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HUFFINGTON POST

Huffington Post
08 11 2013

In apparenza, la situazione in Siria nelle ultime settimane è sembrata quasi migliorare. Gli esperti dell'ONU sono all'opera per identificare e distruggere l'arsenale chimico siriano. Le discussioni e gli incontri si susseguono in preparazione della conferenza di pace "Ginevra 2", prevista teoricamente per fine dicembre. I media internazionali non parlano quasi più degli scontri, delle esplosioni e dei bombardamenti. Rispetto a fine agosto tutto sembra essere rientrato.

Invece sul terreno, lontano dai grandi schermi, il conflitto va avanti. Tra il regime e l'opposizione per il controllo delle grandi città e di altre aree strategiche. Tra i gruppi armati islamisti e le milizie curde per il controllo della regione nord-orientale e dei posti di confine con la Turchia e l'Iraq. E a volte tra i gruppi d'opposizione moderati e le milizie islamiste radicali per l'egemonia sul nord del paese. Nonostante negli ultimi due mesi non ci siano stati grandi offensive né grossi capovolgimenti di fronte, gli scontri a media e bassa intensità continuano.

Inoltre un nuovo trend molto preoccupante è apparso nelle ultime settimane: l'esplosione di autobombe in zone sotto controllo dell'opposizione. Questo tipo di attentati era stato utilizzato finora soprattutto nelle zone controllate dal regime. 27 settembre, Rankous, governorato di Damasco: oltre 25 morti e più di 100 feriti. 14 ottobre, Darkoush, governorato di Idlib: oltre 27 morti e decine di feriti. 25 ottobre, Wadi Barada, governorato di Damasco: oltre 100 morti e più di 200 feriti. In due casi l'esplosione è avvenuta a fianco di una moschea all'ora della preghiera del venerdì; in un altro caso, nel pieno del quartiere commerciale della città. Nessuno ha rivendicato questi attentati; sospetti e accuse sono stati rivolti sia verso il regime sia verso i gruppi islamisti più radicali.

Nel mezzo di questo garbuglio, tra linee del fronte confuse e fluttuanti, attacchi a sorpresa e bombardamenti alla cieca, oltre 20 milioni di siriani cercano ogni giorno di scampare alla violenza e alla miseria. Tra di loro ci sono oltre 5 milioni di sfollati interni. Nonostante le grandi acrobazie della diplomazia internazionale e gli sforzi meritevoli degli ispettori dell'OPAC* per eliminare le armi chimiche, la situazione dei civili non è assolutamente cambiata rispetto a due mesi fa. Anzi, rischia di peggiorare a causa della scarsità di cibo e dell'arrivo dell'inverno.

L'aumento dei prezzi, la mancanza di lavoro, l'abbandono dei terreni agricoli e la fuga precipitosa di molti sfollati hanno contribuito a creare una crisi alimentare in molte regioni del paese. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) dichiara di distribuire razioni di cibo mensili a circa tre milioni di persone. Altre centinaia di migliaia di persone ricevono aiuti alimentari da altre organizzazioni locali e internazionali. Ma in molte zone gli aiuti non riescono ad arrivare. Alcune cittadine nell'hinterland di Damasco, tra cui Muadhamiyah, Daraya e Yarmouk, sono tenute sotto stretto assedio dal regime: auto e camion non possono entrare né uscire e l'approviggionamento di cibo è quasi impossibile. L'opposizione impiega delle tattiche simili ad Aleppo e in altre zone del nord del paese.

A Muadhamiyah, fonti locali dell'opposizione hanno dichiarato la morte per fame di sei bambini e di una donna durante gli ultimi tre mesi. Le organizzazioni umanitarie non hanno potuto né verificare queste affermazioni in maniera indipendente, né inviare alcun tipo di aiuto. Il 13 ottobre una parte della popolazione civile di Muadhamiya, circa 3000 persone, è stata evacuata in due tempi; il 29 ottobre almeno altre mille persone sono riuscite a uscire durante una terza evacuazione. Alcune migliaia di civili e centinaia di combattenti sono ancora intrappolati all'interno. Diversi operatori umanitari temono che la situazione alimentare critica di Muadhamiyah sia soltanto l'anticipazione di una carestia più generalizzata nei prossimi mesi in altre zone del paese.

Anche la situazione sanitaria continua a peggiorare. Secondo un articolo pubblicato su la rivista britannica The Lancet il 16 settembre, 37% degli ospedali siriani sono stati distrutti e un altro 20% sono stati gravemente danneggiati. Migliaia di dottori e di infermieri sono stati imprigionati o sono scappati all'estero. La degradazione dei servizi sanitari, oltre a impedire l'accesso alle cure per milioni di persone, ha aumentato il rischio di epidemie.

