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HUFFINGTON POST

Huffington Post
27 09 2013

Basta guardare il film di Abdallah Yahya per capire come mai questo giovane regista tunisino è in prigione oggi, dal 21 settembre, e in attesa di processo. E con quale accusa, o meglio, con quale "scusa".

Si chiama Noi siamo qui ed è un documentario su uno dei quartieri popolari di Tunisi a pochi chilometri dal centro città, Jebel Jloud: quei pochi chilometri che fanno di una breve distanza la giusta misura della perdita della speranza, per giovani disoccupati e giovani artisti, che si ritrovano spesso a fumare le canne nel quartiere della "droga dominio popolare".

Abdallah non ha paura, rischia e il documentario parla sia della solidarietà dei giovani liceali con le regioni interne marginali della Tunisia, sia dei prezzi del fumo, di come si procura e a chi si vende. Eppure tutti sanno che anche solo per consumazione personale si finisce un anno in prigione. E anche le persone che prestano la loro voce al film rischiano.

Abdallah non ha avuto paura allora, ma ora è in prigione con la stessa accusa, quella di aver fumato. Ha girato l'Europa con il suo documentario, e adesso è lo Stato tunisino ad avere paura di lui, in attesa dell'uscita del suo prossimo film: paura delle immagini reali che questi registi mostrano, dei loro e nostri quartieri. Delle parole dei rapper contro giudici e poliziotti corrotti. Delle inchieste e dei fumetti.

Neanche Nejib ha avuto paura: è stato come tanti nostri coetanei tra i primi a scendere in piazza nel dicembre 2010, iniziando anche quel cyberattivismo che ha sfidato una dittatura e che ha invitato altri a scendere in piazza, a non temere, a urlare. Oggi Nejib si apprestava a presentare un documentario sulla storia dei giovani tunisini dispersi in mare, nel tentativo di raggiungere l'Italia nel 2011.

Il viaggio di Nejib comincia anch'esso dai quartieri popolari di Tunisi, a intervistare le madri e le sorelle dei dispersi. Prosegue in Italia all'incontro della delegazione di famiglie tunisine che chiede giustizia direttamente allo stato italiano, sordo tanto quanto quello tunisino. Tra le tappe di Nejib e del suo collaboratore, ingegnere del suono Yahya Dridi, non manca neanche il CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione) di Milo, in provincia di Trapani, che trattiene per la maggior parte tunisini. Oggi sono entrambi in carcere, insieme ad Abdallah.

Insieme a loro Slim Abida, il bassista che lavorava alla colonna sonora del primo film di Nejib; Eskander e Mahmoud, altri due musicisti, Eya e Amal, due studentesse, attiviste e amiche. Erano queste otto persone, questi otto artisti, questi otto colleghi, queste otto voci dissidenti della società tunisina, nella stessa casa, la casa di Nejib e Yahya.

La sera prima nello stesso domicilio era stato rubato l'hard disk di Nejib che conteneva le immagini filmate dal 2010 in poi, e il montaggio terminato del film in uscita. Ma è la notte dopo il furto che la polizia piomba in casa alle quattro del mattino cogliendoli in flagrante: comporre musica per il film di Nejib. Ma anche fumare, quelle canne che ti portano in prigione, senza vie d'uscita.

Ma quella dello stato tunisino di oggi è solo repressione: arrestare per fumo quelle persone che da un mese sostengono il loro amico, attore e produttore dei loro lavori (con la sua casa di produzione "Dyonisus"): Nasreddine Shili. Lui non fumava la notte a casa, ma è stato arrestato in pubblico per aver tirato le uova al Ministro della Cultura, Mehdi Mabrouk. Così come il cameraman di questa scena, Mourad Maherzi, poi per fortuna rilasciato. Anche Nasreddine la notte del 24 settembre è stato liberato temporaneamente dopo un mese di carcere, ma è ancora in attesa del processo.

Non è la trama di un film: forse quando usciranno di prigione, avranno già la sceneggiatura pronta. È la realtà degli artisti tunisini.

Quelli che hanno veramente paura sono però al governo, perché non sopportano che siano le immagini dei quartieri popolari, dei disoccupati, delle madri degli Harraga (i migranti che partono via mare) a dirla lunga sul paese.

