IL SOLE 24 ORE

Imbrattata nella notte la teca dell'Ara Pacis. Tre persone incappucciate hanno imbrattato con due grosse macchie rosse e verdi la parete bianca della teca di Richard Meier in Via di Ripetta e la fontana. Ai piedi del muro un wc e due pacchi di carta igienica. L'allarme è scattato verso le 5.30 del mattino, quando alcuni passanti hanno avvertito la Polizia. In tarda mattinata squadre del Comune di Roma e dell'Ama hanno cominciato le operazioni di ripulitura del muro. La Polizia scientifica ha esaminato i danni riportati dalle strutture e le immagini registrate dall'impianto di videosorveglianza.

La teca in acciaio, travertino e vetro, inaugurata poco più di tre anni fa, il 21 aprile 2006 in occasione della ricorrenza del Natale di Roma, costata sette anni di lavori, ha fatto discutere il mondo politico e quello artistico. C'è chi lo considera un capolavoro e chi uno scempio. Vittorio Sgarbi, per esempio, l'ha definito «una pompa di benzina texana nel cuore di uno dei centri storici più importanti del mondo». Anche per il New York Times l'opera di Meier è stata un flop.

«Intellettualmente rivendico questa bellissima azione. Dovrebbe essercene una al giorno», ha commentato il critico futurista Graziano Cecchini, celebre per aver colorato di rosso, il 19 ottobre del 2007, l'acqua della Fontana di Trevi e per aver lanciato, il 16 gennaio 2008, da Trinità dei Monti migliaia di palline di tutti i colori. Cecchini, che ha detto di essere stato ascoltato dalla Digos, non ha preso le distanze da quest'atto e, al contrario, ne ha spiegato il significato: «Credo si tratti della rappresentazione di un'Italia che si stacca verso l'alto (coi palloncini) e verso il basso (water). Forse in segno che la gente si è stufata dell'Italia delle veline». Cecchini riguardo le responsabilità ha aggiunto: «Ci sono le telecamere che dovrebbero dire con certezza chi è stato. Se non funzionano bisogna intervenire sullo sperpero di denaro pubblico».
1 giugno 2009

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/06/ara-pacis-imbrattatura-vandali-cecchini.shtml?uuid=1b01e8ac-4ec0-11de-b163-883b36b1fc2d&DocRulesView=Libero

Sono più giovani e meno istruiti. Sono necessari meccanismi di integrazione

L'aumento dei flussi migratori e la maggior partecipazione degli stranieri al mercato del lavoro non rappresenta un pericolo per i salari e le prospettive occupazionali dei lavoratori italiani. La Banca d'Italia nella sua relazione annuale dedica uno specifico capitolo all'analisi delle conseguenze dell'immigrazione. È più che raddoppiato tra il 2003 e il 2008 il numero di stranieri residenti in Italia, passato a 3,4 milioni di persone, circa il 6 per cento della popolazione. Nel confronto con i principali paesi europei, gli immigrati residenti in Italia rappresentano una quota più bassa di popolazione e sono più giovani e meno istruiti. Nel triennio 2005-07 l'età media della popolazione straniera regolarmente residente era pari a 38 anni, simile a quella registrata in Spagna e molto inferiore a quella, superiore ai 50 anni, riscontrabile in Germania e Francia. Poco meno della metà della popolazione straniera residente, di età compresa tra i 25 e i 55 anni, é in possesso al più di un titolo di istruzione corrispondente all'obbligo scolastico, quota che é superiore di circa 16 punti rispetto alla media dei paesi dell'Unione europea. Ma solo il 15% ha un titolo di studio di livello universitario, contro una media europea attorno al 36 per cento.??Necessari meccanismo di integrazione. La componente straniera, sottolinea la relazione di Palazzo Koch, «contribuirà in misura significativa a definire il livello e la qualità futuri del capitale umano che sarà disponibile in Italia». Ed è per questo che «se non accompagnata da meccanismi efficaci di integrazione, questa rapida espansione aumenterà il già ampio divario nella dotazione di capitale umano del nostro paese nel confronto internazionale, poiché la popolazione scolastica straniera registra significativi ritardi che si manifestano già nella scuola primaria e si ampliano ulteriormente nei livelli scolastici successivi».??Pagano meno imposte, ricevono meno prestazioni. Le differenze nella struttura socio economica e demografica tra gli italiani e gli stranieri, spiegano ancora gli economisti di Bankitalia, «determinano significativi divari nei flussi economici da e verso la finanza pubblica. Gli immigrati pagano proporzionalmente meno imposte e ricevono meno prestazioni per previdenza e sanità».
29 MAGGIO 2009


