COMUNE INFO

Donne sugli scogli dell’esclusione

  • Giu 23, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 1901 volte

Comune - info
23 06 2015

di Floriana Lipparini

Tra le migliaia e migliaia di persone in fuga, un numero sempre più alto di donne sono ormai costrette a sfidare la morte nei maledetti barconi per salvarsi dall’inferno che noi gente del nord abbiamo consapevolmente o inconsapevolmente contribuito a produrre, con le armi e con le politiche del debito. Ci sono anche loro, spesso incinte e con i figli piccoli, su quegli scogli a Ventimiglia e nelle stazioni di Milano e di Roma (leggi anche La nuda vita di Enrico Euli).

Però è la maggioranza dell’Europa “benpensante” che sta per perdere definitivamente se stessa su quegli scogli a Ventimiglia, negando i presupposti minimi della condizione umana, sebbene per fortuna siano molte le splendide persone pronte invece a fare di tutto per soccorrere, accogliere, condividere.

È la Francia che politicamente butta a mare la parte nobile della propria storia, chiudendo i confini di fronte a esseri umani che fuggono dalla morte, dalle guerre, dalle torture, dalla fame e dai disastri climatici. Proprio la Francia che non molto tempo fa riuscì a trascinare molta parte dell’Europa in un’insensata guerra sul suolo libico, precipitando quel paese in un caos di lotte tribali di cui non si vede la fine.

imm2

Travestita da buon senso, la cecità dell’esclusione rischia di dilagare ovunque, mentre nulla purtroppo fa prevedere che sia possibile risolvere entro breve tempo i terribili conflitti in atto nei paesi d’origine dei richiedenti asilo, perché la cosiddetta comunità internazionale non è stata in grado finora di intervenire in quei luoghi con saggezza e diplomazia, ma al contrario ha fomentato guerre e ingiustizie. E oggi si ipotizzano nuovi interventi armati come unica soluzione al dramma delle migrazioni (ne parla Alex Zanotelli in È guerra ai profughi)! Una proposta indecente, oltre che stupida e irrealizzabile per ovvie ragioni di diritto internazionale.

Allora, fino a quando non sarà possibile ai profughi vivere in pace e in libertà nei paesi d’origine, una solidale accoglienza è il solo modo di contrastare il barbaro concerto di voci razziste e xenofobe che si sta levando in molti paesi europei.

Le ondate di sbarchi che si susseguono senza tregua parlano di un esodo dall’Africa e dal Medio Oriente creato in gran parte dalle politiche occidentali, prima coloniali e oggi neoliberiste, che hanno ciclicamente spolpato paesi e continenti, per impadronirsi delle risorse primarie e sottrarle agli abitanti di quelle terre, sostenendo fin quando conveniva regimi locali sanguinari e dittatoriali.

Chi oggi erige barriere, chi evoca le armi, minacciandone l’uso a fini di “polizia”, vuole nascondere la gravissima responsabilità dell’Occidente in questa epocale tragedia. Chi vuole sottrarre alle persone persino l’identità, chiamandoli clandestini invece che migranti, dimostra solo un’abissale ignoranza: clandestino è chi si nasconde, ma queste persone non si nascondono affatto, anzi gridano per farsi sentire e vedere prima di venire inghiottite dalle onde. E se le nostre politiche non glielo impedissero, sarebbero ben felici di regolarizzarsi per uscire dalla “clandestinità”.

I migranti non ci sottraggono niente, non è da loro che ci viene la rapina dei diritti, la cancellazione dello stato sociale o la pretesa austerità imposta a vantaggio delle oligarchie finanziarie e delle caste politiche… Non sono i migranti a diminuire i posti di lavoro, ma la tecnologia usata in modo perverso, a nostro danno invece che per migliorare la vita.
Questo percorso a ritroso verso un mondo più incivile e ingiusto va fermato prima che sia davvero troppo tardi. Dobbiamo chiedere che l’Europa rispetti i diritti umani universali, aprendo corridoi umanitari e approvando un principio di libera circolazione che consenta alle persone migranti di sottrarsi alla criminalità degli scafisti e di arrivare qui in sicurezza, trovando asilo e civili procedure di riconoscimento e accoglienza nei paesi europei.

Sarebbe bello che si alzassero voci di donne in tutta Europa per sostenere questa proposta. Si potrebbero attivare le reti di donne già esistenti, perché no? Sappiamo bene che dietro il rifiuto dei migranti sta l’eterno rifiuto del diverso, base dell’ideologia patriarcale che ha creato gerarchie e dicotomie fra gli esseri umani, decretando la superiorità dell’uno sull’altro: bianco-nero, nord-sud, e prima di tutto maschile-femminile…

Sbarrare le porte ai migranti significa sbarrare eternamente le porte a un mondo in cui ogni persona abbia uguali diritti all’esistenza, il solo mondo in cui valga la pena di vivere.

