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HUFFINGTON POST

Huffingtonpost
28 10 2013

Laura Eduati

Chi c'era può assicurare che alla Leopolda le donne non mancavano. Non soltanto in platea e nello staff di Matteo Renzi, ma anche sul palco a parlare. Eppure nel discorso conclusivo del sindaco di Firenze il riferimento all'universo femminile non c'è stato, tranne qualche accenno alle mamme. Troppo vago, hanno twittato deluse molte utenti. Una lacuna ancora più vistosa in un Paese dove il gender gap è ampio nonostante i piccoli passi in avanti: nell'ultimo dossier del World Economic Forum l'Italia è passata dal novantesimo all'ottantunesimo posto, forse anche per quel 25% di imprese al femminile e il continuo avanzamento delle manager ai vertici delle aziende, ma sempre anni luce dagli Stati scandinavi che svettano nella classifica della parità.

"Non mi stupisce nemmeno un poco", commenta la scrittrice Loredana Lipperini, conduttrice del programma culturale Fahrenheit su Radio3 da sempre attenta alla difficile emancipazione delle italiane. "Non mi stupisce perché penso che in fondo al Partito democratico delle donne non interessa granché", è la staffilata di questa giornalista che recentemente, insieme con le associazioni contro la violenza domestica, ha fustigato proprio il Pd per aver votato un decreto-legge sul femminicidio "improntato sull'ottica securitaria e poliziesca".
Tornando a Renzi: è mai possibile, si chiede Paola Pica sul Corriere della Sera, che in uno speech di candidatura un politico del 2013 possa citare le donne soltanto come mamme distratte e mamme che cucinano bene?

"E perché mai Matteo Renzi dovrebbe nominare la questione femminile? ", argomenta una delle figure storiche del femminismo italiano, la filosofa e scrittrice milanese Lea Melandri: "Il Partito democratico è pieno di donne capaci che però rimangono invisibili: sono loro che devono farsi avanti senza poi lamentarsi se il loro leader evita di pronunciare la parola donne". Melandri, non senza un intento provocatorio, invita le donne di sinistra a osservare le politiche berlusconiane: "Sono in prima linea, appassionate e combattive. Naturalmente stanno alla corte di Berlusconi, ma non in qualità di mogli e amanti come spesso a sinistra amiamo pensare".

Pensiero in parte simile a quello di Nicoletta Dentico, fondatrice di Se non ora quando, secondo la quale "va purtroppo registrata una vena di maschilismo proprio nei quarantenni che si dicono di sinistra", ossia gli uomini della generazione renziana. "Siccome ci sono vicini, la loro noncuranza nei temi di genere fa ancora più male". Eppure potrebbe anche darsi, continua Dentico, "che Renzi non abbia ritenuto opportuno nominare le donne perché è andato oltre, già include le donne nel suo pensiero politico". Interpretazione benevola? "Non voglio giustificare il sindaco di Firenze. Bisogna purtroppo registrare il fatto che le cose faticano a cambiare e tocca ora alle donne del partito prendere parola e non soltanto sulle questioni femminili".
Durissima invece la reazione di Lella Golfo, ex parlamentare Pdl, presidente della fondazione Bellisario dedicata alle eccellenze al femminile e ispiratrice della legge sulle quote rosa in azienda: "Quella di Renzi è una mancanza imperdonabile". E spiega: "Occupazione e imprenditoria femminile, welfare e servizi alla famiglia sono temi da mettere in cima all'agenda di qualsiasi candidatura ed è grave che proprio un aspirante leader della sinistra lo abbia dimenticato". Ma nemmeno lei, come Lipperini, è poi così sorpresa: "Avevo invitato Renzi a un convegno a Salerno su donne e impresa ma non è venuto, evidentemente il tema non gli è caro".

Monica Pepe, animatrice del sito zeroviolenzadonne.it che quotidianamente registra il dibattito sui diritti delle donne, è altrettanto perentoria ma guarda al concreto: "Ogni parola sulle donne e sulla battaglia contro l'omofobia risulterà comunque vuota se non verrà seguita da progetti di educazione nelle scuole sulla affettività gay e sul rispetto delle donne".

Huffington Post
25 10 2013

Siamo quelle che hanno fatto leggere a Berlusconi la parola "basta!" scritta sui nostri seni nudi, prima delle ultime elezioni in Italia.

Siamo quelle che hanno fatto sentire a Putin voci di donne che urlavano "Fanculo la dittatura!" durante una delle sue visite ufficiali in Europa.

Siamo quelle che hanno disturbato la messa domenicale di Papa Benedetto XVI con lo slogan "Omofobo, stai zitto!" in Vaticano.

