla fermata del pullman nel Nuorese

  • Mag 08, 2015
  • Pubblicato in REPUBBLICA
  • Letto 1983 volte
la Repubblica
08 05 2015

Gianluca Monni, 19 anni, assassinato a colpi di fucile a Orune. Stava aspettando il mezzo che l'avrebbe portato a scuola nel capoluogo

Un ragazzo di 19 anni, Gianluca Monni, è stato ucciso a colpi di fucile intorno alle 7.30 mentre aspettava il pullman che lo avrebbe portato a scuola a Nuoro.

Lo studente delle superiori sarebbe stato raggiunto da più di un colpo. Sull'omicidio stanno indagando i carabinieri.

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