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HUFFINGTON POST

Se la pazienza dura 15 anni

Huffingtonpost
24 06 2013

La crisi è ovunque. Anche nel nostro letto. Anche se il letto è a due piazze, entrambe occupate.

L'ultimo rapporto Istat afferma che mediamente è possibile sopportare il coniuge per 15 anni. Poi scatta la bagarre di separazioni, divorzi e annullamenti. La ruota dell'amore torna a girare, anche se pallida e stanca, debole e incarognita dai casi amari della vita.
Cosa sta succedendo?
Sul banco degli imputati chiamiamo a testimoniare il sospetto, il tradimento, la noia e l'esasperazione. Categorie più vecchie dei nostri nonni, che però erano certamente più disposti alla mediazione e molto più abili di noi a maneggiare la bilancia.
L'amore è un compromesso. Prima con noi stessi, poi con il partner, poi con la dualità della coppia.
Una frase fatta che in passato ho sentito spesso pronunciare e che con il tempo ho avuto modo di verificare. Ed il gran casino in cui siamo immersi, non favorisce certo la smentita.

In questo mondo sovrappopolato ed interconnesso, le avventure sono a portata di mano. L'illusione è che lo siano anche gli affetti, e questo normalmente capita quando si confonde la passione a portar via con il bisogno di armonia e complicità.
C'è un pò di Madame Bovary in ciascuna di noi, tutte prese dall'educazione sentimentale, dall'addomesticamento delle passioni, dall'accrescimento emotivo, mentre ci districhiamo tra la paura di perdere e la tentazione ad eccellere. C'è un pò di MachoMan in ogni uomo, che aspetta la grande donna che sostenga e confermi la sua maschia grandezza. E in entrambi c'è un pò di Piccolo Principe, che cerca di spiegare la realtà attraverso i suoi criptici disegni.

Dalla prosa alla prassi, scendendo sul piano della realtà, si arriva a quel groviglio di dolci complicazioni che sono le relazioni di coppia. Continuamente alla ricerca del partner perfetto, dell'intesa al primo sguardo, dell'ardore e della tenerezza in un'unica soluzione, spesso perdiamo di vista alcune semplici regole.
Ad esempio.
6-6-2: è il rapporto che descrive la vita sessuale di una coppia media.
Ogni 10 rapporti sessuali, 2 saranno eccezionali, 2 mediocri e 6 normali.
Normale è ciò con cui facciamo i conti ad ogni risveglio. Normale è ciò che diamo per scontato, e che può far perdere la pazienza, in tempi brevi, o dopo 15 anni. Lo dice la statistica e lo confermano i nostri comportamenti.
La Terra è abitata da circa 4.000 specie di mammiferi. Solo una minima percentuale di questi, intende (e pratica) la monogomia come un deterrente alla coesione sociale. L'essere umano non fa eccezione; a donne e uomini di diverse etnie è concesso ufficializzare, davanti allo Stato e alla Religione, l'unione contemporanea con più partner. Molti altri lo fanno invece in gran segreto, quando nel passaggio definitivo all'età adulta, crolla l'illusione dell'Amore unico ed eterno.

Ne "Il disagio della Civiltà" (1929) Freud afferma che la civilizzazione è uno scambio tra la sicurezza e la libertà. Muoviamo da un polo all'altro, cercando l'equilibrio perfetto, senza mai raggiungerlo. Le relazioni monogame funzionano all'incirca allo stesso modo.
Pretendiamo il tepore dell'affetto e le fiamma della passione. Chiediamo comprensione senza darla. Vogliamo comunicare con alfabeti diversi. E la coppia deve scegliere se scoppiare o se costruirsi nella pluralità del poliamorismo; che spesso è solo un modo di riaccendere la propria passione, attraverso esperienze molteplici e frammentarie.
Milioni di parole non basterebbo a sviscerare ed esaurire il discorso. Forse, semplicemente, la coppia non va più di moda. O forse è la nostra percezione della noia ad essere pericolosamente alterata.
Probabilmente i posteri sentiranno parlare delle nozze d'oro come di un fenomeno antropologico del passato, e non ci saranno più nonni con lo sguardo innamorato e complice. Certamente è consigliabile non farsi - e non fare - troppe domande. Come dice, sdrammatizzando, il proverbio: finchè dura, fa verdura.
Huffingtonpost
18 06 2013

