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HUFFINGTON POST

Huffingtonpost
14 07 2013

Il vice presidente del Senato Roberto Calderoli deve dimettersi. Questa volta l'escalation razzista targata Lega Nord ha superato davvero ogni limite. Subito dopo la nomina a ministro dell'amica Cecile Kyenge i loro attacchi richiamavano all'infantile gioco folkloristico a cui ahimè ci avevano abituato, poi sono subentrate le minacce, poi gli insulti di loro esponenti locali in cerca di pubblicità e ora un'offesa in perfetto stile razzista. Ora basta però!
Ho fatto della mia campagna contro il populismo e la demagogia leghista uno dei capisaldi della mia battaglia per un'Italia finalmente plurale e multiculturale, e non posso, non possiamo accettare questa moda tutta italiana di minimizzare quando si tratta di razzismo.

Da oggi, dopo le vergognose offese di Calderoli, perché un ragazzino in una qualsiasi scuola di provincia non dovrebbe sentirsi autorizzato a offendere un proprio compagno di origine africana? Se lo ha fatto, e magari impunemente, il vice presidente della seconda carica della Repubblica, perché un calciatore in uno dei tanti campionati di calcio di prima o terza categoria non dovrebbe sentirsi autorizzato a farlo?
Con queste gravi offese alla ministra Cecile Kyenge, abbiamo raggiunto il massimo livello dello squallore razzista che deve sollevare uno sdegno da parte di tutti i partiti e l'intera società.

Abbiamo sempre detto fuori i razzisti dagli stadi e ora diciamo fuori i razzisti anche dalle Istituzioni e dal Parlamento, luoghi di massima rappresentanza della civiltà democratica e dell'Italia nel mondo.
Calderoli, e prima di lui Borghezio, dovranno sapere che la loro schifosa propaganda razzista è ormai priva di cittadinanza in un Paese che ospita cinque milioni di immigrati che vivono nella legalità e con una ministra di origine straniera impegnata sul difficile fronte della costruzione di nuove politiche di integrazione. Il razzismo di Calderoli e dei suoi soci ci fa schifo. Diciamolo tutti senza se e senza ma.
Huffington Post
11 07 2013

A Bergamo la ministra Cécilia Kyenge è persona non grata.

A dirlo senza mezzi termini è il presidente della Provincia, il leghista Ettore Pirovano, contrario alla visita che la responsabile per l'Integrazione farà domani alla città lombarda dove incontrerà il Prefetto - “una visita non istituzionale ma di cortesia” -, prenderà parte a un convegno sull'immigrazione organizzato dall'Università bergamasca e infine parteciperà a una iniziativa dell'Ufficio migranti della diocesi.
Pirovano ammette di non avere ricevuto alcun invito ma ha sottolineato che in ogni caso “non incontrerò nessuno”.

Ma è sulla pagina Facebook de L'Eco di Bergamo che la notizia dell'arrivo di Kyenge ha scatenato commenti razzisti e colmi di minacce nei confronti della ministra italo-congolese: “La incontreremo noi con mazze e bastoni!” e “Disinfettare tutto appena se ne va!”,“Eviterò di andare in centro per non sentire la puzza” sono soltanto alcune delle ingiurie, a dire il vero moderate da alcuni utenti che cercano di arginare la foga xenofoba.

A rincarare la dose è il giovane sindaco di Spirano (Bg), Giovanni Malachini, che secondo quanto riporta la stessa Eco di Bergamo starebbe organizzando un comitato anti-accoglienza per Kyenge. Su Facebook ha scritto: “Chi è d'accordo nel far giungere un chiaro messaggio di contrarietà della gente bergamasca rispetto alle politiche che sta portando avanti? Un po' di fantasia e ci organizziamo”.

Laura Eduati
Huffington Post
11 07 2013

Quattro senatrici del Pd hanno firmato un disegno di legge ("Misure in materia di contrasto alla discriminazione della donna nelle pubblicità e nei media") che prevede sanzioni (fino a 5 milioni di euro) per l'utilizzo improprio del corpo della donna nella pubblicità televisiva, o nella carta stampata.

Mi sembra una buona iniziativa, visto che è sotto gli occhi di tutti quanto la comunicazione pubblicitaria si sia modificata negli ultimi tempi, producendo messaggi e immagini che sempre più somigliano alla pornografia. Negli spot tv, come sulla carta stampata, è il corpo femminile quello utilizzato più di frequente: si tratta in genere di modelle riprese senza veli, o in atteggiamenti seducenti ed allusivi, allo scopo di reclamizzare prodotti o servizi che spesso non hanno alcuna relazione con le immagini o i messaggi proposti.

