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HUFFINGTON POST

Huffington Post
03 07 2015

Ci sono sentenze che sono lapidi sulla tomba della giustizia. Sentenze che si appoggiano sulla testa della vittima e restano lì, pesantissime, col loro carico di legalità (ché quella mica la stiamo a discutere) come un marchio d'infamia a imperitura memoria. Da qualche giorno una di queste ha stabilito che se non urli, non sbraiti, non tiri calci pugni e graffi come una gatta arruffata, mentre un paio (almeno) di maschi col testosterone imbizzarrito ti stuprano, non si può dimostrare che questo paio (almeno) di maschi abbiano abusato di te. E va a finire che loro, che pure ti hanno risarcita economicamente per il danno subito, vengano prosciolti da ogni accusa.

Succede che un paio di anni fa, nell'afa estiva dell'Emilia, un gruppo di ragazzi, di quella che viene riconosciuta come la Modena bene, decida di organizzare una festa nella villa con piscina di uno di loro. Succede anche che in una festa in piscina se non ci sono i bikini di qualche femmina da occhieggiare ci si rompa parecchio a fare delle vasche. E succede pure che se ci sono delle ragazze, e se non ci sono in giro dei genitori, la Coca Cola venga allungata con il rum e la Lemon con la vodka... E per gli astemi ci sia anche un po' di fumo. Tutto normale ci si appropria della libertà degli adulti e dei loro più o meno presunti privilegi approfittando della loro assenza.

16 anni li abbiamo avuti tutti e le prime sbornie, le peggiori di tutta la vita, si sono prese nella completa incoscienza dei propri limiti. Io mi ricordo le mie, di sbornie, e ricordo ancor meglio le amiche con cui le prendevo. Eravamo un bel gruppo, eravamo unite, ci spalleggiavamo e ci coprivamo ma qualunque cosa fosse successa nessuna di noi sarebbe stata lasciata sola quando non era in grado di reggersi sulle gambe. Ma io son stata ragazzina tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90 e a ripensarci oggi sembra passata un'era geologica. Mi ricordo delle feste a casa di qualche amico di un'amica, senza piscina, che io di amici bene non ne ho mai avuti (e per fortuna). Mi ricordo che una delle discriminanti che ci faceva decidere se andare o no a quella festa era capire se ci sarebbe stato anche il tipo che ci piaceva (spesso a tutte contemporaneamente). Mi ricordo di risate alcoliche oltre ogni buongusto e buonsenso e mi ricordo di mal di testa da prendere a craniate il muro il giorno dopo.

Non mi ricordo, e non perché la mia memoria vacilli, di nessuna di noi chiusa in una doccia che scivola lungo la parete di quella stessa doccia mentre un paio (almeno) di bei cristi se la passano a turno. "Dài che questa è una che ci sta e poi non capisce niente, guarda come è fuori". Vero: è fuori, cotta di alcol e hashish. Talmente fuori da vivere quello che gli psichiatri chiamano fenomeno di derealizzazione: una specie di presa di distanza del cervello dalla realtà, quando questa è troppo agghiacciante e spaventosa per poter venire accettata. È talmente fuori, questa tipa (che ha appena 16 anni) che non oppone resistenza a mani invadenti e membri ingombranti di eccitazione. Non urla, non piange, non scalpita e non graffia: "Dai, ci sta"... E poi magari domani neanche si ricorda. E invece, vestita del suo costume e della sua vergogna, lei capisce poco dopo cosa le è successo. Lo capisce al punto da non poter prendere sonno, dal chiamare le amiche e confidarsi con loro e, alla fine, decidere di raccontare tutto alla sua mamma. Che resta di pietra, finge calma, ma impazzisce di rabbia e di dolore per quello che un manipolo di bellimbusti ha fatto alla sua bambina.

Non è facile denunciare una violenza, lo è ancor meno quando sei costretta ad ammettere che eri fuori, che avevi bevuto e ti eri intorpidita il cervello con qualche canna. Non è facile perché inevitabilmente ti scontri con chi pensa che, alla fine, te la sei un po' cercata. Che se a una festa diventi la ragazza del gruppo, vuol dire che sei una di "quelle" e la denuncia del giorno dopo è solo un tentativo goffo e disperato che tiri su per riverginarti imene e coscienza.