Siamo le soldatesse nude del femminismo. Siamo le Femen, la nostra tattica è il "sex-tremismo". E lo stiamo portando nel Regno Unito!

Il movimento Femen è stato fondato in Ucraina nel 2008, come gruppo femminista locale. A partire dal settembre 2012, siamo diventati un movimento internazionale femminile con rappresentanti in 10 paesi. Poco più di un anno fa abbiamo aperto il nostro quartier generale europeo a Parigi, che funge da centro di addestramento per le "sex-tremiste".

Prima di dare vita al movimento internazionale Femen, sono scappata dalla dittatoriale Ucraina dopo che ero stata cercata e trattata come una criminale per la mia attività con le Femen.

Pensavo a come il sistema patriarcale debba essere impaurito dalle Femen, perché ha dato l'ordine di arrestarci, di accusarci, di picchiarci, o addirittura ucciderci ( come è quasi successo a me e a due altre sex-tremiste a Minsk, Bielorussia, nel 2011). E perché? Perché mostravamo i nostri seni! È perché infrangiamo il loro sistema con i nostri seni! I nostri seni sono politicamente aggressivi per il mondo maschile ma non sono più passivamente sotto il suo controllo. Ci stiamo sbarazzando della dominazione maschile del mondo con gli attacchi in luoghi inaspettati delle nostre coraggiose "sex-tremiste".

Femen è un gruppo di resistenza attiva contro istituzioni oppressive come l'industria del sesso, la dittatura e la religione. Non ci danno pace e non dovremmo dargliene alcuna nemmeno noi. Visto che occupano il mondo con le loro tradizioni oppressive, le regole e le rivendicazioni, noi li seguiamo ovunque con la nostra resistenza e la nostra lotta. Femen è in Ucraina, Francia, Spagna, Germania, Olanda, Svezia, Danimarca, Canada, Messico, Tunisia. E stiamo venendo in Gran Bretagna.

L'unico motivo per costituire un nuovo esercito di Femen in un paese, come il Regno Unito, è quando veniamo chiamate dalle donne. Le donne britanniche sono entrate nel nostro esercito nudo, dicendo "abbiamo bisogno delle Femen nel Regno Unito".

Prostituzione, leggi sull'immigrazione, estremismo islamico nel Regno Unito non sfuggiranno al massacro delle Femen. Che sia la scuola Al-Madinah di Derby o Buckingham Palace, le Femen troveranno sempre il modo di esserci dove c'è bisogno.

Ora, ancor più donne britanniche saranno addestrate e preparate come sex-tremiste. Le strade di Londra saranno occupate dai nostri corpi nudi, colorati dalle nostre rivendicazioni politiche e le nostre corone di fiori colorati. Il femminismo sta tornando sulle strade. Le "suffragette" vengono rimpiazzate dalle Femen!

Vi avverto che saremo estremamente provocatorie, inusualmente politically incorrect, anormalmente coraggiose, accuratamente esigenti e molto stimolanti!

Vai Femen Uk!

Inna Shevchenko

(Traduzione e adattamento di Lorenzo Forlani)

Huffington Post
18 10 2013

Quasi un delitto d'onore. Veli Selmanaj ha ucciso moglie e figlia a colpi di pistola per delle foto ritoccate dove lui non compariva più. Troppo grande l'onta della vergogna, tanto che l'uomo di 46 anni ha deciso per quel gesto estremo. Come riporta il quotidiano "il Centro".

Le ha uccise per vendetta. Prima la bellissima figlia che aveva trovato il coraggio di denunciare anni di abusi sessuali. Subito dopo la madre colpevole di proteggerla. Veli Selmanaj, 46 anni, non sopportava l’affronto di essere stato cacciato di casa dall’ex moglie e dai suoi sei figli. E alcuni connazionali l’avrebbero spinto “a lavare l’onta”. Lui ha scelto di farlo col sangue.

L’episodio scatenante sarebbe nelle foto che alcuni suoi familiari gli hanno fatto trovare nell’abitazione, sotto a un televisore. Tutte immagini con la sua figura tagliata. Questo quanto emerso nel corso dell’interrogatorio davanti al procuratore Maurizio Maria Cerrato e al sostituto Guido Cocco. Mercoledì sera Selmanaj ha esploso sei colpi di pistola. Un intero caricatore di un revolver tedesco calibro 22. Tre proiettili hanno raggiunto Senade Selmanaj, 21 anni. Uno solo è servito a togliere la vita all’ex moglie, Fatime.