Queste pubblicità, oltre ad essere molto spesso di cattivo gusto (esempio: "Montami a costo zero", per vendere pannelli fotovoltaici) propongono situazioni e modelli di ruolo tutt'altro che positivi per i più giovani, i quali non sempre hanno gli strumenti per guardare a questi messaggi in modo critico, sapendoli decodificare.

Ancor più grave è che ormai appaiono numerose evidenze di una possibile relazione fra l'oggettivazione massiccia del corpo femminile e l'aumento impressionante della violenza contro le donne. Diversi studi mettono infatti direttamente in relazione la violenza sulle donne con la loro "deumanizzazione".
 
Ciò su cui vorrei soffermarmi tuttavia non è tanto questo disegno di legge in sé, che giunge in Parlamento in qualche modo atteso, quanto sulla inaccettabile rozzezza con cui alcuni giornali (di destra) hanno commentato la notizia. Il premio della volgarità spetta sicuramente a Libero (con l'articolo firmato da Franco Bechis, una delle "migliori" penne del giornale) il quale, per commentare la notizia del disegno di legge ha così titolato in prima pagina: "Invece di pensare alla crisi, Il Pd vieta la gnocca" (guardare per credere!).

Certo, tutti sanno che viviamo in tempi di vacche molto magre e che i problemi del nostro Paese sono davvero tanti. Voglio anche dire che l'argomento della mercificazione del corpo femminile, seppure molto importante, non è certamente da considerare al top delle priorità dell'azione di governo. Nonostante questo, non vedo nulla di strano nel fatto che delle parlamentari abbiano elaborato una proposta di legge per combattere anche questo problema...

Si potrà dire che non tutti e tutte sono d'accordo su una riforma del genere, che molti troveranno sicuramente troppo radicale, densa di ipocrita moralismo, caratterizzata da rigidità e intransigenza (e via dicendo...), ma certamente una reazione come quella di Libero non è degna di un Paese civile.

Nel parlare di "gnocca" per intendere la donna (cioè nominare gli organi genitali di una persona per intendere la persona stessa) non mi viene tanto da pensare alle figure retoriche implicate in questo processo linguistico, quanto allo svelamento psicologico di un pensiero inconscio che associa i due concetti, considerandoli interdipendenti, con l'implicazione implicita che la donna senza la "gnocca" non potrebbe esistere.

Certe battute volgari (la donna è quella cosa che sta intorno al suo organo genitale - anche se detto in altro modo) le sentivo dire al tempo della scuola media, da qualche ragazzino coi baffetti che voleva sembrare più grande di quello che era: possibile che battute così machiste e di bassa lega possano apparire oggi, senza nessuno scandalo, su uno dei maggiori quotidiani nazionali?

Va anche detto che lo "scoop" ideato da Libero deve aver funzionato per vendere copie, tanto che si è cercato di fare il bis con: "Pd talebano: Chi ha paura della gnocca è contro la libertà".

Basterebbe solo ragionare su questi titoli per capire quanto una legge contro l'oggettivazione del corpo femminile sia quanto mai urgente e necessaria. (Non che la manifestazione di piazza ideata dallo sguaiato Giuliano Ferrara, "siamo tutti puttane" fosse più fine, eh?). Ma tant'è: mala tempora currunt.

Della "mercificazione del corpo" nella pubblicità si è peraltro recentemente occupata anche la presidente della Camera, Boldrini, la quale ha dichiarato:«È necessario porre limiti all'utilizzo del corpo delle donne nella comunicazione. È inaccettabile che ogni prodotto venga veicolato attraverso il fisico femminile. Le multinazionali fanno queste pubblicità con le donne solo in Italia e non in altri Paesi. Una donna oggettivizzata, resa cioè oggetto, la si tratta come si vuole e la relativa violenza è a un passo».

I pubblicitari tuttavia non ci stanno: secondo Paola Manfroni, art director dell'agenzia Marimo e vicepresidente dell'Adci, (Art director club Italia) "la diversità della nostra pubblicità dal resto d'Europa è un dato di fatto" ma, a suo parere le campagne "sessiste" nascerebbero "fuori dai percorsi professionali sani" rispecchiando soprattutto la realtà di "piccole aziende che cercano di farsi notare sdraiando la cugina belloccia mezza nuda sulle piastrelle di loro produzione, e quella della malaimpresa italiana, manager impreparati selezionati solo per catene di fedeltà alla cordata, che rafforzano i loro legami da spogliatoio condividendo starlettes e mazzette".

Anche Annamaria Testa, all'assemblea UPA 2003, ha fatto dichiarazioni analoghe, dicendo che "la buona creatività vive di buone regole", per cui il problema potrebbe risolversi attraverso il potenziamento dell'autodisciplina (cioè lo IAP): "Da creativa pubblicitaria, io sono felice e orgogliosa che ci sia lo IAP, che lavori bene e che, cancellando la cattiva pubblicità, difenda anche la qualità del mio lavoro e la reputazione dell'intero settore".