Durante il regime di Ben Ali era stato censurato il film "Essaida" (1996) di Mohammed Zran che narrava la storia di un pittore dei quartieri bene che conosce un giovane del quartiere popolare, che dà il titolo al film, in cui poi decide di trasferirsi per ispirarsi per i suoi dipinti. La miseria era descritta realisticamente con una tinta feroce e impietosa. Al cinema erano accorse migliaia di persone, da tutti i quartieri: un successo fenomenale. Era l'immagine di una Tunisia vera, ma il regime sosteneva che quella immagine falsificava la realtà del Paese sotto Ben Ali.

Torna a spaventare prepotentemente la libertà d'espressione, nel paese di una repressione sempre più feroce, diretta, efficace. Torna e ritorna il carcere negli incubi dei giovani, ma non abbastanza da cancellarne i sogni e arrestarne la creazione. Torna pesantemente nell'anno di due omicidi politici: quello dei leader dell'opposizione Chokri Belaid (6 febbraio) e Mohamed Brahmi (25 luglio, festa della Repubblica in Tunisia), quest'ultimo membro dell'assemblea costituente. A seguito di questo secondo omicidio, è nato un sit-in permanente al Bardo, di fronte all'Assemblea Nazionale, di cui la piazza chiedeva lo scioglimento.

Era là che osservava Nejib. Era là che filmava Mourad. Era là Nasreddine. Era là che migliaia di tunisini si chiedevano e si chiedono chi fossero i responsabili degli omicidi, quale sarà la data delle elezioni legislative, quando la giustizia sociale regnerà. Ancora non è stata data nessuna risposta, nell'altalena politica del presunto dialogo nazionale tra governo e opposizione che paralizza l'avanzamento dell'assemblea, tra la recessione economica e lo stato d'emergenza dichiarato per gli episodi di terrorismo sul Monte Chaambi e altrove.

L'apparato giudiziario e poliziesco del vecchio regime continua ad agire, sia per cittadini dell'interno marginalizzato del paese, manifestanti e disoccupati, che per gli artisti della capitale e non solo.

Parimenti non si è scalfita l'indipendenza né si è sbiadito il coraggio di chi, con Internet, con i sassi o con il teatro, continua a far tremare i loro inquisitori.

Marta Bellingreri

Huffington Post
26 09 2013

"Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d'accordo, possono sempre mangiare la pasta di un'altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri", così Guido Barilla ai microfoni di Radio24, rispondendo a una domanda sul perché l'azienda non abbia mai fatto spot con protagonisti omosessuali.

Immediatamente sul gruppo si scatena una bufera, con le associazioni gay e alcuni deputati che invitano i consumatori a boicottare il marchio lanciando l'hashtag #boicottabarilla.

Più tardi arrivano le scuse di Guido Barilla. "Con riferimento alle mie dichiarazioni rese ieri a La Zanzara, mi scuso se le mie parole hanno generato fraintendimenti o polemiche o se hanno urtato la sensibilità di alcune persone. Nell'intervista volevo semplicemente sottolineare la centralità del ruolo della donna all'interno della famiglia. Per chiarezza desidero precisare che ho il massimo rispetto per qualunque persona, senza distinzione alcuna. Ho il massimo rispetto per i gay e per la libertà di espressione di chiunque. Ho anche detto e ribadisco che rispetto i matrimoni tra gay. Barilla nelle sue pubblicità - conclude la nota - rappresenta la famiglia perché questa accoglie chiunque e da sempre si identifica con la nostra marca".

Ormai, però, il patatrac è fatto. Sulla rete rimbalza l'audio delle dichiarazioni del presidente. "Abbiamo una cultura vagamente differente", spiega Mr Barilla a La Zanzara. "Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei valori fondamentali dell'azienda. Non faremmo mai uno spot con una famiglia omosessuale, perché per noi la famiglia è quella tradizionale. Se ai gay piace la nostra pasta e la nostra comunicazione, la mangino. Altrimenti, se non gli piace quello che diciamo, non la mangiassero e ne comprassero un'altra. Non si può piacere sempre a tutti".

