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HUFFINGTON POST

Cordoglio per Giuseppina da un miliardo di donne

Huffingtonpost
15 02 2013

La violenza ai danni delle donne è senza frontiere e colpisce, purtroppo, ad ogni latitudine: in India come in Africa, negli Usa come in Italia.

La storia di Giuseppina Di Fraia, la donna napoletana prima investita, poi picchiata selvaggiamente e data alle fiamme dal marito, in pieno giorno per strada, è l'ultima di una lunga serie. Lei si è spenta oggi in ospedale, dopo tre giorni di agonia. L'uomo, adesso, è accusato di omicidio.

Ma non è solo omicidio. E' femminicidio, vale a dire violenza sulla donna perpetrata in quanto donna. Nel 2013, appena cominciato, è già l'ottavo caso nel nostro Paese. Ed il nome di Giuseppina Di Fraia si aggiunge a questo angosciante elenco il 14 febbraio, giorno dell'One Billion Raising, la mobilitazione mondiale contro la violenza sulle donne.

Un problema che andrebbe affrontato con più incisività, anche dalla politica. Invece, ai gravi fatti di cronaca seguono misure che sembrerebbero andare nella direzione opposta, come il taglio dei fondi destinati a case rifugio e centri per l'ascolto. Inoltre, bisogna considerare che anche le difficoltà a trovare lavoro possono indurre le donne a rimanere in casa anche quando c'è la violenza.

Oggi, in Italia infatti solo il 52% delle persone di sesso femminile ha un'occupazione o la cerca. Infine, c'è anche l'aspetto culturale. L'immagine della donna negli ultimi venti anni, anche attraverso l'azione dei media e della pubblicità, è stata violata. L'uso del suo corpo per veicolare qualsiasi prodotto commerciale l'ha resa oggetto. E con un oggetto si fà ciò che si vuole. Da qui alla violenza il passo è breve.

Huffingtonpost
13 02 2013

Nel giorno della sentenza che probabilmente condannerà i suoi violentatori, Angela sceglierà di rimanere a casa. Preparerà il pranzo per i fratelli, o forse rimarrà chiusa in camera come è accaduto durante le udienze del lungo processo per lo stupro di Montalto di Castro (Vt), sei anni per accertare quello che una mattina dell'aprile 2007 raccontò in lacrime prima al preside del liceo socio-pedagogico di Viterbo e poi alla madre Agata, e cioè che nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile durante una festa un ragazzo appena conosciuto le chiese di accompagnarlo fuori per fumare una sigaretta e invece la trascinò in una pineta dove la aspettavano sette coetanei. Tutti hanno confessato di averla abusata sessualmente a turno. Angela aveva 15 anni.

Il pm Carlo Paolella ha chiesto 4 anni di carcere ciascuno. Entro marzo il Tribunale per i minorenni di Roma emetterà finalmente un verdetto travagliato su una vicenda che sembra ambientata nell'India rurale e invece è Italia. Perché ora i giovani accusati, dopo aver chiesto scusa in aula alla vittima e alla sua famiglia per ottenere una messa in prova presso i servizi sociali, poi annullata, ora temendo il carcere sono tornati alla versione dei primi giorni: Angela è una poco di buono, “una che aveva amanti a pagamento”. Nelle ultime settimane è spuntato dal nulla un testimone che quella sera giura di avere sentito la ragazza rivolgere offerte sessuali: «Era consenziente».

Ed è quello che ha sempre sostenuto la maggioranza degli abitanti di Montalto di Castro. Un settantenne alle telecamere di Canale 5 disse: “Se fossi stato più giovane mi sarei messo anch'io in fila”. Altri erano sicuri: “Si è divertita pure lei”. Una donna del paese che era intervenuta ai microfoni per difendere Angela venne poi scortata a casa dalla polizia, temevano il linciaggio. Il sindaco di Montalto allora era Salvatore Carai (Pd), prese dalle casse comunali 40mila euro per distribuirli alle famiglie dei ragazzi accusati di stupro: servivano per le spese legali. Uno di loro è suo nipote. Quel programma domenicale impaurì i commercianti del posto: dissero di temere ripercussioni sul turismo. Sull'episodio, invece, continuarono a pensarla allo stesso modo dei genitori dei giovani: “Una ragazzata”. Era il 2010 e gli imputati stavano svolgendo lavori socialmente utili per scontare la pena. Uno degli otto proprio in quel periodo venne processato per stalking nei confronti della sua fidanzata. Così i giudici della Cassazione, ai quali la famiglia di Angela avevano fatto ricorso, si resero conto che rimanere nel paese natale non avrebbe aiutato i giovani stupratori a capire di avere compiuto un reato odioso: revocarono la messa in prova e ordinarono un nuovo processo.

Il giorno dopo la violenza Angela si era confidata con i fratelli. Non voleva che i genitori sapessero quello che era successo, per non dare un dispiacere. A scuola era bravissima, ma il ricordo di quella notte non la lasciava in pace. Era scoppiata a piangere in classe, così forte che gli insegnanti avevano interrotto la lezione, l'avevano accompagnata dal preside, e infine alla polizia di Viterbo. La sua migliore amica confermò che quella sera al party l'aveva cercata perché era sparita da due ore, era uscita e aveva riconosciuto gli otto ragazzi che si allontanavano dalla pineta. Quell'amica ha poi ritrattato, voltandole le spalle. Ora il pm nella requisitoria finale del 28 gennaio ha chiesto che venga accusata per falsa testimonianza.

