×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

HUFFINGTON POST

Si parte e si torna insieme

Natascia Grbic, Huffington Post
28 novembre 2012

Ci ho messo un po' a decidere di buttare giù queste righe. Ripercorrere con la mente certi momenti non è facile, soprattutto se sei stato vittima di quello che uno a volte anche astrattamente chiama "repressione dello Stato". Mi sono detta però, che certe cose non devono passare sotto silenzio anzi, bisogna urlarle al mondo intero.

Lettera dal carcere per il #14nov

27 11 2012

Ci ho messo un po' a decidere di buttare giù queste righe. Ripercorrere con la mente certi momenti non è facile, soprattutto se sei stato vittima di quello che uno a volte anche astrattamente chiama "repressione dello Stato". Mi sono detta però, che certe cose non devono passare sotto silenzio anzi, bisogna urlarle al mondo intero. Questo è per tutti quelli che il 14 novembre sono scesi in piazza e non hanno avuto paura. È per tutti quelli che l'hanno avuta. È per tutti quelli che l'hanno ancora, ma sono determinati a sconfiggerla e riprendersi le strade. È per tutte le detenute e i detenuti, che oltre a essere privati della libertà, "vivono" in condizioni pessime e degradanti, ma mi hanno mostrato cos'è la solidarietà. È per la mia famiglia che non ha mai smesso di sostenermi. È per i miei compagni e le mie compagne che in quel momento ho sentito ancora più vicino. È solo grazie a voi che non sono crollata.
   
Sono una degli arrestati del 14 novembre. Sono tra quelli che quel giorno sono scesi in piazza insieme a tutta l'Europa per dire che non ci stanno al ricatto dei mercati e della finanza. Sono tra quelli cui è stato impedito nella maniera più brutale di manifestare il proprio dissenso sotto i palazzi del potere. Sono tra quelli che sono stati picchiati, umiliati e trattati come bestie su quella maledetta camionetta.

Questo racconto non vuole spaventare, ma dare forza a tutti gli studenti, i precari, i disoccupati, i lavoratori e i pensionati determinati a tornare in piazza per riprendersi il proprio futuro. Vuole far capire che, anche se ci proveranno in tutti i modi, non si è mai soli, specialmente quando si hanno dei compagni. Perché non esistono sbarre o manganelli che possano fermare un'intera Europa che si ribella.

Sul 14 novembre è già stato detto e scritto tanto quindi, per evitare di essere petulante (nonostante sia una delle mie caratteristiche principali), mi soffermerò più che altro sulla piccola vacanza in carcere gentilmente concessami dallo Stato italiano. Dopo i primi convenevoli della celere sul Lungotevere (calci sui reni, sulla faccia, e le immancabili manganellate sulla testa le quali, anche se vietate dalla legge perché banalmente potrebbero ucciderti, le forze dell'ordine proprio non riescono a fartele mancare), siamo stati trasportati sulla camionetta. Lì, ovviamente, i poliziotti hanno fatto gli onori di casa: e giù a calci nelle palle, insulti, minacce di morte e vessazioni di ogni tipo. Persone con la testa aperta, mani rotte e il sangue che scivolava copioso sono state costrette a sedersi per terra, senza potersi reggere, sbattendo così il proprio corpo già martoriato sui lati del camioncino. Siccome però le forze dell'ordine non sono bestie ma esseri umani, sei ore dopo averci portato in questura hanno chiamato un'ambulanza. "Alla buon'ora", avremmo voluto dire. Abbiamo però evitato, sia per non urtare la loro sensibilità, sia perché la bava che avevano alla bocca faceva un po' schifo e non volevamo esserne investiti in caso si fossero rimessi a urlare. Dopo dieci ore e manco un cracker nello stomaco, arriva il verdetto: carcere. Paura, panico, ansia e terrore iniziano a trasudare dal corpo per quell'unico pensiero: "E mo chi da' da mangiare al gatto?". Il poliziotto, che notavo avere un certo piacere nel comunicarmi la notizia, pregustandosi già una scenata isterica secondo lui tipicamente femminile, ha avuto un immediato calo della mascella nell'assistere alla telefonata tra me e mia madre in cui la istruivo sulle quantità di cibo da dare al felino. Colpo di chioma e testa alta, me ne torno dagli altri fermati insieme a me, comunicandogli la notizia. Quando passi dieci ore in stato di fermo insieme ad altre persone, solo perché avete un'idea di società diversa da quella che ti vogliono imporre, non puoi sentirti solo. L'affetto, la complicità e il sostegno che si hanno quando si condividono gli stessi ideali sono una cosa che non si può capire quando passi la tua vita a eseguire degli ordini. La forza che si tira fuori in certi momenti non deriva solo da te, ma anche da quelle mani che hai stretto durante i cortei, da quegli occhi che hai visto tutti i giorni nei percorsi che crei all'università, dai sorrisi stanchi ma felici che ti rivolgi alle tre di notte quando hai occupato la facoltà.