Infatti nel mese di ottobre il governo siriano e l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno identificato venti casi sospetti di poliomielite in un gruppo di bambini di Deir el Zor, nell'est della Siria. Venerdì 25 ottobre, le Nazioni Unite hanno dichiarato che il rischio di un'epidemia di polio con centinaia di casi è reale e che si stanno preparando a una campagna di vaccinazione su vasta scala, che dovrebbe coinvolgere 2,5 milioni di bambini in Siria e più di 10 milioni di bambini in tutto il Medio Oriente. Resta da vedere se l'ONU sarà capace di realizzare questa campagna nel mezzo del caos del conflitto siriano.

* L'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche

Focus on Syria
Progetto di informazione indipendente

Huffington Post
07 11 2013

"Abbiamo perso la capacità di tradurre le emozioni e i sentimenti in parole, viviamo una sorta di analfabetismo sentimentale. In presenza di donne che si emancipano e acquistano sicurezze e nuove prospettive, gli uomini restano un passo indietro, fanno fatica a confrontarsi con questa nuova generazione di donne. Sicuramente è un problema culturale, questo è un paese dove fino a poco tempo fa c'era il delitto d'onore, quindi quando non si sa come affrontare una situazione, ad esempio un abbandono, si ritorna un po' sul brodo primordiale che si conosce, ad una "cultura" arcaica", afferma la conduttrice televisiva Serena Dandini a proposito della lotta contro la violenza sulle donne.

Eppure, in una paese che non sempre si è mostrato all'avanguardia in tema di diritti delle donne, è stato creato uno spettacolo teatrale - Ferite a morte - che affronta con tale intensità e trasporto l'argomento, da essere stato scelto come evento ufficiale, il prossimo 25 novembre, nel giorno delle celebrazioni contro la violenza sulle donne nella sede delle Nazioni Unite a New York. L'autrice, i cui monologhi teatrali sono raccolti in un volume edito da Rizzoli, si dice orgogliosa che per una volta sia l'Italia a guidare gli altri paesi su un tema così delicato.

"Siamo sempre il fanalino di coda in molti ambiti, essere chiamati con una drammaturgia a scuotere le persone in una sede prestigiosa come l'Onu è importante...del resto noi abbiamo ratificato la Convenzione di Istanbul, mentre Francia e Spagna ancora non l'hanno fatto. L'Italia può essere il volano di una crescita positiva della presa di coscienza del fenomeno delle violenze domestiche. Andremo anche a Bruxelles, il 28 novembre, dove abbiamo già portato lo spettacolo nel giugno scorso nella sede del Parlamento Europeo, prima ancora saremo a Washington, il 19, nella Hall of the Americas della sede dell'Organizzazione degli Stati Americani (Oas) e sarà una giornata speciale perché le lettrici saranno le ministre delle pari opportunità del Nord e del Sud America, dal Guatemala al Canada, perché come ho già detto purtroppo questo è un problema globale e questo ci consente di adottare un linguaggio comune e di creare una rete che abbatta confini e differenze di lingua e cultura. Infine chiudiamo la tournée a Londra il 3 dicembre, dove la Thomson Reuters Foundation promuove in collaborazione con International New York Times la Trust Women Conference, con l'obiettivo di agire sul tema dei diritti alle donne".

È davvero bello che l'Italia sia in prima linea, ma come abbiamo fatto?

Credo che lo spettacolo abbia colpito gli addetti ai lavori che l'hanno visto in Italia e a Bruxelles, forse perché ha un taglio particolare...è una Spoon River al femminile, le storie sono inventate ma costruite partendo da fatti di cronaca veri e le protagoniste vengono da tutto il mondo, da New York alla Nigeria. La mia idea era quella di far arrivare al cuore e alla coscienza delle persone una serie di cose che secondo me dagli articoli o dai servizi in Tv non arrivava, per questo ho puntato sulla drammaturgia, perché è fatta di pianto, di riso, di immedesimazione. È certamente importante fare convegni e studi sull'argomento, ma con Ferite a morte ho notato che si crea un'immedesimazione molto forte con la vita, il quotidiano delle protagoniste dello spettacolo. Ognuna di noi si riconosce in un pezzettino di queste storie e credo che questo spinga chi non l'ha ancora fatto a parlare, a denunciare le violenze subite...è un bel cortocircuito, una botta emotiva che investe sia gli uomini che le donne.

Negli ultimi anni ci sono state molte più denunce: siamo di fronte ad un imbarbarimento dei costumi o le donne hanno maggiore consapevolezza e coraggio nel denunciare i maltrattamenti subiti?