«Alle udienze ho sempre visto quei ragazzi sorridere, darsi gomitate, sussurrarsi all'orecchio per poi sghignazzare. Nessuno dei loro genitori ha mai fatto un gesto nei miei confronti. Nessuno mi ha chiamato per chiedere scusa a mia figlia», racconta la madre che ha passato anni fuori delle porte del tribunale accanto ai genitori deigli imputati senza che questi le rivolgessero la parola.

Daniela Bizzarri, allora consigliera per le Pari Opportunità della provincia di Viterbo e oggi candidata alla Camera per il Partito Democratico, segue il processo dal primo giorno. Volle conoscere la famiglia di Angela, cominciò a raccogliere denaro per aiutarla a cambiare vita, negli anni ha ricevuto biglietti contenenti minacce. “Farai una brutta fine”. “Ti mettiamo una bomba”. «Preferisco evitare di andare a Montalto. Le persone mi riconoscono, mi guardano con ostilità», ammette.

Angela non vuole sapere nulla. Dal giorno della denuncia ha smesso di andare al liceo, è caduta in depressione. Dal piccolo paese del Viterbese dove è cresciuta l'hanno mandata a Roma a casa di parenti per continuare gli studi, dopo qualche mese è tornata dai genitori. Nemmeno in Sicilia dagli zii è riuscita a trovare pace.

Oggi fa la casalinga e qualche ora di baby-sitter ai figli di un'amica. Non esce mai da sola. Legge romanzi Harmony «perché hanno un lieto fine», non sopporta le trasmissioni che parlano di delitti e violenze. Per tre anni ha lasciato le minigonne nell'armadio, indossava soltanto jeans e maglie castigate. Aveva smesso di truccarsi e farsi bella come tutte le ragazzine. È dimagrita, se qualcuno in famiglia accenna al processo piange a dirotto. «È come se si sentisse colpevole per essere andata a quella festa in minigonna. La portava spesso, curava molto il suo abbigliamento. Quando ha sentito che quei ragazzi la accusavano di averli provocati perché mostrava le gambe ed era carina, allora ha deciso di cambiare look», racconta ancora la madre. In famiglia – due fratelli, una sorella, il padre camionista – attendono la fine del processo soprattutto perché sperano che Angela dopo starà meglio. Ha cominciato a fare progetti, vorrebbe riprendere gli studi e trovare un lavoro. Dopo la sentenza, dice. Dice anche che se avesse saputo di dover attendere sei anni non avrebbe denunciato gli stupratori. In attesa della giustizia ha dunque smesso di vivere. Non è un femminicidio, ma poco ci manca.

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Parliamo dei figli di genitori transessuali

Il Fatto Quotidiano
12 02 2013

Negli ultimi anni ho assistito a una crescente richiesta di aiuto da parte di uomini, non più giovani, che vivono una profonda crisi d'identità; in alcuni casi tale crisi si manifesta anche con un disagio rispetto alla propria identità di genere. Queste persone hanno rapporti eterosessuali alle spalle, matrimoni e figli. Si sentono confuse e disorientate perché provano piacere di vestirsi al femminile, ma non per avere rapporti sessuali, solo per stare in casa da soli oppure uscire con gli amici. Indossare dei collant, per esempio, li rasserena e li fa sentire meglio.

A volte dai racconti di vita emerge che queste persone, fin dall'infanzia, di nascosto indossavano i vestiti della madre o della sorella, sentivano più affinità con le ragazze e, in generale, con il mondo femminile. Con il passare degli anni però sentendo di non poter essere accettati, hanno cercato di reprimere tali vissuti e di adeguarsi agli stereotipi culturali che circolano sui concetti di mascolinità e femminilità. Quante volte sono stata testimone di uomini che combattevano con se stessi pur di non far uscire le lacrime dai loro occhi? Avevano imparato fin da piccoli che "i maschi non devono piangere". Attraverso il matrimonio e la costituzione di una famiglia hanno provato a "normalizzarsi", a soffocare quel disagio e quel desiderio.

Con il passare degli anni però i nodi vengono al pettine, a un certo punto della loro vita il dolore soffocato esplode come un vulcano. La rabbia è l'energia che muove tutto, rabbia verso se stessi, perché non hanno avuto cura del loro vissuto e rabbia verso gli altri che non hanno saputo leggere il loro malessere. In un particolare momento della loro vita decidono di non voler fingere più, decidono che è arrivato il momento di trovare maggiore benessere.

Queste sono per noi operatori situazioni molto complesse poiché coinvolgono, in rari casi per fortuna, anche dei bambini/adolescenti generati prima della decisione di affrontare la problematica relativa all'identità di genere. Sono molto scarse le pubblicazioni scientifiche che si occupano delle famiglie in cui un genitore ha effettuato il percorso di adeguamento e la Riattribuzione Chirurgica di Sesso (RCS)(Grenn, 1978, Freedman, 2002); entrambe queste ricerche evidenziano che questi bambini non mostrano segni del Disturbo dell'Identità di Genere (DIG).

I genitori transessuali e i loro partner coniugali reagiscono con diverse modalità alla decisione del genitore con Disturbo dell'Identità di Genere di fare il percorso di adeguamento, ognuna di queste ha conseguenze/rischi diversi. I figli, in molti casi, devono confrontarsi con le difficoltà legate sia al percorso di adeguamento del padre/madre e sia con la separazione/divorzio dei genitori.

