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HUFFINGTON POST

Huffington Post
29 08 2013

L' autunno che ci si prepara a vivere, in Grecia, non sarà certamente facile. Sono in programma licenziamenti e trasferimenti di dipendenti pubblici, chiusure e accorpamenti di ospedali - spesso di provata utilità e efficienza - come anche l'inizio della vendita all'asta degli immobili che appartengono a chi non ha potuto o voluto versare le tasse.

Ci stiamo chiedendo, ormai, se sarà necessario un terzo pacchetto di aiuti alla Grecia, poiché sembra che la Germania stia spingendo verso questa direzione. Molti economisti di fama internazionale, al contrario, pensano che possa essere più saggio, per sostenere Atene, concederle più tempo per ripagare i debiti già contratti.

Accanto a tutto questo, tuttavia, esiste anche un'altra realtà. La crisi economica ha escluso totalmente dall' agenda del dibattito pubblico l'importantissima questione dei diritti civili. Un qualcosa che, mi pare di capire, sta avvenendo anche in Italia, ma in modo più strisciante.

Cosa significa tutto ciò? Che ogni discussione sul riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, nella Grecia della profondissima crisi economica, si è totalmente arenata. Il socialista Jorgos Papandreou, salito al potere nel 2009, ne aveva fatto uno dei punti programmatici della sua campagna elettorale. Dopo di che, una volta al giunto al potere, ha creato una commissione che avrebbe dovuto "studiare il problema" e delle promesse preelettorali si è persa completamente traccia.

Quel che è paradossale è che in Grecia, ormai da cinque anni, è stato riconosciuto il diritto delle coppie eterosessuali a poter usufruire di "accordi di convivenza". Si chiamano Symfona Symbìosis e in qualche modo si rifanno ai Pacs (viene garantita la pensione, il diritto all'eredità, la possibilità di un mantenimento dopo la separazione) ma- per quanto possa sembrare impossibile- le coppie gay non ne possono usufruire.

Quando provi ad introdurre il discorso, in un incontro pubblico o anche tra amici, molto spesso ti senti rispondere: "ma con tutti i problemi che ci sono, con un greco su tre che non ha lavoro, tu ti metti a pensare a queste cose?". E vieni preso dallo sconforto.
Qualche mese fa, l'ex ministro della giustizia Andònis Roupakiòtis ha dichiarato che "il governo sta valutando la possibilità di estendere gli accordi di convivenza anche alle coppie omosessuali". C' è da temere, però, che di valutazione in valutazione possa passare un tempo infinito, come avvenuto anche ai tempi di Papandreou.

L' estrema destra neonazista di Alba Dorata, ovviamente, si oppone con tutte le sue forze ad ogni progetto che riguardi il rafforzamento dei diritti civili. Immigrati, omosessuali, zingari, sono di nuovo le vittime sacrificali prescelte da chi ha sostituito la politica con la barbarie.

Ma quel che provoca maggiore amarezza è sentir parlare, ancora una volta, da fonti governative, della "necessità di un approfondito dibattito pubblico". Di un confronto che, evidentemente, dovrebbe prima concludersi con una vasta approvazione politica e sociale, perché si possa estendere-in seguito- anche ai cittadini omosessuali quei diritti fondamentali sanciti in quasi tutti gli altri paesi europei di sana e profonda tradizione democratica.

Quasi si tratti di un favore, di una concessione fatta per magnanimità.

La crisi uccide la progettualità, la voglia di rivendicare una vita migliore. Quello che dovrebbe essere considerato ovvio, viene visto, sempre più spesso, solo come un inutile orpello.