L’uomo, muratore e bracciante agricolo, è rinchiuso nel carcere San Nicola di Avezzano (sorvegliato a vista per timore di gesti autolesionistici) con l’accusa di duplice omicidio volontario aggravato e di importazione e detenzione illegale di arma. Per l’avvocato della famiglia, Leonardo Casciere, il delitto «è stato premeditato». Tesi avvalorata da alcune testimonianze. Nel pomeriggio, poche ore prima dell’agguato davanti al discount Todis di Pescina, le colleghe di lavoro delle due donne hanno raccontato di avere visto l’uomo passare più volte davanti allo stabilimento Coltor, nel Fucino.

Veli Selmanaj era stato allontanato dai suoi familiari perché accusato di avere abusato sessualmente di due figlie (fra le quali la ragazza uccisa). Era stato avviato un procedimento giudiziario. Il pm aveva chiesto l’arresto, mentre il gip aveva optato per una misura più blanda (non poteva avvicinarsi ai familiari). Giovedì 28 novembre sarebbe dovuta iniziare la prima udienza del processo. Un passato segnato dal lutto quello dell’assassino di Pescina.

Huffingtonpost
14 10 2013

Ho sempre considerato asfittico il recinto degli argomenti "da donne". Una vita a farti interpellare sugli asili, la moda, i sentimenti. Al massimo l'aborto e il divorzio (più sul personale che sul politico). E poi ancora la bellezza, le dive, il gossip. Domande epocali, tipo: preferisci l'uomo in boxer o in slip?

La letteratura ridotta a: esiste una scrittura femminile oppure no? La politica ridotta a: ma tu sei d'accordo con le quote rosa o ti offendi perché ti senti panda (l'animaletto, non l'utilitaria)?

Essendo persona nota e quindi "attenzionata dai media" dal lontano 1976 ho masticato risposte per decenni. Da un po' di tempo il più gettonato fra i "temi delle donne" riguarda, purtroppo, un dramma epocale e non un vissuto/verità o una sublime frivolezza: il femminicidio, neologismo doloroso che rimanda a un fenomeno radicato nella storia della relazione fra i sessi.
È di ieri l'altro l'approvazione di un decreto legge che inasprisce le pene per gli stalker, prevede una rigida prevenzione, sostiene finalmente le vittime potenziali, prima che la distrazione del mondo le condanni a morte.

Bene. Non sarà risolutivo, ma è già qualcosa.

La Repubblica, 12 ottobre: va in stampa una pagina (la dodicesima) di soddisfazione politica per il decreto legge, in basso al centro c'è l'ultima notizia: "Savona, non accettava la separazione: uccide la moglie e si spara".
Un titolo tragicamente consueto, ma cerchiamo di non considerarlo normale. Non abituiamoci, come ci abituiamo, dopo aver piagnucolato un po', a tutte le catastrofi ricorrenti (vedi barconi che rovesciano donne uomini e bambini, al largo della Sicilia).
Proviamo a non abituarci, e, come chi non si abitua, proviamo a porci qualche domanda. Per esempio: siamo sicuri che basti una buona legge? Io no. Io credo che i femminicidi/suicidi raccontino, più che la vulnerabilità femminile, la fragilità maschile. La terribile debolezza dei maschi.
Io credo che covi da anni, questa malattia non diagnosticata. Da quando le donne, un trentennio prima della fine del secolo scorso, hanno incominciato a ridefinire il loro ruolo nel teatro delle relazioni. Non più soltanto oggetti di desiderio altrui, costrette ad agghindarsi e apparecchiarsi e, eventualmente, annullarsi, pur di non correre il rischio di non essere scelte.

Non più funzioni di vite altre, addette alla manutenzione dell'eros o della prole, ma titolari del diritto di desiderare e scegliere, di sbagliare e interrompere e riprovare. Come gli uomini. Chi è nato dopo non lo sa, ma c'era un tempo in cui le donne venivano comunemente ritenute inferiori. Socialmente erano accettate in quanto figlie, fidanzate, mogli.
Dall'uomo prendevano cognome e collocazione nella scala sociale, sostentamento e protezione. Se tradivano l'uomo che le aveva collocate sostenute e protette, finivano in galera (abbandono del tetto coniugale), fino al 1963.
Se l'uomo, divenuto marito, le tradiva, abbozzavano, perché rientrava nei diritti collaterali di lui, distrarsi con altre. Abbozzavano perché non avevano, tranne rari casi, altro tetto che quello coniugale, sopra la testa. Il dominio maschile era così indiscusso che le separazioni, i divorzi, erano molto meno frequenti di quanto siano oggi. Per gli uomini non c'era convenienza a rompere il matrimonio, le donne non se lo potevano permettere.
Negli anni che innescarono il grande cambiamento, ero una ragazzina, insieme ad una bella percentuale delle infaticabili donne mature del presente. I nostri boyfriends furono i primi a far le spese della rivoluzione fra i sessi. Di colpo, le fanciulle parlavano, amavano, lasciavano. Non difendevano più la loro verginità, avendo sdoganato (grazie dottor Pinkus!) la sessualità dalla riproduzione. Non si relegavano più al ruolo di prede. Si facevano attive, desideravano, guardavano, giudicavano, ridevano. Ogni relazione amorosa si trasformò, in quegli anni, in una palestra dialettica (leggete il magnifico "Vai pure" di Carla Lonzi, ripubblicato recentemente da Et-al). I maschi "maturi" di oggi, hanno, nella maggior parte, fatto tesoro di quegli scontri verbali e carnali.