Oltre alla tipica rabbia che comunemente si genera nelle procedure di divorzio, il percorso progettato dal transessuale suscita nell'altro coniuge sentimenti ancora più intensi di abbandono, di rifiuto e di tradimento. Alcuni partner coniugali di transessuali arrivano a interrompere i contatti tra il genitore transessuale e il figlio. In questi casi, i bambini e i genitori transessuali soffrono per questa perdita improvvisa e i bambini sono privati della continuità dell'esperienza di avere due genitori. Inoltre la relazione del bambino con il genitore non transessuale che lo ha in cura può diventare tesa come conseguenza della segretezza che circonda la perdita di contatti con l'altro genitore.

Quando il genitore transessuale rimane accanto al proprio figlio possono svilupparsi difficoltà sociali e discriminazione, da parte del gruppo di pari, quando questi vengono a sapere del percorso di adeguamento del genitore; pensate ai commenti dei genitori dei compagni di scuola di un bambino quando il padre, che sta facendo il percorso di adeguamento, lo va a prendere a scuola.

Per le difficoltà implicate in queste situazioni è sempre molto importante che queste famiglie siano seguite attraverso un sostegno psicologico. E' necessario far comprendere chiaramente al bambino e agli altri membri della famiglia che il Disturbo dell'Identità di Genere non è il risultato di una scelta cosciente, altrimenti il percorso di adeguamento del genitore può essere considerato come una decisione egoistica, incurante delle necessità degli altri membri della famiglia.

I bambini traggono beneficio dal sapere che quando il loro genitore aveva la loro età attuale, era già infelice riguardo al suo genere; poiché il bambino non è infelice per il suo, questo lo rassicura sul fatto che anche in seguito non gli accadrà ciò che è successo al genitore.

Domenico Di Ceglie che collabora con la "Tavistock and Portman Clinic" di Londra, a seguito della vasta esperienza su queste situazioni, osserva che "il modo in cui il processo di cambiamento di sesso viene gestito dal genitore, il modo in cui viene influenzata la relazione coniugale, gli atteggiamenti della rete familiare e il livello di sostegno offerto, il modo in cui l'ambiente sociale considera i problemi d'identità di genere, come anche la vulnerabilità di ciascun bambino, sono tutte variabili che influenzeranno lo sviluppo psicologico dei bambini".

I contributi teorici sono fondamentali, allo stesso tempo l'esperienza più significativa è quella fatta dalle parole delle persone che seguiamo. Una figlia disse al proprio genitore transessuale: "Mamma, sono orgogliosa di te perché vuoi essere te stessa anche se è difficile".

Bestiario omofobo (terza puntata)

Huffintonpost
11 02 2013

La legislatura 2008-2013 verrà ricordata per molte cose. Tra queste, i cittadini italiani non potranno dimenticare l'alto tasso di dichiarazioni omofobe e transfobiche "sparate" da alcuni esponenti politici del centro-destra che in altri paesi più civili sarebbero stati censurati dai loro partiti e dalle istituzioni e che nel nostro paese invece vengono tutt'al più ricandidati.
Mentre Francia e Inghilterra aprono i loro ordinamenti al matrimonio per tutti, il Parlamento italiano ha bocciato per ben tre volte la legge contro l'omofobia e la transfobia, schierandosi in questo modo dalla parte dei violenti ed oggi ci ritroviamo unico fra i paesi fondatori dell'Ue a non avere nessuna legge sui diritti.

Il centrosinistra con Bersani ha detto chiaramente che farà una legge di stampo europeo sul modello tedesco. A differenza di altri non ci nascondiamo dietro la libertà di coscienza o i proclami personali: abbiamo una proposta precisa e seria di governo che è scritta nel nostro programma per garantire i diritti negati alle famiglie omosessuali.

Ho deciso di pubblicare in tre puntate quello che ho chiamato "bestiario omofobo" ovvero la raccolta di tutte le frasi omofobe dette da esponenti politici del centro-destra; per non dimenticare l'appalto che hanno avuto Pdl e lega su omofobia e transfobia in questa legislatura. In questo modo voglio raccontare il grado di intolleranza che esiste nella nostra società e che purtroppo viene troppo spesso alimentato da membri delle nostre istituzioni.

Sullo sfondo ci sono le vite di migliaia di cittadini gay lesbiche e transessuali che devono sentirsi insultati da chi invece dovrebbe avere il compito di rappresentarli: pensiamo alle migliaia di adolescenti che ogni giorno sono vittime di bullismo e discriminazioni. Pubblico questo bestiario per non dimenticare; e perché credo in un paese migliore e più civile, dove nessuno può permettersi di seminare odio alimentando i pregiudizi.
    "Ha definito "signorina" il Governatore della Regione Puglia Nichi Vendola, per poi ulteriormente rilanciare in volgarità e odio omofobico precisando che per lui l'omosessualità è una "turba psichica". Giuseppe Ripa (ex assessore ai Trasporti del comune di Lecce), 8 Gennaio 2012

    "Un bacio tra donne? E' come fare pipì per strada". Carlo Giovanardi, 12 Febbraio 2012

    "Due gay che si baciano mi fanno schifo. Durante il fascismo venivano mandati a Carbonia, scavavano e stavano benissimo. Oggi non vale nemmeno la pena mandarceli". Giuseppe Ciarrapico (Pdl), 23 febbraio 2012

    "I gay come i pedofili". Luisa Santolini, Marzo 2012

    "Niente adozioni per i gay, non devono vedere i genitori che si rotolano nel letto!". Alessandra Mussolini, Marzo 2012

    "I gay non sono normali". Massimo Calearo, 30 Marzo 2012

    "I gay sono malati, ma possono curarsi". Romano La Russa (assessore Pdl alla Regione Lombardia), 21 Marzo 2012