Arrivata in carcere, sono privata di ogni cosa che potrebbe aiutarmi al suicidio: elastico dei pantaloni, lacci delle scarpe ("scusi, così mi stanno larghe, casco ogni tre passi" - "questioni di sicurezza" - "ma ho le lenzuola in cella, posso impiccarmi anche con quelle" - "eeeeehhhhhh"), reggiseno ("scusi come ci si ammazza col reggiseno?" "eeeeeeeeeeeeeeeeehhhhhhhh"), piercing ("io questi non li levo, non l'ho mai fatto, non so' capace" -"fa come te pare" - "allora tengo anche quest'altri" - "no, se ci riesci, li devi levare" - "ma perché?" - "eeeeeeehhhhhh"), accendino ("si può avere solo quello con la rotella, no con lo scatto" - "perché, che cambia?" - "che quello lo compri qui" - "ah ecco"). Rimango in magliettina, in un clima paragonabile solo a quello dell'Alaska, e chiedo una felpa: "Adesso non si può". Sfidando le intemperie quindi, mi avventuro nel reparto dell'isolamento cui sono stata destinata e lì scopro l'amara verità: ho la finestra della cella mezza aperta. Mai 'na gioia davero. Nessuno mi dice come chiuderla e, avendo io la praticità e la razionalità di un bradipo monco, mi costringo a dormire.
   
Le celle vengono aperte alle otto del mattino e richiuse la sera alle venti. "Rebibbia è un carcere aperto", dicono. Infatti, si poteva liberamente camminare avanti e indietro in un corridoio lungo dieci metri dove il massimo del divertimento era guardare la simpatica porta blindata che si apriva e chiudeva ogni tanto. Arriva la detenuta che porta le colazioni. Le chiedo quanto la pagano, lei schifata dice: "Ottanta euro al mese, per lavorare tutti i giorni dodici ore. Domani però vogliamo scioperare, non è possibile che qui ci sfruttino in questo modo e fuori non si sa nulla". Si potrebbe obiettare che in carcere c'è vitto e alloggio pagato dallo Stato, ma non è proprio così: qualunque cosa, anche quella più stupida che parenti e amici potrebbero mandarti da fuori, deve essere comprata all'interno della struttura. Con un sovrapprezzo chiaramente. Quindi, o hai alle spalle una famiglia che mensilmente versa dei soldi sulla tua "Jail - Card", oppure te la prendi allegramente in saccoccia e ti adatti a una vita che, oltre a essere già dura di per sé, diventa ancora più degradante.
  
Decido di farmi una doccia. Acqua calda neanche a parlarne. Ai piani superiori riescono a scaldarla nei pentoloni, ma all'isolamento non l'abbiamo, quindi dobbiamo adattarci. Poco male, alle brutte mi prenderà una polmonite. Cerco il phon per i capelli. Aria fredda. Polmonite assicurata. Chiedo un cambio alle guardie carcerarie perché, essendo vestita da due giorni allo stesso modo e avendo anche dormito con quella roba, oltre alla mia vita anche le mie condizioni igieniche iniziano a diventare abbastanza precarie. Mi spiegano che il loro guardaroba è molto disorganizzato e quindi non possono darmi nulla. Chiedo allora di poter chiamare mia madre, così da farmi avere dei cambi. Non ne ho diritto. Chiedo a loro di chiamarla. Non possono. "Quindi rimango così?", chiedo iniziandomi ad alterare. "Signorina guardi che non è mica in villeggiatura". Gli spiego che i detenuti non sono delle bestie e che hanno dei diritti, vengo immediatamente bollata come "scocciatrice" e rispedita nella mia sezione. Dopo aver smosso almeno tre piani e stalkerato diversi secondini, riesco a rimediare una felpa e due mutande.
   
All'isolamento siamo in cinque. A un certo punto sentiamo sbattere da dentro una cella e andiamo a vedere: c'è una ragazza messa in punizione. Non può uscire da lì per dieci giorni. Chiusa 24 ore su 24. Inorridiamo a questa scoperta. Già noi ci sentiamo come animali in gabbia, chiuse in un corridoio, figuriamoci se si è costretti per dieci giorni, senza uscire, in una cella di due metri per uno. La guardia ci intima di allontanarci, non possiamo parlarle, altrimenti ci viene fatto rapporto e ci vengono dati quarantacinque giorni di carcere in più. Chiaramente, appena si gira, andiamo dalla ragazza, le portiamo l'acqua, il caffè, le allunghiamo una sigaretta. Se c'è una cosa che t'insegna il carcere, è questa: lì dentro non ci si lascia sole. Non importa quello che hai fatto al di fuori: lì, ci si aiuta l'un l'altra nei momenti di sconforto, di paura e di solitudine. La galera ti taglia fuori dal mondo, i contatti con l'esterno per molti sono nulli e rischi d'impazzire. Non c'è ordine dall'alto che tenga quando c'è in gioco il pericolo di una solitudine più grande di quella che già si ha. Fanculo l'isolamento, fanculo gli ordini, fanculo le regole che ti vogliono annullare. Nessuno deve rimanere solo.
  
