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HUFFINGTON POST

Huffingtonpost
23 12 2013

Si può essere negazionisti, purché in maniera informale. Sarebbe questo il motivo che ha portato all'assoluzione di un docente di Storia dell'arte di un liceo romano che, cinque anni fa, parlando a tre dei suoi studenti, minimizzò sul numero delle vittime dell'Olocausto, aggiungendo che "i video dei campi di concentramento sono stati girati al termine della guerra da registi come Hitchcock e i cumuli di cadaveri nei filmati non sono verosimili, altrimenti gli uffici nazisti non avrebbero potuto sopportarne l'odore".

Secondo quanto scrive oggi Repubblica, le accuse nei confronti del professor Valvo (oggi in pensione) di incitazione alla violenza e alla discriminazione razziale non tengono, e "il fatto non sussiste", perché le sue affermazioni rientrano in una pura "conversazione informale", e non possono essere tacciate di propaganda.

Le tesi negazioniste sostenute dal docente di storia dell'arte del liceo Ripetta di Roma di fronte a tre studenti entrati a scuola in una giornata di sciopero, sebbene "certamente e moralmente censurabili e lesive della sensibilità della giovane" non hanno nulla a che fare con la "propaganda delle idee fondate sulla superiorità e sull'odio razziale", scrive il giudice Maria Cristina Muccari.
Il reato di propaganda sussiste, aggiunge il giudice, nei casi in cui si vada "oltre la manifestazione di un personale convincimento ad un singolo o a un numero ristretto di interlocutori". Insomma, "quando la propaganda è svolta per diffondere fra ampi strati della popolazione le proprie idee facendo ricorso a tutti i mezzi per modificare le opinioni e i comportamenti".

Huffington Post
20 12 2013

La balconata dell'Apollo Theatre nel cuore di Londra è crollata e diverse persone sono rimaste intrappolate sotto i detriti. Secondo i vigili del fuoco si contano tra i 20 e i 40 feriti, ma tutte le persone intrappolate sotto i detriti sono state estratte e sono in salvo.

La polizia riferisce che nel teatro sulla Shaftesbury Avenue (a poche centinaia di metri da Piccadilly Circus) una parte del soffitto (o della balconata) è crollata mentre era in corso una rappresentazione. "Siamo a conoscenza di un certo numero di vittima ma non sappiamo al momento quante siano", ha dichiarato un portavoce di Scotland Yard.

Le operazioni di soccorso sono in corso. Sul posto sono arrivati 8 mezzi dei vigili del fuoco che si stanno facendo strada tra i detriti della balconata al di sotto dei quali alcuni spettatori sono rimasti intrappolati. Nel teatro era in corso la rappresentazione de "Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte" tratto dal romanzo di Mark Haddon del 2003.

La polizia è stata chiamata nel teatro intorno alle 20.15 ora locale (le 21.15 in Italia). Secondo le prime segnalazioni, sarebbe crollata una parte del soffitto. Il teatro Apollo si trova in Shaftsbury Avenue, nel quartiere centrale di SoHo. Una testimone ha raccontato all'emittente di aver sentito un rumore di qualcosa che si spezzava prima del crollo.

"L'intera cupola del tetto è venuta giù sul pubblico proprio davanti a noi", ha raccontato alla Bbc una spettatrice, Amy Lecoz. "Noi eravamo protetti dalla galleria sopra di noi e siamo corsi via. La gente ha cominciato a urlare. Pensavamo che fosse acqua... Pensavamo che fosse una parte dello spettacolo. Ho afferrato i miei bambini e siamo corsi via".

Per il momento non è chiaro se sia crollato il tetto, il soffitto o il balcone. Testimoni hanno riferito ai media britannici che il teatro era pieno di spettatori arrivati per vedere lo spettacolo, basato su un romanzo di Mark Haddon. "In un istante, tutto il tetto è collassato", ha raccontato un uomo alla Bbc.

Il teatro Apollo fu costruito nel 1901 e ha 775 posti. Sul suo sito si legge che il balcone è uno dei più ripidi di Londra, quindi "chi ha problemi con le altezze dovrebbe evitarlo". Intorno alle 19 ora locale Londra era stata colpita da un forte temporale, ma per il momento non è chiaro se il crollo fosse collegato alla perturbazione.

Huffington Post
19 12 2013

Aveva pubblicato una foto in cui baciava un ragazzo a Toronto durante la manifestazione di protesta contro la scelta della Corte suprema indiana di ripristinare il reato di omosessualità. Ma è stato censurato da Facebook.

Kanwar Saini, produttore musicale trentaduenne di Montreal - aveva pubblicato il post sulla sua pagina 'Sikh Knowledge' scrivendo nella didascalia: "L'altra sera mio zio mi ha detto che se avessero saputo della mia omosessualità prima dei 20 anni mi avrebbero ucciso. Mi ha anche detto che sono gay perchè sono stato molestato da piccolo e che sono sulla cattiva strada". Di tutta risposta Saini dice di aver riso: "Mio zio proviene da un luogo in cui le minoranze vengono criminalizzate. Sono orgoglioso di essere illegale", ha continuato a scrivere nella didascalia.