    "Tremaglia li chiamava culattoni, io li chiamo diversi. Poi, quando non parlo in pubblico mi scappa anche culattoni. Io invece sono orgoglioso di essere normale". Gabriele Cimadoro (deputato dell'Idv e cognato di Antonio Di Pietro), 6 Aprile 2012

    "Due gay non devono fare sesso, è contro natura. Un disordine rispetto all'ordine stabilito dalla natura, una pratica che fa male. I gay hanno un certo tipo di sensibilità, ma non devono praticare l'omosessualità, trasformarla in atti concreti. Devono astenersi». Renato Farina (deputato Pdl), 21 Aprile 2012

    "Figlia gay? Meglio che sposare un marrocchino". Massimo Polledri, 4 Giugno 2012

    "Un rapporto sessuale tra due uomini? Mi dà fastidio anche solo pensarlo. Ognuno è libero di fare quello che vuole, ma fare l'amore con uomo è contro natura". Domenico Scilipoti, 29 Giugno 2012

    "I gay? Purtroppo esistono, sono malati, diversi. Stiamo dando troppa liberta' a queste cose sapendo che ci sono i nostri bambini che girano per le strade. Non dovrebbero farsi vedere, fuori dalle palle, non in mezzo ai bambini. Se un bambino chiede alla mamma cosa stanno facendo lei come spiega questa cosa?". Santino Bozza (consigliere regionale del Veneto della Lega Nord), 2 Luglio 2012

    "Manifesto davanti il Cassero di Bologna: "le perversioni vanno curate". Forza Nuova, 26 ottobre 2012

    "Su Vendola: becero frociame' o 'vecchia isterica acida". Paolo Trudu, Portavoce del gruppo Pdl alla regione Sardegna, 22 gennaio 2013

    "Crescere con due papa' prima di tutto e' una induzione ingiustificata a crescere gay, puo' farlo, ma deve essere una scelta del bambino. Sono contrarissimo alle discriminazioni sessuali contro i gay, sia chiaro, ma ho forti perplessita' sull'adozione perche' pongo al primo posto la tutela del bambino stesso". Ignazio La Russa, 23 gennaio 2013

    "Quello dei gay non fu un Olocausto . Perseguitati dai nazisti come gli zingari e gli handicappati: (La parola Olocausto può essere usata solo ed esclusivamente per quel progetto criminale di cancellare dalla faccia della terra milioni e milioni di persone, sulla base soltanto del fatto che fossero ebrei. Giovanardi ammette che "i nazisti abbiano perseguitato gli zingari, gli handicappati, gli omosessuali, ma attenzione, solo una fattispecie di omosessuali, perché ormai è dimostrato che una buona parte della dirigenza nazista e della SA erano omosessuali, compreso Hesse, facevano una differenziazione fra i comportamenti, gli atteggiamenti. Che siano stati perseguitati gli omosessuali, assolutamente sì, come purtroppo il nazismo perseguitò, gli zingari, le minoranze, gli handicappati, i subumani come li chiamavano loro)". Carlo Giovanardi, 26 gennaio 2013
03 02 2013

Stamattina, mentre Lisa mi recitava le sue lezioni per domani, scoprii che in storia stava studiando le classi sociali. La lezione terminava con l'articolo 3 della costituzione dove si dice appunto che oggi in Italia tutti i cittadini sono uguali di fronte alle leggi.
Feci notare a Lisa che da ieri questo articolo era un pò piu vero in Francia dove sono stati sufficienti 4 parole aggiunte al codice civile per rendere milioni di cittadini francesi un po più uguali di fronte alle leggi di quanto erano poco prima.

Quattro parole: "e di sesso diverso", stavano per cambiare definitivamente la percezione della società francese di fronte all'omosessualità. Queste 4 piccole parole davano piena dignità e piena parità alle relazioni affettive e familiari che le persone omosessuali costruiscono. In quanto cittadine francesi (anche) ci sposeremo appena possibili in Francia allo scopo di dare sicurezza affettiva e patrimoniale ai nostri figli.
Continua a leggere l'articolo dopo la fotogallery
Ho spiegato a Lisa che questo bellissimo articolo della costituzione non era purtroppo vero poiché in Italia non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Lei a questo punto ha voluto scrivere, sdegnata, al presidente per fare notare l'incongruenza tra la realtà e il testo.
    "Caro presidente Napolitano, mi chiamo Lisa Marie e sono la figlia della presidente delle famiglie arcobaleno, un'associazione delle famiglie omogenitoriali, e ti scrivo questa lettera. Frequento la quarta elementare e oggi ho studiato storia, abbiamo imparato l'articolo 3 della costituzione italiana che dice che tutti i cittadini sono uguali qualunque sia la loro razza, religione, opinioni politiche, il sesso, condizioni personali e sociali e la lingua. Questo articolo è molto bello ma Io ho notato che non è vero e chiedo a te, che sei il presidente dell'Italia, come mai le mie mamme che sono omosessuali, che hanno due figli, me e il mio fratellino Andrea, non possono sposarsi come tutti gli altri cittadini eterosessuali che lo possono fare senza problemi, prova che questo articolo è completamente falso e io sono estremamente delusa di questo paese che impedisce alle mie mamme di sposarsi. Ma la cosa che mi ha colpita di più è che negli altri paesi si può fare come in Francia, in Belgio, in Spagna etc. Gentile presidente Napolitano se potete ancora, cambiate questa legge anche perché questa stupida legge fa odiare l'Italia a tante persone ma soprattutto è terribilmente ingiusta. Lisa Marie La Delfa Hoedts - quasi 10 anni."
Io questa lettera la metterei in copia al parlamento, ai partiti politici, alla coalizione del centro sinistra, agli omofobi e ai reazionari e alla chiesa cattolica ; a questa ultima soprattutto per sapere se avrebbe il coraggio di dire a Lisa, in faccia, che le sue madri sono un abominio che portano la società al baratro e alla distruzione, che l'apocalisse è per domani solo perché chiedono a viso scoperto e allo Stato che il bellissimo articolo tre della costituzione italiana venga applicato.
I nostri amici Belgi godono di una legge per il matrimonio ugualitario dal 2003. Con il loro solito umorismo, a chi prevede le peggiori catastrofi per le nazioni dove c'è vera e totale uguaglianza delle persone di fronte alle leggi, hanno risposto "qui non è cambiato nulla: si continua a mangiare le cozze con le patatine fritte, come sempre".
Huffingtonpost
30 01 2013