Sembra incredibile, ma da un anno a questa parte da un lato c'è più attenzione, ma dall'altro sembra quasi che ci sia un'intensificazione del fenomeno. Forse siamo noi che siamo più sensibili sull'argomento, anche se culturalmente per certi versi si sono fatti dei passi indietro. Nel mio libro c'è anche una parte più scientifica che ho scritto insieme a Maura Misiti, una ricercatrice del CNR, che dimostra - ahimè - che i dati sono più o meno sempre gli stessi, quindi è l'attenzione che è aumentata, anche da parte della stampa che adesso tratta i casi di cronaca in maniera diversa. Ciò non toglie che la situazione in Italia sia devastante: il femminicido è la punta dell'iceberg di una quotidiana, diffusissima, terribile piaga di violenza domestica.

La sensazione è che il femminicidio sia una parte di un problema più grande che comprende l'omofobia, il razzismo e tutte le forme di violenza e intolleranza che si registrano ultimamente nei confronti dei più deboli...

Infatti è così, io dico sempre che è la stessa cultura che porta il povero ragazzino gay a gettarsi dalla finestra perché si sente solo e disperato. È importante che ci siano le leggi e un inasprimento delle pene, e questo decreto legge sul femminicidio che è stato approvato nei giorni scorsi è un primo piccolo passo, ma senza la prevenzione e una rieducazione culturale seria che parte dalle scuole non si va da nessuna parte. Quanto alla legge, penso che si stata fatta di corsa, ma meglio di niente...se si aspetta l'ideale si rischia di non fare neanche un passo in avanti. Sul tema della prevenzione credo che bisognerà tornare, anche perché un punto nevralgico della Convenzione di Istanbul che l'Italia ha ratificato. È necessario aumentare i centri anti-violenza che sono un punto di riferimento per chi subisce violenze fisiche e psicologiche, e poi il lavoro nelle scuole sugli stereotipi di genere.

Forse ci vorrebbero pene più certe e severe, ad esempio nel caso della violenza sessuale...

Abbiamo parlato delle attenuanti del delitto d'onore che sono state tolte pochi anni fa, aggiungiamo che lo stupro è diventato reato contro la persona e non più contro la morale nel '96 e si capisce la mentalità del paese...c'è ancora tanto da lavorare. In Spagna da quando sono intervenuti sulla materia con pene più aspre hanno registrato un calo delle violenze, questo vuol dire che funziona, ma continuo a ripetere che non basta. È importante che si lavori tutti insieme per arginare il fenomeno, uomini e donne, non si può continuare a considerare il femminicidio un problema solo del genere femminile come se parlassimo di mestruazioni o menopausa...è una cosa folle. In tutto il mondo si combatte la piaga della violenza domestica, declinata in modo diverso a secondo degli usi e costumi del posto, e sono sempre e solo donne ad occuparsene, nei centri antiviolenza, nelle aule dei tribunali, nei centri di supporto psicologico. È un problema che riguarda la società, il genere umano, non è un "argomento femminile": bisogna iniziare ad abbattere questi muri se si vogliono cambiare davvero le cose.

Ferite a morte è una vivida rappresentazione dei tanti casi di violenza che si sentono al telegiornale, come l'ha ideata?

Ho usato l'escamotage drammaturgico di far parlare le donne morte, così che possano finalmente raccontare la loro versione dei fatti, alternando qualche risata a momenti molto forti e drammatici...del resto la vita delle donne è molto più variegata di come viene solitamente dipinta negli articoli di cronaca nera o nei programmi con i plastici dove vengono considerate dei pezzi di carne, sia da vive che da morte. Quello che ho appreso lavorando su questo tema è che il fenomeno è enorme, ma costante, se si osserva dai primi del '900 ad oggi i dati del ministero mostrano una diminuzione degli omicidi uomo su uomo, mentre quelli uomo su donna si aggirano sempre sullo stesso numero...come se non fosse cambiato nulla.

Barbara Tomasino

 

Huffington Post
06 11 2013

Quali sono i “doveri” di una donna? Officine fotografiche, Female Cut, in collaborazione con Huffpost, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne che si terrà il 23 novembre, invita tutte le donne a rispondere alla domanda e a inviare all’associazione uno scatto che ne interpreti il senso. Le immagini selezionate andranno a comporre la mostra “I ‘doveri’ delle donne”, che sarà esposta proprio il 23 novembre al Lanificio 159 di Roma, durante la serata “Female against violence”, organizzata da Female Cut e da varie associazioni che si occupano delle donne vittime di violenza e ne supportano la causa.