Mi arriva la spesa che ho fatto. Ho una bottiglia d'acqua naturale, la bevo e sento che è allungata con quella frizzante. E l'ho pure pagata. Impreco e vado dalla guardia a reclamare l'ora d'aria. Mi dice che non è possibile, non c'è l'assistente che può controllarci all'esterno e che quindi non usciremo. Inizio a scalpitare sempre di più e la mancanza di contatto con l'esterno inizia a devastarmi. Chiedo se i miei genitori hanno cercato di vedermi, se sono venuti i miei amici e i miei compagni. Non possono dirmi nulla. Inizio a incazzarmi veramente. Arrivano le venti e mi chiudono in cella. Le altre detenute accendono il televisore e sento il rumore delle camionette. Si parla della manifestazione del giorno prima. Mi tappo le orecchie per non sentirle, ma la rabbia monta lo stesso per quello che è stato fatto al corteo, a me e ai miei compagni e decido di mettermi a dormire. Tanto non ho nulla da fare. Mi addormento, stavolta un po' in preda al magone. E a un certo punto eccoli: i miei compagni, i miei amici, i miei genitori e i miei fratelli sono lì fuori a urlare che non sono sola, a lanciare fuochi d'artificio e a cantare che "Si parte e si torna insieme". Lì ho iniziato a ridere, la prima risata della giornata. Sento le altre detenute che urlano felici, che sbattono con le pentole sulle sbarre. Io non posso, quelle dell'isolamento sono più grosse e non riesco ad arrivarci, neanche salendo sullo sgabello. Arriva una guardia, ha capito che sono la fuori per me. Un po' infastidita mi dice che deve controllarmi e se va tutto bene. Non potrebbe andare meglio, le rispondo. Mi addormento con le voci dei miei fratelli che, dopo essere stati al freddo per un'ora, se ne vanno. Stavolta non mi addormento col magone, ma felice e piena di una forza che avevo paura di aver perso.
   
Il giorno dopo va molto meglio. Sono arrivate delle nuove ragazze e una di queste è terrorizzata e piange di continuo. Stavolta è il mio turno di aiutare le altre e la consapevolezza di avere questo compito mi da' forza e tranquillità. Io non sono sola ma tante altre la dentro sì: è compito di chi ha questa fortuna far sentire parte di una comunità gli altri che invece lo Stato vuole esclusi. La giornata va avanti tra risate e un po' di lacrime quindi, ma quasi ci dimentichiamo di quelle sbarre che ci opprimono.
   
Dopo un po' succede quello che più mi aspettavo e temevo: mi vengono le mestruazioni. Cari maschietti che leggete, non sentitevi in difficoltà e non distogliete lo sguardo che questa è una cosa tanto naturale quanto rognosa. Specie se ti trovi in carcere. Premetto che mia sorella aveva tentato di mandarmi degli assorbenti, ma niente: le guardie all'ingresso non glieli hanno fatti passare. "Li devi comprare, arrivano mercoledì". Certo, e nel frattempo che si fa? Cara dignità, quanto vogliono distruggerti. Quindi eccomi lì, in palese difficoltà, ad andare a elemosinare tampax dalle assistenti del piano. Dopo un'ora, sette richieste, e tanto disagio, sento una poliziotta che urla il mio nome. Convinta che mi stesse finalmente dando ciò che richiedevo da tempo, mi sento dire: "O esci mo a fatte l'ora d'aria o te tappo dentro". Inutile dire che lo charme e la buona educazione impartitami da mia madre sono andati a farsi benedire in tre secondi, permettendo al lato di chi ha fatto le scuole al Tufello di uscire indisturbato. Anche lì, a cavarmi d'impaccio dalla situazione, è arrivata una detenuta che, in tre secondi, da cosa facile qual era, mi ha allungato il tanto agognato assorbente salvando così quel poco di presentabilità che mi era rimasta. Tra l'altro, l'ora d'aria era peggio del corridoio: si è svolta in un quadrato di cemento minuscolo, con delle mura altissime, separato dalle altre detenute. Quel minuscolo pezzo di cielo che s'intravedeva è stato peggio della porta blindata della sezione che si apriva e chiudeva a intermittenza.
   
Finalmente la sera la buona notizia: esco. Scatto dal letto, correndo su quelle scarpe senza lacci. "Li rimetti ora?". No, voglio uscire subito. Dalla cella più isolata sento una preghiera "Non ti scordare di me per favore". Non lo farò. La ragazza in lacrime arrivata la mattina mi saluta. Chissà se ce la farà. Respiro. Gli abbracci, i baci, la felicità, i festeggiamenti poi, li abbiamo vissuti insieme. Questo invece è quello che vi posso raccontare nei tre giorni che ho passato solo fisicamente lontana da voi. Di come hanno provato a privarci della libertà, ma non ci sono riusciti. Di come non ci si sente soli quando si ha qualcuno fuori che urla e combatte con te. Della solitudine che può essere sconfitta quando si ha la consapevolezza di avere dei compagni al tuo fianco. Di come i detenuti ti accolgano e ti accudiscano con un amore enorme. Quando si ha tutto questo, niente può buttarti giù. "Si parte e si torna insieme", questo mi sono ripetuta nei momenti di sconforto. Non ho mai smesso di dubitarne. Hanno provato a piegarci, a spezzarci, a romperci, a metterci paura. Noi invece torniamo più forti di prima. Non ci hanno nemmeno scalfito.
Huffingtonpost
06 11 2012


di Giuliana Proietti, Psicologa e sessuologa

Dopo l'uscita di Grillo sul Punto G, molte persone si saranno chieste di cosa mai stesse parlando il comico genovese e perché questa battuta, in verità particolarmente infelice, sia stata considerata "maschilista" (visto che i grillini maschi - pardon, gli "attivisti" - , non hanno sicuramente il punto G e dunque forse "non godono" allo stesso modo delle donne, nell'andare come ospiti nei salotti tv). Ecco allora, per i più distratti, qualche informazione sul punto G.