Le ruspe dell’Ue e il Popolo degli ulivi

  • Giu 22, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 2899 volte

Comune - info
22 06 2015

Mentre gli ispettori dell’Ue nei giorni scorsi hanno ribadito l’importanza della linea dura suggellata a Bruxelles in maggio, cioè l’eradicazione degli ulivi del Salento, contadini, cittadini, associazioni, artisti si preparano a nuove forme di resistenza. Di sicuro, il “popolo degli ulivi” è riuscito a raccontare quello che sta accadendo, ha evidenziato il legame tra la malattia delle piante e l’uso di concimazione chimica, ha dimostrato che la scienza di laboratorio è in grado solo di fornire la “soluzione” della desertificazione del territorio, ha mostrato, infine, che esistono sperimentazioni di agricoltura naturale in grado di prendersi cura delle piante.

di Paolo Cacciari

Vedere la morte per disseccamento di interi campi di ulivi secolari a Gallipoli e in altre zone del Salento fa male all’anima. Ma ancor più sconfortante è il piano di eradicamento di massa avanzato dal solerte comandante Siletti del Corpo Forestale della Regione Puglia e fatto proprio dal Governo e dall’Unione Europea nell’intento di creare un “vuoto biologico” attorno alle aree dove è stato trovato il batterio Xilella, classificato “molto pericoloso” e accusato di essere la causa dell’epidemia. La scienza di laboratorio non sembra in grado di fornire altra soluzione se non la desertificazione del territorio. Se tale piano dovesse procedere il paesaggio, la storia, l’economia della Puglia non sarebbero più gli stessi e si aprirebbe la strada ad altri usi del territorio, ben descritti dalla giornalista Marilù Mastrogiovanni in: Xilella Repor, edizioni Il Tacco d’Italia.

Una mobilitazione senza precedenti di contadini, cittadini, associazioni, artisti ha materializzato un “popolo degli ulivi” che ha fermato le motoseghe. Ci si attende ora dal nuovo presidente della Regione Michele Emiliano una riconsiderazione della situazione alla luce di semplici constatazioni che emergono dal sapere diffuso esperienziale degli olivicoltori tradizionali.

La Xilella può essere solo la causa finale di un indebolimento dei tessuti vegetali delle piante private di un apporto nutrizionale sufficiente a causa dalla perdita di materia organica del suolo. Decenni di concimazione con prodotti di sintesi, di diserbi, di uso di fitofarmaci, di mancata coltivazione dei terreni, di potature approssimative hanno compromesso i cicli biologici delle piante più vecchie. Un professore di agronomia dell’Università della Basilicata, Cristos Xyloyannis, lo ha scritto sull’“Informatore Agrario”. Un permacultore, Mattia Pantaleoni, nel suo podere a Oria (Brindisi) sperimenta come alimentare e curare le piante con microrganismi e minerali. Ivano Gioffreda, presidente di Spazi popolari, ha ottenuto buoni risultati curando i suoi alberi con la classica poltiglia bordolese. Alcuni campi sperimentali biologici stanno dando buoni risultati.

Al fondo, si scopre che non vi è bisogno di scatenare alcuna guerra batteriologica (con le armi fornite dalla Monsanto, guarda caso!), basterebbe un’azione coordinata per una rivalutazione del prodotto. La gran parte dlle olive da queste parti vengono pagate pochi euro al quintale al frantoio per produrre “olio lampante”, troppo acido e di bassa qualità per essere remunerativo.

 

* Paolo Cacciari è autore di articoli e saggi sulla decrescita e sui temi dei beni comuni. Questo articolo è stato pubblicato anche su Left. Il nuovo libro di Paolo Cacciari, Vie di fuga (Marotta&Cafiero) – un saggio splendido su crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita – è leggibile qui nella versione completa pdf (chiediamo un contributo di 1 euro).

La spallata dei movimenti al T-tip

  • Giu 16, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 1011 volte

Comune - info
16 06 2015

di Monica Di Sisto

C’è chi cinguetta e chi telefona. Poi valanghe di e-mail, ma soprattutto un monitoraggio congiunto e continuativo dei negoziati del Trattato transatlantico (T-tip) e di quello transpacifico (Tpp), accomunati dalla volontà di egemonizzare il governo del commercio globale proprio quando la crisi economica, ambientale e sociale globale richiedere, invece, un governo condiviso e ragionevole della cosa pubblica globale. È il lavoro che le campagne stop T-tip, Ceta e Tisa, su entrambe le sponde dell’Atlantico, portano avanti insieme da oltre due anni per bloccare la deregulation verticale di servizi, commerci e soprattutto standard e normative di sicurezza e qualità che questi trattati comporterebbero.