http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/05/banca-italia-immigrati.shtml?uuid=8caa7dae-4c48-11de-b287-ce5e90524180&DocRulesView=Libero

LONDRA, LADY ECONOMIST ALLA GUIDA DEGLI INDUSTRIALI

dal corrispondente Leonardo Maisano


LONDRA - La nomina avverrà il 2 giugno, ma l'indicazione non lascia spazio a sorprese. Lady Economist sarà la prima donna a guidare Cbi, la Confederazione dell'industria britannica. Helen Alexander, 51 anni, 3 figli, è stata scelta nei giorni scorsi, ma solo martedì prossimo l'assemblea dei soci la eleverà per un primo periodo di due anni alla postazione numero uno del mondo industriale inglese, allineando Londra a Parigi e Roma, già pilotate da presidenti al femminile. Helen Alexander infatti è destinata a seguire le tracce percorse prima da Laurence Parisot e poi da Emma Marcegaglia. Il suo arrivo - sostituisce Martin Broughton, presidente uscente di Cbi e guida di British Airways - compensa, metaforicamente, l'uscita dalla prima linea della vita economica finanziaria britannica di Clara Furse, fino alla scorsa settimana Ceo del London Stock Exchange.  La storia professionale di Helen Alexander è però diversa da quella di dame Clara, che dopo gli studi alla London school of economics si è dedicata prevalentemente al mondo finanziario. L'editoria è, invece, il core business di Helen Alexander. O meglio il santuario dell'editoria britannica quale continua ad essere il settimanale The Economist, posseduto al 50% dal gruppo Pearson (Financial Times) e per l'altra metà da investitori privati. Nelle stanze di quello che è considerato il più influente magazine al mondo, Helen Alexander ha trascorso ventitrè anni, di cui undici da Ceo, contribuendo al raddoppio della diffusione del settimanale, che oggi vende 1,3 milioni di copie, di cui 1,1 milioni all'estero. Impermeabile alle crisi, di credito ed editoria, sulla scia di un'inattaccabile qualità che continua a spingere le vendite.  Due decenni a cui lei stessa ha messo fine lasciando l'azienda editoriale un anno fa per dedicarsi alla Cbi (per qualche giorno ancora è vice presidente) una consulenza con Bain Capital e i consigli di amministrazione di Rolls Royce e Centrica dopo aver frequentato quelli di British Telecom e Northern food. Le voci della City dicono si sia fermata qualche tempo in attesa, quando capiterà se mai capiterà, di puntare alla poltrona numero uno di Pearson, occupata da Marjorie Scarandino. Null'altro che ipotesi, piuttosto inevitabili vista la carriera di Helen Alexander. In un'intervista al Financial Times nei giorni scorsi ha sottolineato la necessità di aprire di più le società al management femminile e ad executive con background diversi per uscire da logiche chiuse e monoculturali. La prossima leader degli industriali inglesi ha anche indicato la sua priorità per rilanciare un'economia che soffre più del resto d'Europa: ristabilire il flusso di credito alle imprese. "Tasse e regole - ha aggiunto - sono importanti, ma la priorità per dare prospettiva e consistenza alla ripresa ä garantire circolazione al credito". Che pure, negli ultimi mesi è migliorato rispetto alla stretta di dicembre-gennaio. Ma non abbastanza per la complessa congiuntura economica, ma anche politica culturale che fa della Gran Bretagna la realtà più intricata da sbrogliare e pió difficile da rilanciare, sbilanciata com'è sul fronte dei servizi finanziari e debole su quello manifatturiero.