“Le donne devono essere rispettate”, “le donne devono essere libere”: il progetto mira ad abbattere gli stereotipi sui doveri delle donne. Il senso “negativo” del verbo dovere viene capovolto e le immagini dovranno interpretare proprio queste nuovo significato.

Gli scatti possono essere invitati fino al 13 novembre all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., in bassa risoluzione, insieme al nome e cognome della fotografa e alla frase che l’ha ispirata. Il giorno dopo le immagini verranno selezionate e le vincitrici informate tramite mail.

Anche l’anno scorso, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, l’associazione femminile Female Cut http://www.femalecut.it/ e il comitato Se Non Ora Quando? http://www.senonoraquando.eu/ avevano organizzato l’evento “Female against violence” per sensibilizzare sul tema. Negli spazi del Lanificio 159, 50 donne, musiciste, pittrici, dj, performer avevano animato la serata. Per affermare l’importanza di un trasporto pubblico notturno sicuro per le donne, era stata allestita una mostra collettiva fotografica all’interno di un taxi.

Anche quest’anno la fotografia, grazie al progetto di Officine fotografiche, sarà in prima linea per dire no alla violenza sulle donne. Con creatività. Perché, come scrivono le organizzatrici di Female Cut, “siamo convinte che la consapevolezza e la creatività siano tra gli strumenti necessari per affrontare la violenza di genere, che non riguarda solo casi tristemente eclatanti, ma i dettagli della vita quotidiana di tutte e di tutti”.

Ilaria Betti

Huffingtonpost
04 11 2013

Matteo Renzi, in coda alla spettacolare kermesse della Leopolda, forte del suo stile di giovanotto scanzonato, approva, con apposita delibera della sua giunta giovane e bella, un brutto film, vecchio e clericale.
Si tratta del cimiterino dei non nati, del diritto di seppellire grumi di materia, chiamandoli bambina e bambino. È uno splatter che ritorna sugli schermi della politica con inquietante regolarità. Il copione è sempre lo stesso: una compassionevole aggressione delle mamme mancate.

Tutte quelle donne che, poiché il corpo ha le sue insondabili leggi, non sono riuscite a portare a termine il loro dovere di animali al servizio della specie. Ci aveva già provato Sveva Belviso, vice dell'indimenticabile sindaco Alemanno. Si trattava, allora, di 600 metriquadri dedicati nel Laurentino.
Sveva dichiarò, nel gennaio 2012, che "Il seppellimento del bimbo" avrebbe "restituito valore" a quello che, senza una tomba-culla, sarebbe stato ridotto al rango di "rifiuto ospedaliero". Si sollevò la prevedibile ondata di proteste. Da parte delle donne, da parte delle donne femministe, da parte della componente più laica della sinistra e di quella più illuminata del mondo cattolico.
Non ricordo chi vinse. Forse il cimiterino non fu edificato, forse sì. Ha poca importanza. Ciclicamente, i vari Movimenti per la vita (dei feti, non delle madri) hanno proposto di scavare fosse, piantare fiori, benedire zolle, riservare settori dei vari cimiteri per celebrare i diritti di chi non c'è. Sarebbe una delle tante crociate del superfluo, se non fosse, sempre più chiaramente e tristemente, una delle tappe simboliche più subdole ed efficaci della battaglia per la trasformazione della legge 194 in carta straccia.

Ci ha pensato il simpatico Renzi, mentre la sua giunta approvava la delibera in materia di sepolture e gravidanze interrotte? Ha pensato per un attimo che, in Italia, nascosta dietro la foglia di fico del "problema di coscienza" una percentuale elevatissima di ginecologi, rifiuta di eseguire il proprio dovere medico, nonché di ottemperare ad una legge dello Stato?
Ha provato a immaginare che cosa vuol dire per una ragazza, per una donna, che non si sente pronta a diventare madre, dover aspettare, cercare, bussare ad altri ospedali, mentre i giorni passano e l'operazione da dolorosa diventa pericolosa? No, non lui. Nessun uomo sa, nessun uomo riesce a immaginare.

Però alcuni si fidano di noi. Della parola delle donne. E ci ascoltano. È da più di 30 anni che lo ripetiamo: abortire è una sofferenza psichica, un sacrificio delle propria integrità fisica e mentale, uno scacco, un'amputazione. Ci si ricorre quando un'incidente, un'emergenza, un problema di salute o l'estrema giovinezza o la disinformazione impediscono il funzionamento del metodo anticoncezionale.