E ancora: "La famiglia a cui ci rivolgiamo noi è la famiglia classica, in cui la donna ha un ruolo fondamentale" ("quello di madre, moglie, amante, nonna, persona che si prende cura della casa", come specificato dal manager all'inizio dell'intervista). Parole che fanno infuriare la comunità gay italiana (e non solo). In poco tempo su Twitter si diffonde l'hashtag #boicottabarilla, e il social network è invaso da cinguettii contro l'azienda. "Dove c'è #Barilla c'è casa, ma non per gli omosessuali", recita un tweet.

L'azienda: "Parole strumentalizzate. Il presidente ha anche detto che rispetta il matrimonio gay". Dall'azienda fanno però notare come il presidente abbia anche detto di avere "rispetto per gli omosessuali" e anche per il matrimonio gay.

"Rispetto tutti, che facciano quello che vogliono senza infastidire gli altri. Ognuno ha diritto a casa sua di fare quello che vuole, senza disturbare le persone che sono intorno". E ancora: "Io rispetto il matrimonio omosessuale, perché tutto sommato riguarda persone che vogliono contrarre matrimonio. Una cosa che non rispetto assolutamente è l'adozione nelle famiglie gay, perché questo riguarda un individuo diverso dalle persone che decidono".

Mr Barilla: "Boldrini parla di pubblicità senza averne le competenze, è patetico". Ma Guido Barilla ne ha per tutti, a cominciare dalla presidente della Camera Laura Boldrini. "La pubblicità è una cosa molto seria, va discussa da persone competenti", spiega il presidente della Barilla, secondo il quale l'intervento della Boldrini contro le pubblicità che mostrano donne servire in tavola è "patetico". "Un presidente della Camera che si mette a parlare di pubblicità, senza peraltro averne le competenze, è abbastanza patetico".

La protesta delle associazioni gay, #boicottabarilla. "Raccogliendo l'invito del proprietario della Barilla a non mangiare la sua pasta, rilanciamo con una campagna di boicottaggio di tutti i suoi prodotti", afferma in una nota Aurelio Mancuso, presidente dell'associazione omosessuale Equality Italia, sulle parole di ieri sera di Guido Barilla alla trasmissione radiofonica La Zanzara.

"Nessuno ha mai chiesto alla Barilla di fare spot con le famiglie gay, è evidente che si è voluta lanciare una offensiva provocazione per far sapere che si è infastiditi dalla concreta presenza sociale, che è anche un segmento importante di consumatori", conclude Mancuso.

Alle critiche di Equality Italia si accompagnano delle del Gay Center. "Dopo le dichiarazioni di Guido Barilla ci chiediamo se dovesse scegliere come testimonial tra Obama e Giovanardi chi sceglierebbe. Il primo è a favore dei matrimoni gay, il secondo è un omofobo. Alla Barilla scegliere le strategie di comunicazione migliori", dice Fabrizio Marrazzo, portavoce di gay center.

Alessandro Zan (Sel): "Parlamentari aderiscano al boicottaggio". Sulla polemica interviene anche Alessandro Zan, deputato di Sel ed esponente del movimento gay, che invita i parlamentari ad aderire al boicottaggio. "Ecco un altro esempio di omofobia all'italiana. Aderisco al boicottaggio della Barilla e invito gli altri parlamentari, almeno quelli che non si dimettono, a fare altrettanto. Io comunque avevo già cambiato marca. La pasta Barilla è di pessima qualità".

Secondo il deputato Pd Ivan Scalfarotto, "è deprimente che un imprenditore abituato a fare affari e a vendere in tutto il mondo dica cose come quelle che ho sentito da Guido Barilla. Il rispetto per i suoi consumatori e i suoi lavoratori, tra i quali ci sono persone di ogni nazionalità, cultura e orientamento sessuale, avrebbe dovuto dargli la prudenza di non lanciarsi in una filippica omofobica".

Per il deputato Dem, quello di Mr Barilla è stato un vero e proprio autogol. "La comunità degli affari in tutto il mondo sa che le persone LGBT producono e consumano come tutte le altre persone. Rinunciare a vendere a quel segmento di mercato è un modo di fare ideologico e autolesionistico, se solo si considera che le parole di Barilla si sono rivolte non solo ai gay e alle lesbiche, ma anche ai loro amici e familiari. Un bel pezzo di mercato a cui rinunciare - prosegue Scalfarotto - Comunque, davanti a un invito così diretto non resta che aderire all'invito di Barilla di non acquistare più prodotti del suo gruppo, inclusi marchi come Voiello. Io, da oggi, certamente non li acquisterò più".