28 MAGGIO 2009


http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/05/londra-lady-economist-guida-industriali.shtml?uuid=ff8b3a12-4b52-11de-8cae-568b4a1407d9&DocRulesView=Libero

LE DONNE DEGLI ANNI 2000: PIU' LIBERE E MENO FELICI

27 MAGGIO 2009
di Mario Margiocco


Un solo paese ha la ricerca della felicità inscritta nella Costituzione come un diritto inalienabile, ma le donne d'America nonostante questo diritto hanno perso terreno rispetto a 35 anni fa. Non solo, anche le donne di altri 12 paesi, quasi tutte, Italia compresa, hanno dovuto arretrare. Più scuola e università, più lavoro spesso appagante, più visibilità e peso negli affari un tempo tutto maschile, più politica, più ruolo insomma, e meno felicità.??Sono alcuni anni che il robusto filone della happiness economics, a cavallo tra economia, sociologia e psicologia, scava nell'animo oltre che nel portafoglio e l'ultimo saggio di questa scuola ci dice che le donne americane non sono felici. O meglio, sono meno appagate degli uomini, mentre un'infinità d'indicatori quantitativi dovrebbero poter concludere che sono più felici. «La misurazione del benessere soggettivo delle donne indica un calo sia in termini assoluti sia relativamente agli uomini», dicono Betsey Stevenson e Justin Wolfers, due economisti della Wharton School dell'Università di Pennsylvania, la più antica e fra le migliori business school americane. Pubblicato adesso dal National bureau of economic research, lo studio s'intitola The paradox of declining female happiness. Conferma una tendenza misurata già da qualche anno. E contraddice la diffusa idea che a un maggior peso nella società e nel lavoro corrisponde più felicità.??I criteri della ricerca ?La felicità, si chiedeva Albert Camus, che cos'è la felicità se non la semplice armonia tra l'uomo - la donna in questo caso - e la vita che conduce? Lo studio di Stevenson e Wolfers non definisce la felicità, ma la misura attraverso l'utilizzo dei dati della Gss (General social survey), della Monitoring the future survey, di altri indagini sistematiche e a campione e, per l'Europa, di Eurobarometro.

I concetti presi in esame sono quelli di benessere soggettivo, soddisfazione nella vita e felicità. Il benessere soggettivo è aumentato in molti Paesi, e l'Italia ha visto, dice lo studio, un particolare incremento. Ma alla fine la felicità delle donne rispetto a quella degli uomini è diminuita ovunque, in modo più sensibile negli Stati Uniti, e con unica eccezione, dicono alcuni dati, la Germania.??Un libro del 1989, che ebbe largo impatto e s'intitolava The Second Shift (Il secondo turno), ricordava che le donne avevano acquisito sì posizioni di rilievo, ma una volta rientrate a casa dovevano incominciare un secondo turno. Oggi la soddisfazione finanziaria è diminuita per le donne, che sempre di più gestiscono le finanze familiari, perché tutto il ceto medio è arretrato. La soddisfazione nel matrimonio è diminuita, in modo pressoché uguale fra donne e uomini. Ma sono le donne ad averne risentito di più sul piano della felicità generale.??Una crescente e inarrestabile atomizzazione della società - difficoltà di comunicare e fare gruppo - potrebbe venir pagata più duramente dalle donne, sostengono Stevenson e Wolfers, parlando soprattutto del caso americano.