La rilevanza dell’operazione di rafforzamento della democrazia e della trasparenza dei negoziati lo dimostrano gli ultimi risultati ottenuti da queste campagne, che vedono al lavoro insieme associazioni, ong, sindacati, ma anche consumatori e piccole imprese, presenze inedite in azioni come queste. Aver tenuto sotto tiro per dieci giorni su Twitter, via email e su Facebook tutti quei parlamentari europei che sostenevano la versione peggiorativa della Relazione Lange sul T-tip, licenziata dalla Commissione per il commercio internazionale del Parlamento Ue, chiedendogliene conto motivato e invitandoli a cambiare posizione, ha portato il Parlamento a non approvare il testo in quella versione e a riaffidarlo alla Commissione competente. I parlamentari della maggioranza, per di più, hanno votato secondo coscienza se discutere o no della scelta del rinvio, mostrando chiaramente agli elettori chi, a prescindere dagli schieramenti, avesse a cuore le loro ragioni o no.

Dall’altra sponda dell’Atlantico c’è chi ha organizzato addirittura dei “call in” – ossia delle giornate coordinate di telefonate a tappeto ai congressisti eletti nel proprio stato – per invitarli a non concedere al presidente Obama la “corsia preferenziale” (fast track) per negoziare i trattati commerciali, che li sottrarrebbe al controllo democratico del Congresso. E i centralini di Washington sembra siano stati messi a dura prova dall’azione, se non fossero bastati i leaks di Assange, che hanno rivelato ampi stralci dei testi negoziali del Tpp che puntano all’attacco dei servizi sanitari ed essenziali di molti paesi ricchi e poveri dell’area pacifica.

Il punto, ribadiamo, non è promuovere una sterile polemica sul ruolo del commercio internazionale per il benessere condiviso, che pur si presta a letture molto diverse. Le campagne rivendicano, a una voce, il cui prodest. Guadagni commerciali risicati, riduzioni potenziali della sovranità nazionale e regionali ingenti, ma soprattutto la subordinazione di regole, standard, privacy e diritti, basi del patto sociale e della sostenibilità ambientale alle ragioni del commercio: sono questi i temi di cui oggi, finalmente, si discute in Europa e negli Usa, non solo tra i “secchioni” del commercio internazionale e dello sviluppo, ma sempre più tra persone che si percepiscono come cittadini, consumatori, elettori, produttori, lavoratori, soggetti e non solo oggetti di politiche distanti quanto invasive.

Il prossimo appuntamento per il movimento stop T-tip è il 13 luglio, quando i negoziatori europei e statunitensi si incontreranno a Bruxelles per un nuovo round di negoziati transatlantici. E il 10 ottobre, quando le capitali europee torneranno a rivendicare il diritto dei cittadini ad avere un ruolo nella governance globale. Verso un governo delle persone: più democratico, inclusivo, ridistribuivo e sostenibile.

La lotta della scuola

  • Giu 10, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 1511 volte

Comune - info
10 06 2015

di Alain Goussot*

Il governo è in difficoltà sul disegno di legge della Buona scuola nonostante la sua maggioranza e il modo autoritario di guidare la discussione da parte dell’esecutivo. È il risultato della pressione partita dal basso da parte degli insegnanti, ma anche degli studenti e dei genitori.

La scuola si è mobilitata non per difendere un interesse puramente corporativo ma per porre la questione centrale: la difesa di un bene comune per la nostra società, il futuro dei nostri figli e anche la natura della nostra democrazia, la scuola pubblica e democratica di tutti aperta a tutti. Il progetto di aziendalizzare, privatizzare, precarizzare e piegare la scuola agli interessi dei mercati e dell’impresa, di fare della scuola una azienda gerarchizzata con al commando un supermanager che decide assunzioni, licenziamenti, modalità contrattuale e valutazione, è stato respinto dalla maggioranza degli insegnanti che hanno collettivamente preso coscienza.

La lotta diffusa degli insegnanti ha già trasformata la scuola in una grande Agorà pedagogica, culturale e politica che produce riflessioni, progettualità e idee per rifondare per davvero la scuola nei suoi fondamenti come luogo di formazione del cittadino e della personalità democratica, autonoma, capace di pensare con la propria testa, quindi un luogo che non forma dei “liberi servi” come ha scritto recentemente Gustavo Zagrebelski oppure dei sudditi, ma dei cittadini capace di comprendere e di partecipare in modo critico alla gestione della polis.

La lotta può e deve proseguire e la partecipazione deve fare della scuola il nuovo laboratorio culturale per il futuro non solo di tutto il sistema formativo ma anche di tutta la società. Care insegnanti e cari insegnanti continuate e non fermatevi! Andati avanti uniti. Viva la scuola pubblica, democratica, laica, pluralista e repubblicana.