Teodoro Andreadis Synghellakis

La fine del femminicidio con il modello Malala

Huffingtonpost
19 08 2013

Il post Obama dovrebbe esser donna. La Casa Bianca, secondo la moglie Michelle, dovrebbe continuare la propria rivoluzione culturale (iniziata con il marito) e diventare la dimora della prima Presidente degli Stati Uniti.
L'auspicio della first lady non è una speranza femminista. Michelle ha fatto proprie delle richieste del mercato. La tv statunitense, dopo aver investito in sceneggiature che realizzano il sogno della signora Obama, sta trattando sulla serie ispirata a Hillary Clinton (più volte vicina al posto presieduto, oggi, da Barack).
La moglie di Bill è terza donna a diventare il Segretario, americano, di Stato. Prima di lei il dipartimento che si occupa degli esteri è stato seguito da Condoleeza Rice e Madeleine Albright.
La signora è stata nominata da Bill Clinton nel 1997, anno che le donne (ma anche gli uomini) dovrebbero ricordarsi più spesso. Il 1997 è l'anno dell'emancipazione femminile. Quella politica di Albright che trasforma le parole di Michelle in una possibilità tangibile. Quella storica che Rai3 ha raccontato nel documentario "Le bambine non vanno a scuola". La protagonista di questo progetto è Malala Yousafzai, la più giovane candidata al Nobel per Pace.
Continua a leggere dopo il video:
Malala è nata il 12 luglio del 1997 nella valle dello Swat (Pakistan). Il 10 ottobre 2012 non è potuta andare a scuola. Il giorno prima un gruppo di uomini sono saliti sul suo pullman. L'hanno sparata. Le sue parole sul regime talebano, raccolte in un blog, sono state dei proiettili che hanno rimpicciolito il machismo locale.
Malala è sopravvissuta all'attentato. Il sangue non l'ha scoraggiata. Per se, per le sue compagne e per tutte le donne sogna ancora un mondo dominato dal sapere. "Se a questa nuova generazione non daranno le penne i terroristi daranno le pistole".
Il modello Malala vale per tutti i territori rattristati da una guerra. Il conflitto italiano è nei corpi morti delle donne che i maschi mettono davanti a sé per dominare la propria paura. Lo scheletro altrui è una trincea dietro la quale il terrore tace.
A nulla, ci ricordano i telegiornali, sono servite le misure restrittive per tutelare le donne realizzate dal governo Letta. Il sangue continua sfacciatamente a scorrere. Il provvedimento, come evidenzia Michela Murgia su Vanity Fair, non prevede un progetto scolastico, un modello Malala che il ministro Carrozza possa introdurre nelle scuole dove avvengono sempre e comunque i cambiamenti sostanziali.
L'istruzione italiana è ignorata dagli stessi intellettuali che invocano, giustamente, investimenti maggiori per il settore che migliora la salute di uno Stato. Beppe Severgnini nel suo recente editoriale si auspicava un'apertura maschile ma allontanava le sue responsabilità. Il giornalista è anche un padre che (come molti suoi colleghi) posticipa la preparazione delle generazioni future. I figli uccidono con la stessa frequenza dei padri. La cronaca parla chiaro.
"È un momentaccio, un momento di involuzione. Mentre noi, donne, parlavamo nessuno faceva delle smorfie. Adesso, invece, gli uomini ammiccano. Ci si dimentica che dietro ogni maschio c'è, di solito, una madre. A scuola, dopo la gita, gli insegnanti chiedono, tra le risate generali, ai genitori di spiegare ai bambini che si tira l'acqua dopo esser stati in bagno. Le femmine lo fanno, i maschi no. C'è indulgenza. Nelle scuole elementari, non dimentichiamocelo, avviene la formazione della generazione che dovrà essere in grado di prendere in mano quel che resterà". Concita De Gregorio, con queste parole, raccontava il 17 ottobre 2008 a Daria Bignardi il passaggio da Repubblica all'Unità.
All'epoca Fabiana Luzzi era in quinta elementare. La ragazza, cinque anni dopo, sarebbe diventata una delle tante, troppe, donne uccise da un uomo, da (nel caso specifico) un minorenne. Il modello Mandala serve a tutte le sue coetanee.
Huffingtonpost
31 07 2013

Sono già intervenuta più volte sul tema degli ospedali psichiatrici giudiziari, sostenendo con forza il dovere delle istituzioni di adoperarsi affinché fosse realizzata l'agognata chiusura di questi istituti. Adesso, a seguito delle preoccupazioni e delle perplessità rilanciate dal Comitato StopOPG, mi sento in dovere di intervenire di nuovo.

L'annosa e dolorosa questione - sulla quale speravamo di poter finalmente pronunciare la parola "fine" nei tempi indicati dal decreto legge n. 24 del 2013 - sembra ancora lontana dalla sua conclusione e sembra aver intrapreso un percorso diretto a realizzare gran parte di quelle criticità e problematiche che, come Sinistra Ecologia Libertà, avevamo più volte sollevato e contrastato durante l'approvazione della legge di conversione del decreto in questione.

Ritengo utile ricordare brevemente le travagliate vicende normative che hanno determinato la permanenza e attuale operatività degli ospedali psichiatrici giudiziari. All'inizio del 2012, con la conversione del decreto legge n. 211 del dicembre 2011, si fissava il termine per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari allo scorso febbraio, con il compito - assegnato alle regioni - di mettere a punto specifici piani per il raggiungimento di tale obiettivo.
Preso atto dell'impossibilità, per le istituzioni coinvolte, di giungere alla auspicata chiusura nei termini stabiliti, il 25 marzo veniva disposta la proroga di un ulteriore anno per lo smantellamento degli Opg, ora fissata al primo aprile 2014.