A nessuno di loro verrebbe in mente di sparare invece che divorziare. I più giovani, senza l'allenamento di una fidanzata femminista negli anni in cui la fatica era anche divertente, si ritrovano in casa donne non arrese, non subalterne.

In superficie, tocca essere tutti d'accordo sulla parità, le pari opportunità, l'equipollenza e le pari dimensioni dei cervelli. Ma sotto, nel profondo, è annidata ancora la vecchia cultura. Io sono un uomo e lei è mia. Non sarà mai di qualcun altro. Piuttosto la ammazzo. Piuttosto mi ammazzo.
E così via. Il femminicidio, vi assicuro, non è un tema per donne. E non è neanche un problema delle donne. È un problema degli uomini. Sono loro che devono riunirsi in piccoli gruppi, tematizzare la loro angoscia, descrivere la perdita di potere nel privato, che subiscono senza parlarne da decenni. Sono loro che devono commentare e approfondire il fenomeno del femminicidio. La violenza contro le donne, non è un problema nostro. È un problema loro.
Huffington Post
11 10 2013

Silvio Berlusconi, attraverso i suoi legali, ha depositato in procura a Milano l'istanza per chiedere l'affidamento in prova ai servizi sociali per scontare la pena definitiva del processo Mediaset.

Gli avvocati dell'ex premier, da quanto si è saputo, hanno fatto pervenire in mattinata la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali all'ufficio esecuzione della Procura di Milano, coordinato dal procuratore aggiunto Nunzia Gatto. Istanza che è stata poi già trasmessa al Tribunale di Sorveglianza.

Berlusconi, lo scorso primo agosto, è stato condannato a 4 anni di reclusione dalla Cassazione nel processo sui diritti tv Mediaset per l'accusa di frode fiscale. Tre dei quattro anni di pena sono coperti dall'indulto e quindi per l'ex premier resta da scontare un anno, per il quale ha chiesto l'affidamento in prova. Il termine per la presentazione, prima che la sentenza diventasse definitiva, scadeva il 15 ottobre.

Ora il fascicolo sarà istruito dal Tribunale di Sorveglianza che seguirà tutti i passaggi fino all'udienza per decidere sulla richiesta di affidamento in prova e sulla proposta da parte dell'ex premier di quale servizio sociale svolgere. Udienza che dovrebbe svolgersi nei prossimi mesi e forse non prima della prossima primavera.

Negli ultimi giorni, intanto, si sono moltiplicati gli inviti al leader del Pdl: tutti lo vorrebbero tra i propri volontari, da Don Mazzi a Gino Strada, che lo inserirebbe volentieri in Emergency in Sudan o a Kabul. L'ultima offerta, in ordine di tempo, viene da Francesco Storace: "Vieni a fare i servizi sociali al Giornale d'Italia. Potresti occuparti della raccolta pubblicitaria, sei un professionista". Ipotesi a cui Berlusconi avrebbe risposto "valuterò".

Il tentativo "affidamento a casa". I legali di Berlusconi, però, stanno lavorando anche alla carta dell'affidamento a casa. Come ha lasciato intendere l'avvocato Coppi, dicendo che Berlusconi "potrebbe anche trascorrere il tempo con un'assistente sociale che poi attesti l'avvenuto recupero". Lo stratagemma per restare a casa consiste nell'impegnare Berlusconi un un "lavoro di pubblica utilità" che possa essere svolto anche nella sua residenza, come ad esempio - suggerisce il Corsera - la stesura di un programma economico per le fasce più deboli della popolazione. In questo caso, il Cavaliere resterebbe a casa, come negli arresti domiciliari, ma potrebbe uscire dopo aver svolto le ore di lavoro stabilite.

I tempi, in ogni caso, saranno lunghi. A decidere sul luogo in cui Berlusconi svolgerà i servizi sociali sarà infatti un tribunale, che prima però dovrà aspettare il completamento dell'istruttoria dell'Uepe (Ufficio di esecuzione penale esterna).