Nonostante tutto vai e denunci, mentre la tua città che è grande come uno sputo quando si tratta di appenderti addosso cartello di infamia, ti guarda con un insopportabile ironico disprezzo. Perché quelli che hanno abusato di te sono dei bravi ragazzi e se tu non avessi voluto farci sesso avresti potuto molto semplicemente dire di no. E se non sei stata in grado di farlo, peggio per te. La prossima volta bevi di meno. Mica è colpa di un maschio se approfitta di una femmina... Che poi chiamalo maschio uno che approfitta di una femmina.

Tant'è, tu vai avanti, ti fai la tua battaglia in Tribunale, ti sottoponi a perizie e controperizie, parli con psichiatri, psicologi e magistrati. Racconti la tua storia e provi a non ondeggiare nella fiducia: ti crederanno, tu sai che stai dicendo la verità. E in qualche modo lo crede anche il giudice che per le infinite pagine della motivazione della sentenza, che assolverà i tuoi stupratori, riconosce l'onestà delle tue parole. Solo che non ci sono le prove: "Se è vero che il comportamento passivo della vittima - si legge nelle motivazioni della sentenza - e il fatto che scivolasse nella doccia avrebbero dovuto indurli a sospettare che la stessa avesse perso la lucidità necessaria per presentare un valido consenso all'atto sessuale è altrettanto vero che l'assenza di azioni di respingimento e di invocazioni di aiuto avrebbero potuto ingenerare la convinzione che la 16enne fosse consenziente".

Tanto basta per proscioglierli e smacchiargli la fedina penale. Per le coscienze no, non c'è sentenza, non c'è magistrato, non c'è perizia che possa ripulire l'infamia di avere abusato di una donna, del suo sesso e della sua dignità.

Deborah Dirani

Huffington Post
26 06 2015

Caro Salvini,
Provo grande tenerezza nei suoi confronti.

Dopo averla vista lanciare i suoi anatemi persino nei confronti di Papa Bergoglio, ora la vedo drammaticamente ridicolizzare le forze dell'ordine tutte di fronte a tutto il mondo. Potenza della globalizzazione. Potenza, ma anche conseguenza del cosiddetto mondo globale. Il proprio messaggio viene spietatamente diffuso via internet a moltitudini di persone indefinite che lo possono percepire in tutto il suo significato. Nel bene e nel male. Nella sua valenza pregante o nella sua disarmante superficialità. Nella sua illuminante acutezza o nella sua ridicola stupidità. Sempre e comunque.

Ma Lei, caro Matteo Salvini, ha mai studiato o solo letto il disegno di legge sulla tortura che tanto critica per compiacere la pancia di coloro che non possono non preoccupare, con le loro prese di posizione, Colui che ha la responsabilità di garantire la democrazia è la libertà è della Costituzione in questo Paese? Prevengo subito le sue tanto scontate quanto banali repliche.

Ho già avuto modo di criticare questo disegno di legge come è stato modificato per la sua ridottissima applicabilità in concreto. Non può riguardare il caso Aldrovandi, Uva o quello di mio fratello e nemmeno i fatti accaduti alla scuola Diaz o Bolzaneto durante il G8. Quindi non parlo per motivi personali. Allora lei mi dirà: "A quale titolo questa si rivolge a me intervenendo su questo tema se non la riguarda?"

Capisco che lei abbia difficoltà, allora, a comprendere il motivo del mio intervento per il solo fatto che non mi riguarda personalmente e che pertanto dovrei "fregarmene", ma io, come cittadina italiana che si è letta la norma mi chiedo e le chiedo: è sicuro che punire colui che "infligge intenzionalmente sofferenze fisiche e psichiche acute ad una persona che sia sottoposta alla sua custodia, per estorcere dichiarazioni confessioni o per motivi di odio razziale "sia ostacolare l'attività delle forze dell'ordine? Ma è sicuro? È sicuro di aver letto quella norma? Di averla capita?

Cioè, lei vorrebbe dire a tutti i cittadini che le forze dell'ordine debbono poter essere libere di arrecare intenzionalmente sofferenze fisiche e psichiche acute a coloro che sono sotto loro custodia per estorcere confessioni dichiarazioni o per odio razziale per poter fare bene il loro lavoro? "Ma le forze dell'ordine non si comportano mai così", giustamente, Lei mi obietterà.

E allora? Dove sta il problema?

Già. Il problema non esiste.

Ma se lei si scalda tanto insieme ad alcuni suoi compagni d'avventura del Sap, forse il problema esiste. Esiste davvero.