 

*Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Assalto al T-tip

  • Giu 08, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 1347 volte

Comune - info
08 06 2015

di Alberto Zoratti

Tutti gli occhi sono puntati su Strasburgo: mercoledì 10 giugno il parlamento europeo in seduta plenaria dirà la sua sul T-tip, approvando o rigettando la Risoluzione Lange, dal nome del Rapporteur del gruppo dei Socialisti e Democratici, che il 28 maggio è stata approvata dalla Commissione commercio internazionale Inta a Bruxelles. Non sarà un atto conclusivo, nè la fine dei negoziati, ma una tappa importante di ridefinizione della cornice negoziale della Commissione europea che fa parte del ruolo, decisamente limitato, che il parlamento europeo può giocare nel campo dei negoziati commerciali, competenza esclusiva del Commissario al Commercio. Se avrà potere di ratificare a trattato concluso, in itinere non può emendare nulla, ma solo inviare raccomandazioni e votare risoluzioni, non formalmente vincolanti anche se politicamente rilevanti.

È in questo campo che si sta giocando lo scontro tra interessi e visioni. Con un quadro in continuo cambiamento che vede il patto scellerato trovato tra Partito popolare europeo e socialdemocratici in Commissione Inta che rischia di saltare su alcuni punti di sostanza, come l’Isds, l’arbitrato internazionale che consentirebbe alle aziende di portare in giudizio gli Stati a causa di politiche non rispondenti alle loro aspettative. Nonostante gli equilibrismi della Commissaria Malmstrom, e le posizione ambigue degli europarlamentari che hanno sostenuto un Isds riformato nella prima stesura della Risoluzione, la proposta è entrata al centro dello scontro politico tra i gruppi. I rischi sono molti, non ultimo quello di ritrovarsi un testo volutamente ambiguo che, se esclude l’arbitrato privato, prevede comunque un organismo di ulteriore tutela del privato, oltre le corti convenzionali accessibili a tutti, rispetto ai comuni mortali.

Le reti Stop T-tip hanno posto una red line insuperabile. No all’Isds, in qualsiasi modo venga cucinato, perchè ridondante per due continenti con una giurisprudenza avanzata come Stati uniti e Unione europea. Un punto fermo necessario ma non sufficiente, perchè il T-tip è questo e molto altro, come il rischio di privatizzazione dei servizi, l’impatto della liberalizzazione dell’agricoltura sulla produzione italiana ed europea, gli appalti pubblici.

Piuttosto che una pessima risoluzione, meglio nessuna risoluzione, è il refrain. Con la consapevolezza che un buon lavoro di pressione politica capace di modificare al meglio il testo è solo un argine, un modo per non rendere le cose peggiori, mantenendo l’obiettivo che questo trattato non s’ha da fare. Per questo la Campagna Stop T-tip Italia, in coordinamento con le reti internazionali, ha lanciato un mailbombing sugli europarlamentari di area popolare e socialdemocratica, di quei gruppi che fin dall’inizio si sono detti favorevoli al trattato transatlantico. Centinaia di e-mail e di tweet per dare una scossa a una politica, soprattutto italiana, volutamente distratta su un negoziato tra i più importanti degli ultimi anni. Nonostante la retorica del viceministro Carlo Calenda, l’Italia è agli ultimi posti come tasso di conoscenza e di consapevolezza sul T-tip, con buona parte della discussione pubblica stimolata dalla società civile e dai movimenti che chiedono un confronto aperto, trasparente e democratico.

In questi giorni, in contemporanea con l’invio email e tweet, in decine di città italiane si svolgeranno iniziative, incontri pubblici, presidi per dimostrare che esiste un’opposizione crescente a un negoziato disconosciuto anche da personalità d’Oltreoceano come quel Paul Krugman che dalle pagine del New York Times ha evidenziato i limiti e i rischi di un trattato progettato a uso e consumo dei gruppi privati. Un’opposizione che nel Vecchio Continente sostiene la petizione europea ormai sulla dirittura di arrivo dei due milioni di firme e che coinvolge sempre più settori della società civile, dai sindacati ai piccoli produttori agricoli. Dimostrando, ancora una volta, che la lotta contro il T-tip non è solo contro un modello economico imposto, ma per una reale partecipazione democratica dei cittadini alle scelte che incideranno sulle nostre società.

Xylella, sostenere la ricerca

  • Giu 03, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 1390 volte

Comune - info
03 06 2015

di Antonia Battaglia

Un gruppo di professori dell’Università della Basilicata, tra i quali il Cristos Xyloyannis, ha pubblicato di recente un articolo al fine di fare chiarezza, in termini scientifici, sulla questione Xylella fastidiosa e sul come combattere il batterio in maniera efficace utilizzando pratiche di coltivazione sostenibile, già sperimentate con successo da oltre quindici anni.