Nel prendere la sofferta decisione di ricorrere all'ennesima proroga sulla questione, ci siamo fatti portavoce delle associazioni che da anni si battono con tenacia per la chiusura degli istituti, perché, se la realtà imponeva un rinvio dei termini di chiusura degli Opg, le condizioni dei 1.400 internati e le violazioni dei loro diritti esigevano, senza discussioni e con assoluta chiarezza, che tale proroga fosse l'ultima.
Facendo nostra la valutazione sugli ospedali psichiatrici giudiziari più volte ribadita dal Comitato StopOpg, che li ritiene inaccettabili per "la loro natura, il loro mandato, per l'incongrua legislazione a sostegno, frutto di obsolete concezioni della malattia mentale e del sapere psichiatrico", abbiamo preteso che, alla proroga della loro chiusura, corrispondessero il rispetto delle condizioni e dei percorsi di cura e il reinserimento sociale dei degenti, nonché tempi certi e impegni precisi da parte di tutte le istituzioni, in modo da voltare definitivamente questa vergognosa pagina della storia italiana.
Grazie anche all'attività parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà - un'interrogazione rivolta al Ministro della Salute presentata da me e dal capogruppo alla Camera Gennaro Migliore e numerosi emendamenti alla legge presentati in Senato - siamo riusciti a ottenere che la chiusura degli Opg fosse garantita dalla presentazione, entro il 15 maggio 2013, di piani regionali che prevedessero tempi certi nei quali effettuare, oltre a interventi strutturali, soprattutto attività volte a incrementare percorsi terapeutico-riabilitativi individuali, prevedendo anche la dimissione di tutti coloro per i quali l'autorità giudiziaria avesse escluso, o escludesse successivamente, la pericolosità sociale.
I programmi regionali dovranno inoltre sancire l'obbligo di presa in carico dei pazienti da parte delle Asl all'interno dei citati percorsi terapeutico-riabilitativi individuali, assicurando così il diritto alle cure e al reinserimento sociale e favorendo l'esecuzione di misure di sicurezza alternative al ricovero in Opg o all'assegnazione a case di cura e custodia.
Programmi tardivi o lacunosi avrebbero dovuto causare una reazione diretta del governo, al quale spettava provvedere in via sostitutiva, attraverso la nomina di un commissario unico per tutte le regioni eventualmente inadempienti.
Evidente era il timore che lo stanziamento di fondi destinati alle regioni per la chiusura degli Opg portasse unicamente a creare repliche territoriali di questi istituti, con la nefasta eventualità di dar vita a realtà manicomiali di ridotta portata.
Altra grave preoccupazione era data dalla necessità che tutte le realtà istituzionali coinvolte si attivassero celermente per realizzare le precise scadenze determinate dalla legge, affinché non si verificasse ancora quel deficitario corto circuito tra Stato e regioni che aveva reso impossibile la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari nei termini previsti in origine.

Se il decreto legge n. 24 del 2013, convertito lo scorso maggio, aveva stabilito chiaramente come ed entro quando giungere alla chiusura degli Opg, l'attuale stato di avanzamento della progettualità regionale non fa che ridestare tutti i timori che erano sorti al momento dell'emanazione della legge di proroga e getta delle ombre inquietanti sull'effettiva osservanza dei tempi e delle modalità di chiusura.
Alla data del 15 maggio, infatti, non tutte le regioni avevano presentato un completo e dettagliato programma per il superamento degli Opg e la Regione Veneto non ne aveva addirittura presentato alcuno.
Tale stato disomogeneo e lacunoso della pianificazione regionale pregiudica notevolmente la reale possibilità di rispettare i termini di chiusura degli Opg e, inoltre, non tutti i programmi regionali presentati prevedono un utilizzo dei finanziamenti che tenga conto delle primarie finalità di cura e reinserimento sociale dei pazienti, in quanto non tutte le regioni hanno previsto un apposito e idoneo potenziamento dei Dipartimenti di Salute mentale territoriali.
Come sarà possibile garantire percorsi terapeutico-riabilitativi individuali senza rafforzare i servizi territoriali di salute mentale?
Dall'impianto dell'ultimo decreto legge in materia, si evince con assoluta chiarezza come sia fondamentale, all'interno dei piani regionali, delineare percorsi di presa in carico globale degli individui interessati dalla riforma, lasciando che l'accoglimento dei pazienti in residenze sanitarie sostitutive agli Opg venga utilizzato solo come ultima ratio.
Al giorno d'oggi, tale impianto normativo appare del tutto ribaltato: certo è l'utilizzo delle risorse per la costruzione delle strutture sostitutive degli Opg, con una serie di interrogativi aperti sulla effettiva ed esclusiva gestione sanitaria delle stesse; meno certa - o assolutamente carente - è l'osservanza delle prescrizioni di maggior pregio della legge, quelle che sanciscono finalmente un approccio al disagiato psichico che commette un reato nel segno della cura e dell'inclusione sociale e nel solco della legge Basaglia.