Resterebbe solo da capire a chi mai si siano rivolti Dolce e Gabbana, quando hanno commissionato la famigerata pubblicità dello stupro di gruppo: sono forse imprenditori impreparati? O la loro è la tipica malaimpresa che sdraia la cugina belloccia?

Di pubblicità come quella di Dolce e Gabbana ve ne sono moltissime, in Italia e all'estero, ma forse non vale la pena parlarne e citarle, perché se gli addetti ai lavori le vedono con occhio critico, i soliti voyeurs potrebbero ritenerla una bell'antologia di "gnocche", tanto per utilizzare il lessico altrui. È un po' quello che è successo al video "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo, creato per denunciare la mercificazione del corpo femminile nella tv italiana, che ha totalizzato più di 3.300.000 visualizzazioni su YouTube: per molti sarà stato sicuramente un concentrato del "meglio" della tv italiana.
Non ho sentito molte voci contro chi parla della "gnocca" per definire la donna, così come pochissime sono state le voci, anche all'interno del Pd, a difesa delle "senatrici che vogliono vietare la gnocca".

Vorrei concludere citando il capo del Labour Party in Gran Bretagna, Ed Miliband, che probabilmente Libero definirebbe un povero talebano, il quale si è fatto portavoce di una campagna contro le immagini pornografiche che ritraggono corpi femminili, online e in TV.
Mr Miliband deve evidentemente vivere in un clima medioevale, da caccia alle streghe, visto che ritiene che vi sia: "una cultura che tende a mostrare immagini sempre più sessualizzate dei giovani, una cultura che dice che le ragazze potranno avere successo solo se si attengono a questi rozzi stereotipi"... Ma c'è di più: nel discorso tenuto al meeting Women in Advertising and Communications London, Miliband ha anche attaccato i pubblicitari "perché producono troppe immagini antiquate di donne" e ha chiesto, udite, udite: "riforme per combattere gli stereotipi di genere", precisando che: "la rappresentazione sociale non riguarda solo i lavori che le persone svolgono, ma anche come esse sono viste, nelle immagini che ciascuno ha dell'altro, perché è in parte proprio da queste immagini che noi impariamo ad interagire".

Che dire? C'è ancora molto da fare in queste latitudini mediterranee per le pari opportunità e forse aver eliminato anche la relativa Ministra non va esattamente nella direzione che le donne italiane (nella maggior parte) auspicano.

Giuliana Proietti
Huffington Post
10 07 2013

Sui tagli allo sport paralimpico, non mi trovo d'accordo con il presidente del Consiglio Enrico Letta, ancora una volta i disabili sono messi ai margini della società, il presidente e il suo staff forse ignora il fatto che lo sport migliora l'aspettativa di vita di tanti cittadini disabili che si avvicinano allo sport anche grazie al Comitato paralimpico, quest'ultimo offre a coloro che iniziano un attività sportiva che poi sfocia in quella agonistica, l'opportunità di partecipare a tante manifestazioni ufficiali che danno dignità e spessore agli stessi disabili.

Io sono uno di quelli che grazie allo sport paralimpico, il nuoto, sono riuscito ad attivare una serie di iniziative molto importanti, ho messo in campo vere e proprie campagne di sensibilizzazione politica che hanno portato all'attenzione delle massime cariche dello Stato quelli che sono i problemi quotidiani che mettono in seria difficoltà coloro che vivono una disabilità e che in Italia hanno grossi problemi anche di una minima integrazione, vedi come ultima cosa, l'obbligo di pagare la sosta sulle strade pubbliche, dazio messo proprio dallo Stato e dagli Enti locali che rappresenta una barriera scandalosa che rende carcerati centinaia di migliaia di cittadini con problemi di deambulazione.

Tornando al taglio dei finanziamenti, su questo non sono d'accordo, se mai, sarebbe utile controllare che i soldi siano spesi per l'interesse dei disabili e non per fornire strumenti di Lusso ( uffici prestigiosi e auto di lusso ) a chi lavora al Comitato, in epoca di ristrettezze economiche meglio tenere d'occhio le spese che tagliarle a danno di chi ne ha bisogno.

Nel contempo il mio consiglio al presidente del Consiglio troppo impegnato a tagliare è quello di tagliare i costi della politica e dei politici ivi compresi pensioni e stipendi invece di lasciare i privilegi a chi li ha, cito ad esempio gli staff dei Comuni e delle Province, Assessori che assumono a tempo determinato per la durata del Mandato ragazzi e persone conosciute in campagna elettorale. Solo il Comune di Napoli spende in Staff circa 2 Milioni di euro, quando si potrebbero usare i dipendenti pubblici dando loro un piccolo incentivo.