Ilaria Cucchi

Huffington Post
25 06 2015

Caroline "Tula" Cossey, la prima modella transgender che abbia mai posato per Playboy, si confessa nella sua prima intervista, rilasciata a 20 anni di distanza dalla pubblicazione degli scatti.

Negli anni '70, la modella inglese era apparsa su Vogue Australia e sulla rivista statunitense di moda Harper's Bazaar, prima di ottenere un ruolo nel film di James Bond del 1981, "Solo per i tuoi occhi". Poco dopo l'uscita della pellicola, il tabloid News Of The World rivelò che Cossey era transgender.

La modella non nascose, allora, la propria natura, anzi ne parlò in due interviste con Howard Stern e Arsenio Hall. Si allontanò ben presto, però, dai riflettori e visse una vita tranquilla e appartata ad Atlanta. "C'è differenza tra l'essere conosciuta come Tula, la modella transessuale famosa in tutto il mondo, e l'essere nota semplicemente come una modella di successo", ha dichiarato Cossey, ora 60enne. "Mi sentivo un animale da circo".

Playboy fa sapere che Tula è l'unica modella transgender che sia mai stata ritratta per intero sul giornale. Un'esperienza descritta dalla protagonista come positiva. "Mi hanno permesso di dimostrare che anche le persone come me possono essere sexy e attraenti rispetto a un pubblico, quello di Playboy, tradizionalmente maschile ed eterosessuale".

Al servizio fotografico, pubblicato nel settembre del 1991, è seguito anche un forte interesse mediatico. Un interesse che "ha permesso alla gente di conoscermi, capire la situazione, rispondere con empatia. Questo era il mio obiettivo", ha dichiarato ancora Tula.

Ma non è tutto rose e fiori. Nonostante i progressi che la comunità transgender ha fatto negli anni, Cossey non sa se si sentirà mai davvero in pace. "Non so se mi libererò dell'impressione di essere una cittadina di seconda classe. È qualcosa di radicato, qualcosa che viene instillato dalla nascita. Cresci, non ti senti bene con te stessa, non ti senti a posto, vieni bullizzata. Non è qualcosa che svanisce nel giro di 5 minuti. Credo che in realtà non si superi mai".

Parole, queste, pronunciate da Cossey in un'intervista precedente ad altri celebri scatti, quelli che ritraggono la transessuale Caitlyn Jenner e che sono apparsi questo mese su Vanity Fair.

Anna Madia

Huffington Post
18 06 2015

Quanto è difficile ancora in Italia riconoscere le differenze, in troppe famiglie i genitori non sanno affrontare l'omosessualità dei propri figli, magari perché convinte, come accade nelle nostre piazze, o nel silenzio delle nostre case, che siano sbagliati, non abbiano il diritto di esprimere il proprio amore, di essere ciò che sono. Chi mi conosce sa che non amo il vittimismo, perché ritengo la conquista dei diritti un difficile, ma anche entusiasmante, percorso personale e collettivo che tante lesbiche e tanti gay sono consapevoli esser necessario.

Ho colto come un segno che la Warner Music Italia abbia "regalato" alla nostra rete per i diritti di tutti e di tutte Equality Italia, il video sottotitolato in italiano, del nuovo singolo di Greg Holden "Boys in the street" che affronta il tema dei pregiudizi legati all'educazione che si basa sulla non conoscenza. Solo quando si riesce a vedere col cuore si può comprendere l'altro, in questo caso il proprio figlio, molte volte però si rischia di arrivare tardi, di accorgersi che per i casi della vita si è persa l'occasione di condividere la serenità e il coraggio del proprio figlio.

Questo brano così delicato, che non ha la pretesa di convincere, ma è un'occasione di riflessione, è la "risposta" più profonda e delicata alle anacronistiche chiamate alle armi per crociate, che hanno anche l'effetto di colpire nell'intimo tanti ragazzi, che si sentono soli, non compresi, in balia di una dolorosa esclusione, proprio dalle loro famiglie. Spero che molti fratelli e sorelle nella fede che sabato si riuniranno a piazza San Giovanni, avvertano nel proprio cuore, dopo l'ascolto di questo brano, la necessità di non prestarsi all'odio, ma di far riemergere l'amore.

Greg Holden è nato in Scozia ad Aberdeen, cresciuto nel Lancashire e si è poi trasferito a New York City nel 2009. Negli ultimi anni si è guadagnato la fama di cantautore indipendente, pubblicando due album (2009 "A word in edgeways" - 2011 "I don't believe you"). Il brano "The lost boys" - una poetica interpretazione ispirata dal romanzo di Dave Eggers su un rifugiato sudanese (Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng) - è arrivato al #1 in Olanda e ha raccolto 50.000 dollari per la Croce Rossa.