La Corte d'assise d'appello di Perugia ha sottovalutato gli indizi emersi su Amanda Knox e Raffaele Sollecito nel processo per l'omicidio di Meredith Kercher. Lo scrive la prima sezione penale della Cassazione nelle motivazioni della sentenza - lunga 74 pagine - con cui spiega perché ha annullato con rinvio le assoluzioni pronunciate in appello per i due imputati.

La Suprema Corte sottolinea, in particolare, "molteplici profili di manchevolezze, contraddittorietà ed illogicità manifesta" della sentenza d'appello. "Il giudice del rinvio dovrà porre rimedio - si legge nelle motivazioni depositate oggi - nella sua più ampia facoltà di valutazione, agli aspetti di criticità argomentativa, operando un esame globale e unitario degli indizi, attraverso il quale dovrà essere accertato se la relativa ambiguità di ciascun elemento probatorio possa risolversi, poiché nella valutazione complessiva, ciascun indizio si somma e si integra con gli altri". L'esito di tale "valutazione osmotica - rilevato i giudici della Cassazione - sarà decisiva non solo a dimostrare la presenza dei due imputati nel locus commissi delicti, ma ad eventualmente delineare la posizione soggettiva dei concorrenti" di Rudy Guede, già condannato in via definitiva.

La decisione di assolvere "per non aver commesso il fatto" Amanda e Raffaele, presa dai giudici d'appello (i due imputati, in primo grado, erano stati condannati rispettivamente a 26 e 25 anni di reclusione), "presenta - osserva la Cassazione - una valutazione parcellizzata ed atomistica degli indizi, presi in considerazione uno ad uno e scartati nella loro potenzialità dimostrativa, senza una più ampia e completa valutazione da operarsi ad ampio raggio". Ciò ha "vulnerato la valenza e lo spessore" dei singoli elementi, "trascurando - si rileva nella sentenza - la valorizzazione che le tessere del mosaico indiziario assumono nella valutazione sinergica", e ha "impedito che le lacune che fatalmente ciascun indizio porta con sè fossero colmate".
L'ora della morte. L'ora della morte di Meredith Kercher va riferita all'"urlo straziante", "sicuramente" della vittima udito da alcune testimoni, e, dunque, va posticipata rispetto alla ricostruzione operata dai giudici d'appello. Lo scrivono i giudici della prima sezione penale della Cassazione.

"A fronte di dati concordanti e conducenti ad un orario necessariamente successivo a quello stabilito dalla Corte, a cui si doveva riportare l'urlo straziante sicuramente della povera Meredith", si legge nella sentenza depositata oggi, i giudici di secondo grado hanno "preferito tirare le fila dalla rappresentazione di Guede" contenuta in una comunicazione via chat con un amico "resa in un contesto esterno al processo e comunque di assoluta menzogna". Tali conclusioni dei giudici d'appello, sottolinea la Cassazione, "appaiono ancora più stridenti, se solo si consideri che dell'urlo straziante ne ebbe a fare cenno anche la stessa Amanda nel suo memoriale, allorquando il dato non era ancora di pubblico dominio".

I custodi della legalità e le logiche correntizie

Huffingtonpost
17 06 2013

Ho letto con interesse su Il Fatto quotidiano alcuni interventi di importanti magistrati che commentavano la possibile riforma del Csm che sarebbe il loro organo supremo di autogoverno, espressione dei sacri principi di autonomia ed indipendenza della magistratura.