Gianluca Attanasio
Huffington Post
10 07 2013

Sono tornata dal Premio Ischia 2013 di Giornalismo fiera del fatto che, per la prima volta in 34 edizioni, siano state premiate tante valide giornaliste come Isabella Bufacchi, Lilli Gruber, Sarah Varetto, Emanuela Audisio e Franca Giansoldati e felice che il Premio per i diritti umani sia andato ad una giornalista messicana, Lydia Cacho Ribeiro, che con il suo coraggio e la sua passione civile, rende onore a tutte le donne e illumina a tutti la strada del vero giornalismo.

Lydia Cacho è una giornalista, scrittrice, femminista e attivista per i diritti delle donne e dei bambini, che da anni si batte per denunciare il loro sfruttamento e la corruzione imperante nel suo Paese.

Nel suo libro "I demoni dell'Eden" (2005) la Cacho accusa un noto proprietario di alberghi e i suoi potenti amici politici di essere coinvolti in un giro di pornografia e prostituzione infantile, con tanto di dichiarazioni delle vittime e prove filmate con videocamera nascosta. Per questo Lydia viene ingiustamente arrestata, sequestrata e malmenata da alcuni poliziotti corrotti, da quegli stessi politici, con 2.000 euro.

"Quando l'ho saputo ho pensato che la mia vita valeva più di 2.000 euro, che la vita di tutti noi vale molto di più e che non possiamo permettere che questo accada. Dobbiamo portare avanti un giornalismo etico, che abbia come punto di riferimento la difesa dei diritti umani" queste le sue parole alla consegna del Premio Ischia, momento in cui ci ha anche ricordato la storia di prostituzione minorile che ha visto implicato il nostro ex premier: "in un Paese civile i giornalisti hanno il dovere morale di denunciare questi fatti gravi."

Lydia, nonostante le continue minacce di morte, non ha paura e non rinuncia alla sua battaglia di civiltà: far sapere ai cittadini cosa succede veramente dietro ai fatti di cronaca, denunciare quella che è una vera e propria tratta di bambine, dai 4 ai 13 anni, attuata da bande di narcotrafficanti e da politici corrotti, che le usano come oggetti per soddisfare i loro appetiti bestiali. Dal 2006 Lydia si impegna soprattutto nelle indagini e nella soluzione di casi irrisolti e drammaticamente numerosi, di omicidi e abusi che avvengono a Ciudad Juarez, tristemente nota come la città più pericolosa del mondo, con il tasso più elevato di assassinii di donne.

E pensare che la sua fama di giornalista d'inchiesta è arrivata quasi per caso: l'editore del suo primo libro che partiva da un'indagine sulla sparizione di una tredicenne americana, aveva infatti chiesto ad un altro giornalista di fare l'inchiesta, ma lui non ebbe il coraggio e propose a Lydia di farla poiché aveva paura di morire. Lei non solo ha fatto l'inchiesta, che ha portato poi all'arresto del colpevole, ma ha dato il via ad una virtuosa catena emulativa per cui ora, in Messico, molti giovani giornalisti, in maggior parte donne, seguono le sue orme e si interessano di queste questioni drammatiche ed altamente pericolose, visto il potere dei principali responsabili di questi reati orribili.

Fino a quando ci saranno persone capaci di squarciare il velo di omertà che copre i sistemi corrotti; fino a quando ci sarà qualcuno che ha il coraggio di far sapere al mondo l'orrore che viene commesso contro i più deboli e i più poveri, allora ci sarà speranza in una società più giusta. In questo caso Lydia Cacho è una vera e propria eroina dei tempi moderni, non solo una brava giornalista, non a caso premiata nel 2007 con il Premio "CNN hero of the World". Come dice giustamente di lei Roberto Saviano: "Lydia Cacho è una donna coraggiosa che ha sopportato prigione e tortura per aver difeso una minoranza cui nessuno prestava ascolto. L'importanza del suo atto di denuncia ha valenza universale perché ovunque lo stato è debole, ovunque c'è spazio per l'illegalità, le prime vittime sono le donne e i bambini".

Paola Diana

La cultura che (r)esiste. Senza fondi

Huffington Post
10 07 2013

Quando si parla di cultura è impossibile non scadere nella retorica. E in questi venti anni purtroppo è stata fin troppo esasperata.

Siamo sicuramente tutti d'accordo sulle frasi classiche che accompagnano il tema da sempre: "siamo il Paese più ricco del mondo", "viviamo in città-museo a cielo aperto", "potremmo vivere solo di cultura e turismo" eccetera, eccetera.

In verità, benché in campagna elettorale si è tutti bravi a sottolineare temi culturali e salvaguardia del nostro patrimonio archeologico, alle parole non sono mai seguiti i fatti. Basti pensare a quell'1,1% di spesa pubblica destinata alla cultura, cifra molto bassa, circa la metà della media europea, che ci fa essere fanalino di coda in Europa.