Uno dei più noti politologi americani, Robert Putnam, pubblicava nel '95 un articolo, e nel 2000 un libro dal titolo significativo, Bowling alone (Da soli al bowling), sulla crisi del tessuto sociale e la perdita di un capitale civico. «Una lunga generazione civica, nata nei primi 30 anni del XX secolo, si sta ora ritirando dalla scena - scriveva Putnam -. I loro figli e nipoti sono molto meno impegnati in forme di relazione sociale». E le donne, si direbbe, ne avvertono più degli uomini la mancanza. Volendo stendere lo sguardo più indietro, osservazioni analoghe, brevi e impressionistiche, precise tuttavia e preveggenti, venivano fatte molto tempo prima, a metà degli anni 30, da George F. Kennan, allora diplomatico non ancora famoso, da sempre sospettoso della modernità. Durante un viaggio in bicicletta nel suo Wisconsin osservava come l'automobile avesse ridotto i contatti sociali in America rispetto a un'Europa che ancora viaggiava insieme, s'incontrava nei locali vicino a casa, viveva una vita di comunità che ancora oggi - si può aggiungere - meglio resiste forse alla solitudine di massa.??Non basta, tuttavia, a evitare che anche in Europa la felicità della donna sia in declino. Sono gli uomini in Europa ad avere retto meglio e con più soddisfazione a un miglioramento del benessere soggettivo e della soddisfazione nella vita - cresciuti, indicano i sondaggi di Eurobarometro, ovunque - con l'unica eccezione di un piccolo calo in Grecia e di uno più significativo in Belgio.

Le donne, invece, negli ultimi 30 anni hanno fatto registrare un tasso di felicità decrescente, più o meno uniforme in tutti i paesi a differenza della Germania, dove però potrebbe trattarsi in parte di rilevazioni disomogenee, visto che il gender gap di felicità fra uomini e donne viene registrato da Eurobarometro, ma non dal Gsoep, un database tedesco attivo dal 1984. ??«Credo che un dato innegabile per le donne sia il cumulo d'impegni, sul lavoro e a casa - osserva Marta Dassù, direttore dell'Aspen Institute Italia -. C'è poi da aggiungere che in Italia, e forse anche altrove in Europa, all'impegno con cui molte donne affrontano la vita professionale non corrispondono risultati analoghi a quelli di molti uomini, e si rischia di fare molta fatica con scarso costrutto».

Lo studio di Stevenson, una docente di 38 anni, e Wolfers, 36 anni, aggiunge dati europei e aggiorna un filone che gli stessi due autori avevano inaugurato più di due anni fa. Già nel 2007 avevano registrato che, rispetto ai primi ai primi anni 70, i ruoli si erano invertiti. Più felici allora le donne, più felici nel nuovo millennio invece gli uomini. Alan Krueger, un economista di Princeton, documentava sempre due anni fa che gli uomini erano riusciti rispetto agli anni 60 a ridurre le attività meno gradevoli, a lavorare meno e a rilassarsi di più. ??Sono molto aumentate le aspettative che la società nutre per ragazze e donne, prima ritenute appagate se avevano una bella casa ben tenuta e dei figli bravi a scuola, e dalle quali oggi ci si aspetta anche oltre a questo una carriera di successo. Ma anche sul fronte familiare - aggiungono Stevenson e Wolfers - la situazione è pesante. «Come risultato sia del tasso di divorzio che delle nascite fuori dal matrimonio a partire dai 15 anni per le madri, circa la metà dei bambini americani non vivono più con entrambi i genitori biologici». E il peso, anche se non tutti i disagi, ricade spesso più sulle donne.??«Negli anni 70 pensavamo di poter realizzare qualsiasi cosa - si legge in uno dei tanti messaggi affidati all'Economist's View, un rispettabile blog che ha segnalato lo studio dei due docenti della Wharton School e che ha raccolto subito dozzine d'interventi -. La realtà dove da allora ci ha portato la vita non è stata altrettanto bella.

La maggior parte delle donne che conosco e che sono diventate adulte negli anni 70 hanno ancora sofferto la discriminazione, superate nella graduatoria per posti migliori perché erano donne. Io una volta sono stata licenziata "perché i ragazzi hanno bisogno di un posto per la famiglia", come se la mia famiglia non contasse. Ci avevano promesso l'uguaglianza. Ma non l'abbiamo proprio avuta».??Ascoltare gli show radiofonici e andare al cinema, due non sempre positive "passive leisure activities", guidare l'auto in gite interminabili stavano alterando il tessuto sociale americano, scriveva a metà degli anni 20 il classicissimo Middletown: a study in modern american culture, storia del passaggio di una cittadina del Midwest dal mondo agricolo a quello industriale, con allentamento della cultura civica. Putnam, in fondo, prende le mosse da qui. Il ruolo della donna era, allora e in posti come l'emblematica Middletown, in casa. Ma il gap ricorrente, e universale, in America e in Europa, tra uomini e donne quanto a soddisfazione e felicità dice che le promesse fatte alla donna dalla modernità, negli anni 20 agli inizi e mezzo secolo dopo universali, non sempre vengono mantenute.