Il punto G si chiama così in onore di Ernest Gräfenberg, un ginecologo tedesco che lo descrisse per la prima volta, sull'International Journal of Sexology, nel 1950 ("Il ruolo dell'uretra nell'orgasmo femminile") come una "zona erotica" molto sensibile, localizzata nell'uretra pelvica femminile.

In realtà, per essere precisi, non fu il ginecologo tedesco a dare il suo nome a questa particolare scoperta, ma furono altre persone (Addiego et al., fra cui Beverly Whipple, una infermiera), molti anni dopo, solamente nel 1981.

La zona anteriore della vagina è stata considerata anche in passato una zona particolarmente erotica, visto che se ne parla addirittura nel Kama Sutra, l'antico manuale in lingua sanscrita sulla vita sessuale (I-VI secolo) e molte donne infatti riferiscono di provare un piacere sessuale intenso, proprio in quella parte della vagina.

Malgrado questo, nessuno finora è riuscito a documentare esattamente la localizzazione di questo fantomatico punto G, o a descriverne le dimensioni e l'aspetto (malgrado le tante ricerche e pseudo-ricerche sull'argomento che ciclicamente vengono pubblicate).

Sul Journal of Sexual Medicine, qualche mese fa, il Dr. Adam Ostrzenski ha pubblicato uno studio in cui sosteneva di aver scoperto una struttura situata sulla parete anteriore della vagina, che a suo dire poteva essere il famoso "punto G". Ostrzenski ha utilizzato, per la sua ricerca, il metodo della dissezione, strato dopo strato, della parete vaginale, in una donna di 83 anni polacca, morta da 24 ore, a causa di un trauma cranico.

Lo studio è stato in realtà molto criticato, anzitutto perché non spiega nulla sullo stato di salute della donna prima della morte e poi perché manca di una analisi microscopica accurata, che avrebbe permesso di determinare con certezza la natura del tessuto esaminato: ghiandolare o erettile, normale o patologico, ecc. (Molti hanno pensato che la zona descritta da Ostrzenski poteva addirittura essere un tumore...)

Inoltre, non ci sono prove, non ci sono immagini fotografiche, a corredo della "scoperta", proprio nulla. Si sa invece che il Dr. Ostrzenski pratica interventi di chirurgia estetica vaginale, tra cui anche l'ampliamento del punto G (una pratica che promette il raggiungimento dell'orgasmo vaginale, ma che in realtà non ha alcun effetto provato). Una scoperta "scientifica" insomma che sa molto, molto, di business.

L'interesse che, da sempre, esercita il punto G, è dovuto al fatto che in media solo una donna su tre raggiunge l'orgasmo vaginale (anche se lo può raggiungere normalmente attraverso la stimolazione del clitoride, veicolo principale del piacere femminile). Molte donne, malgrado questa ormai diffusa conoscenza, non accettano il fatto che durante il rapporto penetrativo non riescano a provare piacere, non sopportano di non sperimentare quegli orgasmi all'unisono che si vedono nei film e dunque spesso si sentono inadeguate e perfino in colpa nei confronti del partner, per questa loro supposta "carenza". La scoperta del punto G rappresenterebbe dunque, per queste donne, l'ultima speranza di poter raggiungere un orgasmo vaginale "normale" durante il rapporto sessuale, come è nelle loro aspettative. L'interesse riguarda ovviamente anche il mondo scientifico, viste le notevoli ricadute economiche che la scoperta potrebbe avere.

Per concludere, potremmo dire che il punto G somiglia sempre di più al mito del Sacro Graal: tutti ne parlano, tutti fanno ipotesi sul luogo dove potrebbe essere custodito, ma nessuno sa in realtà cosa sia e, soprattutto, dove si trovi...
Huffington Post
08 11 2012


Rompendo un tabù che è forte anche dentro la comunità omosessuale italiana, lo Spi Cgil, il più grande sindacato dei pensionati in collaborazione con Equality Italia organizza il 28 novembre a Roma un convegno nazionale dal titolo "Omosessualità e anzianità, tra invisibilità e nuovi diritti".

In Italia ci sono 12 milioni di anziani di questi da 700mila a un milione sono gay o lesbiche. Una realtà sociale, quindi, importante e sconosciuta. Per ora emergono solo alcuni antichi pregiudizi che accreditano, come ben racconta una lontana prima ricerca italiana prodotta da Luca Pietrantoni, Massimiliano Sommantico e Margherita Graglia, i gay anziani come depressi, soli, in genere rifiutati dalle famiglie, le lesbiche come fredde, fisicamente poco attraenti, anch'esse sole e abbandonate.

Al netto di questi e altri pregiudizi, il mondo accademico italiano che si occupa della popolazione anziana non ha mai tentato alcuna analisi su questo importante segmento di popolazione. Con questa consapevolezza Spi ed Equality cercano di aprire un confronto pubblico, raccogliendo in una giornata di riflessione, contributi scientifici, politici e sindacali, testimonianze, e due esperienze provenienti dalla Spagna e dalla Germania.