Tris di avvocati: "Tra noi mai nessun dissidio". I tre legali del Cav, intanto, ci tengono a precisare che tra loro non c'è mai stato alcun dissidio. "Leggiamo con vivo stupore le continue 'ricostruzioni' offerte da più giorni dai quotidiani sulla richiesta di affidamento in prova riguardanti il presidente Berlusconi.

Sono continuamente riportate dichiarazioni mai fatte e virgolettati palesemente inventati", dichiarano all'unisono i legali di Silvio, Franco Coppi, Piero Longo e Niccolò Ghedini che aggiungono: "Ma sulla Stampa di quest'oggi con un articolo di Ugo Magri si è addirittura ipotizzato uno scontro fra i difensori per far risiedere il presidente Berlusconi a Roma o Milano. A parte che la prospettazione è di per sé risibile poiché non è certo facoltà degli avvocati bensì del giudice stabilire dove l'eventuale affido sarà concesso, ma il luogo per gli avvocati è del tutto irrilevante. Comunque - proseguono - non c'è stata mai la benché minima differenziazione sulle strategie da adottare che sono sempre state tutte condivise e concordate in ottima armonia e piena collaborazione. Mai vi è stata una sola ragione di dissidio nel collegio di difesa nè mai vi è stata una decisione assunta in contrasto".



Huffington Post
10 10 2013

Una piccola storia "scolastica" ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica, e in particolare delle famiglie con figli piccoli in età scolare. Una storia che fa riflettere sulla necessità di un'etica pubblica nelle nostre istituzioni, a partire da una struttura di base come la scuola elementare pubblica.

L'istituto Francesco Guicciardini di Roma, al momento di realizzare la composizione delle classi di prima (i cui principi sono stabiliti da norme ben precise) riesce, in spregio a questi regolamenti, a dare vita a una classe formata da 13 bambini e una bambina, figlia di genitori stranieri.

Inutile raccontare lo scompiglio e l'indignazione dei genitori dei bambini, sia di quelli italiani sia stranieri. Sono apparsi servizi in prima serata al Tg1, articoli su importanti quotidiani nazionali, dichiarazioni degli amministratori locali di regione e comune.

La ragione è evidente. Se i regolamenti prescrivono che ci siano classi "armoniose", nella composizione di genere non è per creare problemi alla dirigenza della scuola Guicciardini. È per non costruire ghetti, dando vita a situazioni di esclusione e disagio per i bambini.

Una sola bambina in mezzo a tanti bambini può andare incontro a una situazione di solitudine, con serie e gravi conseguenze in un'età molto delicata. Tutte argomentazioni che la preside Rosetta Accetto sembra, secondo quanto raccontano i genitori, non condividere.

Nonostante le tante sollecitazioni, pare che la dirigente scolastica abbia sempre rifiutato di ricevere le famiglie coinvolte, almeno sino a quando il caso non è stato sollevato dai media. Altrettanto indifferente sembra essere stato l'ufficio provinciale scolastico, dove il dirigente avrebbe ricevuto i genitori per ben due minuti (120 secondi), prima di congedarli.

I rumors all'interno della scuola raccontano che la Ia A sia in realtà una classe residuale, di risulta, dove sono andati coloro che non avevano "santi in paradiso", insomma i non raccomandati. Sarebbe una grave violazione di quell'etica pubblica indispensabile per l'azione di ogni funzionario pagato dalla collettività, nelle grandi come nelle piccole cose.

Siamo certi, e ci auguriamo, che la preside Accetto possieda quell'etica e ripari al suo errore, certamente non volontario, riportando l'equilibrio in una comunità scolastica sconvolta da questo episodio.

Nel frattempo, per chiarire la vicenda, abbiamo presentato un'interrogazione parlamentare al ministro Carrozza. È una storia piccola, ma non da poco. Nell'Italia di oggi anche il benessere di una singola bambina diventa importante per la nostra vita collettiva.

Marianna Madia

Felicità!

Huffington Post
10 10 2013

Una magnifica giornata: intensa, piena, vera. Noi due finalmente spose dopo 32 anni d'amore, di lotte, di impegni.

La nostra famiglia, i nostri amici, i nostri figli insieme per questa giornata speciale e bellissima, che sempre rimarrà nella nostra vita come un momento perfetto.

La condivisione pubblica del nostro amore e del nostro impegno di vita e finalmente la un pò di serenità per il futuro, per la gestione dei nostri beni, per la successione ai nostri figli e, il più importante, la possibilità consentita dalla legge di potere adottare i nostri figli.

Siamo semplicemente felici, e questa felicità non può essere negata ad altri cittadini italiani solo perché non hanno un altra cittadinanza o un altra residenza europea. La nostra battaglia continua, intanto godiamo di questo meraviglioso momento.