La foto, con quasi 1500 likes e più di 100 condivisioni, ha scatenato un acceso dibattito sull'omosessualità, che non è piaciuto molto al team di Facebook. Poche ore dopo la pubblicazione, un messaggio avvisa Saini che la foto sarebbe stata rimossa perchè "contraria alle norme e alle condizioni" del social e che l'account sarebbe stato sospeso per 12 ore.

Ma Saini ha reagito usando la sua bacheca per rivolgersi direttamente al social: "Vi rendete conto di quanto il mio post fosse importante? Gli omofobi sanno essere odiosi e violenti. Perchè non rimuovete i loro post?". Contro la "censura" di Facebook si è mosso allora il popolo della rete che ha infuocato il dibattito e condiviso la foto su Twitter, Tumblr e Instagram.

La storia è raccontata anche dal sito Buzzfeed, che ha ricevuto le scuse di Matt Steinfeld, responsabile della comunicazione per il social network: "La foto è stata rimossa per errore e sarà ripristinata. Ci scusiamo per l'inconveniente".

"Sihk Knowlge 1 - Facebook 0", ha commentato Kanwar Saini.

Dino Budroni, simbolo di una giustizia malata

Huffingtonpost
16 12 2013

 
Amo mio fratello, amo il suo ricordo, amo ciò che era, nel bene e nel male. Lo amo. Punto e basta.

Il suo sacrificio mi ha lasciato un vuoto enorme. L'ho riempito imparando ad amare tutti coloro che sono i cosiddetti ultimi. Ho imparato ad amare le persone per ciò che sono. Persone, sempre e comunque. Persone al di sopra di tutto, di ogni pregiudizio, di ogni catalogazione. Persone.
Sogno una legge sulla tortura vera e senza compromessi come ce la chiede l'ONU. Senza se è senza ma. Sogno luoghi di detenzione a misura e rispetto dell'uomo, senza dover invocare amnistia ed indulto per evitare le sanzioni europee. Sogno la fine di questa vergogna. Sogno una politica vera, sincera, che rimetta l'uomo al centro, sempre e comunque, senza se e senza ma. Senza distinguo ipocriti e subdoli.

Non ho paura della verità. Non ho paura della violenza della mistificazione, della minaccia, dell'insulto. Non avrò pace fino a che mio fratello non avrà avuto giustizia. Non avrò pace fino a che violenze depistaggi e mistificazioni continueranno a colpire cittadini indifesi: oggi voglio ricordare Dino Budroni. Ucciso da un colpo di pistola al cuore. Senza motivo e processato dalla nostra giustizia dopo la sua morte. Condannato un anno dopo la sua uccisione affinché si potesse classificarlo come stalker.

Non ho paura di dire che la nostra giustizia è malata. Non ho paura di puntare il dito contro quei magistrati che si sottraggono al principio che la legge debba essere uguale per tutti. Che se ne sentono al di sopra o che si voltano dall'altra parte. Che senso ha processare un morto se non quello di gettare fango gratuito sulla sua memoria?

Che senso ha consentire al PM di Varese di personalizzare il caso Uva lasciandolo raggiungere la prescrizione che manderebbe impuniti coloro che ne hanno provocato la morte?

Che senso ha portare gli arrestati di fronte a magistrati che non si accorgono del loro stato di salute e che non li guardano nemmeno in faccia, sbattendoli poi in galera confondendoli con altri e sbagliando persino la loro nazionalità ed identità?

Autonomia indipendenza non vuol dire arbitrio, non vuol dire totale deresponsabilizzazione.
Se processiamo un ministro per le sue telefonate, per favore processiamo prima questi magistrati che nuocciono anche all'immagine della stessa istituzione cui essi appartengono.

Non ho paura di puntare il dito contro di loro. La legge è uguale per tutti. Chi sbaglia deve assumersi le proprie responsabilità. Tutto questo in memoria di Stefano.
 

Huffington Post
12 12 13

L'ultima notizia giunta dalla Russia sul destino delle ragazze “ribelli”, che hanno inscenato una protesta a suon di punk nella Cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca nel 2012, riguardava il trasferimento di una di loro - Nadezhda Tolokonnikova, conosciuta come Nadia – in un campo di lavoro in Siberia, a quasi 5000 km dalla Capitale.

Oggi si apprende che Vladimir Putin ha presentato alla Duma il testo di un provvedimento di amnistia che coinvolgerebbe circa 25mila detenuti, tra cui le Pussy Riot e gli attivisti di Greenpeace. Nel testo, infatti, è previsto uno sconto di pena fino a 5 anni per reati non violenti e per chi non sia già stato condannato in precedenza.

Le tre ragazze incarcerate dopo la protesta anti-Putin del 2012 sono state condannate a due anni di reclusione, ma la vicenda ha destato un certo scandalo nell’opinione pubblica internazionale e forse questa mossa è un modo per mettere a tacere le accuse di violazione dei diritti umani che piovono ormai da anni sulla Russia di Putin.