Negli ultimi decenni sono cresciuti i gruppi informali, compagnie amicali che riuniscono anziani omosessuali, oppure vi sono alcune esperienze più strutturate, come per esempio il Guado di Milano, associazione di gay credenti, che da sempre aggrega diversi omosessuali anziani. Nel movimento lgbt non esiste associazione specifica, né gruppi organizzati in reti generaliste, che sia dedicato a una fascia d'età, che subisce ulteriori discriminazioni sociali oltre quelle oggettivamente condivise con i propri pari eterosessuali.

Questo quadro incerto composto anche di elementi positivi, in primo luogo le coppie e le persone omosessuali anziani sono più visibili di un tempo, l'oggettivo progressivo invecchiamento della popolazione spinge istituzioni, attori sociali, reti socio sanitarie, a interrogarsi sempre più delle plurime anzianità, quindi, anche delle identità e orientamenti sessuali. I tempi sono maturi affinché da questo primo appuntamento, si avvii un percorso di studio e proposte, che superando stereotipi per cui i gay sono solamente giovani, magari palestrati e ben vestiti, favorisca una migliore conoscenza della vera e complessa vita delle cittadine e dei cittadini omosessuali italiani.

Per informazioni e richieste scrivere a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

L'orrore in Siria e il coraggio di parlare

24 10 2012 
 
di Laura Boldrini 
 
Hanno voglia di parlare i rifugiati siriani, di far sapere al mondo quello che sta succedendo nel loro paese. Raccontano storie drammatiche, accorate, una galleria di orrori che ognuno di loro ha vissuto in venti mesi di violenza e conflitto.

Sono donne e uomini traumatizzati e terrorizzati che in presenza di fotografi e telecamere non vogliono mostrare il loro volto per timore di rappresaglie contro i familiari rimasti ancora lì. Madri che spesso hanno visto morire i propri figli o da mesi non ne hanno più notizie. Ragazze violentate. Giovani rimasti mutilati. Famiglie distrutte per sempre.

"Dobbiamo usare tutte le misure per proteggerci. Non possiamo far vedere le nostre facce. ci temono perché noi siamo la prova delle atrocità commesse. Noi che siamo riusciti a scappare e ora possiamo parlare, rappresentiamo la prova di quanto sta accadendo in questo momento" sottolinea una donna nel campo di Za'atri in Giordania che ospita circa ventimila rifugiati siriani

In questa distesa di tende e prefabbricati nel mezzo del deserto tre mesi fa non c'era niente, solo sabbia. Con l'aumentare degli arrivi il governo giordano, che aveva inizialmente optato per un'accoglienza diffusa sul territorio, ha deciso di aprire un campo.

"Certamente per i rifugiati non è facile vivere in queste condizioni," ha affermato Paolo Artini, vice rappresentante dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Giordania. "Insieme alle altre organizzazioni abbiamo fatto una corsa contro il tempo per riuscire a stabilizzare il terreno e evitare l'effetto delle tempeste di sabbia, portare acqua, elettricità, un sistema per lo smaltimento dei rifiuti, allestire la scuola, costruire cucine in muratura e fare una nuova strada. Ma, per rendere ancora più vivibili le condizioni del campo, ora necessitano ulteriori stanziamenti", ha sottolineato Artini.

Il campo di Za'atri è pieno di donne e bambini. La gran parte di loro proviene da città siriane come Daraa, Hama e Homs. Persone abituate a vivere in appartamenti confortevoli, con elettrodomestici, Tv e computer. Commercianti, muratori, casalinghe, imbianchini, gente della classe media che fa molta fatica a adattarsi a un tale drastico e duro cambiamento.

Rada, che insieme ai suoi quattro figli abita da due mesi nella tenda, è in attesa di essere trasferita in uno dei 2,500 container destinati al campo. Una sistemazione meno scomoda ambita da tutti specialmente con l'arrivo dell'inverno quando le temperature si faranno molto rigide.

"I miei figli in Siria erano ben curati ma qui sono sempre sporchi di polvere e sabbia. Qui non si può essere puliti," nota con oldrassegnazione la donna. "Non ho potuto portare niente. Quando hanno iniziato a bombardare il nostro quartiere a Daraa non abbiamo pensato ad altro che scappare. Non c'è stato tempo di prendere nulla. Vestiti, documenti, niente. Solo le chiavi di casa. Ma non ci serviranno più....."

"I froci ricchi"

Huffington Post
19 11 2012

La prima domanda che ci viene posta da chi sente per la prima volta parlare di Luiss Arcobaleno è quasi sempre la stessa: "e che fate?". Allora il c.d. "attivista" comincia a sciorinare tutti gli eventi, le conferenze, le occasioni di formazione e informazione che abbiamo messo in piedi in poco più di un anno dalla nostra nascita.

Ebbene, il sopracitato interlocutore nasconderà gli sbadigli e si concentrerà su un punto fisso indeterminato sulla faccia del sopracitato "attivista" per mantenere un'aria attenta e interessata.
Sono inconvenienti del "mestiere", ormai cominciamo a impararlo. Effettivamente però la domanda dell'interlocutore di cui sopra non è tanto strana; noi stessi in un anno e poco più di attività abbiamo non poche volte dovuto confrontarci con quesiti di questo genere. Che necessità c'è di una nuova "associazione di categoria"?