Mi chiamo Ilaria Cucchi.
Mio fratello era Stefano.
Non posso quindi essere felice se qualcuno viene messo in carcere.
Posso però esser vicina a Patrizia e Lino. E posso sperare. Sperare ancora.
Sperare che anche a Roma, dove gli uffici giudiziari sono più vicini ai palazzi della politica, la Giustizia non faccia sconti e la legge sia uguale per tutti.
Posso sperare che, come è avvenuto per Federico, i giudici che si sentono raccontare teorie astratte su improbabili cadute ultra complesse o su morti annunciate che nulla debbono avere a che fare con i reali carnefici, non abdichino alla superficialità della convenienza politica di tesi imbarazzanti ed offensive per la verità.
La Giustizia, per esser tale non deve avere compromessi perché la verità non tollera compromessi. È verità e basta. La Verità è una sola, il resto non ha dignità per lo Stato civile e veramente democratico.
Non farei mai a cambio con Patrizia e Lino perché ogni sacrosanto giorno vedo il dolore dei miei genitori nei loro occhi. Perdere un figlio è qualcosa di disumano, insuperabile.
Ma oggi, mentre andrò in tribunale, vorrei essere al Nord, in Emilia o a Milano.
Più lontana dai palazzi della politica, con una procura al mio fianco, e non da sola con il mio avvocato.
Questo vorrei.
A Patrizia e Lino nessuno potrà mai restituire Federico ed il vuoto incolmabile che ha lasciato loro.
Ma la sua dignità sì. E' stata restituita. La Giustizia ha funzionato senza vendette. Ma con competenza ed efficacia. Senza sconti, condizionamenti o paure.
Sono felice per loro. Ho una speranza. Prego ora per Stefano.
Penso alle sue fratture vecchie o postume.
Sfortunato da vivo come da morto.
Ma vado avanti, da ieri avrò più forza.
Huffington Post
28 01 2013

Turchina ha dodici anni. Da quando ha due anni, ovvero da quando i genitori hanno deciso di separarsi, non puo' dormire a casa del padre perche' la madre non vuole. "Soffrirebbe il distacco materno", dice.

Per molto tempo la donna non ha permesso all'ex compagno, il settantaquattrenne romano Sergio Lombardo, di vedere la figlia: pochi minuti prima dell'incontro spegneva il telefonino. E la bambina spariva. Succede ancora oggi, spesso. A Turchina i parenti materni hanno raccontato, fino alla prima elementare, che Lombardo non era suo padre. "E' solo un signore che vuole stare con te", le dicevano. Poi nel 2007 Lombardo ha ottenuto l'affido condiviso, ovvero piu' tempo per vederla. O almeno questo e' quanto stabilito dal giudice. Ma nella sostanza nulla e' cambiato. Ogni settimana, dal 2003, percorre i trecento chilometri che separano Roma da Termoli per passare qualche ora con la figlia nella speranza che la ex compagna non opponga resistenza.

Ecco perche', dopo aver denunciato innumerevoli volte la donna per inottemperanza dell'ordine del giudice, invano, Lombardo ha deciso di ricorrere alla Corte europea per i diritti umani di Strasburgo.

Martedi' arrivera' la sentenza che potrebbe condannare l'Italia e il suo sistema giudiziario minorile per aver violato sistematicamente il diritto della bambina a vedere suo padre. "I decreti del Tribunale per i minorenni sono tutti a mio favore. L'affido e' condiviso. I giudici hanno scritto che ho ragione nel pretendere di frequentare Turchina. Eppure la mia ex compagna puo' continuare a sottrarsi ai suoi obblighi senza che nessuno intervenga" spiega l'uomo, esasperato.

Numerose relazioni del Tribunale per i minorenni hanno stabilito che Lombardo e' un padre affettuoso e adeguato. Nel suo sito - e' psicologo e artista - ha dedicato una sezione dedicata alla storia della sua paternita' difficile. Turchina e' il nome che ha scelto per parlarne in pubblico. Invece i servivi sociali hanno assicurato che la madre manda spesso all'aria gli incontri famigliari e hanno ordinato, per lei, una terapia psicologica coatta affinche' possa riflettere sul suo dovere di madre. Eppure la situazione e' rimasta identica.

"Sulla carta i provvedimenti del Tribunale sono ineccepibili", sottolinea il suo avvocato Giorgio Vaccaro, esperto in diritto di famiglia. "Ma in Italia manca un braccio operativo che faccia in modo che Turchina e suo padre possano incontrarsi senza ostacoli". In sostanza, lamentano che nessuno interviene per modificare il comportamento materno. Facile pensare al bambino di Cittadella (Pd) strappato a forza dai parenti della madre all'uscita della scuola. In quel caso, spiega il legale, il Tribunale aveva stabilito che la madre non era adeguata e dunque il bimbo doveva essere affidato al padre.