Secondo quanto riportato dagli studiosi, per combattere il batterio della Xylella sono infatti necessarie una serie di misure da utilizzare nella coltivazione dell’ulivo, in modo da migliorarne il sistema immunitario e di aumentarne le capacità di resistenza agli stress biotici e abiotici che lo indeboliscono. L’articolo, pubblicato su l’Informatore Agrario, dà grande importanza alla gestione del suolo, che ha un impatto fondamentale sulla proliferazione dei batteri e sulla produzione di enzimi per la resistenza delle piante ai diversi agenti patogeni.

Nell’articolo viene esaminata la realtà contraddittoria presente nel Salento: oliveti gestiti con cura e con la consapevolezza dell’importanza rivestita dalla gestione del terreno, e oliveti abbandonati, in attesa degli indennizzi europei e della prospettiva di avviare su quelle terre nuove e più redditizie attività.

Le raccomandazioni scientifiche sono ben precise e specifiche e possono costituire un punto di riferimento cruciale per l’elaborazione delle strategie più efficaci per la cura del disseccamento. I ricercatori puntualizzano in maniera precisa che per combattere la Xylella non è necessario eradicare gli alberi, ma procedere con le pratiche già sperimentate e ben descritte.

Da queste raccomandazioni scientifiche, tuttavia, le Istituzioni sembrano distanti anni luce.

La Regione Puglia, in particolare, non ha trovato di meglio che mettere in campo un “fantasmagorico” progetto dotato di un budget di due milioni di euro, per la realizzazione di una “mega-sperimentazione” con tanto di “linee guida” finalizzate alla “ricerca di soluzioni integrate e diversificate, l’acquisizione e applicazione di nuove e più ampie conoscenze scientifiche”.

Siamo a giugno 2015. Sono passati ben otto anni dalle prime avvisaglie del disseccamento degli ulivi. Una velocità e un tempismo incredibili, da parte della Regione, in coincidenza con le elezioni regionali e soprattutto a poche settimane dalla seconda decisione della Commissione Europea, che dovrà essere messa in opera con un nuovo piano o con lo stesso “Piano Silletti” modificato.

Ma qual è la risposta dell’Italia alle sollecitazioni del Parlamento Europeo e alle deliberazioni della Commissione Europea in materia di ricerca scientifica e di urgente sperimentazione sul campo?

Ci si augurerebbe che la risposta non sia questo altisonante “Parco della Ricerca e della Sperimentazione”, il cui fine niente meno che promuovere “forme di aggregazione e di sinergia che consentano di accumulare ‘massa critica’ per una risoluzione strutturale della specifica problematica fitosanitaria e che siano basate su uno stretto legame con il territorio”.

Ma in cosa consiste in realtà questo Parco?

La Regione Puglia risponde a un problema d’importanza capitale per l’economia e l’ecosistema della Regione con un piano fumoso, che sembra già canalizzato verso precisi beneficiari e che esclude gli agricoltori salentini che hanno già sperimentato con successo le indicazioni consolidate dall’attività scientifica del professor Xyloyannis e degli altri studiosi.

Nei confronti di un’economia che ha qualche miliardo di euro di valore di produzione annua, il Parco della Sperimentazione, chiuso agli agricoltori, e dotato di soli due milioni di euro, appare un misero tentativo propagandistico.

La ricerca dovrebbe essere allargata, con urgenza, ad altre università, centri, istituti, in Italia e all’estero, destinando ben altre risorse per sostenere i risultati dello studio realizzato dall’Università della Basilicata e finanziare altri centri già operativi sulla materia!

Il prossimo governo Regionale proseguirà su questa linea di chiusura e di provincialismo o si aprirà, con l’urgenza necessaria, alla scienza nonché all’evidenza della realtà degli uliveti salentini curati e guariti?

Un pezzo di paradiso per chi vive in basso

  • Giu 01, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 1384 volte

Comune - info
01 06 2015

Ruspe e sgomberi su spazi sociali recuperati o tetti di rifugiati, ma anche processi, campagne mediatiche e, naturalmente, mafia capitale. Eppure, a Roma e dintorni c’è chi non si rassegna, non resta a guardare, non aspetta che i cambiamenti cadano dal cielo: convinti che “su questa Terra nessuno è straniero”, quelli di Action, con duecentocinquanta persone tra cui molti bambini, venerdì 29 mattina hanno sorpreso tutti, occupando una bellissima villa non utilizzata a Castel Gandolfo (e due palazzine storiche abbandonate in via Albalonga, con il benestare dei proprietari), prima di chiedere un incontro con papa Francesco.