Che contributo possiamo portare noi alla società in generale e alla comunità Lgbt in particolare?
Domande a cui all'inizio forse avevamo un di po' paura a rispondere perché temevamo che il percorso che con tante difficoltà avevamo intrapreso fosse svuotato di significato, ma che oggi, dopo piccole e grandi esperienze, dentro e fuori la nostra università, cominciano ad essere meno oscure. Luiss-Arcobaleno nasce dall'iniziativa di un alacre studente della nostra università che mise a punto l'embrione della nostra associazione, un gruppo su Facebook che permettesse agli studenti omosessuali di "fare rete" tra loro. Da lì a qualche mese venne fuori un progetto associativo credibile che ci portò ben presto alla firma del nostro atto costitutivo.

Così una ventina di ragazzi, omosessuali ed eterosessuali, si ritrovò catapultata contemporaneamente in due mondi per la gran parte di loro sconosciuti: l'associazionismo Luiss e, soprattutto, il movimento Lgbt. Inutile dirvi che l'accoglienza è stata abbastanza diffidente da entrambe le parti. Nell'università ci rimproveravano, nella migliore delle ipotesi, di voler creare un ghetto; ma non sono mancati epiteti aulici come "associazione dei froci", invocazioni accorate di provvedimenti della Dirigenza ed eleganti esercizi di democratico e virile dissenso bruciando qualche nostro volantino.

Dall'altra parte le varie associazioni Lgbt volevano sapere da quale parte dello scacchiere ci saremmo schierati, di chi eravamo amici e di chi nemici, per non parlare dell'etichetta di "i froci ricchi" affibbiataci da qualche attivista a cui l'unità del movimento sta evidentemente molto a cuore. Senza alcun vittimismo dobbiamo prendere atto che a noi è stato sempre chiesto di dimostrare un po' di più degli altri e questo è stato quanto abbiamo cercato di fare giorno dopo giorno.

Libertà e indipendenza da padroni e protettori, dentro e fuori l'università, forse perché la nostra inesperienza e la nostra ingenuità non ci permettevano di fare altrimenti ma anche perché eravamo certi che, in particolare nella comunità Lgbt, gli schemi su cui si è lavorato negli ultimi anni hanno evidentemente fallito e sarebbe stato criminale da parte di chi si affacciava per la prima volta nel movimento riproporli. Dunque, a che pro Luiss-Arcobaleno?

Mettendo da parte la pur pregevolissima retorica cui spesso si ricorre in casi come questi, posso dirvi che noi ci siamo perché vogliamo lasciare una piccola traccia, perché vogliamo dare il nostro contributo alla crescita della nostra Nazione. Vogliamo costruire una società dove l'amore sia l'unica discriminante tra ciò che è famiglia e ciò che non lo è; vogliamo contribuire a formare una nuova classe dirigente che sia consapevole della ricchezza insita nella diversità e che la promuova, sostenendo al contempo la necessità dell'uguaglianza dei cittadini nei diritti; vogliamo aiutare a porre fine alla vergognosa persecuzione cui sono soggetti uomini e donne in tutto il mondo a causa del proprio orientamento sessuale e la propria identità di genere; vogliamo provare a cambiare la nostra società e prima di tutto il movimento Lgbt, sempre più ripiegato su se stesso e sulla difesa di rendite di posizione personali piuttosto che impegnato in una battaglia di civiltà unitaria; vogliamo cambiare l'impostazione stessa della questione "diritti Lgbt" perché siamo stanchi che essi siano diritti per una minoranza rivendicati da una minoranza, vogliamo che diventino un'impetuosa e categorica richiesta della società intera e che la loro affermazione sia una vittoria del Diritto e non della maggioranza parlamentare del momento.

Sì, vogliamo cambiare. Perché è nata Luiss-Arcobaleno? Per cambiare il mondo.

Valerio Colomasi

10 10 2012

Al reparto di ginecologia dell'ospedale L'Archet di Nizza sono categorici: «Non accettiamo più pazienti italiane. Ormai erano quasi la metà delle donne che chiedevano un aborto terapeutico. Oggi consigliamo di andare a Marsiglia o a Saint Etienne».

Fino a poco tempo fa, nei forum online, L'Archet era una delle mete consigliate alle donne incinte che ricevevano la notizia di portare in grembo un bimbo gravemente malformato. Ma anche a coloro che avevano deciso di interrompere una gravidanza prima del novantesimo giorno, e che volevano evitare di incappare negli obiettori di coscienza.

Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni, vicino al confine italiano: «Il 40% delle mie pazienti è italiano. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i vostri medici spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani».

Nel caso un feto sia malato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all'estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all'interruzione». 

In Gran Bretagna la situazione non è migliore: le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l'aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie, spesso senza l'ausilio di antidolorifici, come invece accade spesso nelle nostre strutture sanitarie.

«Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza, come la pillola abortiva Ru486, eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.

Dalla relazione sulla legge 194, inviata oggi alle Camere dal ministero della Salute emerge che oltre otto ginecologi su dieci in alcune regioni del Sud sono obiettori di coscienza, e non praticano aborti. Si evince anche che nel 2010 a livello nazionale c'è stata una stabilizzazione generale dell'obiezione di coscienza tra i ginecologi e gli anestesisti, dopo un notevole aumento negli ultimi anni. Dal 70, 7 per cento dei ginecologi ospedalieri obiettori nel 2009, si è leggermente scesi al 69,3. Ma sono sempre cifre altissime.