Riecheggia sempre più forte lo spettro contro cui il Comitato StopOpg aveva fin dal principio sollevato l'attenzione: chiudono gli Opg o riaprono i manicomi?
Per chiarire le modalità e lo stato attuale di avanzamento della programmazione regionale, ho presentato, assieme ad alcuni miei colleghi, una nuova interrogazione al ministro della Salute, chiedendo espressamente di verificare i contenuti dei progetti stessi e l'utilizzo dei finanziamenti, nonché di intraprendere apposite iniziative nel caso in cui i programmi presentati risultino inidonei a realizzare le prescrizioni normative.
Tutto ciò in attesa del 30 novembre, termine entro il quale i ministri della Salute e della Giustizia dovranno riferire alle Commissioni competenti lo stato di attuazione dei programmi regionali, come la legge stessa prevede espressamente.

Nella consapevolezza che una completa e compiuta opera di superamento degli Opg non potrà prescindere dalla riforma del Codice penale Rocco, non rimarremo inerti ad assistere al tradimento del dettato e dello spirito di una legge che chiaramente prevede la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e l'avvio di percorsi di cura e reinserimento sociale, né potremo accettare un'ennesima proroga che gravi sulla pelle degli internati.
La battaglia per la chiusura definitiva degli Opg non si preannuncia breve, eppure noi non abbiamo intenzione di tirarci indietro: proseguiremo convinti in questa direzione.

Cécile Kyenge, il colonialismo buono e l'Europa

Huffington Post
01 08 2013

Articolo originariamente apparso sulla rivista letteraria statunitense Warscapes

L'escalation senza fine degli attacchi al ministro Cécile Kyenge comincia ad avere dei contorni profondamente inquietanti, ad una prima profonda indignazione bisogna far seguito con un'analisi più ampia e senza compromessi.

Prima constatazione da cui partire: l'Italia semplicemente non ha un linguaggio per parlare di diversità. Parole come "negro" e "mulatto" sono costantemente usate dagli italiani in riferimento a persone nere o bi-razziali e non per una conoscenza dell'etimologia delle parole, ma perché le implicazioni sociali e storiche sono semplicemente ignorate, considerate aliene alla storia italiana.

Il legame tra identità culturali e personali nel contesto post-coloniale non è mai fatto. In questo senso la persistente negazione della violenza sulle colonie africane trova una continuità negli ultimi episodi razzisti contro il ministro Kyenge.

In una conversazione pubblicata l'anno scorso tra le scrittrici Nadifa Mohamed and Maaza Mengiste, i cui lavori roteano intorno alla storia del colonialismo italiano in Somalia e Eritrea, queste domande vengono a galla con eloquenza quando le scrittrici descrivono come gli italiani hanno risposto ai loro libri, "ci sono stati due tipi di reazioni comuni: la prima è arrivata dagli italiani più progressisti, in genere più giovani o con un interesse specifico per l'Africa che volevano essere critici verso l'occupazione italiana dell'Africa orientale e che conoscevano già da soli la natura del colonialismo," dice Mohamed. "La seconda era una specie di sguardo vuoto, confuso e davvero incapace di associare ciò che stavo dicendo e scrivendo con ciò che avevano sentito a scuola e a casa. Un ritornello frequente era che "eravamo brava gente; non eravamo razzisti come quelli del nord Europa".

Mengiste aggiunge "L'epoca delle colonie è un brutto promemoria dell'accondiscendenza generalizzata italiana quando si parla di responsabilità storiche, quello che ho sentito ripetere da molti italiani con vuota convinzione è l'idea che loro siano stati "buoni colonialisti."

Continuando ad etichettare migranti o le persone con la pelle più scura con parole di disprezzo anche senza saperlo, gli italiani continuano una lunga storia di negazione della brutalità del passato coloniale - diventato nel corso degli anni una sorta di "colonialismo buono" come sottolinea la Mengiste; parte di una più ampia invenzione dello stereotipato "italiani brava gente". Infatti questa idea è così presente che quasi tutti i principali media nel raccontare le tristi vicende contro il ministro Kyenge sono riusciti in un modo o nell'altro a confermarne lo stereotipo, questo soprattutto nel mondo anglosassone dove i gravi episodi degli ultimi giorni sono stati ridotti ad un grossolano discorso sull'endemico conformismo italiano con improbabili metafore sulla pizza.