In Usa il brano ha venduto oltre 30.000 copie ed è entrato nella top40 di Billboard. Greg ha anche composto il brano "Home", il singolo di debutto del vincitore del talent show "American Idol" Philip Phillips, che ha venduto oltre 5 milioni di copie e che ha valso a Greg il premio ASCAP Pop Award. "Boys in the street" è racchiuso nel nuovo album "Chase the sun".

Aurelio Mancuso

Huffington Post
15 06 2015

Un'altra notte sugli scogli dei Balzi Rossi per circa cento profughi nella zona di Ponte San Ludovico a Ventimiglia, a pochi metri dalla frontiera con la Francia, presidiata dalle autorità d'Oltralpe che non consentono loro di varcare il confine. Molti di loro sono etiopi, eritrei, senegalesi, somali, sudanesi.

Al grido di "indietro non torniamo", chiedono di poter raggiungere, attraverso la Francia, amici e parenti nei paesi del Nord Europa. Un gruppo ha impugnato uno striscione su cui è scritto, in francese: "urgenza umanitaria, chiediamo una risposta politica dall'Europa".

Questa mattina il personale della Croce Rossa ha portato loro del cibo, rifiutato dai profughi che proseguono lo sciopero della fame. Sul posto sono presenti carabinieri che presidiano la zona della scogliera. La situazione è sotto controllo. Per i migranti, un'ottantina in tutto, che, invece, hanno trascorso la notte nelle vicinanze della stazione ferroviaria di Ventimiglia, Trenitalia ha messo a disposizione del Comune una sala d'aspetto dove poterli sistemare. Tra loro anche donne e bambini.

 

Huffington Post
12 06 2015

Noi donne non nasciamo mamme: il fatto che decidiamo di diventarlo non significa che stiamo assolvendo a un nostro dovere. Mai nessuno mi convincerà del contrario. La maternità è una libera scelta, una scelta che ci siamo conquistate il 22 maggio del 1978 quando la legge 194 legalizzava l'aborto. Quel giorno siamo tornate ad essere persone e non più prolifiche conigliette, buone ad aumentare il numero di abitanti qui, sulla faccia della terra. Quel giorno, che ogni anno passa sotto silenzio perché uno Stato che vuole tra le sue radici una religione rifiuta di essere laico, abbiamo vinto solo una battaglia. Abbiamo conquistato una trincea, ma la guerra, quella vera, non è ancora finita.

E non lo è ogni volta in cui, un manipolo di astiosi guardiani della vita (presunta e altrui), si ritaglia uno spazio, tra le larghe maglie del Diritto, per manifestare la propria indignazione davanti alle porte di un ospedale dove le donne vanno, lecitamente, ad abortire.

Perché chi se ne frega se un ospedale è un luogo di cura, per chi ancora oggi ritiene che l'aborto sia la negazione della vita, non del suo potenziale, un ospedale è solo un palcoscenico sul quale salire per una maratona di preghiera che tocchi il cuore di quelle empie femmine che non vogliono diventare madri. Ho più fede nella ragione che nella religione, per questo sono convinta che la manifestazione che gli antiabortisti italiani hanno organizzato a Bologna (9 ore di Ave Maria e Pater Noster davanti all'ingresso dell'Ospedale Maggiore), sfiorerà il ridicolo e non scalfirà il buon senso. Nove ore a sgranare rosari per solleticare le coscienze e convincerle dell'opportunità di un referendum abrogativo che rispedisca l'Italia nel Medioevo possono al massimo essere folkloristici. Ma le nove ore di preghiera degli antiabortisti non fanno ridere. Per niente.

Sono una minaccia e non tanto perché io veda in questa manifestazione una reale insidia al nostro diritto di scegliere se diventare mamme, quanto perché i tentativi di discutere questo diritto sono un attacco alla nostra ancora debole libertà. Che è debole proprio perché è continuamente messa in discussione, attaccata e ostacolata e ci costringe ad alzare muri di rabbia per riuscire a proteggerla. Non basta la scienza a dimostrare l'assurdità di certe ideologiche convinzioni. Non basta in un Paese in cui esistono medici obiettori di coscienza che si rifiutano di prescrivere la pillola abortiva violando quell'antico, e laico, giuramento che hanno pronunciato il giorno in cui hanno indossato un camice bianco.