"I dati reali sono ben peggiori» dice Silvana Agatone, ginecologa all'ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull'applicazione della 194.

«Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l'obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l'80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. E questo nonostante la legge obblighi tutte le strutture a garantire il diritto ad abortire. L'associazione Luca Coscioni, per esempio, sta preparando un esposto contro la Regione Lazio e le aziende sanitarie fuorilegge per interruzione di pubblico servizio.

«Le università non formano nuovi ginecologi all'interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l'aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all'ultima relazione sulla 194, «il livello dell'obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all'Ivg».

I racconti di molte donne che hanno interrotto una gravidanza dopo il novantesimo giorno sono agghiaccianti. Laura Fiore ha scritto un libro, “Abortire tra gli obiettori” (Tempesta ed.), sulla sua drammatica esperienza al Policlinico Secondo di Napoli.

È l'unica a parlare con nome e cognome. Nessuna trova il coraggio di denunciare le ore passate in sala parto ad attendere che finalmente arrivi il turno dei medici non obiettori per continuare la terapia finalizzata all'interruzione. Cecilia, nome di fantasia di una quarantenne romana, nell'estate del 2010 ha dovuto espellere il feto da sola, mentre la vicina di letto si improvvisava ostetrica, perché persino le infermiere erano obiettrici. Il suo è soltanto un caso tra i tanti.

«Ormai l'obiezione viene invocata anche per atti che non riguardano direttamente l'interruzione di gravidanza», denuncia Parachini. «La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l'intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l'obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c'entrano direttamente con l'aborto e molti vìolano la deontologia medica fino ad arrivare all'omissione di soccorso».

La scorsa primavera l'Aied e l'associazione Luca Coscioni hanno scritto una lettera indirizzata ai governatori e agli assessori regionali alla Sanità pregando di bandire concorsi esclusivamente riservati a ginecologi non obiettori. Sentenze passate lo consentirebbero. Finora, però, nessuno ha risposto.

Huffingtonpost
06 11 2012


 Di Laura Eduati

Centocinque femminicidi dall'inizio del 2010, e il governo tace. Una donna viene ammazzata ogni due giorni, centinaia subiscono uno stupro o rimangono vittima di stalking, eppure è difficile consegnare dati certi poiché l'Italia, a differenza di molti Stati europei, non ha mai approntato un sistema di rilevazione sulla violenza contro le donne.
Per dare risalto politico e mediatico a questo fenomeno è nata la campagna No More Violenza, promossa dalle associazioni che da sempre si occupano di violenza di genere e che ora chiedono un incontro con il premier Mario Monti per sollecitare l'esecutivo a prendere misure urgenti per mettere al passo il nostro Paese con il resto del mondo occidentale.

«Il potere politico e istituzionale sottovaluta enormemente la gravità del fenomeno», afferma Vittoria Tola, presidente dell'Udi: «Chiederemo una revisione del Piano nazionale antiviolenza, varata con molta difficoltà nel 2011 e rimasto in parte non attuato. Abbiamo bisogno di fondi per sostenere i centri antiviolenza, e non soltanto un contributo una tantum. Il governo deve cominciare ad attuare, a livello locale e nazionale, la formazione delle forze dell'ordine e del personale sanitario così come accade per esempio in Spagna, dove una legge organica promuove la prevenzione a molti livelli, coinvolgendo anche la stampa».

La violenza maschile contro le donne, secondo le promotrici di No More Violenza, non può rimanere confinato ai fatti di cronaca dove spesso i femminicidi maturati in ambito sentimentale vengono ancora descritti come “passionali” o “frutto della gelosia”. Non a caso lo scorso giugno la Relatrice speciale per la violenza di genere dell'Onu, Rashida Manjoo, ha espresso seria preoccupazione per la condizione delle italiane e la continua sottovalutazione da parte delle istituzioni sul fenomeno degli abusi domestici a danno delle donne.

Il comitato organizzativo della campagna lancia anche numerose iniziative in vista del 25 novembre, giornata mondiale dedicata alla riflessione sulla violenza di genere. Per quella data le associazioni (Udi, Dire, Casa Internazionale delle Donne, le giornaliste di Giulia, Telefono Rosa, Giuriste democratiche e zeroviolenzadonne.it tra le altre) sperano di poter ottenere un incontro non soltanto con Monti ma anche con Elsa Fornero che, nonostante abbia la delega per le Pari Opportunità, non ha mai risposto alla richiesta di attenzione da parte delle promotrici.

È possibile firmare la petizione online. Hanno già aderito politici come Laura Puppato, personaggi dello spettacolo come Serena Dandini e Francesca Comencini, e scrittori come Gianrico Carofiglio.
Huffingtonpost
22 11 2012


Anche Elsa Fornero, ministro per le Pari Opportunità, scende in campo contro l'omofobia. Lo fa nel giorno della notizia del suicidio di un ragazzo romano di 15 anni, stanco di subire insulti omofobi, da parte dei compagni di scuola, su una pagina Facebook (e anche nella realtà). Annuncia una campagna nazionale contro l'omofobia, perché è convinta che questo sia il primo passo indispensabile ad evitare il ripetersi di gesti estremi, come quello che ha portato Andrea (è questo il suo nome vero) a togliersi la vita.