Non capisco nulla dei termini di questa riforma che impegna le intelligenze dei magistrati più impegnati. Quel che sono sicura di aver capito è che si dà comunque per scontato il problema che alcune delibere del Csm, "soprattutto" in tema di designazione e nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari, sarebbero state fonte di polemiche o critiche perché adottate sulla base di "logiche correntizie" e non, quindi, in base a criteri di rigorose trasparenza e meritocrazia.

Ma cosa sono, mi chiedo, le logiche correntizie? Sono per caso quelle relative all'appartenenza di questa o quella associazione?

Mi chiedo ancora: i dirigenti degli uffici giudiziari non sono per esempio i procuratori capo della repubblica, i presidenti dei tribunali, i procuratori generali, i presidenti di corte d'appello e così via?

Ma allora sono proprio coloro che sono chiamati ad essere custodi della legalità, uguale per tutti e senza sconti per nessuno.

Sono disorientata, lo ammetto.
Huffington Post
11 06 2013

Femminista non sono mai stata (...) femministe non lo siamo mai state e neanche post-femministe, perché del femminismo storico abbiamo respinto le parole d'ordine, i costumi, le mentalità (...). Quello che proprio non posso condividere del femminismo è lo spirito di liberazione che antepone la conflittualità tra i sessi alla complementarietà dei sessi, e vuole l'eliminazione dei ruoli di genere e la cancellazione delle identità maschili e femminili.

Lo scrive la neonominata Consigliera per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio, Isabella Rauti, figlia di Pino Rauti, a sua volta ex Fronte della Gioventù, ex Msi, ex Movimento Sociale Fiamma Tricolore, ex Alleanza Nazionale.

Da ultimo ex consigliera del Lazio, indagata per concorso in abuso d'ufficio assieme ad altri membri dell'Ufficio di presidenza della Regione Lazio.

Isabella Rauti è stata scelta ''per l'alta professionalità e per il costante impegno nel delicato settore" - ha dichiarato alle agenzie il ministro dell'Interno, Angelino Alfano - aggiungendo che "la nomina dimostra l'attenzione del governo nei confronti di queste gravi problematiche".

On line è disponibile anche un articolo di Rauti scritto dopo la manifestazione del 13 febbraio 2011, promossa dal comitato Se non ora quando in tutte le piazze italiane.

Sulle pagine del Giornale la moglie di Gianni Alemanno criticava le partecipanti ai cortei, complici di un sistema malato in quanto esponenti di una tradizione politica che voleva "scardinare le agenzie educative come famiglia e scuola, sostenendo l'aborto, il divorzio e i Dico".

Si può fare a meno della cultura femminista per contrastare la violenza sulle donne? Una destra familistica, arrogante e securitaria può lottare contro il femminicidio? La risposta del nuovo governo è sì.

Huffingtonpost.it
09 06 2013

Il suo obiettivo era - ed è - far chiudere un sito “che vìola palesemente la dignità degli immigrati e i principi della nostra Costituzione”. Si è ritrovata coperta di insulti su Facebook da parte di utenti che gridano “vergogna”, augurandole di “trovare tre nigeriani per strada la sera” a darle una bella lezione. La “colpa” di Annalisa Pannarale, deputata Sel, è quella di essere prima firmataria di un’interrogazione parlamentare in cui si chiede al Ministero dell’Interno di valutare la chiusura del sito internet Tutti i crimini degli immigrati, sito che raccoglie esclusivamente notizie di reati (veri o presunti) che abbiano come protagonisti gli immigrati.

Dal giorno dell’interrogazione sul profilo Facebook della deputata sono comparsi messaggi di odio, minacce e insulti di ogni genere. Post a cui la deputata ha deciso di non rispondere. “C’è una violenza in quelle parole che è disarmante. È la spia di un clima terribile che trova nei social network una valvola si sfogo. Io però non mi fermo, di certo non mi faccio intimorire da queste minacce”.