Grazie Francia.

Giuseppina La Delfa

Huffingtonpost
07 10 2013

Nella scuola media in cui insegno oggi si è osservato il minuto di silenzio in ricordo dei migranti morti nel tentativo di raggiungere Lampedusa. Questa mattina entrando in classe ho deciso che avrei dedicato una parte della lezione a spiegare ai miei alunni perché tutta Italia si sarebbe fermata alle 12,00 e avrebbe osservato quel minuto di silenzio.

Volevo che capissero a fondo qual era il valore di quel gesto e perché quella tragedia ci riguardava tutti. Temevo che non fosse loro affatto chiaro e non c'è niente di più inutile e fallimentare che chiedere a degli adolescenti di provare empatia acritica, a comando degli adulti per fatti di cui non capiscono il senso.

I miei timori erano del tutto fondati: le motivazioni politiche, sociali ed economiche per cui c'è questo flusso migratorio dall'Africa verso l'Europa erano fondamentalmente semisconosciute ai miei studenti.
Nella migliore delle ipotesi queste persone venivano da loro descritte come "in cerca di un futuro migliore" affermazione certamente vera ma che non ha alcun significato reale senza conoscere il secondo termine di paragone e cioè il "presente" di sofferenza e di dolore da cui questi esseri umani fuggono. La cosa che però in assoluto mi ha più colpita, e fatta intimamente alterare, è stata un'altra.
Ho chiesto ai miei studenti di raccontarmi come avevano appreso questa notizia. La maggior parte, ovviamente, ha dichiarato di averlo saputo dalla TV attraverso i telegiornali e quando ho chiesto loro se potevano raccontarmi come era stata data la notizia una delle mie studentesse più brave ed attente ha esordito prontamente con "Hanno detto che c'era un gruppo di CLANDESTINI....".

Questa parola è risuonata immediatamente nel mio cervello ed ha acceso il segnale di allarme. "Di clandestini?" ho chiesto "hanno detto proprio così?" e loro: "sì. Prof. quelli che non potrebbero stare in Italia...."
A quel punto ho pensato che l'etichetta di "clandestini" intenzionalmente appiccicata a questi poveri, disperati Esseri umani che sono morti a centinaia a poche miglia dalla costa italiana proprio non la potevo accettare.
È una questione di ecologia del linguaggio, ai miei studenti questo messaggio non sarebbe passato. Ho così guidato la discussione fino a che, in breve tempo, sono arrivati da soli a capire quale trappola si nascondeva dietro quella parola che loro stessi ripetevano in modo non troppo meditato. "Secondo voi perché al telegiornale hanno usato la parola clandestini?" Sguardi perplessi, silenzio. "Cosa vuol dire "clandestino", ha un 'accezione positiva o negativa?" "Negativa Prof.! Ci stanno suggerendo che in fondo queste persone stavano facendo qualcosa che non avrebbero dovuto fare..." dice uno di loro e l'altro conclude pensoso "e che, quindi, in fondo se la sono un po' cercata...". Esatto.

Di nuovo silenzio e sguardi attenti. Qualcuno si ribella "Ma Prof. Ma anche se erano clandestini non si meritavano di morire! Sono esseri umani, qualcuno li doveva aiutare!". "Non tutto è perduto" penso mentre osservo la loro ritrovata indignazione, la discussione è poi proseguita cercando di approfondire quegli aspetti poco spettacolari ma di grande importanza nel cercare di capire il fenomeno migratorio davanti al quale ci troviamo da anni. Alla fine della lezione qualcuno si è avvicinato e mi ha detto: "Grazie Prof. per questa lezione."
 
Esco dalla classe soddisfatta del lavoro fatto ma non posso fare a meno di pensare con tanta amarezza che loro sono solo 25 di quelle centinaia di migliaia di persone che ieri avranno sentito il loro stesso servizio in TV e a cui, più o meno blandamente, è stato suggerito che in fondo potevano risparmiarsi le lacrime perché i "clandestini se la sono cercata".

Ci vorrebbero un po' meno lacrime ed inutile sensazionalismo ex post e un po' più di attenzione, soprattutto nel linguaggio, ex ante. Perché le lacrime passano in fretta le coscienze invece restano sveglie a lungo, talvolta, per sempre.