Si ricorre all'aborto quando qualcosa va storto nella relazione con l'uomo che dovrebbe diventare l'altro genitore. Quando la gravidanza è frutto di violenza, fisica o psichica. Si abortisce quando si è troppo povere, o fragili. Si abortisce perché diventare madre è una responsabilità enorme e non tutte non sempre decidono di farsene carico. Si abortisce con dolore, sempre, in ogni caso, quando l'aborto è volontario e quando è spontaneo. Si rassicuri chi teme che per le donne tutto sia diventato troppo facile. Non lo è, non lo è mai stato e non lo sarà mai. Chi, invece, in buona fede, pensa di procurare sollievo alle non-mamme, mandandole a piangere davanti a un quadratino di terra smossa, sappia che non è così. È una forma di sadismo di stato. Un'ingerenza intollerabile. Oltreché una palese buffonata.
Ci pensi, Matteo il giovane, prima di proporsi per la guida del centro sinistra. Ci pensino anche i suoi assessori.

Huffington Post
01 11 2013

 Reportage dal ghetto di via Gordiani.

Quarantadue milioni di euro. È la cifra spesa dal Campidoglio negli ultimi tre anni per l'inclusione dei circa settemila rom residenti a Roma. "E non sappiamo davvero dove siano finiti", ammette un funzionario del Comune mentre osserva una baracca fatiscente del campo nomadi di via Gordiani, uno degli otto regolarmente presenti nella Capitale, che questa mattina ha accolto la ministra Cecile Kyenge e la viceministra al welfare Maria Cecilia Guerra.

Una visita istituzionale che conclude la sesta conferenza internazionale di Cahrom, il gruppo di 47 esperti del Consiglio d'Europa dedicati alla soluzione della discriminazione nei confronti dei rom. E in Europa, specifica Michael Guet, "l'Italia è rimasto l'unico Paese con i campi nomadi insieme alla Francia".


Il campo di via Gordiani, assicurano gli educatori della cooperativa Ermes impegnata nel villaggio attrezzato, è il migliore di Roma: è relativamente centrale e dunque ben collegato con il resto della città. Eppure è un agglomerato di container sovraffollato.

"Vorremmo uscire dal campo e finalmente avere una casa", dice Ava Nicolic, una delle anziane rom alla ministra Kyenge. E poco dopo un uomo spiega: "Ci chiamano ladri ma noi abbiamo anche pulito le tombe dei cimiteri per pochi euro".

A via Gordiani, periferia est, vivono 245 rom in container che risalgono al 2002, così come indicato nelle targhe, e che ormai cadono a pezzi. Vesna Halilovic ci invita nel suo bagno, rotto da tre anni: l'acqua scorre inarrestabile. "Chiediamo al Campidoglio di mandare qualcuno ad aggiustare ma dicono che hanno finito i soldi". Il fratello di Vesna, Cimic, sposato a una calabrese che vive con lui da venticinque anni in questo campo nomadi, dice che l'unico aiuto economico diretto viene dato dalla comunità di Sant'Egidio, che assicura a ogni famiglia cento euro una tantum se i bambini vanno regolarmente a scuola.

Alcuni dei residenti hanno trovato lavoro presso la cooperativa Ermes, come Vesna che fa le pulizie. Altri, come Cimic, vendono rose ai turisti. E uno ha trovato lavoro come autista d'autobus alle dipendenze della Cotral. "Fortissimo è lo stigma sociale nei confronti dei rom", dice alla fine della visita la viceministra Guerra, "e per questo la Strategia di inclusione è fondamentale per accompagnarli verso l'autonomia lavorativa e residenziale".

Kyenge e Guerra concordano nel superamento dei campi, mentre rimane cauta l'assessora alle politiche sociali di Roma Rita Cutini: "Il Campidoglio è impegnato a risolvere il problema della casa per tutti i romani, e dunque anche per i rom. Se a volte sorgono problemi burocratici come il mancato certificato di residenza dei rom, non e' per discriminazione. I campi si devono organizzare".

Eppure Cutini, che promette di chiudere i due campi di Salone e Castel Romano, veri e propri ghetti, non promette di modificare la circolare introdotta da Alemanno lo scorso inverno secondo la quale, nell'assegnazione del punteggio per la graduatorie degli alloggi popolari, incredibilmente le baracche dei rom risultano come abitazioni permanenti, facendo scivolare le famiglie rom in fondo alla classifica dei bisognosi: "Naturalmente anch'io mi rendo conto che i campi sono temporanei e non permanenti, ma se una famiglia rom ottiene un punteggio basso può comunque fare ricorso".

Proprio la discriminazione dei nomadi nell'assegnazione delle case pubbliche a Roma, e i continui sgomberi da parte dell'amministrazione, sono finiti in un dossier presentato ieri da Amnesty International. Tuttavia Ignazio Marino non ha voluto affrontare la questione, sempre spinosa per qualunque inquilino del Campidoglio: oggi infatti è saltato l'incontro in Comune con i rappresentanti di Cahrom.