Secondo i deputati di Sel che hanno presentato l’interrogazione, il sito in questione fornisce un’immagine degli immigrati completamente lesiva della dignità personale. “È anche per questo – spiega Pannarale – che non volevamo dare pubblicità all’interrogazione: volevamo che la Polizia Postale agisse per mettere fine a una pagina web che esiste in aperta violazione ai principi stessi della nostra Carta Costituzionale”.

In poco tempo, però, la notizia dell’interrogazione parlamentare è rimbalzata dalla pagina Facebook di Forza Nuova a blog di destra come Identità.com, scatenando la rabbia dei militanti. Una rabbia che ben presto si è trasferita sul profilo Facebook di Pannarale, con “commenti irripetibili, che in alcuni casi non ho potuto che cancellare - racconta - per evitare che qualcuno dei miei amici si sentisse in dovere di rispondere”.

“Ci tengo a dire che non mi fermerò di fronte a queste minacce. Noi deputati di Sel riteniamo che quel sito abbia l’esito potenziale di incitare all’odio razziale e alla discriminazione”, aggiunge. “È una vergogna che sia online. Un conto è la libertà d’espressione, un altro è diffondere materiale lesivo della dignità delle persone e incitare all'odio. Quanto agli insulti sui social network, rimango sempre attonita di fronte a tanta violenza verbale. Ma è un fatto che mi convince ancora di più della necessità di non chiudere gli occhi di fronte a usi della rete che violano le leggi e il rispetto delle persone”.

Huffingtonpost
04 06 2013

Umiliato perché gay. È questa la denuncia fatta da Matteo Pegoraro, candidato sindaco di Solesino in provincia di Padova e arrivato terzo. A prenderlo di mira sarebbe stato don Ferdinando, cappellano dell'ospedale di Monselice. Così Pegoraro ha scritto a il Mattino di Padova.

    L'essere gay a Solesino (Padova) è forse come esserlo in un paesino del meridione, dove tutti conoscono tutti e la mentalità si amalgama tra il conformismo e il machismo. È un paese di circa 7200 abitanti, un po' sganciato dal resto del mondo, dove raramente chi ci vive si permette di uscire fuori dagli schemi e dove i valori della famiglia tradizionale sono talmente radicati da non essere minimamente messi in discussione. È un paese con molti anziani, che tramandano una tradizione senza dare troppe opportunità a qualcuno di cambiarla o proporne una visione diversa. Quando mi sono candidato sindaco, un giornale locale - Il Mattino di Padova - ha intitolato gli strilloni "Sono gay e mi candido a Sindaco" e in poche ore i quotidiani erano esauriti. Il titolo del pezzo era "Il primo candidato a sindaco di Solesino è un omosessuale". Il giorno dopo in piazza tutti mi scrutavano con aria indagatoria, qualcuno lanciava qualche occhiata, qualcun altro sorrideva timido e accennava a un saluto, i più fingevano di non far caso alla cosa.

    Nei bar parlavano già che se fossi stato eletto avrei portato il gay pride, i matrimoni gay e legalizzato le adozioni, in un'ottica abbastanza assurda e ben poco realistica, ma che determinava commenti e scongiuri. Dopo qualche giorno ricevevo a casa una busta chiusa da un certo don Ferdinando, cappellano dell'ospedale di Monselice, un paese vicino, dove mi si diceva che come gay, candidandomi a sindaco, stavo rovinando il nome di Solesino, che ero anormale e non potevo pretendere di essere considerato come tutti gli altri uomini.
Laura Eduati, Huffington Post  
31 maggio 2013

Un detenuto per violenza sessuale che improvvisamente ammette di fronte ai compagni di cella: "Non so rimorchiare le donne". Oppure un uomo qualunque, che dal pubblico di uno spettacolo teatrale sale sul palcoscenico e prova a calmare un litigio di coppia dove il fidanzato si mostra estremamente possessivo. ...