L'aspetto spiazzante degli eventi razzisti nei confronti del Ministro Kyenge è stato la totale assenza di una cornice storico-culturale, spesso anche tra chi lo ha condannato. L'analogia nero-animale nella coscienza italiana ha una radice dolorosa e profonda. Come Flora Bertizzolo e Silvia Pietrantonio rivelano nel loro studio sul colonialismo italiano: "l'iconografia popolare dei 'nativi' fatta circolare dalle foto pubblicate dalla Domenica del Corriere, mostra gli africani in uniformi bianche come autisti, baristi, o camerieri al fianco della famiglia per cui lavoravano, e per lo scopo comico, come caricatura divertente, l'immagine era di una maschera d'animale travestito da essere umano."

Un problema europeo?

É cruciale capire il razzismo italiano nel contesto più ampio della malattia razziale che attanaglia l'Europa. Nella stessa settimana in cui il ministro Kyenge si trova a dover combattere con l'a-storicismo italiano, in Inghilterra il governo fa girare una serie di camion nelle strade di Londra con un inquietante scritta "vai a casa o sarai arrestato". A Parigi a giugno una donna incinta che indossava il niqab è stata assalita ed ha perso il bambino. Appena un mese dopo ci sono stati una serie di scontri quando un'altra donna è stata arrestata per non aver rispettato la legge che proibisce il niqab.

In Europa l'islamofobia e sentimenti contro l'immigrazione non sono solo comuni ma come nel caso dei camion londinesi, pericolosamente ed apertamente accettati come un'arma politica. Il razzismo istituzionale è diventato parte di una nuova lingua di violenza e divisione. Se in Italia siamo testimoni di una profonda afasia, nel resto d'Europa il razzismo sembra essere parte di una più ampia cornice istituzionale che punta ad una politica dell'esclusione o di forzata assimilazione.

La professoressa Kali Nicole Gross, direttrice del programma sulla Diaspora Africana all'università del Texas, mi ha posto una domanda che credo sia centrale nel cercare di capire questi ultimi episodi. "Mi colpisce come queste immagini/atti siano transnazionali, molti dei comportamenti e delle azioni mi ricordano il razzismo bigotto che abbiamo qui negli Stati Uniti sia dal punto di vista storico che da quello attuale.

Prima attribuivo lo stile e l'approccio alla storia dello schiavismo negli Stati Uniti, ma il tuo articolo mi fa pensare non solo al colonialismo ma alla globalizzazione e al ruolo che hanno il razzismo e l'oppressione dell' "altro" in questo contesto. Le immagini e le tattiche sono simili, rientrano in una rubrica globale dell'essere neri."

L'Europa è bloccata in un dilemma costante: definire il suo spazio d'azione sulla base del concetto di opposizione. L'inclusione non è parte della conversazione. Dalle leggi francesi ai camion inglesi fino alle paure italiane una cosa sembra centrale: lo sforzo di produrre una sottocultura della distinzione e, di conseguenza, aggrapparsi ad una vuota neo-mitologia dell'Europa. Nei migliori dei casi l'Europa sembra sperare in un mondo post-razziale invece di riceverne la complessa ricchezza e diversità come parte di un nuovo continente.

Fino a che punto l'Europa sta affondando in scorciatoie istituzionali e nozioni pre-concepite dell' "altro" che rinforzano direttamente una rubrica globale dell'essere nero? Ed ancora, fino a che punto il razzismo non è semplicemente un problema locale ma al contrario un mezzo per la costruzione di una nuova ed impoverita identità europea?

È venuto il tempo di costruire un nuovo senso critico, che non cada nelle trappole dell'invisibilità della storia o l'emergenza di un razzismo istituzionale. Suggerisco un puro accanimento nel confrontarsi con episodi di violenza razziale e volgare disparità. C'è bisogno di una nuova era della curiosità come il più semplice dei veicoli per andare oltre una cultura dell'esclusione o dell'accettazione passiva del dolore degli altri. Come la scrittrice Bell Hooks dice "tutti i silenzi intorno agli assalti razzisti sono atti di complicità". È essenziale andare oltre la pericolosissima nozione che ci sia una differenza tra razzismo e tolleranza del razzismo.

Flavio Rizzo

Huffington Post
31 07 2013

Poche parole inserite all'interno di un intervento dedicate ad altro sono bastate al deputato leghista Gianluca Buonanno per scatenare una nuova polemica. "In quest'aula la lobby dei sodomiti è rappresentata da Sel..." ha detto nel corso del'esame del dl ecobonus.

Quanto basta per attirarsi le prevedibili ire di Sel e per farsi riprendere dal vicepresidente della Camera Luigi di Maio, che per quattro volte lo ha invitato a usare un linguaggio consono all'Aula.

A nulla sono valse le difese del leghista che ha detto: "Io prendo termini scritti nella Bibbia. Quelli di Sel invece sono solo ipocriti vestiti di rosso".

I deputati di Sel hanno così lasciato l'aula per protesta.