Giulia Belardelli



L'omofobia e quelle indelebili cicatrici sul cuore

Huffington Post
20 09 2013

Nei giorni in cui si discute di legge contro l'omofobia, capita di riflettere sulle proprie cicatrici, segni che rimangono impressi per tutta la vita, alcune visibili, altre invisibili. Non siamo nel film "Scarface" di Al Pacino ma nella vita di tutti i giorni. Ciascuno ne ha una, come tutti. Quando ci si guarda allo specchio, duro e così spudoratamente sincero, ricordano cosa si è stati e cosa è inciso nella carne, cosa è inciso negli occhi.

Può essere la cicatrice di un sopracciglio, procurata per un banale insulto, una battuta su un amico che difendi, in un sabato sera qualunque trascorso a ballare. Col risultato di un segno che ti porterai per sempre, frutto della stupidità che sfocia nella violenza omofoba. Una notte improvvisamente piombata nel silenzio assordante; una sconfitta per un gesto gratuito. Si smarrisce il senso del rispetto verso l'altro, e basta davvero poco per colpire la diversità per paura, per ignoranza, senza capire che è la diversità di ciascuno che ci rende straordinariamente unici.

E poi ci sono loro: cicatrici del cuore, laddove l'amore non riesce a scavalcare muri troppo alti come quelli dell'omofobia verso se stessi. Pur avendo lottato sino all'ultimo filo di energia, brucia la sconfitta di vedere intatto quel nodo che a volte stringe la gola di chi non accetta la propria natura. Chi distrugge invece di costruire la propria strada, la propria felicità, il proprio futuro e si rifugia nel silenzio assordante ed artificiale di una coscienza prostrata, per fuggire da sé. Impossibile, inutile.

Ciascuno di noi ha bisogno di ricordare chi è: quel piccolo grande segno sulla carne o nel cuore che può averti cambiato la vita ti insegna a non dimenticare, e magari a ridere mentre piangi. Esattamente come è successo a noi: Giovanni, Giuliano e chissà quanti altri. Dare voce a chi non ne ha, a chi ha paura di raccontare e di raccontarsi, non riuscendo a rimarginare delle ferite che non diventano cicatrici.

Non sempre ci si rende conto che dietro un dibattito come quello che c'è in Parlamento e nel Paese sull'omofobia, ci sono storie, cicatrici, a volte ferite di persone vittime del pregiudizio. Piccole e grandi, troppo spesso avvolte dal silenzio. Eppure una società aperta è quella che include le differenze, di ogni tipo. Non basta certo una legge, pur attesa da trent'anni, per risolvere una questione culturale.

Che si affronta con una seria strategia di lotta alle discriminazioni di genere e di orientamento sessuale. Perché il nodo è la libertà di essere e vivere se stessi, senza discriminazioni. Ed è una libertà che si conquista ogni giorno e non toglie nulla, e non deve togliere nulla, a quella sacrosanta libertà di confrontarsi anche con chi ha i pensieri più distanti dai nostri. Senza che questo si trasformi in violenza contro se stessi o contro gli altri.

Cicatrici, bellezza, unicità: saranno la parte più sensibile ma anche quella più forte di noi. Per vivere senza la paura di essere quello che si è. "È sempre bellissima / la cicatrice / che mi ricorderà / di esser stato felice ", per dirla con i Subsonica.

Giuliano Gasparotti e Giovanni Licchello

#Femminicidio, il decreto va cambiato

Huffington Post
19 09 2013

Il governo delle larghe intese ci ha abituato ai decreti omnibus, veri e propri zibaldoni dai contenuti più diversi. Lo ha fatto anche con il femminicidio che sta dentro un decreto "sicurezza" che contiene incomprensibilmente anche norme sulle proteste contro la Tav, sugli stadi, l'organizzazione delle Province, l'inasprimento delle pene per furti di rame. Un quadro ancora più indigeribile del solito.

E questo perché quando si vuole legiferare sul corpo delle donne il simbolico gioca un ruolo primario: pensare di utilizzarlo, come si fa in questo decreto "sicurezza", come specchietto per le allodole per far passare tutto il resto è molto grave. Per una ragione di forma e di sostanza: perché ci restituisce in maniera plastica l'idea di come la politica istituzionale in questi anni sia rimasta cieca e sorda davanti alla denuncia pubblica delle donne.