Quell'aula semideserta contro il femminicidio

Huffington Post
28 05 2013


di Celeste Costantino

Oggi pomeriggio voteremo alla Camera il ddl di ratifica della Convenzione di Istanbul, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Ieri una bella discussione in Aula è stata purtroppo rovinata dall'assenteismo di moltissimi colleghi e da sterili polemiche tra M5s e l'ex ministro Mara Carfagna.

Eppure il tema del contrasto al femminicidio non meritava un'aula semideserta. Non la meritava nemmeno Fabiana, sedici anni, ennesima vittima della violenza maschile: accoltellata e bruciata viva da un suo coetaneo a Corigliano Calabro. Per lei, prima della discussione della ratifica, abbiamo iniziato con un minuto di silenzio. E la Camera sembrava più silenziosa di altre volte. La presidente della Camera Boldrini non ha potuto che mostrarsi dispiaciuta per le tante assenze nell'emiciclo. Ma la discussione è cominciata: un confronto maturo, lucido e responsabile. Sebbene tanti deputati l'abbiano perso.

 

Quello che è accaduto a Corigliano - che alcuni giornali continuano a titolare colpevolmente "dramma della gelosia" - non è diverso da ciò che si consuma quotidianamente: quello che cambia ogni giorno è solo il nome, l'età, la provenienza geografica, lo stato sociale della vittima e del carnefice. Perché purtroppo quando pronunciamo la parola "femminicidio" ci riferiamo proprio alle tante Fabiane di questo Paese.

Troppo non è abbastanza. La Convenzione, che l'Italia si appresta a ratificare, sottolinea la necessità di iniziare un percorso culturale che parta dallo sguardo sociale sulle donne. Parta cioè dalla decostruzione di quell'idea per cui tutto dipende dai nostri comportamenti.

C'è ancora chi pensa che se fossimo donne ubbidienti e caste forse gli uomini non sarebbero così violenti: come se una prostituta invece meritasse di essere violentata, picchiata o uccisa. La verità è che "Troppo non è mai abbastanza", come ci ha raccontato Ulli Lust, facendoci vergognare del nostro Paese.

Donne pensate e immaginate come oggetti di proprietà, come cose da possedere. E più vivono condizioni di precarietà economica e sociale e più facile diventa la reificazione. Che c'è di meglio per esempio delle donne migranti? Badanti sequestrate dentro le case degli anziani che accudiscono. Famiglie italiane che pensano che pagando un lavoro comprano la vita di queste donne.

Ho intrapreso un viaggio per i centri antiviolenza del nostro Paese. L'ho voluto chiamare #RestiamoVive. La prima tappa è stata proprio a Cosenza al Centro Roberta Lanzino a pochi passi da Corigliano. Quel Centro qualche anno fa è stato costretto a chiudere la casa rifugio per donne maltrattate per mancanza di fondi. E sempre in questo viaggio al Centro Ester Scardaccione di Potenza ho ascoltato, tra le altre, le testimonianze di tante donne straniere a cui per lavorare veniva chiesto anche di accettare clausole non scritte come far godere sessualmente il malato o un parente vicino.

Decostruire modelli e stereotipi. Bisogna avere la capacità di ripensare un nuovo concetto di cittadinanza, per tutti coloro che nascono e vivono in Italia. Ed ecco perché un ruolo centrale in questo percorso lo rivestono la scuola e l'università, i mezzi di comunicazione, l'informazione. La Convenzione di Istanbul, al Capitolo III (dall'art. 12 all'articolo 17), parla proprio dell'importanza, per esempio, dell'insegnamento dell'educazione sentimentale, della formazione all'affettività per far sì che i bambini non seguano quelli che in tutti questi anni sono stati spacciati come elementi innati e che invece sono soltanto le costruzioni sociali e culturali del maschile e del femminile.

Bisogna mettersi dalla parte di tutte le bambine e di tutti i bambini. Un accesso alla scuola libero, pubblico e laico come ha stabilito il referendum a Bologna. In cui restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di autodeterminarsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso a cui appartiene.