Qualche ora dopo sono arrivate le scuse di Buonanno: "Se qualcuno si è sentito offeso me ne scuso".

Huffington Post
25 07 2013

Li definiscono a "rischio". È vero, lo sono. Sei sempre a rischio se "nella vita vedi un solo binario". È l'espressione che ha usato Mariano, un mese fa mentre si era di fronte ad un piatto di carbonara, negli uffici di ActionAid.

Mariano, abbandonato da suo padre all'età di due anni, è passato per droga, furti e tanto altro. Un iter quasi scontato che segna molti dei ragazzi che crescono e vivono nei Quartieri Spagnoli di Napoli. Poi a trentadue anni è uscito dalla pancia dei "bassi", lì ci vive ancora ma ha scoperto che si può fare altro, che ha le capacità di fare altro.

L'anno scorso quando ActionAid e l'associazione "Socialmente pericolosi" guidata da Fabio Venditti hanno portato al Festival Giffoni il video documentario "A Cazzimma", Mariano e gli altri ragazzi napoletani sono stati accolti dai giurati del Festival, loro adolescenti e coetanei con urla e ovazioni. Hanno spiegato come si può lasciare la pistola e prendere al suo posto una telecamera, per raccontare ogni particolare di quello che si è vissuto.

Il legame nato sul territorio con "Socialmente pericolosi" si è andato consolidando ancora di più. Tanto che quest'anno abbiamo deciso, in compagnia anche del direttore del Tg2 Marcello Masi, di tornare al Giffoni con "Le compagne di Gilda" che appunto Rai2 ha già mandato in onda tre volte.

Gilda Di Biasi, che oggi nei Quartieri "non riesce a salirci", è da lì che viene. Si è lasciata alle spalle il clan Di Biasi, e un'infanzia passata vedendo sacchi neri dell'immondizia, gonfi di soldi, anziché sua madre. Oggi ogni vicolo al di là di Via Toledo è un brutto ricordo. Anche lei ha scelto di vedere un altro binario, e vivere un'altra vita da quella che la sua famiglia sembrava averle imposto. Le sue "compagne", nel documentario che mostriamo oggi al Giffoni, sono donne con vite segnate dalla criminalità, dagli abbandoni di mariti, padri e fratelli detenuti, o morti a causa della droga. Molte di loro hanno passato (o passano) la vita a "fare i servizi". A stirare e lavare i panni. A crescere figli, spesso da sole.

Quest'anno ActionAid ha deciso di portare al Giffoni un tema sul quale siamo impegnati da anni, quello dei diritti delle donne. Di tutte le donne. Donne indiane, pachistane, bengalesi che sono le protagoniste del fenomeno dei matrimoni forzati del cortometraggio "OSA" di Stefania Rocca, realizzato con noi e che ha aperto il Festival. Ma anche le donne italiane, quelle di Reggio Calabria, quelle di Napoli. Storie vicine e lontane, ma comunque storie di disuguaglianze. Perché disuguali sono i rapporti di potere tra uomini e donne.

La situazione delle donne come Gilda, nei quartieri più popolari di Napoli è davvero difficile. Come in altri luoghi a rischio di emarginazione sociale, dove già lavoriamo come Crotone e Reggio Calabria. Oggi, alcuni colleghi di ActionAid erano a Reggio Calabria a presentare una nostra ricerca che evidenzia come nella città calabra, su una popolazione di 6518 bambini in età 0-3 anni, ci siano solo tre asili pubblici di cui due chiusi perché inagibili. Le statistiche evidenziano come esista uno stretto legame tra disoccupazione femminile e scarsità nell'accedere ai servizi scolastici dedicati all'età prescolare.

Nella provincia di Napoli quasi tre donne su quattro non lavorano. Ovviamente è ancora peggio in contesti come quello dei Quartieri Spagnoli, o a Ponticelli o Pianura. A fare da padrona è una cultura vecchia, patriarcale, per cui troppo spesso l'unico ruolo della donna è essere madre. E prima accade meglio è, anche in età ancora adolescenziale.

Con il progetto "Donne al centro di Napoli", che vogliamo fare insieme a Socialmente pericolosi, speriamo di riuscire a portare un cambiamento per i diritti delle donne napoletane; continueremo a promuovere progetti di democrazia partecipata in favore delle donne e a lottare contro ogni forma di discriminazione.

22 07 2013

"Da quando mi hanno fermata a quando mi hanno portata all'interno del cantiere sono stati dieci minuti di follia. Ho ricevuto una manganellata in faccia, mi hanno toccata nelle parti intime e mi hanno insultata". A parlare, durante la conferenza stampa organizzata dal movimento No Tav a Susa (Torino), è Marta Camposana, attivista pisana di 33 anni che è stata denunciata per resistenza.