La storia di queste giovani mamme-attiviste (molte di loro hanno dei figli piccoli) viene raccontata in un bel documentario, coraggioso e audace, intitolato Pussy Riot – A Punk Prayer, di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin, in uscita oggi nelle sale italiane e distribuito da I Wonder Pictures.

Il punto di vista dei registi – che nell'estetica del documentario hanno mantenuto l'attitudine Do It Yourself propria del collettivo - si sofferma sulla portata mediatica internazionale di un piccolo atto di protesta inscenato per criticare la “discutibile” rielezione di Putin, che nel 2012 è diventato per la terza volta Presidente della Federazione Russa.

L'arresto delle ragazze con l'accusa di “teppismo motivato dall'odio religioso” è diventato un caso internazionale che ha innescato una disputa in merito alla democrazia e alla difesa dei diritti umani in Russia.

Una delle ragazze, Nadia per l'appunto, ha intrapreso nei mesi scorsi un lungo sciopero della fame per denunciare i presunti maltrattamenti subiti in carcere ed è stata ricoverata in condizioni critiche per alcune settimane.

L'opinione russa si divide e molti conservatori hanno letto nel gesto delle ragazze un comportamento blasfemo, in generale comunque sembra che dell'accaduto importi di più alla comunità internazionale che non ai russi stessi.

Questo film aiuta a tenere alta la soglia di attenzione e a capire come sia difficile, in un paese come quello governato da Vladimir Putin, provare a elevare una voce di dissenso.

Barbara Tomasino

Huffington Post
06 12 2013

Ricordare Don Andrea Gallo, il messaggio che ha lasciato, le sue battaglie accanto agli ultimi e ai più poveri. È il senso racchiuso nel libro e nel dvd dal titolo "Il Canto del Gallo" diretto da Ugo Roffi edito da Chiarelettere e realizzato in collaborazione con la Comunità San Benedetto al Porto.

"Un prete di strada, un partigiano della Costituzione", così lo definisce Domenico Chionetti, portavoce della comunità. Per l'esempio che ha dato e per le sue battaglie: "In Parlamento si sta discutendo per modificare l'articolo 138 della Costituzione: ecco, questa sarebbe certamente una battaglia di Don Gallo" aggiunge Chionetti. Battaglie attuali anche ora che non c'è più, soprattutto ora che non c'è più.

Difensore della Carta, ma anche compagno di strada dei più poveri e degli emarginati. Per anni "ha aiutato le Princese, le trans del Ghetto di Genova, ultime tra gli ultimi, e lo ha fatto pagando le bollette per loro o stando semplicemente al loro fianco - continua Chionetti - Il suo ultimo ruggito è stato conto l'apertura delle slot house, i casinò, luoghi di dispersione delle persone". E' per questo che a Genova "è stata dedicata a Don Gallo una piazzetta in un quartiere che era stato abbandonato".

Le battaglie di Don Gallo scandiscono i capitoli del libro e del dvd, tappe della sua vita per strada: dall'esperienza di giovane staffetta partigiana all'impegno nella chiesa e tra la gente, fino all'ultimo giorno, per aiutare chi vive nel disagio. E poi il Carmine, gli interventi in pubblico e in tv, il G8, gli spettacoli, Bella Ciao.

Nel libro e nel dvd, oltre agli interventi di don Gallo, ci sono le testimonianze di amici, compagni di strada e giovani della comunità, tra cui: Lorenzo Basso, Massimo Bisca, Domenico Chionetti, Franco Cifatte, Vittorio Gallo, don Federico Rebora, princese amiche di don Gallo e Liliana Zaccarelli.

Claudio Paudice

Huffington Post
05 12 2013

Il Capo dei capi Totò Riina, intercettato durante l’ora d’aria nel carcere di Opera, che minaccia di morte il sostituto procuratore Nino Di Matteo, Pm nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. Martedì, a Palermo, la riunione straordinaria del Comitato per la sicurezza con i vertici delle Procure di Palermo e Caltanissetta, i comandanti di Carabinieri, Finanza, il capo della Polizia, soprattutto con la presenza del ministro dell’Interno, Angelino Alfano. Che poche ore dopo consegna all’opinione pubblica una dichiarazione choc: “Non possiamo escludere la tentazione di una ripresa della strategia stragista”.

Un allarme inconsueto, improvviso che nasconde qualcosa di più? Cosa si sta muovendo nella testa e nella pancia di ciò che resta dell’organizzazione mafiosa? Quello di Riina è stato lo sfogo rabbioso di un uomo provato da vent’anni di carcere duro o un messaggio per l’esterno? Lo abbiamo chiesto a Sergio Lari, Procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta, che ha in mano le indagini sulle stragi degli anni Novanta che costarono la vita a Falcone e Borsellino e oggi anche quelle sulle minacce ai magistrati palermitani.

Procuratore Lari, cosa avete detto al ministro Alfano nella riunione che ha scatenato l’allarme?