Si deve ripartire da un'ammissione di colpevolezza da parte della politica, dall'atteggiamento miope di chi in questi anni ha preferito parlare di "sicurezza" e convocare Consigli dei Ministri d'urgenza quando era del tutto evidente che l'emergenza fosse strutturata e radicata. Da chi utilizza il corpo delle donne per portare aventi della propaganda razzista e moralista che non contrasta ma aumenta l'odio nel Paese.

Abuso mediatico del corpo femminile. Tra qualche giorno compierò 34 anni. Sono nata nel 1979, sono figlia della tv commerciale, mi sono imbevuta nel corso della mia vita di cartoni animati con principesse e streghe, telefilm americani con papà a lavoro e mamme a fare biscotti, programmi come "Non è la Rai". Sognavo da adolescente di essere bella come quelle ragazze e quindi lungi da me uno sguardo giudicante o bigotto nei confronti di chi investe sulle propria fisicità e sul mondo dello spettacolo. Ma oggi c'è un vero e proprio abuso mediatico del corpo femminile che viene associato a qualsiasi prodotto da reclamizzare fino ad arrivare addirittura a inscenare un femminicidio per pubblicizzare un panno per la polvere.

Faccio parte di quella generazione che ha ereditato dal movimento delle donne il concetto di libertà e di autodeterminazione e tanto altro ancora. E pensavo ingenuamente che quei concetti e quei diritti nessuno li avrebbe più messi in discussione. Oggi invece di parlare della precarietà come tratto della mia generazione - che figli non ne fa più perché non è neanche nelle condizioni di poterli fare - devo ancora stare qui a difendere la legge 194 dagli obiettori di coscienza e dai movimenti pro life spalleggiati da corpuscoli politici fanatici e anacronistici. E a rabbrividire sui dati dell'aborto clandestino.

Con la ratifica a Istanbul rinunciamo a tutto questo e proviamo finalmente a ridare dignità a Fabiana, a tutte le vittime, a tutte le donne e gli uomini di questo Paese.

La lettera di Davide, gay a 17 anni

Huffington Post
27 05 2013

Coraggiosa schietta e bella, oltre che drammatica, la lettera che Davide, gay a 17 anni, ha scritto su Repubblica qualche giorno fa. Davide ha affermato un diritto inalienabile: anch'io ho il diritto di esistere e di amare. Nessuno, men che meno lo Stato, può negare o restringere questo diritto.

A meno che l'indifferenza non abbia già corroso la nostra anima, o che l'ideologia religiosa o politica non ci abbia già reso del tutto cechi all'esperienza vitale dell'altro, non è possibile non essere scossi dal nostro torpore dalle frasi di un adolescente, come quando scrive:

Io sono gay, ho 17 anni e questa lettera è la mia ultima alternativa al suicidio in una società troglodita, in un mondo che non mi accetta sebbene io sia nato così.
Una lettura in chiave esclusivamente compassionevole della lettera-denuncia di Davide sarebbe però limitante, perché perderemmo l'opportunità di vedere nella sua esperienza anche un riflesso della nostra società, delle sue sfide, dei suoi limiti, ma anche delle sue opportunità.

Confidandoci la sua esperienza come gay, Davide ci rende coscienti di come la nostra sia una cultura logo-centrica, che produce e riproduce la realtà in termini binari definendo per sé stessa ciò che è bene e ciò che è male, adottando ciò che è buono, e dislocando ciò che definisce come cattivo. Quando Davide scrive che "non a tutti è data la fortuna di nascere eterosessuali", evidenzia la esperienza di chi, perché omosessuale, viene dislocato, marginalizzato ed escluso dal paradigma dominante dell'eterosessualità, al punto da sentirsi "sfortunato". Davide non dovrebbe sentirsi sfortunato a causa del suo orientamento sessuale. L'omosessualità infatti non è una scelta o un capriccio, ma una verità a cui non si può che rispondere - come fa Davide - nella ricerca di una propria coerenza di identità di genere. Ma se si sente sfortunato, è per via della realtà culturale che lo circonda e che lo definisce come figlio di un Dio minore.