"Le forze dell'ordine - ha raccontato - ci hanno chiusi con due cariche e bersagliati con una pioggia di lacrimogeni. Poi sono stata colpita da una manganellata alle spalle e trascinata a terra. Una volta nel cantiere ho detto che avevo bisogno di un medico, ma mi hanno nuovamente insultata e portata al pronto soccorso soltanto quattro ore dopo, alla fine delle procedure in questura, dove mi hanno denunciata solo perché avevo del Maalox e dei limoni per contrastare i lacrimogeni".

"Gli arrestati della scorsa notte sono degli eroi", ha sostenuto poi Nicoletta Dosio, portavoce del movimento No Tav, durante la conferenza stampa successiva agli scontri al cantiere di Chiomonte. "Ero presente anche io - ha aggiunto - e le forze dell'ordine hanno sparato lacrimogeni ad altezza d'uomo anche sulla gente che defluiva. E' stata usata violenza inaudita. Oggi siamo qui per dire basta". Secondo Dosio, i pubblici ministeri Andrea Padalino e Antonio Rinaudo erano presenti all'interno del cantiere "soltanto per convalidare arresti già decisi".
Huffingtonpost
22 07 2013

Non ci sono più su Facebook le foto del volto tumefatto di Anna Laura Millacci, quelle che la stessa donna aveva pubblicato venerdì scorso sul suo profilo come testimonianza delle presunte percosse ricevute dall'ex compagno, il cantante Massimo Di Cataldo.

Le istantanee, tra le quali anche quella del presunto feto abortito dalla donna in seguito alla violenza subita, avevano fatto presto il giro del web e della stampa nazionale, suscitando polemiche e reazioni pro e contro la decisione di pubblicarle sul social network.

Huffington Post
18 07 2013

Le nozze gay sono legge nel Regno Unito, dal momento che la regina Elisabetta II ha dato l'approvazione reale necessaria.

Ieri sera la legge aveva ottenuto l'ultimo via libera da parte della Camera dei Comuni. Il "royal assent" era comunque considerato una mera formalità, perché dal 1708 (l'ultimo caso in contrario fu quello della regina Anna Stuart) un monarca britannico non si è mai rifiutato di firmare una legge voluta dal Parlamento.

È stato lo speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, a informare i deputati dell'assenso reale.

Secondo quanto reso noto dal ministero della Cultura, i primi matrimoni gay potranno essere legalizzati a partire dalla prossima estate, dopo che il governo avrà chiarito alcune questioni quali gli effetti sulle pensioni. È prevista la possibilità di sposarsi civilmente, lasciando alle diverse confessioni - quella anglicana, in ogni caso, si è già detta contraria al provvedimento - la scelta di autorizzare o meno i matrimoni religiosi.

A seguito del regio assenso la Gran Bretagna diventa così il 15° Paese al mondo, in cui è legale il matrimonio gay.

I restanti Stati, che riconoscono ufficialmente le nozze tra persone dello stesso sesso, sono:

1) Paesi Bassi: dopo aver creato nel 1998 una partnership aperta agli omosessuali, l'Olanda è stato il primo paese, il 1° aprile 2001, ad aprire ai matrimoni civili per le coppie dello stesso sesso. Obblighi e diritti dei congiunti sono identici a quelli delle coppie eterosessuali, tra cui quello di adozione; dall'entrata in vigore della legge al 2005 sono stati registrati 6mila matrimoni.

2) Belgio: i matrimoni tra omosessuali sono legali dal 30 gennaio 2003.

3) Spagna: il governo socialista ha legalizzato, il 30 giugno 2005, le nozze tra omosessuali ed è possibile per queste coppie, sposate o meno, di adottare dei bambini; i conservatori avevano tuttavia fatto appello alla corte Costituzionale, che si è pronunciata, lo scorso anno, sulla legittimità dei matrimoni tra le persone dello stesso sesso.

4) Canada: matrimonio e diritto di adozione per le coppie gay sono ufficiali grazie alla Loi sur le mariage civil in vigore dal 20 luglio 2005. Il Canada è il primo Paese nel continente americano a riconoscere questo diritto. In precedenza la maggioranza delle province canadesi concedeva già le unioni tra persone dello stesso sesso.

5) Sudafrica: il 30 novembre 2006 il Sudafrica è divenuto il primo Paese africano a legalizzare il matrimonio tra due persone dello stesso sesso. Già dal 2002, comunque, coppie gay possono regolarmente adottare.

6) Norvegia: una legge dell'11 giugno 2008 mette sullo stesso piano le coppie omosessuali ed eterosessuali, in merito sia alle nozze sia all'adozione di bambini e ai benefici legati alla fecondazione assistita (nel caso di un matrimonio fra due donne e una successiva gravidanza per inseminazione, entrambe avranno il diritto di maternità). Dal 1993 esisteva la possibilità di stipulare un patto civile.