È impossibile percorrere la strada dei diritti civili, della loro auspicabile estensione a tutti, se ogni occasione è buona per discutere quelli già conquistati. La religione, qualunque essa sia, non può avocare a sé il ruolo di decidere sull'opportunità delle Leggi di uno Stato. Eppure trova sempre uno spazio in cui insinuarsi, trova sempre fedeli pronti a infilarsi in una sala operatoria e gridare a una donna che è una immonda peccatrice. Ma noi non siamo peccatrici se rifiutiamo la maternità, non lo siamo più di coloro che pregano per una redenzione che non ci riguarda. Non abbiamo bisogno di essere redente per il semplice fatto che quella redenzione non ci interessa. E nemmeno ci interessa il giudizio di chi non si arrende al nostro diritto di scelta: non saranno i rosari sgranati da un esercito di anacronistici fedeli a farci cambiare idea. Il prezzo che pagheremo a noi stesse, alla memoria di quella sala operatoria, sarà molto più alto di quello del mancato Paradiso che voi ci assicurate. Sarà il pensiero che ci coglie, anche a distanza di anni, e ci si pianta nel cuore: "E se lo avessi tenuto, come sarebbe stato adesso?". Questo è il tributo che pagheremo per la nostra scelta, ed è più che sufficiente. Non serve la pubblica riprovazione, la minaccia dell'Inferno.

Inferno e Paradiso sono una promessa meno reale dell'urgenza che prova una donna che non vuole essere mamma e chiede di essere tutelata da quella legge che la protegge. Una legge scritta col sangue di tutte le donne morte di emorragia quando l'unica strada per l'aborto conduceva a un ambulatorio improvvisato e all'avidità di un chirurgo. La 194 è roba nostra, di noi donne laiche che siamo state così generose da averla voluta per tutte, anche per voi che ci assicurate l'eterna dannazione. Ed è per questo che non vi permetteremo di toccarla, non vi lasceremo appoggiare i vostri rosari sulle nostre pance, non acconsentiremo a fare entrare le vostre Bibbie nelle cabine elettorali. Lo faremo anche per voi, per proteggere la vostra libertà. Perché noi abbiamo un cuore laico, voi avete solo la fede.

Deborah Dirani

Huffington Post
08 06 2015

Nella tragedia dei migranti, nella schifezza di mafia capitale e nello straordinario lavoro di poliziotti, sanitari e volontari che salvano ogni giorno, da mesi, centinaia di migliaia di vite umane, c'è un aspetto che è sintomatico e che il mio sindacato, il Sap, ha denunciato pubblicamente. Mi riferisco alla vicenda delle card, ai badge assegnati ai migranti ospiti delle strutture di accoglienza che permettono di fruire di vari servizi, dalla mensa fino alla possibilità di accedere a determinati locali. Ebbene, in Sicilia come in Calabria, oltre ovviamene alla capitale, queste card vengono assegnate alle persone che arrivano dopo la loro presa in carico da parte della cooperativa che gestisce il centro.

Siccome i migranti non sono dei reclusi all'interno dei Cie e dei Cara, in molti casi si allontanano per raggiungere altre mete europee, senza lasciare tracce. Ma quello che molti non sanno è che queste card rimangono attive, quindi le cooperative continuano tranquillamente a incassare dallo Stato i 40 euro giornalieri previsti per la gestione di ogni singolo ospite. Una cifra che cresce per i minorenni. Basterebbe questo per far capire che il sistema, oltre ad essere marcio, è soprattutto sbagliato, sin dalle fondamenta. L'analisi più lucida è probabilmente quella che ci ha offerto Cazzullo sul Corriere della Sera che ha parlato dei migranti come di un grande paradosso del nostro Paese. Un paradosso che per certi versi è paradigmatico dell'intera società italiana contemporanea.

Huffington Post
08 06 2015

“Il punto è che nessuno di noi l’ha mai fatto questo percorso… Non è facile, né semplice, né scontato. E sarebbe rassicurante se si potesse dire: da oggi nasce una nuova forza politica. Sarebbero tutti più contenti sui giornali. E invece continueranno a non capire cosa sta succedendo… E fanno bene ad avere timore”. Non è il discorso di un criptico intellettuale. E’ Maurizio Landini, l’ex saldatore a capo della Fiom, che arringa la platea gremita del centro congresso Frentani a Roma. Secondo giorno di assemblea della ‘sua’ coalizione sociale. Oltre 200 interventi solo nella prima giornata di ieri, a nome di 300 associazioni di 80 città d’Italia. Qui lo considerano un successo. Non tanto per i numeri - “siamo all’inizio”, premette Landini - ma per quello che definiscono un ‘mix riuscito’. Tra sindacato e precari non iscritti al sindacato, l’intellettuale Stefano Rodotà e il militante del centro sociale, la Fiom e i comitati che occupano stabili per “il diritto alla casa”, sdogana Landini, lui che ammette: “Da metalmeccanico queste cose non le capivo…”.