“Molto semplicemente, io e i colleghi di Palermo abbiamo espresso le nostre valutazioni sullo stato dell’organizzazione mafiosa e sulla possibilità che ci possa essere un colpo di coda di Cosa Nostra, col rischio concreto di una ripresa di quello stragismo che tra il 1992 e il 1993 ha insanguinato la Sicilia e l’Italia”.

Valutazioni fatte su quali basi?

“Per quanto mi riguarda, ho tenuto conto di diversi elementi, compresi i procedimenti penali aperti a Caltanissetta nei quali sono parti offese i magistrati di Palermo. Indagini avviate in seguito agli scritti anonimi pervenuti dalla fine del 2012 alla fine del 2013, in cui si parla di potenziali attentati nei confronti del dottor Di Matteo e di magistrati della nostra città”.

Che senso avrebbe un colpo di coda, se apparentemente Cosa Nostra sembra assestata su una strategia di basso profilo?

“Per capirlo dobbiamo fare un’analisi di questa evoluzione. Lo stragismo ha il suo culmine dopo l’arresto di Totò Riina il 15 gennaio del 1993, quando le redini dell’organizzazione vengono prese da Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e dal gruppo dirigente che si riconosce nella linea dettata da Riina”.

L’ala stragista corleonese di Cosa Nostra.

“Esatto. Non dimentichiamoci che alcuni collaboratori ci hanno raccontato che la mattina in cui fu arrestato, sembra che Riina si stesse recando ad una riunione in cui si doveva mettere a punto una ripresa della campagna stragista”.

Cosa che in effetti avvenne.

“Nella primavera-estate, con attentati a Roma, Firenze e Milano perché Provenzano aveva ottenuto che le stragi fossero portate a termine solo oltre lo stretto di Messina, nel continente. Poi, tra il ’95 e il ’96, Bagarella e Brusca vengono arrestati e la guida ela strategia di Cosa Nostra passano nelle mani di Bernardo Provenzano e dei suoi fedelissimi, tra i quali spicca la figura di Nino Giuffrè”.

Poi Giuffrè viene a sua volta arrestato e collabora.

“Esatto. Fui io a coordinare le indagini per la sua cattura e, insieme all’allora procuratore Pietro Grasso e ad altri colleghi, a gestire quella collaborazione che fu preziosissima perché ci consentì di ricostruire tutta la cosiddetta fase B della strategia post-stragi”.

La transizione dalla linea di Riina a quella di Provenzano.

“Dopo gli arresti che portano alla decapitazione dell’ala stragista corleonese, Provenzano si occupa soprattutto di ricostituire l’ordine gerarchico nella Cosa Nostra palermitana, mentre a Giuffrè spetta il compito di ricreare i collegamenti nel resto della Sicilia. Ma sarebbe un errore pensare che tra Riina e Provenzano si fosse creata una frattura. C’è una famosa intercettazione effettuata sull’utenza di Pino Lipari a San Vito Lo Capo, in cui si dice chiaramente che le stragi volute da Riina possono essere state un errore ma vanno considerate acqua passata perché l’organizzazione deve guardare al futuro”.

Quindi, nessuna rottura tra i due Capi dei capi?

“E nessun ripudio delle stragi. Cosa Nostra è sempre stata una e quando ha deciso di dichiarare guerra allo Stato lo ha fatto compatta. Non esistono un Bernardo Provenzano buono e un Totò Riina cattivo. Provenzano è artefice e complice di Riina in tutta la campagna stragista. Poi capisce che le conseguenze sono pesantissime, tra arresti e 41bis a tutto spiano, allora rinuncia allo scontro frontale e decide l’inabissamento dell’organizzazione. La fase B, appunto”.

La fase C comincia dopo la cattura di Provenzano?

“Beh, quando nel 2006 viene arrestato il colpo è durissimo. Il vertice scricchiola. Persino Matteo Messina Denaro che tra i grandi capi è l’ultimo a non essere ancora caduto nella rete, direi l’ultimo dei mohicani, nella gerarchia gli era sottomesso. Poi segue un periodo di inazione e Cosa Nostra subisce l’offensiva della magistratura”.

Non considera Messina Denaro all’altezza di guidare l’organizzazione?

“Tutt’altro. Al momento è l’unico tra gli stragisti ad avere la capacità di riproporre azioni eclatanti. E’ il capo indiscusso della provincia di Trapani e dei quattro mandamenti che la compongono ed esercita il suo carisma anche in altre zone della Sicilia. Penso soprattutto al mandamento di Bagheria, dove ha sempre avuto grande influenza anche per ragioni di parentela. Ma non si può dire che sia il capo della cupola regionale, semplicemente perché quella cupola non esiste più. Però è sicuramente il depositario di tutti i segreti dello stragismo degli anni Novanta e l’ultimo della vecchia guardia a poter fare da catalizzatore nella ricostruzione di una nuova leadership regionale”.

Dal punto di vista di Cosa Nostra, quali vantaggi porterebbe una nuova stagione stragista?

“Se stiamo ad alcuni scritti anonimi, dovrebbe essere sostanzialmente una risposta al mancato alleggerimento del regime carcerario duro per i boss”.