Ecco allora che la lettera di Davide, è anche una lettera politica, perché ci invita a scegliere un percorso e costruire una realtà che si ponga come terza, capace cioè di costruire inclusione e di attribuire pari dignità alle persone umane, al di là del loro orientamento sessuale.

Ma mi sembra che Davide con la sua lettera ci fa anche un'altra provocazione, perché la sua richiesta di essere riconosciuto pienamente come persona, non è estranea alla crisi che il nostro paese vive e alla ricerca di una soluzione di fondo. Infatti, questo giovane gay ci da l'opportunità di comprendere che è approfondendo la nostra democrazia che possiamo dare un colpo di ali al nostro paese. È garantendo più inclusione, e non ripiegandoci su noi stessi, che come paese ci riscopriamo, ci reinventiamo e così ridiventiamo.

Permettetemi qui di citare un consigliere provinciale del Pd del Trentino Alto-Adige, Mattia Civico, che è pure mio fratello, perché è stato lui, durante una passeggiata a New York un paio di mesi fa, a suggerirmi la stretta relazione che esiste tra soluzione della crisi ed espansione dei diritti. E' un concetto che il consigliere Civico ha affermato durante il dibattito per la legge finanziaria lo scorso dicembre quando ha sottolineato che l'esclusione dell'altro per qualsiasi ragione (razza, religione o orientamento sessuale) non solo umilia la dignità delle persone, "ma mette anche un freno alla crescita del nostro sistema complessivo, negando alla nostra intera comunità una prospettiva di futuro".

Del resto, l'Italia ha già dato prova di questa capacità nel passato. Nel 1946, in pieno dopo-guerra, con un Paese in ginocchio, in un momento di massima difficoltà, abbiamo avuto la capacità di riconoscere il diritto di voto alle donne. E forse non è un caso, che il Presidente della Repubblica, nel pieno dell'attuale crisi, abbia posto il tema della cittadinanza da riconoscere ai bambini che nascono in Italia da genitori stranieri.

Il diritto degli omosessuali di potersi amare, è oggi la grande frontiera dei diritti civili. È una cartina di tornasole che misurerà la qualità della nostra democrazia ed il grado di civiltà raggiunto. In questo senso, la lettera della Presidente della Camera Boldrini, così come le dichiarazioni di alcune esponenti del Pdl, mi sono sembrate un segno di speranza, oltre che una risposta opportuna e necessaria alle parole di Davide. Perché dalla crisi si esce con più cittadinanza e con un senso più ampio e inclusivo di comunità. Questo ci ha ricordato Davide con la sua lettera, e con il coraggio della sua esperienza.

Crescere a Domiz: un anno nel campo profughi

Huffingtonpost
20 05 2013

Oggi vi racconto brevi storie che ci ha inviato la collega dell'Unicef Wendy Bruere, dall' Iraq.

Gulnar e le sue sorelle: Gulnar ha 9 anni e vive nel campo profughi di Domiz, in Iraq, da circa un anno - dall'epoca in cui la struttura è stata aperta. Eppure chiede ancora ogni giorno alla madre quando potrà tornare a casa, a Damasco.

Sua madre, Avin Ahmad, è preoccupata per Gulnar e per le sue tre sorelle minori, rispettivamente di 2, 5 e 6 anni.

"In Siria le mie bambine avevano molti giocattoli, e la nonna era spesso a casa con loro" racconta Avin. "Ma qui non hanno un posto dove giocare, e quindi giocano nel fango davanti alla tenda. È una vita terribile per loro. Non mi ascoltano più, sono cambiate."
"Quando le sento parlare fra loro, le due più grandi discutono su quello che faranno quando torneranno a Damasco. Quando siamo venuti qui, erano convinte che si sarebbe trattato di un breve periodo. Qualche giorno fa ho sentito Gulnar dire alla zia: se potessi tornare in Siria, non ritornerei mai in questo posto."
La dura vita nelle tende: un'altra mamma, Gulistan, vive da aprile 2012 a Domiz con il marito e quattro bambini tra i 4 ai 17 anni. Come la famiglia di Avin, anche loro hanno sofferto il trauma dell'arrivo al campo.