 

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/05/donne-piu-libere-meno-felici.shtml?uuid=09e81f6a-4a87-11de-b219-4e35f9c290e3&DocRulesView=Libero

26 MAGGIO 2009

È la prima nomina, ancora non ufficiale, del presidente americano e anche la prima persona di origine ispanica alla Corte Suprema
?Sarà il giudice di corte d'appello federale Sonia Sotomayor la prima nomina di Barack Obama alla Corte Suprema, secondo quanto rivelano fonti della Associated Press; il presidente annuncerà oggi il suo nome ufficialmente. ?Sotomayor sarà anche la prima persona di origine ispanica alla Corte Suprema. 54 anni, se confermata dal Senato dovrebbe sostituire il giudice progressista David Souter che ha annunciato il suo ritiro. ??Giudice di corte d'appello a New York, Sonia Sotomayor è di origine portoricana, ed è la prima donna ispanica a sedere tra i banchi della più alta Corte degli Stati Uniti. ?Laureata in legge Yale, la Sotomayar se confermata dal Senato sostituirà il liberale David Souter, che si è dimesso nelle scorse settimane. ?Attualmente quattro dei nove giudici sono progressisti (Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg, David Souter e John Paul Stevens) e quattro conservatori (John Roberts, Antonin Scalia, Clarence Thomas e Samuel Alito). Il nono, Anthony Kennedy, si schiera a volte con gli uni e a volte con gli altri. La nomina della Sotomayor, che sostituirà un liberale, non dovrebbe cambiare l'assetto ideologico della Corte. ?Da quando Sandra Day ÒConnor si è ritirata nel 2006 ed è stata sostituita da un uomo, nel gruppo era rimasto un solo giudice donna, Ruth Bader Ginsburg.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2009/05/corte_suprema-Usa-nomina-sotomayor.shtml?uuid=4c1c6d78-49f6-11de-aa10-fe8364366720&DocRulesView=Libero
Silvio Berlusconi interviene all'Assemblea di Confindustria e va all'attacco sul caso Mills e sulla riforma della giustizia. «La realtà è esattamente il contrario di quanto scritto dai giudici perchè si tratta di giudici estremisti di sinistra e noi ci batteremo perchè non ci siano più partiti all'interno della magistratura» ha affermato il presidente del Consiglio che torna a definire la sentenza «scandalosa». «Non sono solo indignato ma anche esacerbato e devo comunicare la mia indignazione perchè quando queste cose succedono a Berlusconi, lui ha le spalle larghe, ma se succedono ad un cittadino normale sono cose che possono rovinargli la vita». «Credo che nessuno - ha detto il premier - accetterebbe Mourinho arbitro designato per la partita Milan-Inter, con tutto il rispetto per Mourinho».

Secondo il presidente del Consiglio lo stato della giustizia penale in Italia «è patologico»: «C'è tutto il mio impegno a riformare la giustizia penale e separare le funzioni finchè non ci sarà questa situazione in Italia nessun cittadino italiano sarà certo di avere un giusto processo», ha aggiunto Berlusconi.

Immediata la replica di Giuseppe Cascini, segretario dell'Associazione nazionale magistrati: «Tutti coloro che hanno a cuore le regole della convivenza democratica e il principio di separazione dei poteri, dovrebbero intervenire per fermare questo metodo distruttivo del confronto democratico». E dal Pd Pierluigi Bersani afferma: Silvio Berlusconi «inserisce veleni nella democrazia e con gli attacchi al Parlamento tende a picconare la Costituzione».