Così torniamo alla sostanza della trattativa Stato-Mafia?

“Purtroppo, sì. Il 41bis è rimasto inalterato, di revisione dei processi non se ne parla, la morsa dello Stato non si è allentata, quindi si dovrebbero trovare altre forme di pressione perché la politica dell’inabbissamento voluta da Provenzano si è rivelata fallimentare. Ma secondo altri anonimi una nuova fase stragista sarebbe richiesta da forze occulte esterne a Cosa Nostra per evitare che il potere politico possa finire nelle mani di “comici” e “froci”…”.

Lei crede davvero che Cosa Nostra abbia paura di Beppe Grillo?

“Questo scrivono gli anonimi. Cioè, lo scrivevano prima delle elezioni”.

Se le dicessi che eventuali nuove stragi potrebbero essere decise come forma di pressione per evitare che le vostre indagini su Capaci e via D’Amelio vadano più a fondo, sbaglierei?

“Qui entriamo nel campo delle ipotesi. Cosa Nostra ha regole assolute che nella storia non sono mai cambiate. Chi è a capo dell’organizzazione, lì rimane. Chi ne esce, è perché muore o collabora con la giustizia. Se un boss è detenuto rimane a capo del proprio mandamento e al massimo ci può essere un reggente. Quindi, ha fatto scalpore il fatto che Riina si sia lasciato andare a quelle affermazioni così violente nei confronti del processo sulla trattativa e del collega Di Matteo. E ci si è domandati: come mai un uomo che ha subito tanti ergastoli si sta occupando di un processo alla fine del quale potrebbe avere qualche anno di reclusione in più?”.

Domanda legittima. La risposta?

“Difficile. Dobbiamo considerarlo lo sfogo di chi dopo vent’anni di 41bis, non vedendo spiragli per sé né per gli altri, esprime la sua vera natura di killer sanguinario che dice: se io fossi fuori a Di Matteo gli farei fare la fine del tonno, cioè la fine che ha fatto fare a Falcone e Borsellino? Il dato oggettivo è che, a distanza di vent’anni, noi a Caltanissetta abbiamo scoperto che il tritolo per le stragi di Capaci, via D’Amelio e per tutte quelle nel continente era di provenienza militare, procurato dal gruppo di Brancaccio comandato da Giuseppe Graviano e dai vertici del mandamento, tra cui Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Fare luce in quel buco nero che sembrava essere la ricostruzione dell’organigramma della strage di Capaci, ha portato all’arresto di otto persone, sette delle quali già detenute, che dopo anni e anni di detenzione ora dovranno fare di nuovo i conti con pesanti condanne e col 41bis, tornando indietro come nel gioco dell’oca”.

Stessa cosa per l’indagine sulla strage di via D’Amelio.

“Infatti, consideri che se da una parte sono state scagionate undici persone di cui sette condannate all’ergastolo e già scarcerate, dall’altra ne abbiamo individuate nove di cui cinque già sottoposte a giudizio, tre condannate, voglio dire…”.

Che lo Stato alla fine i conti li fa. E anche Riina.

“E non si può escludere che questo lo mandi in bestia, perché si sente di perdere la faccia davanti a tutta l’organizzazione”.

D’accordo, però le rifaccio la domanda: dietro la nuova minaccia stragista non ci sarà la paura di qualcos’altro? Di qualche entità esterna a Cosa Nostra che ha suggerito, agito, coperto le stragi del passato?

“Questo non lo posso escludere. E’ un pensiero che ho fatto anch’io, che ci sia qualche segreto inconfessabile e che Riina sia terrorizzato che possa venir fuori”.

La preoccupazione che possa accadere qualcosa ha messo in moto una macchina che non si era messa in moto né tre, né sei mesi fa. Perché così all’improvviso?

“Perché si è riunito il Comitato per la sicurezza…”.

Non solo. Un esponente di primo piano del governo, il ministro Alfano, ha partecipato e poi ha detto pubblicamente che il rischio di nuove stragi c’è.

“E merita un plauso, se solo ricordiamo l’isolamento che ci fu ai tempi di Falcone e Borsellino, a cui non fu concessa nemmeno la rimozione delle auto sotto casa della madre in via D’Amelio dove si recava puntualmente. Invece martedì noi abbiamo avuto un ministro dell’Interno il quale ci ha detto: qualunque cosa di cui abbiate bisogno non dovete fare altro che chiederla e vi sarà data. E lo ha detto davanti al comandante dei carabinieri, a quello della Finanza e al capo della Polizia. Da questo punto di vista noi ci siamo sentiti molto confortati”.

Soprattutto il procuratore Nino Di Matteo.

“Se volesse, sarebbero pronti ad accompagnarlo da casa al tribunale con un tank di quelli che si usano in Afghanistan. Starà a lui decidere, è una scelta che tocca anche la qualità della vita personale. Ma sapere che lo Stato è alle nostre spalle fino a questo punto non è un fatto indifferente, solo se pensa a Riina che nel suo sfogo nel carcere di Opera lo dice chiaramente: tanto quello prima o poi in tribunale ci deve andare. Abbiamo a che fare con gente che per uccidere Falcone, la moglie e la scorta ha fatto saltare in aria 300 metri di autostrada”.