“Questa mattina, venerdì 29 maggio, prendiamo in Affidamento e in gestione diretta una piccola parte del patrimonio, inutilizzato, del più grande proprietario terriero, il conte Romolo Vaselli, La tenuta Vaselli a Castel Gandolfo, proprio difronte alla residenza estiva del papa – si legge in un messaggio diffuso da Action -, in uno dei contesti più suggestivi dei Colli Romani. Luogo, fino ad ora, ad appannaggio esclusivo di nobili e alte gerarchie vaticane“.


A pochi mesi dall’apertura dell’anno giubilare – hanno spiegato, dopo aver pulito il parco, in una conferenza stampa gli occupanti -, gli ultimi della città, ai quali l’evento sarebbe rivolto, vogliono avere voce in capitolo, vogliono sperimentare un modello d’accoglienza interculturale, “utilizzando patrimonio pubblico e privato, a fini comuni”. Deboli, dunque, ma protagonisti del proprio futuro, non solo in periferia e luoghi degradati ma anche in un pezzo di “paradiso” come questa villa con vista lago.

Per Action comincia così un nuovo percorso con cui invertire “l’egemonia del profitto economico, dei soliti e pochi mercanti del Tempio…”.


“Vogliamo proporre una gestione dell’Anno della Misericordia, nella Roma dei senza casa e della mala-accoglienza, che parta dalle necessità reali e dai bisogni dei diretti interessati – continua il messaggio di Action – e costruisca le basi di soluzioni concrete per gli anni a venire, a partire dalla conversione delle strutture, immaginate per l’accoglienza dei numerosi pellegrini in arrivo, in abitazioni e centri d’accoglienza solidali e mutualistici”.

L’odissea dei migranti di Ponte Mammolo

  • Mag 27, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 2841 volte

Comune - info
27 05 2015

di Redattore sociale

C’è chi mangia in piedi, chi si accovaccia vicino ad alcuni wc rotti e ammassati in un angolo, e chi, nonostante la sporcizia, si siede per terra. Altri, ancora in fila per un piatto di pasta al pomodoro, gridano :“Hungry, we are hungry!”. È l’ora del pasto al centro Baobab, di via Cupa, una traversa della Tiburtina, non distante dalla stazione degli autobus, da cui arrivano a Roma molti dei migranti che sbarcano in Sicilia e transitano per la capitale, prima di continuare il viaggio verso Nord.

Il Baobab è un centro culturale, che ha al suo interno anche un ristorante di cucina africana. Nel 2014 salì agli onori delle cronache perché proprio qui fu scattata la famosa foto che ritraeva insieme Salvatore Buzzi, il principale indagato nell’inchiesta Mafia Capitale, l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e l’ex presidente di Legacoop, oggi ministro del Welfare, Giuliano Poletti. Nel tempo la struttura si è trasformata in un centro per l’accoglienza straordinaria dei migranti.

Sgomberato e demolito insediamento di migranti

In questi giorni al Baobab ci sono dai cinquecento ai settecento migranti al giorno, nella stragrande maggioranza eritrei ed etiopi. Alcuni arrivano solo nelle ore dei pasti, altri si fermano anche a dormire. In tanti vengono da Ponte Mammolo. Si sono riversati qui dopo lo sgombero, due settimane fa, del borghetto di via delle Messi d’Oro, conosciuto anche come Comunità della pace. Altri sono arrivati quando si è saputo che lì c’era un posto dove dormire. Ma nel giro di pochissimo la situazione è diventata esplosiva. Il centro ha in tutto 194 posti letto, ma normalmente ospita circa il triplo delle persone: non solo transitanti ma anche rifugiati, e tanti di coloro che vivevano in maniera stanziale nel campo appena sgomberato.

“I servizi igienici sono al limite della decenza”. Ci sono 12 docce per le donne e 15 per gli uomini, una ogni 30 persone circa. Il risultato è che i bagno sono perennemente allagati. Come conferma Josè, che qui è venuto a stare subito dopo che la sua casa è andata distrutta, l’11 maggio scorso. “Sono rimasto al Baobab una settimana, di più non ho resistito. Per fortuna mia moglie e mia figlia hanno trovato una sistemazione da alcuni amici – afferma – perché quello non era un posto adatto a loro. Che cos’è il Baobab non si può descrivere. In un carcere si sta meglio. I bagni sono uno schifo. La gente sta ammassata dappertutto”. La maggiora parte delle persone ospitate sono uomini, ma ci sono anche donne e bambini. L’ala femminile è piena ma meno affollata di quella maschile. Nel corridoio una mamma cerca di far addormentare su una panchina il suo bambino di pochi mesi. Un’altra ha appena messo a dormire i suoi quattro figli in uno dei letti a castello della camera che condivide con altre persone. E ci sono anche alcune ragazze incinte. Le camere sono da quattro, ma normalmente in quelle femminili ci dormono in sei o sette. Decisamente peggiore è la situazione delle stanze per gli uomini. Molti dormono per terra, nei corridoi, altri si sistemano nel piazzale di fronte l’ingresso. Nelle camere, spiegano, non si riesce a stare, manca l’aria.