Dopo la due giorni, il primo appuntamento è per “il 20 giugno a Roma contro le stragi nel Mediterraneo e per porre il problema di come affrontare il tema dei migranti”, dice il segretario della Fiom. E’ la risposta che s’incastra bene nella cronaca del giorno, diretta al governatore della Lombardia Roberto Maroni che ha intimato ai comuni di non accogliere i migranti in arrivo dal nord Africa, pena la perdita dei finanziamenti regionali. “Un modo barbaro di affrontare temi complessi”, denuncia Landini. Ma, al di là del 20 giugno, la coalizione sociale si muove senza calendari alla mano e consapevolmente senza una forma. Se non nei temi. Per orientarsi, forse può risultare utile la traccia di Stefano Rodotà: “La democrazia si salva se si sprigiona tutta la creatività sociale di associazioni e movimenti: questo è il compito che abbiamo davanti. Solo così si potrà dire che il potere non sta tutto da una sola parte”. Standing ovation per lui e anche uno, due tre, “Ro-do-tà! Ro-do-tà!” che ricordano piazza Montecitorio alle elezioni quirinalizie 2013.

Altri tempi. Oggi la ‘parte con il potere” di cui parla il professore è Matteo Renzi, naturalmente bersaglio di tutti gli interventi. “Il premier fa bene a preoccuparsi di chi c’è fuori dal Pd – attacca Landini – ma sarebbe ora che si occupasse anche di chi mettono dentro il Pd!”. Da Vincenzo De Luca a Mafia capitale: “La corruzione è un sistema in questo paese che serve per avere più potere e più soldi…”, continua il leader Fiom. E di fronte alla corruzione si esercita un “garantismo peloso e ipocrita, da prima Repubblica… - scandisce Rodotà – Renzi non dovrebbe guardare al codice penale ma all’articolo 54 della Costituzione sulla disciplina e l’onore che dovrebbero contraddistinguere chi è nelle istituzioni pubbliche”.

La griglia è questa. E Renzi è anche quello che ha fatto il Jobs Act, che porta avanti la sua ‘Buona scuola’. Per Landini i tempi sono maturi per mollare gli ormeggi. E si lancia in un territorio finora sconosciuto alla Fiom. “Io mi sono sempre battuto per l’applicazione delle leggi. Ma non posso chiedere l’applicazione del Jobs Act: piuttosto devo battermi contro. E così sulla scuola o sul diritto alla casa”. L’ammissione: “Io delle occupazioni non ero entusiasta… Lo capisci solo quando tocca a un metalmeccanico. E allora: se ci sono case sfitte o spazi inutilizzati bisogna fare qualcosa…”. Gli applausi gli coprono la voce.

E’ qui che si salda l’asse tra mondi diversissimi. E’ questo il cuore della coalizione sociale, esperimento che vuole incrociare “battaglie sul reddito e salario”, urla Michele De Palma, responsabile Auto della Fiom, un altro “piccolo Landini” – nota una signora in platea - che infiamma il Frentani. Perché “il contratto a tutele crescenti non ha nulla a che fare con il tempo indeterminato: è solo un altro contratto precario”. Sul reddito minimo la coalizione sociale proverà a muoversi in autunno. “Tra 2-3 mesi ci si ritrova qui per lanciare le mobilitazioni d’autunno – propone Landini – ma nel frattempo bisogna costruire tante piccole coalizioni sociali nei territori…”. E si va avanti. Con l’idea fin troppo chiara che “ci siamo rotti le scatole di essere sempre quelli che pagano le tasse e si fanno il mazzo dalla mattina alla sera” (sempre Landini). Avanti, ma a ruota libera.