Il premier si è espresso anche sul rapporto governo-Parlamento: «La legislazione va cambiata, perchè il presidente del Consiglio non ha nessun potere, tutti i poteri ce li ha il Parlamento, che però è pletorico». Ma per snellire il Parlamento e «arrivare a questo - ha proseguito - ci sarà bisogno di un disegno di legge di iniziativa popolare, perchè non si può chiedere ai capponi e ai tacchini di anticipare il Natale». Immediata la replica di Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, che ha chiesto l'intervento del presidente del Senato, Renato Schifani.
21 maggio 2009

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Italia/2009/05/berlusconi-contro-giudici.shtml?uuid=c999a210-4600-11de-84f9-51aebafe7a2a&DocRulesView=Libero

ECCO LA PRIMA ASTRONAUTA ITALIANA

 
20 MAGGIO 2009
E' nata a Milano, ha studiato a Bolzano e Trento, è diventata ingegnere aerospaziale a Monaco di Baviera per poi prendere le ali di pilota all'Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Samantha Cristoforetti, classe 1977, sarà la prima italiana a volare nello spazio, la prima astronauta tricolore a vestire la tuta blu dell'Agenzia spaziale europea (Esa) in una storia scritta fin'ora solamente dai colleghi maschi. Con lei è stato scelto per integrare la squadra degli astronauti Esa il capitano Luca Salvo Parmitano, pilota sperimentatore dell'aeronautica nato 33 anni fa a Paternò, in provincia di Catania. L'annuncio è arrivato da Parigi dal direttore direttore generale dell'Esa Jean-Jacques Dordain e della responsabile per il volo umano Simonetta Di Pippo hanno comunicato sei nomi, tra cui i due italiani appunto.
 
Una donna con le Ali  
Da tempo nell’ambiente aerospaziale italiano si sperava di individuare una donna che potesse affiancarsi ai colleghi Nespoli, Vittori, Guidoni, Malerba e Cheli nella storia dell’astronautica italiana. D'altra parte se qualcuno pensasse a un favore farebbe meglio a leggere prima il suo curriculum: A 32 appena compiuti il tenente-astronauta è ingegnere e pilota, parla e scrive in quattro lingue, e soprattutto ha frequentato la Scuola superiore di Aeronautica a Tolosa, il Mendeleev di Mosca, e la Technische Universitat di Monaco di Baviera, dove si è specializzata in combustibili solidi, turbine e volo supersonico. Samantha, tra le prime donne a diventare pilota militare, si é poi distinta anche in Accademia, conquistando la "Sciabola d'Onore", il premio che viene consegnato all'allievo che per i primi tre anni di corso si classifica sempre primo. Un riconoscimento che non era mai andato a una donna.

Gigi Donelli

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Tecnologia%20e%20Business/2008/spazio/telescopi-esplorazione/prima-donna-spazio-italiana.shtml?uuid=96a189be-4532-11de-a7ac-e0b609c54390&DocRulesView=Libero