"Non accetto prima come donna e madre, poi come ministro per le pari opportunita', che un ragazzo di quindici anni possa togliersi la vita a causa del disagio in cui vive essendo additato come omosessuale e voglio che si faccia immediatamente chiarezza su questa tragedia", ha detto il ministro.

"E' necessario un grande cambiamento culturale che parta proprio dalla scuola che è il luogo dove i ragazzi passano gran parte del loro tempo e dove dovrebbero ricevere un'educazione verso sane relazioni affettive incentrate sul rispetto delle diversità", spiega la Fornero. "Proprio in questi giorni - ha aggiunto il ministro - firmerò con il ministro Profumo un nuovo protocollo di azione per avviare una serie di iniziative di informazione e sensibilizzazione in tutte le scuole di Italia con l'obiettivo di scardinare quegli stereotipi di cui purtroppo, ancora oggi, si alimenta il bullismo omofobico e transfobico".

E in ragione della necessità di adeguate azioni di informazione ed educazione, rivolte anche al pubblico generalizzato, il ministro, rivolgendo un indirizzo di augurio al Congresso Arcigay che si aprirà domani a Ferrara, preannuncia "l'avvio di una nuova campagna nazionale contro l'omofobia".

"Dal ministro Fornero arrivano finalmente parole forti e chiare nella lotta alle discriminazioni. Il suo impegno per una campagna nazionale contro l’omofobia che inizi dalle scuole è un passo avanti molto importante per una battaglia culturale e di civiltà che deve coinvolgere prima di tutti i più giovani", commenta Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center. "Come elemento di informazione su cui è necessario aprire una riflessione e prendere adeguate azioni di intervento risulta dai dati di Gay Help Line, la linea verde antiomofobia 800.713.713 su un sondaggio realizzato tra i giovani che la scuola è il contesto più spesso nominato con il 49% degli intervistati che hanno subito forme di discriminazione o pregiudizio in ambito scolastico, seguito dalla famiglia (42%), dai bar e locali (33%) e dai media ed internet (30%). Gli uomini gay citano più spesso la scuola come luogo di discriminazione (43% degli intervistati gay), mentre le donne lesbiche citano la famiglia (37% delle intervistate lesbiche)", sottolinea Marrazzo.

E oggi, oltre alla mobilitazione sul web, si sono tenute due fiaccolate, organizzate dalle associazioni omosessuali: a Bologna e a Roma (qui si sono anche riuniti i compagni di classe, davanti al liceo). Nel nome di Andrea.
Huffington Post
07 11 2012

Una donna uccisa ogni due giorni. No more violenza dice basta e fa appello alla politica italiana

Centocinque femminicidi dall'inizio del 2010, e il governo tace. Una donna viene ammazzata ogni due giorni, centinaia subiscono uno stupro o rimangono vittima di stalking, eppure è difficile consegnare dati certi poiché l'Italia, a differenza di molti Stati europei, non ha mai approntato un sistema di rilevazione sulla violenza contro le donne.
Per dare risalto politico e mediatico a questo fenomeno è nata la campagna No More Violenza, promossa dalle associazioni che da sempre si occupano di violenza di genere e che ora chiedono un incontro con il premier Mario Monti per sollecitare l'esecutivo a prendere misure urgenti per mettere al passo il nostro Paese con il resto del mondo occidentale.

«Il potere politico e istituzionale sottovaluta enormemente la gravità del fenomeno», afferma Vittoria Tola, presidente dell'Udi: «Chiederemo una revisione del Piano nazionale antiviolenza, varata con molta difficoltà nel 2011 e rimasto in parte non attuato. Abbiamo bisogno di fondi per sostenere i centri antiviolenza, e non soltanto un contributo una tantum. Il governo deve cominciare ad attuare, a livello locale e nazionale, la formazione delle forze dell'ordine e del personale sanitario così come accade per esempio in Spagna, dove una legge organica promuove la prevenzione a molti livelli, coinvolgendo anche la stampa».

La violenza maschile contro le donne, secondo le promotrici di No More Violenza, non può rimanere confinato ai fatti di cronaca dove spesso i femminicidi maturati in ambito sentimentale vengono ancora descritti come “passionali” o “frutto della gelosia”. Non a caso lo scorso giugno la Relatrice speciale per la violenza di genere dell'Onu, Rashida Manjoo, ha espresso seria preoccupazione per la condizione delle italiane e la continua sottovalutazione da parte delle istituzioni sul fenomeno degli abusi domestici a danno delle donne.

Il comitato organizzativo della campagna lancia anche numerose iniziative in vista del 25 novembre, giornata mondiale dedicata alla riflessione sulla violenza di genere. Per quella data le associazioni (Udi, Dire, Casa Internazionale delle Donne, le giornaliste di Giulia, Telefono Rosa, Giuriste democratiche e zeroviolenzadonne.it tra le altre) sperano di poter ottenere un incontro non soltanto con Monti ma anche con Elsa Fornero che, nonostante abbia la delega per le Pari Opportunità, non ha mai risposto alla richiesta di attenzione da parte delle promotrici.

È possibile firmare la petizione online. Hanno già aderito politici come Laura Puppato, personaggi dello spettacolo come Serena Dandini e Francesca Comencini, e scrittori come Gianrico Carofiglio.

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)