"Date a noi i soldi che dite di spendere per i rom" dice Cimic, quando ormai la delegazione si è allontanata dal campo. Con quarantadue milioni di euro - trentadue dei quali ottenuti per il Piano Nomadi che si è concluso con la decadenza di Alemanno - ogni rom avrebbe ricevuto seimila euro ciascuno. "Avrei preso in affitto una casa", dice Cimic, che con una famiglia di cinque persone avrebbe percepito 30mila euro.

La signora Ava, che poco prima aveva parlato alla ministra, mostra il cancello all'entrata del campo: rotto. "Nessuno viene ad aggiustarlo, è aperto giorno e notte e dobbiamo stare attenti perché i bambini potrebbero uscire e finire investiti". Nemmeno per la pulizia del campo vengono spesi i finanziamenti del capitolo rom (circa una decina di milioni l'anno): due giorni fa in previsione della visita del governo, raccontano i rom di via Gordiani, grossi camion hanno portato via tutta la spazzatura accumulata in due anni tra un container e l'altro.

Laura Eduati

Huffington Post
01 11 2013

Sono trascorse poche ore dai funerali di Simone D., il 21enne gay che si è tolto la vita sabato scorso a Roma. A colpire tutti, in particolare, la rispettosa compostezza con cui è stato accolto il feretro sul sagrato della chiesa parrocchiale di San Giustino all’Alessandrino: non parole né applausi ma un eloquente silenzio, prolungamento e simbolo di quella solitudine che ha spinto Simone a gettarsi dalla terrazza dell’ex pastificio Pantanella. Un silenzio, questo, che scuote soprattutto gli animi di chi sa che cosa significhi e comporti l’essere omosessuali in Italia. HuffPost ha raccolto alcune testimonianze al riguardo.

Alessandro Bentivegna, 46 anni, - che a Dublino, due anni fa, si è unito cilvilmente col compagno Eduardo – ha detto: «Ieri sono andato alla veglia per Simone, il ragazzo morto suicida lasciando un biglietto con su scritto “Gli omofobi facciano i conti con la propria coscienza”… Io penso che con la coscienza dovrebbero farci i conti anche gli omosessuali italiani. Viviamo in uno Stato omofobo, i diritti che abbiamo avuto dalla nascita, come tutti gli altri, ci sono stati tolti appena abbiamo esternato la nostra condizione, di fatto siamo stati declassati a cittadini di serie B, di fatto la nostra dignità sentimentale e i nostri progetti di vita immediatamente declassati con una enorme lettera B. Ora mi chiedo, se il primo a discriminare è lo Stato stesso… come pretende poi di indignarsi ed essere credibile, verso l’ennesimo caso di bullismo, di vessazione e di suicidio? Non è tutto schifosamente e politicamente ipocrita?».

Per Francesco Ziantoni, 43 anni, la sua omosessualità non è mai stata un problema, perché sempre «vissuta alla luce del sole senza esibirla ma nemmeno nasconderla. La maggioranza delle persone a me vicine non l'ha mai considerata come un qualcosa da tollerare». Tuttavia, continua Francesco, «episodi spiacevoli e dolorosi ci sono stati eccome. Sono passati vent'anni dalla mia giovinezza, ed è triste che nulla, sul piano sociale, legislativo, normativo sia cambiato. Ci sono ancora tante persone costrette a vivere la propria sessualità nascosti come fosse un crimine. Questa, e l'assenza di una legge vera anti-omofobia, per non parlare del rifiuto tutto italico di legiferare sulle unioni omosessuali, fa sì che il nostro Paese sia ancora un posto dove essere omosessuale può essere motivo sufficiente per togliersi la vita. Questa è l'ennesima triste realtà del nostro Paese incapace di adeguarsi all'evolversi della società civile».

Per Alessandro Michetti, 40 anni, le persone lgbt in Italia si trovano a vivere «aspirazioni riflesse, che provengono dall'estero dove l'impegno c'è e c'è sempre stato. Qui manca quasi del tutto. È facile quindi capire come delle persone, giovani o anche adulte, vivano il disagio della propria condizione non per il fatto di essere gay ma per le stigma che l'ambiente circostante ributta loro addosso».

Come leggere il suicidio di Simone? «Per me – dichiara Alessandro - pensare che un ragazzo scelga di lanciarsi dall'undicesimo piano è un atto d'accusa fortissimo non solo verso gli omofobi propriamente detti ma anche verso tutti quelli che non operano, affinché le cose cambino e si crei un ambiente accogliente e civile. Forse non basterà neppure questo ma un'azione è necessaria».