Così libera che oggi al Frentani le citazioni dotte hanno coperto archi finora imprevedibili a sinistra. C’è Marx: “La coalizione è sempre l’esito di collisioni”, dice Francesco Raparelli, precario del Laboratorio per lo sciopero sociale: “La nostra coalizione deve avere la capacità di collidere”. C’è anche Eduardo Galeano: “Il cammino lo facciamo insieme”, dice Giuseppe De Marzo di Libera: “Perché i tre milioni e 200mila ‘working poors’ in Italia non dovrebbero esistere: sono incostituzionali!”. C’è l’Italo Calvino de ‘Le città Invisibili’: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui…”, recita – sì, recita – Gianmarco De Pieri del Tpo di Bologna. Ma c’è anche Winston Churchill, citato da Landini: “Ci sono tre tipi di bugie: le piccole, le grandi e le statistiche… sull’occupazione di cui ci inondano da mesi senza che cambi nulla”. E ci sono le mondine. Anche Rodotà recita alla fine: “Sebben che siamo donne, paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue, in lega ci mettiamo…”. In platea c’è chi ironizza: “Veramente il canto continuerebbe così: 'E la libertà non viene, perché non c’è l’unione, crumiri col padrone, son tutti da ammazzar…'”. Alt: è solo un canto. E di altri tempi, ovviamente sì.

Profughi bambini abusati dal prof di religione

Huffington Post
05 06 2015

Augusta, insegnante di religione arrestato mentre consumava rapporti sessuali con minorenni migranti

C'è chi lucra sull'accoglienza dei richiedenti asilo e c'è chi approfitta dei minori stranieri senza genitori per ricavare piacere sessuale. Giuseppe Abbate, insegnante di religione, potrebbe far parte di questa seconda categoria: secondo gli inquirenti, infatti, pagava oppure faceva piccoli regali ai giovani ragazzi sbarcati in Sicilia in cambio di rapporti sessuali.

Quella della procura di Catania non è una semplice accusa: il professore cinquantenne è stato arrestato in flagranza di reato, proprio mentre si trovava in una situazione di inequivocabile intimità con due minorenni di 15 e 16 anni che in una audizione protetta hanno fornito ulteriori prove a carico dell'uomo.

Il primo a rivelare i giochi sporchi di Abbate è stato un ragazzo egiziano ospitato in una casa famiglia di Roma. Dalla sua testimonianza sono partite le indagini dei magistrati catanesi. La posizione del docente è aggravata dal fatto che numerosi minorenni erano affidati alla sua responsabilità come tutore dal Tribunale per i minorenni: è il caso di uno dei due ragazzi con i quali è stato sorpreso dagli agenti.

I ragazzi affidati alla sua tutela vivevano in casa con Abbate che, proprio nell'ottobre scorso, plaudiva alla decisione del Comune di Augusta di aprire un centro per minori accompagnati in città.

Giuseppe Abbate era stato assessore nella giunta del sindaco Bono, si era candidato anche alle elezioni della scorsa settimana ma non è stato eletto.

Huffington Post
05 06 2015

Un laboratorio per bambini autistici, che aiuta anche i loro genitori. Grazie ad Aita il gioco diventa apprendistato per la vita

Tutti i lunedì, salendo al terzo piano di un palazzo in via Donatello a Roma, basta spingere una porta per entrare in contatto con un realtà molto forte. Incominci dal corridoio, dove siedono in attesa dei genitori che hanno completamente votato la propria vita al benessere del figlio. Entri in una stanza e trovi dei ragazzi, medici e artisti, che sono riusciti a far del gioco un percorso terapeutico. Con loro - chi più in disparte, chi più “movimentato” - ci sono otto bambini affetti da autismo ad alta funzionalità, dotati quindi di buone capacità cognitive ma con un deficit relazionale.

“Volevamo creare uno spazio volto alla socializzazione, attraverso esercizi e giochi, che dessero loro dei modelli relazionali da seguire”, ha spiegato all’Huffington Post la Dottoressa Laura Fatta, ideatrice del progetto sostenuto dalla onlus Aita.
“La cosa più difficile è stata gestire i loro momenti di frustrazione. Spesso non capiscono cosa vogliono gli altri bambini, li rifiutano perché non riescono a decodificarne l’atteggiamento e possono rimanere infastiditi anche solo da uno scoppio di risate improvviso”.

Gli psicologi, aiutati da musicisti e attori, hanno provato a insegnare loro a comprendere il messaggio dell’altro, attraverso un percorso diviso in due fasi, con un passaggio dal concreto all’astratto: nella prima parte dipingere e creare li ha aiutati a migliorare competenze motorie e a sviluppare la creatività, la seconda fase, quella del musica e del teatro, si è spinta su un lato più intimo, per dar voce alle emozioni.