Il Colosseo è stato solo il caso più simbolico di settimane in cui è davvero accaduto di tutto: musei italiani che chiudono di colpo per le proteste dei custodi, la Reggia di Caserta in stato di totale abbandono, i Bronzi di Riace senza una casa da 1.300 giorni, l'ultimatum dell'Unesco al governo italiano per rimarginare le ferite di Pompei, la scuola del Piccolo teatro di Milano in crisi, l'ennesimo taglio al tax credit per il cinema, le fondazioni liriche (Maggio fiorentino e Carlo Felice di Genova su tutte) sull'orlo del default.

Facile dire "puntiamo su cultura e turismo", ma ancora dal governo non è arrivata una minima risposta scritta.

Anzi forse a pensarci bene alcune lettere sono arrivate, proprio al ministro della Cultura Massimo Bray: nei giorni del suo insediamento al Mibac, (proprio quando Letta in Tv assicurava "se ci saranno tagli a scuola e cultura mi dimetterò") non aveva ancora controllato la cassetta della posta. Ad attenderlo c'erano 8.000 bollette della luce arretrate e mai pagate, per la modica cifra di 40 milioni.

Bray adesso si è ritrovato nella infelice posizione di fare appello alla sensibilità di Letta e Napolitano per cercare di ripianare i debiti. Urgono provvedimenti urgenti, prima di perdere tutto. Non sappiamo ancora quanto potrà essere la somma stanziata per tappare i buchi di questo disastro all'italiana. Sicuramente è possibile dire che anche quest'anno bisognerà prepararsi alle ennesime "lacrime e sangue" di tutto il comparto culturale.

Le cifre comunicate dal Mibac non fanno certo intravedere una inversione di tendenza. Basta purtroppo fare i calcoli degli investimenti tagliati: dal 2008 abbiamo perso circa un miliardo e 300 milione di fondi. Cinque anni di colpi inferti alle nostre più grandi ricchezze.

"Soluzioni subito o boicottiamo Venezia" è il grido del mondo del cinema italiano riunitosi per il Festival di Taormina. Per il cinema diventa sempre più complicato destreggiarsi tra la riduzione del tax credit (diminuito da 80 milioni a 30 per il 2014) e il taglio del Fondo Unico per lo spettacolo 2013 (decurtato del 5,2%, ovvero 72,4 milioni di euro).

Le fondazioni liriche presentano debiti per 330 milioni di euro. E se non si interviene subito potremmo dire addio al Maggio fiorentino (anche se in questi giorni si cerca di fare di tutto per scongiurarne la liquidazione). Alla finestra stanno anche altre 11 fondazioni lirico-sinfoniche che dal 1996 non hanno risposte dalla politica. Nessuno si è occupato dei nostri teatri lirici in venti anni. Nessuno. A forte rischio anche il Carlo Felice di Genova che, con perdite di 3 milioni nei sei mesi del 2013, fa fatica a pagare gli stipendi. In crisi anche i teatri stabili a cui è stato tagliato dal bilancio il 5,3% di risorse; oggi contano su 62,5 milioni di euro per 68 teatri. E l'ottimismo certo non regna: "così rischiamo di chiudere".

I contributi pubblici 2013 per gli istituti culturali sono stati decurtati del 18% rispetto al 2009, afferma il ministero, raggiungendo 14,6 milioni di euro. Tagli e proteste anche per musei e siti culturali: in Italia sono circa cinquemila, uno ogni 10.900 abitanti secondo Confcultura. Gli istituti statali sono in tutto 420 (200 musei, 220 monumenti), in molti casi con forti problemi di personale dovute anche al blocco del turn over che incombe sul Mibac. Per il 2013 l'organico dovrebbe essere composto da 19.132 unità, ma i dipendenti in servizio sono solo 18.568.

Mancano come sempre i soldi per la manutenzione ordinaria di monumenti e siti archeologici. Il programma dei lavori pubblici infatti conterà per il 2013 su soli 47,6 milioni: il 76% in meno rispetto a 10 anni fa. Ridotte all'osso anche le disponibilità per le emergenze e le manutenzioni straordinarie (pensiamo agli ultimi terremoti in Abruzzo, Emilia e Toscana, ma anche agli allagamenti come quello che ha sommerso l'area archeologica di Sibari). Per il 2013 stanziati 27,5 milioni, oltre il 58% in meno rispetto al 2008.

Se investiamo solo poco più dell'1 per cento in cultura, dobbiamo considerare che produciamo il 5,4% della ricchezza prodotta, ovvero 75 miliardi di euro.