La vicenda di Lombardo e' diversa e ricalca quella di numerosi padri separati. Turchina e' nata nel 2001. Due anni dopo e' arrivata la separazione dei genitori. E cosi' e' cominciato il calvario settimanale, ore di macchina per raggiungere il luogo dell'appuntamento con la figlia, per poi rimanere in attesa del nulla. "Mia moglie spegneva spesso il telefono, oppure mi diceva che quel giorno Turchina non aveva voglia di passare del tempo con me". Pochi mesi dopo la separazione scatto' un tranello: i parenti dell'ex compagna denunciarono Lombardo per violenza privata. Il processo si e' concluso lo scorso anno, con l'assoluzione completa dell'uomo. Lombardo non ha mai passato il Natale, la Pasqua o le vacanze estive con la figlia. Riesce a vederla poche ore la settimana, non sempre, e il rapporto e' tutto da costruire: "Turchina non si lascia abbracciare da me, e nemmeno prendere per mano. Ancora non si fida, a causa di tutto quello che le hanno raccontato".

La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo gia' nel 2010 condanno' l'Italia per una storia simile: un uomo di Rimini aveva fatto ricorso perche' i servizi sociali non erano stati capaci di trovare una mediazione con l'ex moglie che negava le visite al figlio. "Se i giudici mi daranno ragione per me sara' una vittoria di principio", conclude Lombardo che nemmeno questa settimana e' riuscito a dare la buonanotte alla bimba. E, come sempre, non ha ottenuto di conoscere il numero del suo telefonino.

Dopo la sentenza, attendera' comunque l'esito delle cause contro la madre di Turchina: processi penali che durano da anni e che, una volta conclusi, non e' detto porteranno ad un cambiamento. "Il problema della macchina giuridica e' proprio questo", specifica il suo legale: "Un tribunale impiega molto tempo prima di giudicare mentre il destino affettivo di un bambino merita celerita'. Molto spesso gli incontri stabiliti avvengono durante il weekend, quando i servizi sociali non lavorano. Se l' ex coniuge nega di far vedere il bambino l'altro genitore non puo' fare altro che incassare. Oppure presentare un esposto, che pero' arrivera' a sentenza mesi dopo. Su queste lacune continuano le ingiustizie".

Turchina è un nome di fantasia, la sua vicenda è drammaticamente vera.

Laura Eduati

Laura Eduati, 
Huffington Post

25 gennaio 2013

Dall'inizio dell'anno è ricominciato “il bollettino di guerra” dei femminicidi: sei donne uccise, due in gravissime condizioni.
Una di loro, Antonia Stanghellini, aveva denunciato tre volte per maltrattamenti l'ex compagno e futuro assassino.
Nessuno potrà dire se queste vittime avrebbero potuto salvarsi trovando rifugio presso una casa anti-violenza.

Huffington Post
25 01 2013

Uccisa dal convivente a Vercelli
Erano separati da tre anni Raffaele Vorraro, 59 anni, e Donika Xhafa, albanese di 47 anni. L'uomo, che ieri sera ha ucciso l'ex convivente con 4 colpi di pistola, si era recato a Vercelli - dove la donna viveva dopo la separazione insieme ai due figli avuti da una precedente relazione - con l'intenzione di riallacciare i rapporti.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, tra i due c'è stato un violento litigio nei pressi della stazione di Vercelli.
L'uomo, esasperato dai continui rifiuti, ha estratto la pistola e l'ha uccisa, lasciandola in una pozza di sangue ormai priva di vita in mezzo alla strada.
L'omicida è poi salito in auto e ha fatto rientro a Calliano d'Asti, dove abita, e si è poi costituito ai carabinieri.


Dall'inizio dell'anno è ricominciato “il bollettino di guerra” dei femminicidi: sei donne uccise, due in gravissime condizioni. Una di loro, Antonia Stanghellini, aveva denunciato tre volte per maltrattamenti l'ex compagno e futuro assassino.

Nessuno potrà dire se queste vittime avrebbero potuto salvarsi trovando rifugio presso una casa anti-violenza. Secondo un calcolo dell'Unione europea, ogni Paese dovrebbe prevedere un posto-letto per vittime di violenza di genere ogni 10mila abitanti. In Italia ne servirebbero circa 6mila, nella realtà sono soltanto 500: alla fine dell’anno potrebbero anche essere di meno, perché molti centri anti-violenza rischiano di chiudere o di essere drasticamente ridimensionati.

Se per esempio il centro antiviolenza “Roberta Lanzino” di Cosenza ancora accoglie le donne maltrattate è perché il proprietario dei locali ha smesso di rivendicare le rate arretrate dell'affitto. Appese alla generosità temporanea di un privato, operatrici e volontarie si preparano comunque al peggio. Sanno che se non arriveranno nelle prossime settimane i 45mila euro promessi dal bando regionale, in ritardo ormai da un anno, il servizio di sostegno alle vittime di violenza dovrà forzatamente chiudere. E questo nonostante la Calabria abbia promulgato nel 2007 una legge che si propone di finanziare i centri anti-violenza.
“Per due anni le risorse sono state congelate. Poi lo scorso anno abbiamo vinto un bando regionale. Ora ci dicono che lo stanziamento si è volatilizzato”, spiega la presidente Vicky Zoccali. Cinque anni fa, sempre per la penuria delle risorse, le volontarie che fanno vivere il centro “Roberta Lanzino” hanno dovuto chiudere la casa-rifugio dove venivano ospitate le donne in pericolo di vita. Oggi la struttura prevede un centralino del Telefono Rosa e uno sportello di consulenza legale e psicologica, ed è l'unico centro anti-violenza calabrese totalmente dedicato alla violenza di genere. Senza contare che al centro di Cosenza vengono dirottate le chiamate provenienti dalla regione al 1522, la help-line istituita dal ministero per le Pari Opportunità e per la quale non tutte le strutture sono accreditate. Se il lavoro di Zoccali e delle altre operatrici dovesse mancare, da marzo le calabresi picchiate o perseguitate da stalker potrebbero ricevere ascolto telefonico soltanto dal consultorio di Crotone.