Colpevolmente. Perché, come hanno giustamente ribadito tutti i soggetti ascoltati nelle audizioni delle commissioni parlamentari, "nessuno poteva non sapere": i fatti di questi anni dimostrano in maniera inequivocabile che la violenza contro le donne non si contrasta con un approccio securitario, ma attraverso la prevenzione, la formazione e il rafforzamento delle strutture già esistenti. E invece in questo decreto non c'è la scuola, non ci sono i servizi sociali, non c'è la rete dei centri antiviolenza (che è in grave difficoltà, come sto verificando nel tour #restiamovive) e e dei centri per gli uomini maltrattanti (com'è stato sperimentato a Torino e in altre città italiane). Piuttosto è un insieme di maggiori poteri alla polizia giudiziaria e di aggravanti processuali.

Su un punto in particolare, e mi riferisco alla "irrevocabilità della querela" spacciata per una rivoluzione positiva, non si tiene in nessun conto della volontà della donna che, invece, viene lasciata sola ad affrontare quello che è molto simile a un "inferno". Perché gli uomini denunciati dalle donne sono compagni, mariti, padri. E quindi, se non si interviene sul sostegno economico, sull'assistenza e le si vincola, si crea un effetto contrario: farle decidere di non denunciare per la paura della finitezza di questo gesto. L'impossibilità di poter cambiare idea mette ancora più angoscia: la paura di "rovinare" le vite dei loro uomini.

Tutto ciò alla luce ha ancora più valore se si pensa che il 75% dei casi di femminicidio era stato preceduto da segnalazioni alle istituzioni. Cosa ha fatto lo Stato per queste donne? E come sarà accanto a loro se dovesse passare questo decreto "sicurezza"?

Bisogna allora intervenire a sostegno di chi deve operare ed opera insieme alle donne vittime di violenza per capovolgere questo sguardo. Sapendo che non è facile perché interviene dentro una relazione sentimentale. Anche per questo motivo sarebbe stato importante introdurre, già in questo decreto, l'educazione sentimentale nelle scuole (proposta di legge che ho già depositato), il potenziamento dei centri antiviolenza, l'istituzione dei centri per uomini maltrattanti, il rafforzamento delle politiche sociali territoriali e la formazione continua per magistrati e forze dell'ordine. Tutti strumenti che intervengono da una parte sulla prevenzione del fenomeno e dall'altra sulla protezione della vittima nel suo percorso di liberazione dalla violenza.

È necessario allora - come chiedono anche tutte le donne impegnate contro la violenza - cambiare radicalmente questo decreto. Non potremo votare un provvedimento in cui violenza sessuale, stalking, violenza di genere sono usati come se fossero sinonimi. Senza neppure distinguere livelli e i piani del linguaggio. Oppure continueremo, come sempre, a non ascoltarci e a parlare con lingue incomprensibili e avremo soltanto l'ennesima - e inutile per le donne - legge spot per questo governo.

Celeste Costantino

Huffington Post
13 09 2013

Tre operai morti: è questo il bilancio, ad ora, di un'esplosione che si è verificata nel pomeriggio alla Ilsap Biopro di Lamezia Terme.


Si tratta di un impianto di produzione di olii raffinati. Sul posto le squadre dei vigili del fuoco di Lamezia Terme e Catanzaro. Mentre i corpi dei due operai deceduti sono stati recuperati immediatamente, il terzo uomo era stato trasportato al pronto soccorso dopo esser stato portato fuori dall'edificio. Il terzo operaio è deceduto in ospedale, la mattina di venerdì.

Al momento non è chiaro se all'interno del fabbricato in cui si è verificata l'esplosione, per cause ancora da accertare, ci siano altre persone.

"Il primo pensiero va alle vittime dell'incidente sul lavoro ed ai loro cari. Il tragico episodio ci testimonia come la sicurezza nei luoghi di lavoro debba continuare ad essere in primo piano e centrale nelle attività". queste le parole del presidente di Confindustria Calabria, Giuseppe Speziali.