Huffingtonpost
29 09 2013

Una vera ossessione: come definire diversamente l'attenzione pressoché costante, e di certo non benevola, di Roberto Calderoli nei confronti del Ministro per l'Integrazione? Così, dopo mesi di silenzio, papà-Kyenge, preoccupato per la sorte della figlia come ogni buon genitore, ha organizzato una bella preghiera collettiva (macumba? rito vudù?) per liberare l'esponente leghista dallo spirito malvagio che lo guida costantemente all'assalto della povera Cécile. Ed ecco che l'altro giorno il Ministro è sbarcato negli studi de L'Aria che tira e ha riconosciuto a favor di telecamera, tanto candidamente quanto sorprendentemente, che ad essere immortalato nella foto, scattata in un lontano villaggio del Congo, era proprio suo padre. Dopo il primo momento di stupore, sembrava dunque tutto chiaro. Ma in realtà, anche questa volta la reazione dei leghisti non si è fatta attendere. D'altro canto, possiamo davvero dire di non essere sorpresi che che un Ministro della Repubblica si difenda da attacchi e insulti (peraltro particolarmente triviali) con riti tribali praticati a qualche migliaio di chilometri da noi?

Ed allora si pongono alcune domande: nell'Italia del 2013 si poteva evitare che la nomina di un Ministro di colore, il primo nella storia del nostro Paese, fosse accompagnata da un nugolo di persistenti polemiche?  Purtroppo no, almeno fin quando xenofobi e razzisti siederanno in Parlamento e l'Italia non farà un decisivo e definitivo passo avanti nel segno della civiltà. Del resto, leggendo le dichiarazioni e i comunicati stampa di alcuni nostri politici, sareste così sicuri che sono trascorsi 80 anni dall'invasione fascista dell'Etiopia al grido di "Faccetta nera"? Ancora una volta, la risposta è no, purtroppo no.
Polemiche a parte, però, l'integrazione è un tema complesso, che un Paese come l'Italia, meta privilegiata di migranti regolari e irregolari, non può non affrontare. E allora che sta facendo il Ministro Kyenge? Ha forse ragione il politologo Giovanni Sartori che ha messo in dubbio la sua competenza e l'opportunità che nel nostro Governo sieda una persona che parla l'italiano con qualche difficoltà? Fino ad ogg, in attesa di prendere confidenza con la macchina ministeriale e definire le sue prossime linee di intervento, Kyenge aveva deciso di non rispondere.
Ma l'altro giorno a L'Aria che tira l'occasione era ghiotta e dribblare le domande era difficile. Certo, il Ministro ha chiarito che è stato il suo curriculum e non il colore della pelle a farle guadagnare il posto al Governo. Perché lei è sì medico oculista, ma l'inizio della sua carriera è stata proprio come attivista per i diritti umani, volontaria in alcuni ospedali dell'Africa, mentre l'ingresso in politica risale al 2004, con l'impegno in progetti di cooperazione internazionale e di integrazione. Quanti Ministri di questo o di altri Governi possono contare su un'esperienza ventennale nelle materie di loro competenza? Davvero non molti...
Benissimo! Le premesse sono chiarite. E poi? Cosa farà il Ministro dell'Integrazione nel poco tempo (giorni, settimane o mesi) che gli resta? Temiamo non molto e ad attendere Cécile Kyenge c'è un vero e proprio percorso a ostacoli. Anche perché la maggioranza che sostiene il Governo è pronta a spaccarsi sulle questioni dell'integrazione quasi quanto lo è sulle vicende processuali di Berlusconi. Ma se è certo che nessuna riforma epocale della giustizia verrà approvata nei prossimi mesi, il Parlamento potrebbe presto trovarsi a discutere di cittadinanza, tra ius soli e ius sanguinis. E allora sì che Kynge dovrà dimostrare di possedere anche una raffinata capacità di mediazione e un intuito politico degno dei più navigati conoscitori delle aule parlamentari. Per adesso, il Ministro si è limitato a dirci che la proposta di una consigliera comunale di Bologna di sostituire le parole "padre" e "madre" con "genitore" nei moduli scolastici non ha niente a che fare con lei.
Messe a tacere le polemiche, quale sarà il suo prossimo passo?

 

 

Huffington Post
27 09 2013

Da Ikea il coming out - ossia la propria dichiarazione di omosessualità, uno dei momenti più delicati nella vita di un essere umano - è diventato una procedura burocratica. E lo si fa tramite apposito modulo all’ufficio del personale.

È una di quelle notizie che normalmente farebbero saltare sulla sedia tutti insieme sindacalisti, avvocati dei diritti degli omosessuali e garante per la protezione dei dati personali. Invece non succede: per quanto dubbia possa apparire l’idea di una pratica volta a formalizzare il proprio orientamento sessuale, infatti, la modalità (del tutto volontaria) e le motivazioni paiono - per così dire - “buone e giuste”.