Giulio, 28 anni, originario d’un paesino del Viterbese, è uno che al suicidio pensò seriamente anni fa: «Quando, anni fa, presi pienamente consapevolezza d’essere gay, tentai più volte di togliermi la vita. I discorsi dei miei amici sui “froci”, le battute di qualche familiare sull’argomento, avevano ingenerato in me la convinzione d’essere uno sbaglio. Meglio farla finita. Se ho superato questo lungo momento difficile, lo debbo, strano a dirsi, a un prete, che mi fece capire di essere tutto fuorché uno sbaglio. Posso, quindi, immaginare che cosa abbia vissuto Simone».

E prete è stato fino al 2007 Francesco, 37 anni, che ha poi deciso d’abbandonare il ministero, per vivere alla luce del sole la propria condizione omosessuale. Il passo fu vissuto con drammaticità anche per la volontà di voler rivelare ai suoi le motivazioni, che lo spingevano ad abbandonare la tonaca. «Oggi, sotto questo punto di vista, sono una persona pacificata – così Francesco – eppure ripensare a quel periodo mi procura ancora amarezza. L’essere additato come l’ex-prete, che ha lasciato il ministero perché gay (ma le definizioni erano più volgari), non è una cosa che fa piacere».

Riguardo al suicidio di Simone «auspico – continua il 37enne – che, col passar del tempo, non venga considerato un mero nominativo nella serie dei gay italiani che si sono tolti la vita. Che la sua morte possa risvegliare tutti dal sonno dell’indifferenza e spingere a un’azione congiunta, finalizzata a una legge che non solo contrasti l’omofobia ma veda finalmente tutelati i diritti delle persone lgbt. Solo in questo modo si potranno evitare per il futuro episodi tristi come il suicidio di Simone».

Francesco Lepore

Huffington Post
31 10 2013

Un sit-in nella 'Gay Street' di Roma per chiedere al governo di approvare urgentemente un decreto legge contro l'omofobia.

Sono centinaia le persone scese in piazza questa sera, all'ombra del Colosseo, portando un fiore giallo "contro le solitudini e le discriminazioni". Il mondo gay della Capitale si mobilita dopo il suicidio di Simone, il giovane romano di 21 anni che si è tolto la vita nella notte tra sabato e domenica dopo avere scritto una lettera in cui diceva di avere subito vessazioni perché gay.

In piazza anche politici: dal candidato alla segreteria del Pd Gianni Cuperlo al vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio.

La manifestazione è iniziata con un minuto di silenzio in ricordo di Simone. In tanti hanno portato candele e fiori gialli per ricordarlo. Sul palco allestito con sfondo Colosseo campeggia la scritta 'Gli omofobi facciano i conti con la propria coscienza'.

"Negli ultimi mesi è il terzo caso che avviene a Roma - commenta il portavoce di Gay Center Fabrizio Marrazzo - e noi vogliamo richiamare l'attenzione delle istituzioni. Serve al più presto una vera legge contro l'omofobia. Nel frattempo il governo deve varare un decreto d'urgenza che sia l'estensione della legge Mancino".

E la tragedia del ragazzo suicidato a Roma testimonia come il problema dell'omofobia sia ancora vivo tra i giovani. Proprio oggi, da un'indagine svolta dal portale specializzato Skuola.net, è emerso che uno studente su cinque avrebbe problemi se il suo migliore amico gli confessasse di essere gay. Di questi, il 12% addirittura sarebbero indecisi se rompere o meno l'amicizia, mentre più dell'8% consiglierebbe al suo amico di incontrare uno psicologo. Questo nonostante per quasi l'80% dei ragazzi l'omosessualità dell'amico non influenzerebbe il rapporto di amicizia.

E per contrastare l'omofobia scende in campo anche il Campidoglio che si colorerà d'arcobaleno. La bandiera Rainbow, simbolo dei movimenti omossessuali e Lgbt, sventolerà su Palazzo Senatorio dal 9 al 15 gennaio. A deciderlo l'Aula Giulio Cesare che ha approvato una mozione a firma Imma Battaglia (Sel) in cui si fissa inoltre per la giornata del 13 gennaio 2014 una seduta dell'assemblea capitolina straordinaria alla quale parteciperanno le associazioni e i rappresentanti delle 'famiglie arcobaleno'.

"E' un grande successo della politica - commenta Battaglia - ed è la risposta all'omofobia che una città a vocazione internazionale come Roma deve dare al mondo. Il vessillo colorato, infatti, è il simbolo universale della comunità Lgbt". Domani intanto ci saranno i funerali di Simone: le esequie si svolgeranno alle 11 nella chiesa San Giustino Martire al quartiere Alessandrino dove il giovane viveva.