Sono circa un milione e quattrocento mila persone, il 5,7% degli occupati, che con la cultura ci "mangia", secondo lo studio Symbola/Unioncamere. Tutta la "filiera della cultura", in cui includiamo settori dell'indotto come il turismo legato alle città d'arte, il valore aggiunto prodotto dalla cultura schizza dal 5,4 al 15.3% del totale dell'economia nazionale. Insomma cifre che sottolineano un'evidenza: il valore aggiunto prodotto dalla cultura ha un effetto moltiplicatore senza eguali, attivando altri comparti dell'economia. Anche stavolta, quando passeremo dalla retorica ai fatti?

Celeste Costantino
Huffington Post
08 07 2013

È durata poche ore la nomina di Mohamed ElBaradei a nuovo premier ad interim dell'Egitto. Essa si è scontrata con il rifiuto totale della Fratellanza musulmana, che vede in lui un rappresentante degli interessi USA e un docile strumento al servizio dei militari. Ma soprattutto ha pesato il no di Al-Nour, il partito salafita che aveva ottenuto oltre il 27,8% dei voti alle elezioni parlamentari del novembre 2011, classificandosi come secondo partito islamico del paese. Un partito su posizioni più estreme rispetto ai Fratelli musulmani, un partito che propugna lo Jihad, la guerra santa, ma che pure non ha esitato a scavalcare i Fratelli nel loro rifiuto del golpe, dicendosi disposto a cooperare alla Road Map proposta dai militari per assicurare la transizione democratica del paese.

ElBaradei è un diplomatico egiziano, per anni ambasciatore del suo paese all'ONU. Dal 1997 al 2009 è stato direttore generale dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), e per il suo impegno nel 2005 ha ricevuto il Premio Nobel per la pace. Era parso ai militari il candidato più adatto ad offrire una faccia presentabile e rassicurante al mondo e in particolare agli Stati Uniti.

Egli è una di quelle figure più popolari all'estero che in patria, ove non gode di grande consenso e non può fondarsi su una propria base elettorale. Un po' come Gorbaciov ai suoi tempi, solo che Gorbaciov contava di più.

Proprio per questo era l'uomo ideale per le forze armate, certe che non avrebbero trovato in lui un possibile contrappeso. D'altronde, i militari in Egitto hanno quasi sempre preferito "guidare da dietro" e non esporsi in prima persona, per amministrare al riparo dai riflettori i propri interessi e le proprie priorità.

Probabilmente, non ha giovato a ElBaradei il farsi vedere a festeggiare il colpo di stato appena attuato, al fianco del Capo di Stato Maggiore e Ministro della Difesa, General Abdel Fattah al-Sisi, dopo aver sollecitato apertamente l'intervento militare per deporre Morsi. La prospettiva di un inevitabile acutizzarsi dello scontro con le forze islamiche ha finito per bloccare la sua candidatura.

D'altronde lo stesso Segretario alla Difesa USA, Chuck Hagel, era intervenuto ripetutamente in queste ore, attraverso telefonate al suo omonimo Al Sisi, chiedendo che si evitasse di inasprire ulteriormente la situazione, con conseguenze imprevedibili.

Quello che si vuole assolutamente evitare è una ripetizione dell'esperienza algerina, dove al colpo di stato contro la vittoria del Partito islamico, nel 1991, seguì un decennio di guerra civile terribilmente sanguinosa.

I Fratelli musulmani hanno certamente commesso molti errori e hanno subito un duro colpo, uscendo drammaticamente indeboliti dallo scontro con l'opposizione laica e con l'esercito. Ma anche se fossero messi fuori legge, ciò non segnerebbe la loro fine. Fuori legge sono stati per decenni, durante il periodo nasseriano e post nasseriano, ma hanno saputo vivere in clandestinità e radicarsi nella società, a partire dalle moschee, per poi riemergere come primo partito dopo la caduta di Mubarak. Non è escluso che, se si votasse oggi, essi non sarebbero in grado di riconquistare la maggioranza. Quello che è sicuro è che lo scontro con loro diverrebbe senza quartiere.

Altra preoccupazione è l'acutizzarsi del conflitto con la minoranza copta, che costituisce il 20% della popolazione, e che viene percepita dagli islamici tra gli ispiratori del colpo militare. Infine, la contrapposizione frontale in atto non può che rafforzare le componenti jihadiste e qaediste, presenti anche all'interno dei salafiti o collegate con essi, formazioni che hanno già cominciato a rilanciare i loro attacchi terroristici nel Sinai, che sta diventando ingovernabile, e nello stesso Nord del paese.

È evidente che il paese ha ora bisogno di una pausa, che consenta a tutte le parti un momento di riflessione. Se questo nonavverrà, la situazione non potrà che deteriorarsi, e nuovo sangue verrà sparso, oltre alle decine di morti di questi giorni, con gravissime conseguenze anche per la pesantissima crisi economica che attanaglia il paese, di cui il crollo delle riserve valutarie è indice impietoso.