Mentre il presidente di Piccola Industria Calabria assicura: "In attesa di capire le cause del disastro, continueremo a produrre ogni sforzo perché non solo vi sia lavoro ma anche e soprattutto sicurezza nel suo espletamento".

Huffington Post
13 09 2013

È sopravvissuta a una dittatura, una guerra mondiale, cinquant'anni di prima Repubblica e venti di seconda. Ora, a 74 anni di distanza dalla sua entrata in vigore, nel 1939, sparisce dal nostro ordinamento l'ultima norma che tollerava, e disciplinava, il trattamento differenziato tra bianchi e neri in determinate condizioni di lavoro. In questo caso, i lavoratori a bordo delle navi cargo.

Il via libera defintivo è arrivato oggi alla Camera, con l'abrogazione dell'articolo 36 della legge n°1045 del 16 giugno 1939, riguardante "Condizioni per l'igiene e l'abitabilità degli equipaggi a bordo delle navi mercantili nazionali". "Qualora tra i componenti l'equipaggio vi siano persone di colore - recitava il testo oggi cancellato - a queste dovranno essere riservate sistemazioni di alloggio, di lavanda e igieniche, separate da quelle del restante personale e rispondenti ai loro usi e costumi".

Una prescrizione senz'altro - si spera - inapplicata, ma rimasta comunque presente nel nostro ordinamento nel corso degli anni, senza che nessuno si sia mai occupato di rimuoverla. Solo un decreto legislativo del 1999, il 271 avrebbe dovuto non soltanto superare la norma, ma sostituire l'intera legge, ma alcune difficoltà tecniche di applicazione hanno di fatto mantenuto in vita ancora la legge precedente.

Così, più o meno consapevolmente, il nostro Paese per quasi 80 anni ha tollerato - almeno sulla carta - che bianchi e neri per legge dovessero avere stanze e bagni separati nelle navi mercantili. Scampando persino, in extremis, all'offensiva semplificatrice del ministro Calderoli, che tre anni fa aveva dato platealmente fuoco a 375 mila "leggi inutili".

Fino ad oggi, quando con la ratifica ed esecuzione della Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro sul lavoro marittimo, relatore il pidiellino Guglielmo Picchi, l'articolo discriminatorio è stato finalmente eliminato.

Flavio Bini

Huffington Post
12 09 2013

I telefoni squillano in continuazione. Una professionista quarantenne chiama perché è tormentata dalle telefonate di uno sconosciuto che ora vorrebbe trascinare in tribunale per stalking. Una casalinga invece si abbandona ai singhiozzi: picchiata da anni dal marito già denunciato alla polizia, ora spera di trovare aiuto in un centro antiviolenza. E poi una madre anziana che vorrebbe sapere come aiutare il figlio a liberarsi da una ex fidanzata che pretende di ricucire una relazione a suon di minacce e pedinamenti.

Il centralino del 1522, il numero governativo contro la violenza di genere, si trova in una città che deve rimanere segreta.

“L'ultima minaccia seria l'abbiamo ricevuta lo scorso weekend” ci racconta una psicologa che chiameremo Maddalena, una delle due incaricate a rispondere al telefono durante la nostra visita. Era la telefonata di un uomo in collera che promette di trovare l'indirizzo e denunciare il servizio. E Maddalena, come le altre professioniste che ruotano giorno e notte a turni di otto ore, ha compilato come ogni volta il modulo per registrare le molestie.

Disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro comprese le festività, il 1522 capta come un radar sottomarino quello che per lungo tempo rimane invisibile perché nascosto dalle mura domestiche o dalla apparente normalità delle relazioni famigliari e sentimentali. E basta dare una cifra per comprendere l'entità del fenomeno: dal 19 dicembre scorso, ossia da quando il 1522 è gestito dall'associazione Telefono Rosa, quei telefoni sono squillati 46mila volte, circa 170 al giorno. Tutti gli squilli finiscono in questa unica stanza dove tre-quattro operatrici per turno rimangono incollate alla cornetta.

“La maggioranza sono donne che vogliono ottenere informazioni per uscire da storie di abuso di genere”, spiega Silvia, collega di Maddalena. E dunque alle chiamanti viene fornito l'indirizzo e il numero di telefono della struttura consona più vicina: un'associazione di donne che può fornire assistenza legale e psicologica, una caserma dei carabinieri, un Pronto soccorso, i servizi sociali, un istituto religioso che accoglie persone in difficoltà. Alla signora preoccupata per il figlio vittima di stalking viene data l'indicazione di uno dei rari centri di ascolto per uomini maltrattati.