Secondo voi le esternazioni di Riina sono solo uno sfogo nel chiuso di un carcere di massima sicurezza o sono state raccolte come una precisa indicazione anche all’esterno, da Cosa Nostra?

“Mah, il paradosso è stato proprio rendere pubbliche quelle frasi che Riina ha rivolto a un detenuto pugliese con cui stava passeggiando nel cortile del carcere, con una terminologia e una modalità che ci fanno chiaramente pensare che non sapesse di essere intercettato. Infatti, nei colloqui coi familiari è completamente un’altra persona e si guarda bene dal fare dichiarazioni confessorie come quelle registrate in quell’ora d’aria in cui si accredita la responsabilità delle stragi del ’92, dice come le ha fatte e si vanta di essere il numero uno in quanto a stragi commesse. Averle pubblicate ha reso noto anche al popolo di Cosa Nostra quello che pensa e farebbe Totò Riina”.

Lei che conosce bene la sua psicologia, crede davvero che mentre diceva quelle cose si sentisse al riparo da una possibile intercettazione?

“Guardi, io l’ho interrogato due volte e credo di essermi fatto un’idea molto chiara della sua personalità. Riina ha un’alta considerazione di se stesso. Ma le frasi che ha pronunciato, le sue vanterie, soprattutto con un detenuto che non fa parte dell’organizzazione, sinceramente devo dire che non rientrano nei canoni comportamentali di un Capo dei capi di Cosa Nostra”.

Quindi, è lecito porsi qualunque domanda sul perché le abbia dette.

“Esattamente. E’ lecito porsi qualunque domanda. Ma bisogna anche considerare che da vent’anni è rinchiuso in regime di carcere duro e ci risulta che consideri quel detenuto come una persona di cui si può fidare. Ci sta che dopo vent’anni anche uno come lui abbia avuto un cedimento e si sia lasciato andare come mai avrebbe fatto prima”.

Se dovesse fare una fotografia di Cosa Nostra aggiornata a dicembre di quest’anno, come la descriverebbe?

“Non è quella dei primi anni Novanta, quando esisteva una cupola regionale e sul territorio era organizzata con i mandamenti, le famiglie, con un organigramma al completo. Oggi Cosa Nostra è molto indebolita, gran parte dei capi provincia sono stati arrestati e fatica a trovare sostituti con la stessa qualità dei boss che c’erano prima. Ma sarebbe sbagliato pensare di aver vinto la battaglia, perché tutti i capi che non sono stati condannati all’ergastolo appena escono dal carcere riprendono in mano le redini della situazione. E i segnali che abbiamo sono quelli di un’organizzazione che continua a mantenersi in vita col traffico degli stupefacenti e l’imposizione del pizzo”.

La stagione dei veleni e delle polemiche tra le procure siciliane è finita?

“Negli ultimi tempi ci incontriamo spesso e i rapporti sono di cordialità e collaborazione a 360 gradi. Lo posso dire tranquillamente”.

Procuratore, lei ha paura?

“Guardi, negli ultimi anni non mi sono fatto mancare niente, dalle minacce alle buste coi proiettili. Poi, se vuole saperlo, una settimana fa alle quattro e mezza di notte ho ricevuto un pacco di rosticceria… qua in Sicilia avvengono le cose più strane, ormai ci siamo abituati. Ma se uno dovesse vivere sempre con la paura non potrebbe andare avanti. Paolo Borsellino diceva: se hai paura, muori ogni giorno; se non hai paura, muori una volta sola. E’ una bellissima frase, l’ho fatta mia”.

Andrea Purgatori

Huffingtonpost
30 11 2013

Sono sempre più numerose le coppie dello stesso sesso italiane che si sposano all'estero.

Nella nostra associazione, Famiglie Arcobaleno, ne ho contate quasi 50.

Sono molto di più le coppie italiane legalmente sposate in Spagna, Inghilterra, Svezia, Stati Uniti, etc.
Viene da chiedersi perché mai queste coppie fanno tutti questi sforzi per sposarsi fuori da casa propria? Una minoranza è stabilmente residente all'estero ma la maggior parte organizza da casa un matrimonio in un'altra nazione invitando parente e amici con difficoltà organizzativi notevoli e spese altrettanto notevoli.
 
Non credo lo facciano perché sono particolarmente romantici, anche se questo aspetto è importante e abbiano voglia spesso di vivere il loro matrimonio come un grande evento pubblico per dichiarare il loro amore di fronte a chi è importante per loro ma anche allo Stato che lo celebra con tutto ciò che comporta in termini di simbolico e di riconoscimento. Ma la motivazione principale è che le persone omosessuali hanno anche loro necessità di essere tutelate. Non hanno dubbi sulla sincerità e la serietà del loro impegno affettivo e umano verso l'altro, non hanno dubbi (almeno quei dubbi non sono diversi da quelli che hanno gli sposi eterosessuali) sulla volontà di fare durare la loro relazione e sugli investimenti materiali e affettivi che vogliono impegnare. Infine, e sempre più spesso, hanno dei figli o hanno il progetto di averne.