Una volta registrati è stata data loro una tenda, con materassi e coperte per creare la loro "nuova casa" in un campo erboso insieme ad altre 300 famiglie.
In Siria avevano entrambi un lavoro e una casa di proprietà. I loro figli andavano bene a scuola, e nessuno di loro aveva mai dormito in una tenda. "La vita in tenda è dura per i bambini" dice Gulistan. "L'estate scorsa ho dovuto uccidere tre serpenti velenosi e parecchi scorpioni nei pressi della nostra tenda."
Gulistan e due dei suoi bambini sono stati visitati da psicologi del team di Medici Senza Frontiere che opera nel campo, per avere un aiuto nel gestire lo stress del cambiamento.
Molti arrivi, nessuna partenza: un altro aspetto della vita nel campo è il sovraffollamento. Il campo, previsto per accogliere 20.000 profughi, ne ha ormai il doppio, e i nuovi arrivati si aggiungono nelle tende dove sono presenti parenti o amici.
Avin è provata anche dal continuo flusso di visite. Alla tenda si presentano continuamente ospiti, spesso famiglie intere. "Non ho mai riposo", ci dice.
Con il passare del tempo, il campo cresce e cambia. L'Unicef ha realizzato e gestisce uno Spazio a misura di bambino (Child-Friendly Space), una struttura allestita in una enorme tenda dove i bambini possono giocare e socializzare.
Tra i numerosi interventi, abbiamo anche fornito acqua potabile e servizi igienici alle tre scuole del campo, e organizzato la rete idrica che serve l'intero campo profughi.

Stiamo continuando a lavorare per espandere i servizi e soddisfare le crescenti esigenze. Nelle prossime settimane verranno allestiti due altri "Spazi a misura di bambino" e un cortile attrezzato con giochi.
Costruire una nuova vita: "Ora il campo è più grande, ci sono più servizi e organizzazioni che aiutano le persone", riferisce Gulistan.
Gulistan e la sua famiglia si sono dati da fare per migliorare la propria esistenza a Domiz. Lei aiuta come volontaria l'Unhcr (l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, che ha il coordinamento logistico del campo), suo marito insegna in una delle scuole del campo, il figlio maggiore ha ricevuto una borsa di studio per frequentare una delle migliori scuole nella vicina città di Dohuk. "Ora siamo nuovamente felici e pieni di cose da fare" ci dice.
Anche Avin si è attivata, aprendo un salone di bellezza. Dapprima aveva preso in affitto un negozio in città, a Dohuk, ma quando suo marito è stato assunto come insegnante in una delle scuole di Domiz è diventato complicato gestire lavoro e cura dei bambini, per cui ha deciso di trasferire il salone all'interno nel campo.

"In città gli affari andavano bene, ma qui nel campo le persone non hanno soldi, quindi lavoro gratis o a prezzi bassissimi". Oltre ai servizi di manicure e trucco, Avin affitta -o presta- anche vestiti per le occasioni speciali, tra cui un abito da sposa che viene usato quasi ogni giorno - e a volte due volte nella stessa giornata!
Sua figlia Gulnar ora frequenta la scuola del campo, e due altre figlie vanno allo "Spazio a misura di bambino" allestito dall'Unicef, due volte a settimana.
Verso un futuro migliore?: Avin e Gulistan hanno lavorato sodo per rendere migliore la loro vita nel campo, ma nessuna delle due vuole rimanervi un altro anno.

Avin sogna un avvenire migliore per la sua famiglia. "Ho sbagliato a portare le mie figlie nel campo. Non voglio che crescano qui."
"Il nostro desiderio è che torni la pace in Siria, e che noi possiamo tornare a casa nostra" conclude Gulistan.

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