Non funziona meglio a Parma, in un territorio come l'Emilia Romagna che può vantare un alto numero di case-accoglienza di alto livello. “Possiamo funzionare soltanto sull'emergenza”, racconta la presidente Samuela Frigeri: “Garantiamo un posto letto per quelle donne che improvvisamente hanno bisogno di allontanarsi dalla famiglia. A quelle parmensi che invece vivono una situazione di violenza e che hanno bisogno di un percorso più lungo per troncare i rapporti con il loro compagno, non possiamo invece offrire nulla. Non ci sono i finanziamenti. E sono loro la maggioranza”. Ciò significa che per trovare risorse per pagare le bollette del telefono e le cosiddette spese di gestione, per non parlare dei contratti di lavoro, Frigerio e le altre volontarie ogni anno devono partecipare a bandi nella speranza che vengano ancora assicurati gli stanziamenti. E quando il Comune, la Provincia o la Regione non bastano, bussano alle porte delle fondazioni bancarie. Con il costante timore di non farcela più.
Perché questa è la realtà: i centri anti-violenza italiani non godono di finanziamenti stabili. Non esiste, presso gli enti locali che direttamente dovrebbero stanziare fondi, un capitolo di spesa dedicato esclusivamente al sostegno delle associazioni che si occupano di sottrarre donne alla violenza domestica. Si tratta di una vistosissima lacuna, ancor più grave se contiamo le vittime di femminicidio: 125 vittime nel 2012, 127 nel 2011, 119 nel 2009 e così via. In questo senso a poco è servito il Piano Nazionale Anti-Violenza, varato a fine 2010, che negli ultimi mesi ha spinto il dipartimento per le Pari Opportunità a lanciare bandi per centri anti-violenza senza però prevedere un sostegno continuativo.

“Ed è proprio questo che chiediamo”, sostiene l'avvocata Titti Carrano, presidente della D.i.r.e, rete nazionale che raccoglie la maggioranza delle strutture: “Gli enti locali possono garantire risorse sempre più esigue per colpa della crisi. Dobbiamo invece avere la certezza di un finanziamento, e il supporto alla rete anti-violenza dovrebbe essere omogeneo in tutti i territori. Oggi una donna vittima di violenza nel Sud è meno tutelata di una donna che vive nel Nord”. Per Carrano la spending review che si è abbattuta sui servizi sociali è “un taglio di genere”, perché “si abbatte soprattutto sulle donne. Ed è trasversale. Sono ormai numerosi i centri anti-violenza che arrancano o rischiano di chiudere”.

Nel triste elenco è incluso anche il centro Demetra di Lugo in Romagna (Ravenna), costretto a quadrare i conti con 3500 euro l'anno erogati dal piano di zona che comprende 9 comuni. Per questo motivo è aperto soltanto quattro ore la settimana. Nel settembre 2011 ha dovuto chiudere il rifugio, che poteva ospitare tre donne e un bambino, proprio per mancanza di fondi. “Fino a poco tempo fa potevamo sopravvivere grazie alle donazioni private”, dice la presidente Nadia Somma, “ora la beneficenza si assottiglia e potremmo chiudere. Basterebbero poche migliaia di euro per aprire il centro almeno venti ore la settimana. Le donne che arrivano a bussare alla nostra porta non possono trovarla chiusa”.

L'anno scorso la piccola struttura ha fornito assistenza a sessanta donne, ma nel Pronto soccorso della cittadina le vittime di mariti o fidanzati aggressivi sono state il triplo. Eppure se queste donne decidessero di scappare di casa, dovrebbero essere inviate ai centri di Ravenna o Faenza, a carico dei servizi sociali di Lugo: un controsenso. Oppure sistemate nell'unico appartamento riservato dal Comune alle emergenze abitative.

“L'Italia è l'unico Paese europeo dove manca la descrizione esatta di un centro anti-violenza”, sottolinea Carrano. “Ecco perché per gli enti locali non fa differenza mandare una donna in un centro per persone svantaggiate, dove vengono accolti poveri, senzatetto o migranti in difficoltà. Donne e uomini insieme, con esigenze molto diverse. Sarebbe invece fondamentale stabilire i criteri di questi centri, che esistono e si occupano esclusivamente di donne vittime di abusi e prevedono operatrici preparate secondo un'ottica di genere”. Non occorre citare il piano spagnolo contro la violenza di genere che addirittura stabilisce sezioni di tribunale appositamente dedicate al femminicidio.

A novembre il Piano nazionale contro la violenza dovrà essere rivisto. Le associazioni che si occupano del fenomeno sperano che nei piani alti della politica qualcuno possa finalmente farlo entrare nell'agenda delle priorità assolute. Intanto in questi giorni un altro centro potrebbe chiudere per sempre, a Lecce. Il Comune infatti ha deciso di tagliare anche gli esigui 5mila euro annui erogati fino a oggi. Secondo il sindaco le donne in reale difficoltà – il centro “Renata Fonte” ne ha sostenute circa 700 soltanto nel 2012 – possono trovare un riparo temporaneo nelle strutture di accoglienza per poveri della città.