Una donna chiama proprio mentre il marito la sta riempiendo di botte. Si chiude a chiave in camera da letto oppure nel bagno e digita tremante il 1522. E allora le operatrici si collegano direttamente con le forze di polizia e inviano una volante all'indirizzo della vittima. Salvataggi in extremis dei quali spesso non conoscono la seconda parte, se non quando quegli stessi agenti allertati richiamano per raccontare il finale.

L'apparecchio squilla nuovamente. Come poi racconterà Silvia, era un signore che segretamente è uscito di casa, si è seduto in macchina e con le lacrime agli occhi ha chiamato perché la figlia è stata violentata ma non vuole andare in ospedale per il referto, né vuole denunciare. Poco più tardi, una ragazza telefonerà per esporre il suo problema con l'ex fidanzato che non vuole rassegnarsi alla fine della storia d'amore. E allora il consiglio, fornito con gentilezza e professionalità, è quello di troncare ogni contatto con l'uomo. La ragazza però dice che questo le sembra impossibile e preferisce prendere tempo. “Cerchiamo di spiegare che gli stalker sono come vampiri che si nutrono del fastidio che provocano”, dicono le psicologhe. “Perché non tutte le donne che chiamano comprendono il pericolo che corrono e non sempre vorrebbero denunciare”.

Le operatrici rispondono mentre siedono davanti a un monitor. Sono abituate a ritmi sostenuti, ma la vera difficoltà è quella di ascoltare storie dolorose con empatia senza cedere al pietismo. Ogni 40 giorni possono chiedere la visita di un professionista psicologo supervisore al quale esporre i dubbi e le ansie.

A coloro che chiamano non viene mai chiesto il nome e cognome, e nemmeno la città di provenienza, una delicatezza che consente alle vittime di sentirsi sicure. Ogni giorno in una fascia oraria precisa interviene una psicologa che conosce l'inglese, il francese l'arabo o lo spagnolo per accogliere le richieste delle straniere: sono queste le donne più impaurite perché temono che denunciando un marito violento potranno perdere l'affidamento dei figli.

Per ognuno dunque viene compilato un modulo nel quale vengono raccolti dati essenziali: la fascia d'età anche dell'autore della violenza, il tipo di relazione, i sentimenti legati agli abusi, se alle botte assistono anche i bambini della coppia.

“È proprio questo a spingere molte donne a chiamarci”, racconta Maddalena. “Il fatto di venire picchiate quasi di nascosto, lontano dagli occhi dei famigliari, viene sopportato anche per molto tempo. Quando però la violenza si trasferisce anche sui figli, o viene praticata davanti ai bambini, allora scatta una molla”.

Rispettando comunque la privacy degli utenti, vengono così raccolte migliaia di storie, ognuna diversa, piccoli tasselli di un mosaico terribile. “Chiamano donne di tutte le età, ricche, povere, istruite, non istruite, dalle città del Nord e dalle città del Sud, giovani, anziane”, riassumono le operatrici abituate a ricevere a volte chiamate che non riguardano direttamente la violenza di genere: anziane maltrattate dalle badanti, genitori soli alle prese con un figlio malato psichiatrico, persone disagiate in cerca di ascolto. Racconti che finiscono nei moduli, poi inviati periodicamente al Dipartimento per le Pari Opportunità, senza che il governo in questi anni abbia pensato di farne una statistica esaustiva.

“Se queste informazioni venissero pubblicizzate racconterebbero cos'è davvero la violenza domestica”, commenta la presidente del Telefono Rosa Gabriella Moscatelli. “Il 1522 è un servizio unico in Europa ma non possiede ancora un sito autonomo. Bisognerebbe dargli maggiore centralità e maggiori finanziamenti per renderlo ancora più utile”.

Moscatelli, esperta ormai decennale sulla violenza di genere, è appena tornata dall'audizione alla Commissione giustizia della Camera dove è cominciato l'esame del cosiddetto “dl femminicidio” presentato dal governo nei primi giorni di agosto e che piace molto poco alle associazioni impegnate da decenni contro la violenza domestica. Quanto aiuterà questo decreto un servizio come il 1522? La risposta di Moscatelli è pronta: “Nulla”.