Anche i pasti sono stati ridotti. Nella cucina, stipati in un angolo ci sono gli scatoloni con il cibo. Provengono dalle raccolte alimentari delle associazioni. Latte, pasta, pelati e tonno. File fino al soffitto di cibo. Eppure non basta. La cuoca che ha appena cucinato seicento coperti, sbuffa e dice che non si può andare avanti così. Negli ultimi giorni i pasti sono stati ridotti: si fa solo la colazione e la cena, il pranzo non viene più servito. Di conseguenza, nei giorni scorsi alcuni degli ospitati al Baobab sono andati a mangiare a Ponte Mammolo, nella tendopoli dove si sono sistemati gli altri sgomberati che non hanno voluto trasferirsi nel centro. “È paradossale – spiega Fabiola Zanetti dell’associazione Prime Italia – ma è successo spesso che alcuni venissero al piazzale davanti la stazione a cercare cibo. Ci dicevano che lì c’era poco da mangiare”.

Migranti sgomberati da 5 giorni vivono per la strada.

Moltissimi sono i transitanti presenti nella struttura, per la sua posizione strategica a metà strada tra la stazione Tiburtina, da cui si arriva a Roma con il pullman dalla Sicilia, e la stazione Termini, in cui si può prendere un treno che porti verso il nord. Dopo il pasto serale, in tanti chiudono lo zaino e si dirigono verso la stazione. Sono tutti giovanissimi, dai venti ai trent’anni. Alcuni si avviano a piedi, altri vengono accompagnati dal factotum del centro, un signore eritreo. Il treno per Bolzano parte alle 22,24, dicono genericamente che stanno andando al nord, qualcuno aggiunge “Germany”. Si sistemano tutti nei primi vagoni del treno, finalmente dentro guardano e salutano fuori sorridendo. Ai piedi della banchina, due poliziotti in divisa, assistono alla scena.

Il Comune: “È’ una soluzione temporanea”. L’assessorato alle politiche sociali del Comune di Roma, fa saper che il Baobab è un centro di accoglienza che si è messo a disposizione “volontariamente” e che svolge l’attività in maniera “gratuita”. Il Comune si occupa dei pasti e dei servizi di assistenza sanitaria, che sono regolati da un protocollo d’intesa. “In questo momento, ogni soluzione, incluso il Baobab è per definizione temporanea – spiega in una nota l’assessora Francesca Danese – il primo step di un percorso che mira a conferire, finalmente, integrazione e piena autonomia a persone che, è bene ricordare, non sono criminali, bensì donne e uomini con uno status preciso e una sofferenza atroce alle spalle.” (ec)

The Good school

  • Mag 26, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 1386 volte

Comune-info
26 05 2015

di Alain Goussot*

Molti forse ignorano dove la riforma de “La Buona scuola” trova le sue radici ideologiche, si tratta di un copia in colla del progetto neoliberista di Arne Duncan, sottosegretario all’istruzione del governo Obama. Il progetto delle Charter school.

Ma di cosasi tratta? Le Charter school sono scuole basate sul principio dell’auto-imprenditoria, scuole primarie e secondarie che ricevono meno soldi pubblici e che si devono gestire sulla base di donazioni private. I piani dell’offerta formativa di queste scuole si basano sui vaucher e i finanziamenti privati (sponsor), i bonus in funzione, appunto, delle donazioni effettuate. In quelle scuole-imprese il dirigente scolastico e il suo staff funzionano come una vera e propria direzione manageriale e le famiglie ricche vi partecipano in quanto azionisti (donatori) che fanno donazione. Significa che se la charter school si trova in un quartiere popolare ad alta densità di povertà e disoccupazione non ci saranno bonus e il livello dell’offerta formativa sarà molto basso e solo funzionale ai bisogni del mercato.

Questo progetto aziendalistico e competitivo rappresenta come scrive il pedagogista critico statunitense Henry Giroux un vero disastro per l’idea di scuola pubblica e democratica: “Il modello Duncan di una scuola su base aziendale non è in grado di fornire una educazione di valore”, introduce una vera deregolamentazione di tutto il sistema dell’istruzione pubblica privilegiando gli studenti del ceto medio e accentuando le diseguaglianze con un sistema formativo a più velocità. Questo con scuole per l’elite ricca e quelle per gli altri, in particolare per i figli delle classe popolari, gli afro-americani e gli ispanici. Inoltre la competizione è al centro di questa filosofia educativa neoliberista. Scrive Giroux:

“Le caratteristiche di questa politica educativa reazionaria sono ben note: sfrenato individualismo in tutti i settori, eccesso di competizione, mercificazione del sapere, uso degli high-stakes test (test di livello, da noi con le prove Invalsi, ndt) come forma di valutazione definitiva dell’apprendimento e valori d’impresa come metafore per eccellenza del cambiamento educativo”.