Rischia il fallimento anche il centro anti-violenza di Pavia, dove nel 2012 hanno trovato la salvezza trecento donne, e al quale il Comune assicura soltanto 10mila euro l'anno. La Regione Lombardia, dove sopravvivono 17 strutture di questo tipo, doveva stanziare due milioni di euro. E invece quei soldi sono spariti.

 

 

Huffintonpost
01 01 2013

Quando ho chiesto a mio padre perché fa questo lavoro mi ha risposto che "è una scelta". Lo ha detto senza esitare come se "la scelta" fosse fra orzo e caffè, o fra un film d'azione e una commedia romantica. Ci siamo seduti nella mia cameretta, la stessa di quand'ero ragazzino, e abbiamo parlato del suo lavoro: insegnare inglese al carcere.
Mio padre si trova nella sezione "Adriatico", dedicata ai crimini sessuali, ai femminicidi e alle violenze. Ha "scelto" lui di stare lì, in una classe che prima non esisteva. "Ci hanno chiesto chi voleva andare, ed io ho detto di sì" per una scuola creata ad hoc in alternativa ad un metodo riabilitativo che "dovrebbe" esistere "anche se non è così".
Mi ha fatto leggere le lettere che i suoi detenuti gli hanno scritto, iniziano tutte con "caro maestro" o "professò", sono quelle che tiene nel cassetto del comodino, nelle buste gialle e con le grafie incerte. R., che ha ucciso sua moglie e ha bruciato la sua casa con dentro la figlia più piccola, gli dedica un lunghissimo flusso di coscienza. "Li voglio molto bene professò e ricambio la mia educazione nei loro confronti perché o capito che la scuola e molto importante" non mette un punto, non si ferma mai. D., che ha violentato le nipoti in una casa di campagna, scrive che "non è stato lui" che è "lì per errore e per le lingue invidiose degli altri".
 
"Fanno sempre questo tentativo molto maldestro di convincermi della loro innocenza". La parola chiave è innocenza: da altre parti, fra spacciatori, assassini e rapinatori, quasi non c'è vergogna della colpevolezza. Qui, fra maestri di scuola che hanno molestato bambini e stupratori, c'è la gara a chi urla più forte sono innocente. "Perdono tempo a dirmi che non sono stati loro, ma non capiscono che per me non farebbe molta differenza sapere se sono colpevoli sul serio, oppure no". Eppure a convincerlo ci tengono molto. "Se riescono a convincere me, è come se riuscissero a convincere anche loro stessi. Non è sempre facile ammettere di aver commesso un crimine così grave, soprattutto agli occhi degli altri, di chi sta fuori. Del resto, per cose ben più sciocche, lo facciamo anche noi nella vita di tutti i giorni: neghiamo".
Neghiamo. Come il maestro S. nega di aver toccato le sue bambine. Si trova lì, a pochi metri da mio padre, a tradurre i testi delle canzoni di Eric Clapton o di Michael Jackson, a parlare dell'Inter. "Ci vuole umiltà, umiltà nel capire quando dentro di te sta per prendere il sopravvento il tuo lato umano e personale sulla tua parte educativa, e non è facile". Ecco che cosa si prova a divedere l'aula, a scrivere alla lavagna per loro, per i suoi "alunni" del quinto anno, che quest'anno faranno anche la maturità.
Per papà, che non si arrende, bisogna credere: "bisogna credere nella riabilitazione. Il carcere nasce come struttura riabilitativa, ma è diventato un albergo. Resti, sconti, forse ne esci vivo, forse no". Come F., che a vederlo non lo diresti mai da quanto ha la faccia di un bravo ragazzo, pulito e bello, che ha cercato di uccidersi due volte, che in aula diceva: "non m'età chier'r nient professò, nun c'ha facc" anche quando mio padre lo faceva chiamare dai secondini.

Mio padre è anche lo psicologo del quartiere. Ogni giorno dal suo ufficio, uno scantinato con la stufa elettrica e le zanzare anche d'inverno, passano decine e decine di vittime. Sono vittime delle stesse violenze che hanno commesso i detenuti "Adriatico", quella della quinta superiore del "lato pari". Di giorno in classe con i carnefici, di pomeriggio a colloquio con le vittime. Non è difficile tornare ad insegnare I am, you are dopo aver visto e aver visto e aver letto negli occhi e aver passato un fazzoletto a chi vive nelle conseguenze di questi crimini?
"E' una sfida personale, forse a volte anche una po' la presunzione di voler entrare nelle loro storie, entrare per lasciare qualcosa: un'impronta educativa". Una traccia, un seme, un pensiero. Qualcosa che possano ritrovare una volta usciti. Qualcosa che cerchi di ripararli. "Da noi un po' se lo aspettano, di essere aggiustati. Cerchiamo di riparare ai danni delle scuole precedenti, e a quelli della loro vita. Il crimine è anche un po' ignoranza. Molti mi dicono se avessi saputo, se avessi letto, se avessi studiato, forse non sarei qui".
Si mettono i voti nella scuola in carcere, un bel 6 se riesci a ricopiare senza errori tutto il testo di una canzone di James Blunt, che è uno dei preferiti di papà. Ma il giudizio, quello vero, è unanime sia fuori che dentro ed è implacabile. Viene dai colleghi, dalle istituzioni, da noi civili e dagli stessi detenuti, che a volte lo dicono anche al professò: "per quelli come noi bisogna buttare la chiave". Ma papà ha le idee chiare: "Io dico no, dico che la chiave non si può buttare". E se lo dice papà...

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