il sole 24 ore.com
18 FEBBRAIO 2010

Popolazione italiana in crescita, anche se si registra un calo delle nascite e un aumento dei decessi. A far quadrare i conti sono i dati del movimento migratorio con l'estero e la forte propensione alla maternità delle donne immigrate, alle quali si devono 94mila nascite lo scorso anno, pari al 16,5% del totale. Lo attestano gli indicatori demografici 2009 dell'Istat. Nel 2009 le donne italiane hanno invece partorito 476 mila neonati (-8 mila rispetto al 2008) pari all'83,5% del totale. Il tasso di natalità per le italiane nel 2009 è stato dell'1,33% contro il 2,05 delle donne straniere.?Una curiosità: il tasso di natalità, che nella media nazionale si attesta a 9,5 nati ogni mille abitanti si attesta a 10,4 nascite ogni mille abitanti in Valle d'Aosta e a 7,6 su mille in Liguria e Molise. A Bolzano il 6% delle mamme nasce da madre straniera e padre italiano, mentre in Emilia Romagna il 21,4% dei bimbi nasce da genitori stranieri. ??Dal rapporto emerge che nel Paese sono 60,3 milioni i residenti, con un tasso di incremento del 5,7 per mille, nonostante il forte calo delle nascite e l'aumento dei decessi. Nel 2009, i decessi in Italia hanno sfiorato i 588 mila unità, un tasso di mortalità pari al 9,8 per mille. Si tratta - stima l'Istat nei dati diffusi oggi sugli indicatori demografici - del livello più alto registrato dal secondo dopoguerra. Secondo i ricercatori, l'eccezionalità dei decessi dello scorso anno e, di conseguenza, un saldo naturale così negativo come mai si era osservato in precedenza, sono il risultato del processo di invecchiamento della popolazione. L'aspettativa di vita alla nascita è di 78,9 anni per gli uomini e 84,2 per le donne. Rispetto al 2007 c'è stata una crescita di 0,2 anni sia per le donne sia per gli uomini. ??Al 1 gennaio 2010 gli over 65 anni e oltre rappresentano il 20,2% della popolazione (erano il 18,1 per cento nel 2000), mentre i minorenni sono soltanto il 16,9 per cento (17,5% nel 2000).


http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2010/02/istat-indicatori-demografici.shtml?uuid=f5ac669e-1c88-11df-b3cb-2ae1f2a090b3&DocRulesView=Libero

di Beatrice Dalia 
 
E' con soddisfazione che l'Associazione Avvocatura per i diritti LGBT - Rete Lenford, avvocati e giuristi impegnati contro le discriminazioni a danno di lesbiche, gay, bisex e trans ha appreso la notizia che il Tribunale di Venezia, il 3 aprile scorso ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sul matrimonio gay. La Corte Costituzionale si dovrà pronunciare sul matrimonio gay.
Il caso riguarda due uomini che hanno chiesto all’Ufficiale di Stato Civile del Comune di Venezia la pubblicazione del loro matrimonio; il Comune aveva risposto con un provvedimento di diniego contro il quale i due proponevano ricorso presso il Tribunale di Venezia.
Il ricorso, preparato dall’Avv. Francesco Bilotta, ricercatore presso l’Università di Udine, e’ solo uno dei numerosi presentati negli ultimi mesi in diversi tribunali italiani, nell’ambito dell’iniziativa di affermazione civile promossa congiuntamente dall’Associazione Certi Diritti e dall’Associazione Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford, associazione composta da legali impegnati contro la discriminazione a danno di lesbiche, gay, bisex e trans.
Il Tribubale ha sospeso il procedimento in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci.
Tra le argomentazioni addotte quelle che “nuovi bisogni, legati anche all’evoluzione della cultura e della civilta’, chiedono tutela” e che nel matrimonio fra persone dello stesso sesso non si “individua alcun pericolo di lesione a interessi pubblici o privati…”.
“Crediamo fermamente – ha dichiarato Saveria Ricci, presidente di Avvocatura per i diritti LGBT - che escludere le coppie dello stesso sesso dalle tutele che discendono dal matrimonio, sia contrario alla nostra  Costituzione e agli impegni che l'Italia ha assunto entrando nell'Unione europea.
Confidiamo che la Corte costituzionale prenda in considerazione le
argomentazioni del Tribunale di Venezia, che brillano per accuratezza
e per rigore giuridico.
Saveria Ricci
(presidente dell’Associazione Avvocatura per i diritti LGBT – Rete Lenford )
Sui matrimoni gay una parola risolutiva potrebbe arrivare dalla Corte costituzionale. Dopo l'intervento sulla legge in materia di fecondazione assistita, un'altra fondamentale questione di confine tra etica, società e diritto rischia di dover essere risolta dal giudice delle leggi. Il Tribunale ordinario di Venezia ha infatti rimesso alla Consulta (disponibile sul sito www.guidaaldiritto.ilsole24ore.com) il problema del "vuoto" normativo in tema di unioni tra persone dello stesso sesso.
Secondo il magistrato veneziano il fatto che le regole del nostro ordinamento civile, così come sistematicamente interpretate, non consentano alle persone di orientamento omosessuale di sposarsi viola almeno quattro principi fondamentali; ovvero parità, uguaglianza, diritto alla famiglia e potestà legislativa (articoli 2, 3, 29 e 117, comma 1, della Carta fondamentale).
La vicenda nasce dal ricorso di due uomini contro il rifiuto dell'ufficiale di stato civile del Comune di Venezia di procedere alla pubblicazione delle loro nozze. Si tratta di una delle venti coppie gay - tutte del Centro-Nord - che ha deciso di sposarsi, a suon di marche da bollo. Il Tribunale ha preso atto che, in linea con le risoluzioni del Parlamento europeo e a conferma degli ormai consolidati mutamenti dei modelli e dei costumi familiari, nel diritto di molte nazioni di civiltà giuridica affine alla nostra, si stia delineando una nozione di relazioni familiari tale da includere le coppie omosessuali.
 