Si assiste così negli Stati uniti ad una fuga delle famiglie del ceto medio alto bianco verso le scuole private e ad un costante impoverimento delle scuole pubbliche, demolite dalle Charter school (nuove suole ghetto per molti). Inoltre il dirigente-manager delle Charter school ha il potere di selezionare il personale e d’introdurre dei contratti flessibili per gli insegnanti trattati come i salariati di qualsiasi altra impresa privata. Ecco il fondo neoliberista del progetto ‘la Buona scuola’ : si tratta dell’introduzione di un modello aziendalistico e ultra competitivo che fa del dumping formativo uno strumento per scardinare la scuola pubblica eguale per tutti e aperta a tutti.

Il progetto costituisce una vera contro-rivoluzione culturale e una contro-riforma nella misura in cui non considera più la formazione dell’uomo e del cittadino come una priorità. La priorità è altra: si tratta di educare le future generazioni ad essere sufficientemente flessibili e funzionali – sufficienti competenti per la logica del mercato e dell’impresa capitalistica – agli interessi dei padroni e dell’economia finanziaria. Si tratta insomma di formare le future generazioni di nuovi schiavi salariati e di sudditi.


* Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Il T-tip fa male alla salute

  • Mag 19, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
  • Letto 854 volte

Comune - info
19 04 2015

La Rete Sostenibilità e Salute, insieme al Circolo per la Decrescita Felice di Torino ed in collaborazione con l’Assemblea Cavallerizza 14:45, il Comitato Stop T-tip di Torino, il Segretariato Italiano degli Studenti di Medicina (Torino) e il Collettivo Medici senza Bandiere, organizza a Torino per il 13 giugno 2015 alla Cavallerizza Reale (via Giuseppe Verdi 9, Torino) dalle ore 10 alle ore 18,30 la seconda Conferenza nazionale Decrescita, Sostenibilità e Salute: dalla Carta di Bologna al T-tip, la parola ai cittadini. L’iniziativa fa parte del Festival della Complessità.

È passato più di un anno dalla Conferenza alla Camera dei deputati, da cui è partita la costruzione della Rete Sostenibilità e Salute che conta ventidue associazioni attive nell’ambito di un fare critico nella salute. La Rete in questo tempo ha continuato a lavorare operosamente. Ora, per la prima volta, si presenta in pubblico per promuovere il suo manifesto – La Carta di Bologna per la Sostenibilità e la Salute - e alcune riflessioni sul T-tip, il terribile e ormai noto Trattato di libero commercio bilaterale attualmente in discussione tra Unione europea e Stati uniti che potrebbe cambiare drasticamente le basi da cui dipende la nostra salute.

La salute, per la Rete Sostenibilità e Salute, è non solo un diritto da tutelare, ma anche un bene comune, di cui prendersi cura in modo attivo, attraverso la partecipazione responsabile e diretta delle persone e delle comunità nella definizione e nell’attuazione delle politiche, così come nella costruzione di una società alternativa sostenibile sia dal punto di vista ambientale che sociale. “Noi crediamo ciò sia possibile e sia ora di agire – dice Jean-Louis Aillon, della Rete – Per questo ne parleremo alla Cavallerizza Reale, bene comune in svendita e liberato dalla cittadinanza, ora laboratorio per una progettazione partecipata e sostenibile della città di Torino”.

Rete Sostenibilità e Salute

Associazione Dedalo 97, Associazione Frantz Fanon, Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia, Associazione per la Decrescita, Associazione per la Medicina Centrata sulla Persona onlus-Ente Morale, Associazione Scientifica Andria, Centro Salute Internazionale-Università di Bologna, Giù le Mani dai Bambini onlus, Medicina Democratica onlus, Movimento per la Decrescita Felice, No Grazie Pago Io, Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, Osservatorio e Metodi per la Salute, Università di Milano-Bicocca, People’s Health Movement, Psichiatria Democratica, Rete Arte e Medicina, Rete Mediterranea per l’Umanizzazione della Medicina, Segretariato Italiano Studenti in Medicina, Sism Società Italiana Medicina Psicosomatica, Società Italiana per la Qualità dell’Assistenza Sanitaria, SIQuAS, Slow Food Italia, Slow Medicine

facebook