Difficilmente si può pensare di creare una famiglia senza preoccuparsi di tutelare gli interessi dei suoi membri. E' una priorità per tutti garantire prima di tutto l'organizzazione quotidiana - la casa, l'assistenza sanitaria, ecc - e tentare di prevenire le conseguenze più gravi nel caso di drammi piccoli o grandi sempre possibili, e pensare anche alla gestione dei beni comuni in vita e in morte. Ora in molti paesi europei, il matrimonio o il suo equivalente inglese è tuttora l'unico modo per accedere a queste sicurezze e tutele in termini di eredità e in termine di diritti e tutela dei figli specie quando non ci sono legami biologici tra genitori e figli.

Il matrimonio in Francia, in Belgio, in Spagna e in Inghilterra, permette anche di adottare i figli legali del coniuge, oltre a facilitare le complesse questioni di eredità.

Le coppie italiane omosessuali hanno bisogno del matrimonio civile per tutelarsi l'un l'altro e per tutelare i figli che eventualmente avranno.
Non è loro intenzione "sfasciare il mondo" o distruggere l'"ordine simbolico" o fare uno sberleffo alle "leggi naturali" o prendere in giro i cattolici integralisti.
Vogliono semplicemente vivere meglio, più tranquilli. Il matrimonio serve a dare opportunità e sicurezza a chi ami, serve a rendere la vita più facile e più sicura ai tuoi figli, serve per evitare di essere buttati fuori di casa da un parente omofobo se capita qualcosa al tuo compagno, per evitare che il cugino lontano eredita da te e lasciare la tua compagna senza niente, per evitare che qualcuno ti dica "non sono i Suoi figli, non posso dirle nulla", nel caso malaugurato succedesse qualcosa a loro.

Ed è anche per dare dignità a degli affetti e a un amore vero e responsabile, è per fare in modo che nessuno faccia finta di non capire i legami che ci sono fra due persone dello stesso sesso, è importante per i ragazzi perché spesso ci tengono a fare sapere al mondo che i loro genitori si amano e questo amore è tutelato dalle leggi, anche se sono leggi di paesi amici e non quelle del paese in cui vivi e del quale sei o dovresti essere cittadino alla pari degli altri cittadini eterosessuali.

Vogliamo, si vogliamo, perché è un nostro diritto in uno stato di diritto, parità e uguaglianza, vogliamo il matrimonio civile per tutti perché non è giusto che le coppie sposate all'estero abbiano comunque piu tutele di chi non può sposarsi fuori e non è giusto che le coppie eterosessuali abbiano opportunità che non abbiamo..
I matrimoni celebrati all'estero pongono e porranno tanti quesiti ai tribunali italiani. Se è vero che oggi questi matrimoni non possano essere trascritti, è anche vero che i benefici che ne derivano devono essere riconosciuti in Italia. Strano e complicato, ingiusto per tanti e grattacapi per i giudici.
L'Italia è un paese strano con una costituzione meravigliosa che rimane spesso meravigliosa sulla carta. Una Italia delle apparenze e delle carte fatte bene. Solo le carte. Fin troppo spesso.

Noi ci aspettiamo che il parlamento faccia il suo dovere, tenga conto dei cambiamenti sociali, dei cambiamenti avvenuti in tutte le democrazie occidentali in materia di diritti e tutele delle persone omosessuali e transessuali e finalmente risponda ai milioni di cittadini gay, lesbiche, transessuali inascoltati fino ad oggi.

Il 7 dicembre saremo a Roma per chiederlo di nuovo e raccontare ancora perché è necessario.

Tributo a Nelson Mandela

Huffington Post
02 12 2013

Mandela. Un nome. Un uomo. Una missione: salvare una nazione da se stessa.

Pochi uomini nella storia dell'umanità hanno avuto un maggiore impatto su una nazione e sono stati una tale fonte d'ispirazione per il mondo intero.

Mandela.

Ha guidato il suo paese dalla crudeltà dell'apartheid alla gloria di una democrazia multietnica.

C'è mai stato un individuo che ha dato di più a una nazione e a una causa? Solo chi ha sacrificato la propria vita.

Il signor Mandela avrebbe potuto facilmente trascorrere all'estero quei ventisei anni di prigionia, avrebbe potuto protestare contro il male da lontano, al sicuro dalle ripercussioni. Invece no. Se il suo popolo soffriva, lui avrebbe sofferto insieme alla sua gente.

Io ne so qualcosa della protesta. Conosco bene le emozioni e le domande che si agitano nell'animo di chi si ribella a un sistema, pronto ad affrontare qualunque cosa per una causa. Il prezzo del sacrificio personale è alto, ma i grandi uomini perseverano per un bene che li trascende. Il Sudafrica moderno è stato costruito sul sacrificio di Mandela. Tutt'oggi sono ancora sbalordito dal fatto che un uomo possa aver perduto due decenni e mezzo della propria vita e, una volta uscito di prigione, abbia saputo perdonare i suoi carcerieri.