I nuovi esodati? Hanno 30 anni

Huffingtonpost
01 07 2013

Quanti sono i precari e i disoccupati tra i 30 e i 40 anni? Parecchi. Alcuni sono precari "storici", nel senso che hanno iniziato a lavorare negli anni '90 e sono passati attraverso tutta la via crucis del precariato. Prima stazione lavoro interinale, seconda co.co.co., poi a progetto, poi partita iva. Altri, invece, il loro posto di lavoro stabile ce lo avevano pure. Poi è arrivata la crisi, le piccole aziende che chiudono...
Insomma, c'era un piccolo esercito di precari, saltuari, inoccupati che aspettava il pacchetto di riforme del nuovo governo. Un piccolo esercito che ha passato il 26 giugno a fare refresh sulle pagine del browser o, per i meno tecnologici e i più retrò, a smanettare tra manopole di radioline e televideo.
E le loro speranze si sono trasformate, nel corso della giornata, in cattive notizie.

Il governo ha predisposto una "dote" per chi non ha un posto di lavoro stabile. Il che è senz'altro è una notizia da salutare positivamente. Ne beneficeranno, però, solo gli under 29. Sfogliando il decreto ci si accorge che alcune agevolazioni sono state pensate anche a favore degli over 50.
"Quelli in mezzo" rischiano di diventare il manzoniano vaso di coccio: gli over 30 potrebbero vedersi preferire i più giovani, magari di un anno solo. Così come esiste l'ipotesi, tutt'altro che astratta, che si inneschi una competitività al ribasso, anche sulle retribuzioni, tra lavoratori over 30 precari e under 30.

Il governo rimetta mano al decreto su questo aspetto. Ci sono tutte le premesse per penalizzare, ulteriormente, una generazione. Forse la generazione più vessata. Prima che i "nuovi esodati", relegati quantomeno al ruolo dei "poco appetibili" nel nuovo sistema di incentivi, decidano di esodare in senso biblico, andando altrove, o si risveglino disoccupati a tempo indeterminato.
Huffingtonpost
25 06 2013

Coy Mathis potrà frequentare i bagni delle bambine. Lo ha deciso la Colorado Civil Rights Division, dopo che i genitori hanno presentato un reclamo per difendere il figlio al quale il direttore della scuola elementare aveva negato il diritto.
Perché la particolarità della storia sta nel fatto che Coy è un bambino di appena 6 anni, "ma da quando aveva 18 mesi si sente una femminuccia", come racconta la madre. "Dai 4 anni ha iniziato a volersi vestire come una bambina e a parlare di sé al femminile. A non voler uscire di casa se aveva indosso vestiti da maschio, a giocare solo con bambole e a non mostrare alcun interesse per dinosauri, macchine e mostri".

"Abbiamo accettato la sua identità" raccontano i genitori "e lo abbiamo portato presso l'American Psychiatric Association dove gli è stato diagnosticato un disturbo dell'identità di genere. Una diagnosi peraltro rimossa l'anno scorso dalla lista delle malattie mentali". La rimozione riflette il consenso medico crescente sul fatto che l'identificarsi con un genere diverso da quello di nascita non è una malattia e non può essere pertanto modificata o "curata".
 
Perciò la mamma e il papà di Coy Mathis hanno di fatto cominciato a considerarlo come lui chiedeva di essere considerato: una bambina. Da qui la necessità di difenderlo da episodi di discriminazione e bullismo, come ad esempio può essere valutato il divieto di lasciargli frequentare le toilettes delle bambine. In tutto il periodo della scuola materna questa scelta non ha generato nessun problema.
 
Le difficoltà sono arrivate alla scuola elementare Fountain-Fort Carson School. Il direttore ha negato a Coy questo diritto perché "la scuola deve tener conto anche degli altri bambini, dei loro genitori e del futuro impatto che un ragazzo con i genitali maschili che utilizza il bagno delle ragazze potrebbe avere". Queste le motivazioni del consiglio di istituto.

Ne è nato un contenzioso a cui è stata messa la parola fine dal Dipartimento di Giustizia per i Diritti Civili del Colorado. Non permettendo a Coy di utilizzare bagno delle bambine, la scuola ha "creato un ambiente pieno di molestie". L'istituto scolastico ha inoltre dimostrato "una mancanza di comprensione della complessità della questione transgender", si legge nella sentenza.

"Questa decisione invia un messaggio forte - ha detto Michael Silverman, del 'Transgender Legal Defense & Education Fund' di New York - ossia che i transgender non possono essere oggetto di discriminazione e devono essere trattati come tutti gli altri studenti".