E la socializzazione ha favorito la creazione di un gruppo. “La differenza in questo laboratorio l’ha fatta l’altro bambino”, ha continuato la dottoressa, “Lentamente hanno cominciato ad affezionarsi e fidarsi dell’altro, trainandosi a vicenda nelle attività”.
Le famiglie, poi, sono state un altro elemento essenziale alla funzionalità del progetto: “I genitori sono stati una colonna portante. Abbiamo sempre comunicato prima le attività che avremmo svolto nel corso del lunedì, loro le anticipavano ai figli, favorendo così un prevedibilità, essenziale per i bambini autistici”.

Alcuni di questi genitori trascorrono in corridoio tutte e tre le ore di durata del laboratorio. “Venire qui è servito anche a noi”, ha spiegato la mamma di Luigi, “Spesso ci si sente soli, dei pesci fuor d’acqua, invece aspettando fuori dalla porta insieme agli altri genitori a poco a poco abbiamo iniziato a parlare, a confrontarci e l’attesa è diventato un piacere. È difficile imparare a convivere con questa situazione. Una madre o un padre inizialmente non vogliono rendersene conto. Io avevo notato delle stereotipie in Luigi sin da piccolo, ma non avevo capito o non volevo capire”.

Con Luigi a giocare nella stanza c’è anche la sorellina più piccola, non affetta da autismo, ma che non perde occasione per seguire il fratello. “La sorella l’ha aiutato a condividere”, continua la madre, “Quando ho saputo di essere incinta per la seconda volta ho pensato al fatto che anche lei potesse avere il problema del fratello. Ma non avevo paura. Se uno ha paura o vergogna è la fine. Superarle significa aiutare il bambino”.

Il papà di Lorenzo annuisce al fianco della signora mentre lei parla, anche la sua esperienza di genitore di un bambino autistico è passata attraverso le fasi del rifiuto, dell’imbarazzo di portare in giro un bambino che non si comporta come gli altri e della totale dedizione alla sua vita. “Ho abbandonato la professione di giornalista per seguire meglio Lorenzo e per amore di mia moglie. Questa è il voto di un genitore per il figlio: amarlo, salvaguardarlo e alleggerirlo da ogni peso. È un lavoro che dura tutta la vita”.
Il pensiero di entrambi è rivolto al futuro, quando non potranno più assistere Luigi e Lorenzo, ma la preoccupazione non offusca la speranza, motore invisibile del loro andare avanti: “Il bicchiere va visto mezzo pieno. Sono convinto che prima o poi riuscirà a trovare un equilibrio e diventare autonomo. Ogni giorno fa un passetto in avanti. Noi veniamo qui con la speranza e non con negatività, questo ci tengo che sia chiaro”.

I genitori, così come i bambini, si sono mostrati entusiasti del progetto, in particolare della seconda fase, quella del teatro. “Recitare è comunicazione, interazione, stare insieme e muoversi insieme. Tutte carenze di questi bambini, che ho cercato di sviluppare attraverso le attività”, racconta Desirée, una delle ragazze che hanno partecipato al laboratorio, “Ho sfruttato poi anche quello che a loro appartiene di più, ossia le stereotipie, la ripetizione. Molti esercizi erano basati soprattutto su questo, volevo che facessero esperienza dell’imitare gli altri, in modo che avessero coscienza non solo del loro corpo, ma anche di quello dell’altro”.

I bambini hanno risposto bene alle attività il che ha permesso a Desirée di sperimentare ulteriormente: “Ho cercato di stimolare il loro lato emotivo. Questi bambini tendono a essere molto soli, ad avere dei momenti bui. Uno di loro li chiama “nuvole nere”. Quando me ne ha parlato la prima volta mi sono sentita disarmata, non sapevo come aiutarlo, mi ripeteva che non era bravo a far nulla, che a scuola glielo dicevano tutti. Poi parlandoci son riuscita a convincerlo che non era veroe dopo un po’ è tornato a giocare con gli altri”.

Alla fine del percorso i bambini si sono affezionati a lei, qualcuno l’ha abbracciata chiedendole di ritornare: “È stato molto bello e emozionante, sia per loro che per noi. Lo scopo alla base era estremamente ludico, ma in piccolo credo di essere riuscita a far crescere la percezione dell’altro. Ho visto in quelle ore un’interazione sempre più autentica. Recitare in inglese si dice ‘to play’ e questa doveva essere la chiave di tutto: il gioco. Il gioco come apprendistato per la vita”.

Silvia Renda

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