La parola che lo descrive al meglio è un termine in lingua zulu, ndugu: la mia umanità è attraverso di te. Il signor Mandela, nonostante il male che gli era stato inflitto, è stato capace di vedere l'umanità di coloro che l'avevano punito. È stato capace di guardare dentro le loro anime e scorgervi qualcosa che valeva la pena redimere. È una lezione che tutto il mondo dovrebbe imparare: c'è umanità anche nel peggiore di noi. Se solo i leader delle nazioni adottassero questo metodo, regnerebbe la pace in tutto il mondo. Lui ci ha dimostrato che esiste sempre un modo per riconciliare le differenze.

Mentre il signor Mandela camminava verso la libertà, ho pensato a lui in quella cella, coraggioso, fiero e indomito, tenuto in piedi solo dalla forza delle sue convinzioni per tutti quegli anni. La sua incrollabile risolutezza è stata un faro per tutta la nazione, e in quel gran giorno i sudafricani hanno seguito quella luce poderosa e ispiratrice per uscire dall'oppressione.

Poi, sono rimasto stupefatto quando ho scoperto che il signor Mandela ascoltava sempre le cronache dei miei incontri quando era prigioniero a Robben Island. Quella rivelazione così umana mi ha commosso fino alle lacrime. Eccolo lì, un re in esilio, che trova un po' di conforto ascoltando le mie imprese sul ring. Se avessi saputo che stava ascoltando Ali-Frazier I, probabilmente avrei battuto Joe quella sera. Ero sempre il migliore quando combattevo per qualcosa.

Il signor Mandela è considerato il capo della sua tribù; il suo cognome è Mandiba. Ma rappresenta una tribù molto più vasta. È il capo della tribù del coraggio e del senso di giustizia per tutta l'umanità. In questo secolo non esiste un leader mondiale più significativo, più importante e dal valore più profondo.

Tra un centinaio d'anni risuonerà il suo nome, e da qualche parte un bambino sarà pervaso dal suo spirito, e userà quell'ispirazione per compiere qualcosa di grande. È questa la sua eredità, un sentiero di luce per le generazioni future. Può esserci forse un'eredità più grande di questa?

Per valide ragioni, il signor Mandela è chiamato anche Tata, padre. È certamente il padre della sua nazione. Ma avendo speso la sua vita al servizio degli altri, come combattente per la libertà, come incarnazione suprema del sacrificio di sé, è anche il padre di tutte le nazioni: è Tata del mondo intero.

Rendo omaggio a quest'uomo che è il più grande degli uomini, e mi sento onorato e fortunato per aver vissuto nell'epoca di Mandela.

Muhammad Ali

Huffingtonpost
25 11 2013

Un blitz nella basilica di San Lorenzo al Verano, in solidarietà con le Pussy Riot proprio nel giorno della visita del presidente Vladimir Putin a Roma. Così il collettivo femminista ‘Cagne sciolte’, del mondo della sinistra extraparlamentare della capitale, ha deciso di ‘celebrare’ il 25 novembre, giornata indetta dall’Onu contro la violenza sulle donne. “Free Pussy riot Roma”, recita lo striscione che le attiviste - rigorosamente a volto coperto con balaclava - hanno srotolato in mattinata davanti all’altare della chiesa sanlorenzina per contestare la scelta delle autorità russe di perseguire penalmente Nadezhda Tolokonnikova (ora ai lavori forzati in Siberia) e le altre componenti del gruppo punk per un’esibizione non autorizzata contro Putin nella cattedrale russa di Cristo Salvatore a marzo del 2012.

“Sputiamo su Putin. La rivolta è fica”, è uno degli slogan scelti. Naturalmente la dimostrazione romana non vuole essere solo un gesto di solidarietà a distanza verso le Pussy Riot ma è anche una contestazione della visita di Putin a Roma. Mentre “le istituzioni incontrano Putin e il papa lo riceve in vaticano, noi invece esprimiamo la nostra solidarietà per le Pussy Riot e tutte le persone perseguitate in Russia per il proprio orientamento sessuale", recita una nota di 'Cagne sciolte', che prendono il nome da un noto manifesto femminista del 1968. "Il nostro dissenso per la presenza di Putin a Roma - continua la nota - non ci impedisce di denunciare la tendenza delle politiche italiane a vittimizzare le donne e proporre leggi sempre più repressive in loro nome, come dimostrato dalla recente legge sul femminicidio. 

La visita di oggi del presidente russo è l’emblema dell’ipocrisia delle cariche istituzionali, che spendono parole di indignazione contro la violenza sulle donne, mentre continuano ad ostacolare la loro reale autodeterminazione. Non dimentichiamo neanche il ruolo della chiesa nel determinare provvedimenti che limitano la libertà delle donne e delle persone lgbtqi. Siamo per questo convinte che sacra romana chiesa e chiesa ortodossa riusciranno a trovare dei punti d’incontro: un accordo tra patriarchi sui nostri corpi si trova sempre”.

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