"Il suo futuro sarà migliore se Coy e tutti i bambini come lui da oggi in poi non dovranno più avere nulla di cui vergognarsi", ha detto Kathryn Mathis, la madre di Coy, che ha festeggiato la decisione del dipartimento di Giustizia del Colorado con una grande festa in cui il piccolo transgender si è presentato vestito con una canottiera di paillettes, jeans e scarpe da ginnastica di tela rosa.

Qualcuna era femminista e pure comunista...

Huffingtonpost
24 06 2013

Erano i primi anni ottanta. La mia famiglia era democristiana. Come tale e come tante, credeva nella bontà di quei valori cattolici che sembravano dare ordine e senso alla vita nella piccola, benestante provincia italiana, fatta di famiglie con due figli, mare d'estate e pasticcini dopo la messa alla domenica.
Eppure anche nella mia famiglia c'era una pecora nera, o diciamo grigia. Una cugina di mio padre, di quasi vent'anni più grande di me. La prima donna a laurearsi nel paesino abruzzese in cui era nata, mia cugina viveva da sola, leggeva, lavorava, non era sposata, fumava, parlava di politica e votava Partito comunista (o, peggio, radicale). Mia cugina era una femminista, insomma, che in punta di piedi metteva in dubbio le fondamenta di un sistema cattolico-patriarcale altrimenti imperante. Allora una ragazza, oggi una donna intelligente e fortissima, è stata una figura assolutamente determinante nella mia adolescenza.

Per lei e per milioni di altre donne italiane, sinistra (allora si diceva comunismo) e femminismo rappresentavano due facce delle stessa medaglia, la promessa di un'uguaglianza di fatto e la chiave per raggiungere una società migliore. Da allora, tante cose sono cambiate. Il Partito comunista ha cambiato nome, anche se molte delle facce sono sempre le stesse. Invece di femminismo, oggi parliamo di pari opportunità. In entrambi i casi, il cambiamento è avvenuto così, in modo un po' frettoloso, forse senza le dovute spiegazioni, spesso perdendo la capacità di mantenere l'energia del passato.
Da allora, qualche piccolo progresso nella vita delle donne c'è stato, anche se siamo ancora ben lontani dalla parità economica, politica e sociale sognata dalle femministe e rivendicata oggi da movimenti come il Se Non Ora Quando. Secondo Roberta Agostini, Responsabile delle Politiche per le Donne del Partito democratico, "tra i compiti di questa legislatura c'è anche quello di dare risposte ai movimenti di donne che hanno attraversato il paese. Noi siamo in una fase in cui le donne soprattutto le più giovani vogliono affermarsi anche nella vita pubblica ( e possibilmente senza rinunciare alla vita privata)". Secondo Roberta, per il Partito democratico "c'è stato un salto in avanti in termini di presenza femminile evidente. Nelle ultime elezioni amministrative con l'introduzione della doppia preferenza, nei consigli comunali il numero delle elette è aumentato notevolmente. A Roma passiamo da 1 a 7, a Brescia da 1 a 5, ad Avellino da 0 a 5.

Forse non stiamo conquistando i vertici, ma alcuni spazi si stanno aprendo. È una presenza raggiunta con grandi battaglie, dentro e fuori i partiti, che hanno promosso ed incontrato un cambiamento nella mentalità e nella cultura. Riconoscere questo cambiamento è molto importante, anche per capire come valorizzare ed investire questa forza."

A ogni epoca le sue battaglie e le sue ambizioni. La mia generazione (quella delle trentenni, per intenderci) è forse più pragmatica di quella di mia cugina e invece di una rivoluzione sogna un cambiamento graduale, posizione per posizione, come quello di cui parla Roberta Agostini. Invece di femminismo, parliamo di democrazia paritaria e conciliazione, alcune di noi con un po' di nostalgia per un tempo in cui donne e uomini avevano l'ingenuità e il coraggio di essere militanti di un partito, un movimento, o entrambi.

Mia cugina ha condiviso con me i suoi libri di Pavese, Vittorini e Oriana Fallaci. Alcuni non glieli ho mai restituiti e seguono nella mia libreria per ricordarmi il debito morale, intellettuale e affettivo che ho con lei e con le donne che hanno lottato per darci oggi una vita più degna e giusta. In parte, ci sono riuscite, in parte no, anche a causa di un sistema politico che sta imparando solo ora a valorizzare le donne. Il resto sta a noi farlo, partendo dai partiti, dalle istituzioni e forse ancora prima dalle case e se necessario dalle piazze.

È il 2013 e la piccola provincia l'ho lasciata da 17 anni e anche se vivo a New York, non fumo (più) e sono sposata, come mia cugina sono femminista. Mi sono addirittura iscritta a un partito di sinistra e sono segretario di circolo. La mia famiglia post-democristiana forse non è tanto contenta, mia cugina spero di sì.

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