Davide Muscillo, Ansa

Laura Eduati, Huffington Post
27 settembre 2013

"I femminicidi sono in aumento". "No, sono stabili". "In Italia si ammazzano meno donne rispetto al resto d'Europa". "È invece una escalation impressionante".

Omofobia, sit-in a Roma

30 ottobre 2013

Questa sera, alle 21 alla Gay Street, un sit-in "per chiedere al governo di varare urgentemente un decreto legge contro l'omofobia" ha detto Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center. Anche Aurelio Mancuso, presidente di Equality invita alla partecipazione: "Portate un fiore giallo - afferma - come testimonianza che l'impegno può sconfiggere le solitudini e le discriminazioni".

Huffingtonpost
28 10 2013

Quanti e quante di noi hanno pensato al suicidio? Tante e tanti, troppe e troppi, quando incontri l'adolescenza, oppure quando hai scelto una vita apparentemente eterosessuale, oppure non ti senti a posto con te, perché tutto intorno è un fiorire di epiteti e battute, e quindi ricacci nel profondo la tua essenza, il mal di vivere si affaccia.

Valgono come scrigni preziosi gli sforzi dei buoni amministratori, degli insegnanti che ascoltano nel profondo l'inquietudine che amplifica la solitudine. Dare una mano, rafforzare i telefoni amici, costruire occasioni di aggregazioni, portare avanti tenacemente progetti nelle scuole, produrre campagne, sono le risposte immediate, che servono, che fanno sentire l'importanza di esserci come protagonisti, nello svuotare quel mare dei silenzi, anche quando si è coscienti che un cucchiaio non può far molto.

Spiegare il mistero per cui giovani, e non, si uccidono non è possibile, però s'intravedono tratti drammaticamente comuni tra chi, clamorosamente o nel completo anonimato (un numero incalcolabile) non regge profondi dolori e intimi disagi. Eppure non possiamo tacere che tre suicidi pubblici in un anno a Roma devono aprire una riflessione anche particolareggiata della città.

C'è qualcosa che non funziona, si è oltre a singole tragedie, questi suicidi evidenziano uno spappolamento del tessuto sociale della capitale che dovrebbe far tremare gli amministratori, le strutture scolastiche, quelle sociali, anche la rete lgbt. Di fronte a tante iniziative aggregative, progetti nelle scuole, formazione, Gay Help Line, altri telefoni amici, gruppi giovanili, sportivi, su cui può contare l'Urbe, frutto del lavoro spesso volontario di tante associazioni e gruppi, cosa si può ancora fare?

Manca, anche grazie anni di amministrazioni governate dalle destre, unica eccezione la Provincia che con pochi soldi ha fatto l'impossibile, un progetto. Roma è prostrata, abbandonata a se, buia, disgregata, e la crisi economica ha aggravato i danni prodotti in loco.
Roma si merita una visione complessiva che riaccenda la fiducia e ricacci sempre di più il diffuso senso di solitudine, che è inevitabile colpisca chi come gli adolescenti e i giovani sono attraversati dalla fase della propria vita più emotivamente importante, prezioso per le aspirazioni e i progetti, troppo fragile quando le avversità sono troppe e differenti.
Il cuore del tema è qui: le solitudini giovanili emergono a volte con impetuosità, non lasciano spazio a mediazioni e riflessioni, si abbandonano alla rinuncia. Amministratori, politici, persone impegnate nella cultura e nel sociale, se vogliono rendere coerenti i loro programmi elettorali e le loro strategie, devono affondare le loro mani nel fango della muta disperazione.

Come fare? Il movimento lgbt non ce la può fare da solo, così come tante altre reti, ben più forti e potenti, s'illudono quando separano le condizioni materiali rispetto alle intime inquietudini, che tra l'altro non discriminano rispetto al censo e alla provenienza territoriale, nemmeno rispetto l'età.
È giunta l'ora di un'unità d'intenti, che spazzi via le incomunicabilità e i calcoli, c'è bisogno che dai Municipi fino al Comune sia pensata una strategia politica comune, che si avvalga di tutto ciò che è già antenna territoriale e sociale, di esperienze progettuali messe in pratica in altri grandi Comuni italiani ed esteri. Insomma, questa città si deve muovere, perché non può assistere inerme a questo stillicidio di suicidi che cancellano la vita dei propri giovani.
p.s. Su tutto questo pesa come un macigno l'assenza di una legislazione che riconosca diritti, cittadinanza, tutele nei vari ambiti della società concreta. In attesa che qualcosa cambi, che la politica nazionale finalmente non sia complice con il suo silenzio, inazione, avversione conclamata, Roma può e deve fare qualcosa, da subito.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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