7) Svezia: pioniera in materia di diritto all'adozione, la Svezia, dal 1° maggio 2009, concede alle coppie gay di sposarsi civilmente o con rito religioso. Dal 1995 erano autorizzate le unioni di fatto, dal 2003 le adozioni.

8) Portogallo: una legge dell'8 gennaio 2010 modifica la definizione di matrimonio, cassando il riferimento "tra sessi diversi", ma per le coppie gay è escluso il diritto all'adozione.

9) Islanda: la legge che legalizza le nozze gay è entrata in vigore il 27 giugno 2010; il giorno dopo il primo ministro Johanna Sigurdardottir ha convertito in matrimonio l'unione civile, stipulata nel 2002 con la sua compagna.

10) Argentina: il 15 luglio 2010, l'Argentina è diventato il primo paese a autorizzare i matrimoni omosessuali in Sudamerica. Le coppie gay possono adottare e hanno gli stessi diritti degli eterosessuali, indipendentemente da nazionalità e residenza.

11) Danimarca: le nozze sono aperte alle coppie dello stesso sesso dal 7 giugno 2012, quando il Parlamento ha approvato definitivamente una legge che cancella il requisito di essere uomo e donna per poter contrarre matrimonio.

12) Uruguay: il 10 aprile 2013, l'Uruguay è diventato il secondo paese sudamericano a legalizzare i matrimoni omosessuali, che saranno possibili a partire dal prossimo agosto.

13) Nuova Zelanda: il 17 aprile 2013, una settimana dopo l'Uruguay, la Nuova Zelanda è entrata nel novero dei Paesi apripista del matrimonio omosessuale. Persone dello stesso sesso potranno convolare ufficialmente a nozze dall'agosto prossimo.

14) Francia: L'Assemblea Nazionale ha approvato, il 23 aprile scorso, il testo di legge che autorizza il matrimonio civile per le coppie omosessuali dopo un acceso dibattito di settimane. La legge è stata ufficialmente promulgata il 18 maggio.

Particolarità al riguardo sono riscontrabili negli Stati Uniti e in Messico. Negli Usa, infatti, i matrimoni omosessuali, pur essendo proibiti a livello federale - anche se la decisione del 26 giugno scorso, con cui la Suprema Corte ha dichiarato incostituzionale il Doma, potrebbe aprire presto a nuovi scenari -, sono legali negli stati di Iowa, Connecticut, Massachusetts, Vermont, New Hampshire, New York, Maine, Maryland, Rhode Island, Delaware, Minnesota, Washington e California oltre alla capitale. In Messico, invece, le nozze gay sono legali solo nella capitale federale.

Bisogna inoltre registrare il caso del Brasile, dove, pur mancando una legge specifica sulle nozze gay, il Consiglio nazionale di giustizia ha autorizzato di fatto, il 14 maggio scorso, il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Questo a livello federale, perché in alcuni stati del Brasile - come per gli Usa - le nozze gay sono normate e, dunque, legali da tempo.
Altri Paesi, infine, hanno adottato una legislazione sulle unioni civili, che concedono dei diritti più o meno estesi agli omosessuali, tra cui la Germania, la Finlandia, la Repubblica Ceca, la Svizzera, l'Ecuador, l'Irlanda, la Slovenia.

Francesco Lepore

Huffington Post
17 07 2013

Il corpo senza vita di Eric Ohena Lembembe è stato ritrovato, il 15 luglio sera, nella sua casa di Yaoundé, dopo che se ne erano perse le tracce per due giorni. Lo ha denunciato, in giornata, l'Human Rights Watch.

L'organismo internazionale ha dichiarato che, secondo la testimonianza di un amico, Eric aveva collo e gambe spezzate, mentre faccia, mani e piedi presentavano bruciature da ferro da stiro.

La vittima era uno dei dirigenti della Camfaids, associazione impegnata nella lotta all'aids e nella difesa dei diritti del popolo lgbt in Camerun, uno dei paesi più anti-gay al mondo.

Come giornalista Lembembe era una delle firme più autorevoli e attive di Erasing 76 Crimes, importante blog camerunese, su cui aveva scritto il popolare articolo "What traditional African homosexuality learned from the West", confluito successivamente in un volume miscellaneo sui diritti lgbt.

HRW ha lanciato un appello perché si faccia luce su questo efferato delitto e sulle motivazioni a esso sottese.

Neela Goshal, esponente di spicco dell'organizzazione, ha invitato Paul Biya, presidente del Camerun dal 1982, a rompere il silenzio sui ripetuti atti di violenza omofoba nel Paese e a condannare pubblicamente la barbara uccisione di Eric Lembembe.


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