“Un anno fa abbiamo esteso alle coppie ‘di fatto’, sia etero che Lgbt , l’accesso agli stessi vantaggi di quelle regolarmente sposate”, spiegano da Ikea all’Huffington Post. E i più significativi fra questi sono: il permesso per la nascita dei figli del partner, quelli legati a emergenze famigliari e lutti del partner, il congedo matrimoniale, buoni acquisto riservati a chi si sposta o inizia una convivenza, estensione al partner dello sconto dipendenti, e della tutela sanitaria prevista per i dirigenti.

Insomma, la burocratizzazione del coming out, per la falegnameria multinazionale, si rivela solo un passaggio necessario a offrire questi benefit. Il risultato è che, con discrezione, un’apertura mentale tipicamente scandinava e un po’ di quel sano spirito capitalista che trae profitto dalla serenità sul luogo di lavoro, gli svedesi estendono di fatto dei nuovi diritti al lavoratore. Indipendentemente dal fatto che la sua famiglia rispecchi o meno i canoni “in voga” nel nostro ordinamento.

Ivan, ad esempio, lavora già dal 2006 al negozio Ikea di Bologna. Ha 36 anni e convive con il suo compagno da più di quattro. “Appena ho scoperto l’esistenza di questi benefit sono andato all’ufficio risorse umane e ho fatto richiesta sia del buono per le coppie conviventi che per l’estensione dello sconto al partner. Non l’ho fatto tanto per i 150 euro, ma per una questione personale. Per sentirmi riconosciuto anche sul lavoro, come in famiglia”. “La cosa positiva – racconta – è che a Ikea non noto alcuna differenza di trattamento. Né in positivo, tipo ‘effetto panda’, né in negativo, come invece succedeva quando lavoravo in banca, e dovevo stare attento a quello che dicevo e a dove lo dicevo”.

Un clima testimoniato anche da “Margherita”, che in un negozio Ikea ha lavorato di recente: “Ho intrapreso il percorso per il cambiamento di sesso tanti anni fa, ma in quell’ambiente lavorativo non ho mai incontrato problemi con nessuno, dal direttore dello store all’ultimo assunto. È un’azienda molto aperta”.

Ma come funziona questo insolito “coming out burocratico”? “Vai all’ufficio – spiega Ivan – gli porti un certificato anagrafico in cui viene indicato dove vivi tu e dove vive il tuo partner, e l’importante ovviamente è che l’indirizzo sia il medesimo. A quel punto l’ufficio del personale fa richiesta di emissione del buono”. Facile e indolore, quindi. Tuttavia l’iniziativa non sta ancora riscuotendo successo. Infatti il numero di dipendenti lgbt che hanno fatto richiesta di questi benefit è oggettivamente basso.

In particolare, se si prende i dati del congedo matrimoniale, a fronte dei 120 dipendenti etero che ne hanno fatto richiesta, solo tre dipendenti Lgbt hanno fatto lo stesso. “Quindi siamo 40 a 1. Davvero pochi – concludono dall’azienda – soprattutto se pensiamo che, secondo i risultati della ricerca svolta un paio di anni fa in collaborazione con Parks in tre punti vendita [cioè Bologna, Roma e Catania, ndr], la percentuale di chi si dichiarava lgbt era invece del 10% circa. Quindi a 9 dipendenti etero ne corrispondeva 1 lgbt”.

Come ci si riduce allora a quello sparuto gruppo che nel corso di un anno intero si è deciso ad affacciarsi all’ufficio del personale?
“Il fatto è – ipotizzano in azienda – che le risposte al questionario erano anonime. Quindi molto probabilmente c'è un tema legato all’outing sul posto di lavoro. Anche se siamo in Ikea”.

Interpretazione condivisa da Flavio Romani, presidente di Arcigay , che ricorda come queste aperture “d’importazione” arrivino in un paese dove il lavoratore è ancora restio a dichiararsi, perché scottato da una discriminazione con cui “è legittimo supporre che tutte le persone Lgbt si trovino prima o poi a fare i conti”. “Il riconoscimento offerto dall'azienda all'identità e alle relazioni dei lavoratori Lgbt viene quindi negativamente controbilanciato – riflette Romani – da una mentalità in cui quel riconoscimento non solo manca, ma porta tuttora con sé uno stigma sociale”.

“Da questo punto di vista Ikea, inconsapevolmente, fa molto di più che riconoscere un benefit a un dipendente: in un certo senso lo affianca nel cammino di rivendicazione della propria identità. Perché contro le discriminazioni – conclude – tanto possono le leggi, ma altrettanto possono le buone pratiche, ammesso che vengano condivise nella rete delle imprese e non restino casi isolati".

Così in Italia, mentre la legge sull’omofobia arranca in parlamento, il diritto al matrimonio e a una famiglia per i lavoratori Lgbt, è già realtà. Almeno per seimila persone.

Stefano Pitrelli


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