UOMINI SUBITO ALLINEATI, PIU' TEMPO PER LE DONNE

Il Sole 24 Ore
22 12 2011


di Gianni Trovati

MILANO - Unificazione immediata per gli uomini, e progressiva per le donne. Anche sul versante dei requisiti per il pensionamento la riforma contenuta nel Dl 201/2011 avvia la macchina dell'allineamento graduale delle regole riservate ai lavoratori autonomi a quelle che disciplinano l'uscita delle altre categorie.

Con il repentino addio al sistema delle «quote» (somma di età e anzianità contributiva) e alle finestre «mobili», scompare gran parte delle penalizzazioni che allungavano il tempo di lavoro degli autonomi rispetto a quello dei dipendenti. Il vecchio sistema, come si ricorderà, nel caso del lavoro autonomo chiedeva per il pensionamento un'unità in più nel calcolo della quota (la quota era 97 invece di 96, perché l'età minima era di 61 anni anziché di 60 come per i dipendenti), e la finestra mobile creava fra la maturazione dei requisiti e il pensionamento effettivo un intervallo di 18 mesi, invece dei 12 mesi previsti per i lavoratori dipendenti.

Per gli uomini, in sostanza, l'allineamento (al rialzo) con i dipendenti è completo già a partire dal 2012; dopo quella data, si potrà andare in pensione «anticipata» con 42 anni e tre mesi di contributi oppure occorrerà aspettare i 66 anni di età per il pensionamento «ordinario»: il tutto, naturalmente, entra poi nei meccanismi di adeguamento automatico in relazione alla dinamica della speranza di vita, che con la riforma Fornero coinvolge tutti i parametri previdenziali senza distinzioni.
Più articolata l'evoluzione delle regole per le lavoratrici autonome, a cui si riferisce il «pensionometro» pubblicato qui sotto. Per loro, infatti, l'avvicinamento all'età ordinaria di 66 anni, che dal 2018 si applicherà a uomini e donne a prescindere dal tipo di lavoro svolto, è progressivo, e mantiene per un lungo tratto una penalizzazione rispetto agli scalini previsti per le colleghe dipendenti di imprese private (per le lavoratrici del pubblico impiego, i requisiti sono già allineati a quelli degli uomini a partire dal 1° gennaio prossimo).

Nel 2012, l'età di vecchiaia per le autonome si attesta a 63 anni e 6 mesi, anziché a 62 come per le dipendenti private; nel 2014 si passa a 64 anni e 6 mesi (un anno in più rispetto alle dipendenti), nel 2016 si arriva a 65 e 6 mesi (6 mesi in più rispetto alle dipendenti) e dal 2018 ci si attesta a 66 anni, come tutte le altre categorie.

Come si vede, il meccanismo è pensato per ridurre progressivamente la penalizzazione rispetto al settore privato, che all'inizio si allarga a un anno e mezzo e poi si riduce fino all'allineamento totale dal 2018. La penalizzazione, in generale, interessa chi ha iniziato la propria regolare storia contributiva a 24 anni, perché le donne entrate al lavoro prima possono sfruttare il canale anticipato che porta alla pensione con 41 anni e 3 mesi di versamenti.

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