Laura Eduati

Huffingtonpost
11 09 2013

Ha chiamato insistentemente la ex compagna, dalla quale aveva avuto un figlio, affinché scendesse in strada per incontrarlo. Non si è arreso nemmeno di fronte al fatto che, sempre per atti persecutori, non si sarebbe potuto avvicinare alla casa di lei. Al rifiuto della donna, l'ex di 27 anni - che è stato poi arrestato -, dopo aver minacciato di lanciare una bomba all'interno dell'appartamento di Civitavecchia, si è allontanato. Subito dopo si è udita una forte deflagrazione la cui onda d'urto ha provocato numerosi danni all'appartamento e gli occupanti, intontiti dal forte rumore, hanno telefonato al 113.

Giunti sul posto gli agenti hanno accertato i danni causati dall'esplosione e hanno prestato i primi soccorsi ai residenti che sono dovuti ricorrere alle cure dei sanitari in seguito ai traumi acustici riportati nell'esplosione. I poliziotti hanno appurato anche che il giovane aveva annunciato alla ex con un sms un nuovo atto dinamitardo e hanno cominciato a battere la zona per cercarlo.

Quando ha visto gli agenti, lo stalker ha cercato di scappare scavalcando alcune recinzioni condominiali dei palazzi limitrofi ma è stato bloccato. Dalla perquisizione domiciliare, i poliziotti hanno trovato altre cinque bombe carta già confezionate e pronte per il lancio nonché un coltello d'assalto della Marina Militare, materiale che è stato sequestrato.

A Napoli un uomo picchia la ex mentre allatta. Ha picchiato la sua ex, persino mentre allattava. Per questo i carabinieri a Napoli hanno notificato un decreto di divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa emesso dal gip a un 24enne di via Leopardi. Da circa tre mesi, infatti, perseguitava la sua ex compagna di 21 anni con aggressioni fisiche e verbali. Il 24 luglio scorso era entrato nel reparto ginecologia dell'ospedale San Paolo, nel quale la ragazza aveva partorito tre giorni prima il loro figlio, e l'aveva schiaffeggiata e colpita con oggetti mentre aveva il neonato al seno. Alla madre della vittima, che gli aveva chiesto di fermarsi, aveva dato un calcio all'addome. Notificata anche una ordinanza di decadenza della patria potestà per 6 mesi del tribunale per i Minori.

Huffington Post
06 09 2013

Orrore in Russia. Yulia Loshagina, una delle modelle più famose del paese, è stata ritrovata senza vita tra i boschi degli Urali.

Il suo corpo era sfigurato, aveva il collo rotto e il volto con segni di combustione. Per risalire alla sua identità c'è stato bisogno del test del DNA.

Secondo quanto riportato dalla stampa russa e dal Daily Mail, a uccidere la donna è stata il marito Dmitry Loshagin.

Sembra che l'uomo, conosciuto nell'ambiente della moda come fotografo, abbia ammazzato la moglie dopo aver scoperto che quest'ultima aveva l'HIV e lo aveva contagiato.

Huffington Post
05 09 2013

Con l'ennesima manifestazione di intolleranza e odio nei confronti della persona Cécile Kyenge e della politica che sta portando avanti come ministro dell'integrazione, si pone con serietà la questione se sia tollerabile, appellandosi all'ipocrita libertà di espressione, che gruppi dell'estrema destra, esponenti politici leghisti del Pdl e altri partitini, possano continuare a condurre una campagna che ogni giorni si fa più violenta.

Siamo di fronte a un chiaro disegno che vuole incitare l'odio nei confronti di un ministro diventato il simbolo di una battaglia di civiltà contro ogni forma di razzismo e di discriminazione.

È necessario, oltre una reazione ben più forte di tipo culturale e politico, anche un intervento repressivo, che attraverso accurate indagini, verifichi le responsabilità soprattutto dell'area neo nazista e neo fascista italiana, accertate le quali portino a un definitivo scioglimento di associazioni e gruppi, che com'è evidente incitano al razzismo, all'antisemitismo, alla xenofobia, all'omofobia.

Aurelio Mancuso



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