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È guerra ai profughi

  • Mag 18, 2015
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18 05 2015

di Alex Zanotelli

L’Alto Rappresentante della politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherini, sostenuta a spada tratta dal governo Renzi, da settimane preme per ottenere dall’Onu il mandato per un’azione militare con lo scopo di distruggere i barconi degli scafisti nelle acque libiche e bloccare così l’esodo dei profughi. L’Italia sta brigando per essere capofila di questa coalizione militare che, con un’operazione navale e anche terrestre (così sostiene il Guardian) andrà a colpire gli scafisti.

Eppure se c’è una nazione che dovrebbe defilarsi è proprio l’Italia, particolarmente odiata dai libici come ex-potenza coloniale. Quando la Libia è stata una nostra colonia, noi italiani abbiamo impiccato e fucilato oltre centomila libici. Non contenti abbiamo partecipato attivamente a quella assurda guerra, iniziata dalla Francia e dall’Inghilterra nel 2011 per abbattere il regime di Gheddafi, che ha portato all’attuale situazione caotica della Libia. Ed ora l’Italia si prepara a guidare un’altra azione militare che, con il pretesto di salvare i profughi da morte nel Mediterraneo, creerà un altro disastro umano.

Anche se riuscissimo a distruggere i barconi degli scafisti (non sarà così facile!), non faremo altro che aggravare la situazione di milioni di profughi sub-sahariani, mediorientali e asiatici intrappolati ora in un paese in piena guerra civile. Amnesty international, in un suo recente rapporto parla di massacri, abusi, violenze sessuali, torture e persecuzioni (49 cristiani provenienti dall’ Egitto e dall’Etiopia sono stati decapitati), perpetrate contro i profughi. Non è più possibile chiudere gli occhi – dice Philip Luther di Amnesty – e limitarsi a distruggere le imbarcazioni dei trafficanti senza predisporre rotte alternative e sicure. Altrimenti condanneremo a morte migliaia e migliaia di rifugiati, ma questo avverrà lontano dai “casti” occhi degli europei e dai media.

Il governo di Tobruk del generale Khalifa Haftar (sostenuto dall’Egitto) ha risposto: ”Bombarderemo le navi non autorizzate”. E anche l’ambasciatore libico all’Onu ha parlato di intenzioni “poco chiare e molto preoccupanti.”Purtroppo le intenzioni sono ben chiare: è guerra! Noi invece diciamo un No a un altro intervento militare dell’Ue , capitanata dall’Italia. È mai possibile che questa nuova avventura militare italiana avvenga senza una discussione in parlamento? È mai possibile il silenzio quasi totale dei partiti politici su questo argomento?

Dobbiamo chiedere invece all’UE e all’Italia di imporre un embargo sulla vendita di armi ai ‘signori della guerra’ in Libia. Chiediamo altresì all’Ue perché faccia pressione sulla Tunisia e sull’Egitto perché questi due paesi confinanti aprano le loro frontiere per accogliere i rifugiati intrappolati in Libia. Ma l’Ue dovrà poi concordare con l’Egitto e la Tunisia l’apertura dei corridoi umanitari per permettere ai rifugiati di arrivare in Europa. Questa sì sarebbe una vera soluzione per i profughi e segnerebbe la sconfitta degli scafisti e delle organizzazioni criminali.

Ma la via che noi stiamo seguendo è un’altra. È quella del Processo di Khartoum: trattare con i governi dei paesi da cui provengono i profughi e costruirvi campi di raccolta nei paesi di origine, come il Sudan o l’Eritrea. Perseguendo questa politica, l’Unione Europea, tramite il Fondo Europeo per lo Sviluppo, elargirà entro il 2020, 312 milioni di euro al governo eritreo, senza richiedere il rispetto dei diritti umani. Questi fondi sono stati sbloccati grazie alla visita in Eritrea di una delegazione italiana (24-26 marzo 2015).

Come italiani dobbiamo solo vergognarci! Purtroppo i nostri parlamentari, che dovrebbero controllare la nostra politica estera, dormono sonni tranquilli. Chi pagherà questo protagonismo bellico italiano? Saranno proprio i profughi che il governo di Tripoli, vicino ai Fratelli Musulmani, comincia già ad arrestare e a mettere in nuovi campi di concentramento. Saranno proprio i rifugiati a pagare più pesantemente per questa azione militare, inventata per salvare vite umane! Infatti il documento presentato all’Onu parla di “danni collaterali”. Quanta ipocrisia! “Si pensa di punire chi si occupa dell’ultimo tratto del viaggio – ha scritto il generale Fabio Mini – e non i governi degli stati che alimentano la violenza, la corruzione e la guerra creando le condizioni dalle quali i migranti vogliono fuggire”.

Per questo mi appello a tutto il movimento della Pace, perché abbia il coraggio di dire No a questo rigurgito di spirito guerrafondaio nel nostro paese. È ora di urlare che “la guerra è una follia” (come dice papa Francesco).

Le carte false dell’Expo

  • Mag 18, 2015
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18 05 2015

Qualche giorno fa è stata presentata con grande clamore la “Carta di Milano” che dovrebbe essere l’eredità che Expo consegna all’umanità. Un appello di personalità del mondo culturale, sociale e scientifico (tra i firmatari Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Mario Agostinelli, Emilio Molinari, Gianni Tamino), esprime un punto di vista decisamente critico e annuncia per il 26 e 27 giugno un grande convegno internazionale.

Ora tutto il dibattito su questa Expo rischia di dover ruotare attorno ad un’unica fotografia: da un lato migliaia di persone entusiaste tra gli stand della grande Esposizione, dall’altra le auto bruciate e la città sfregiata. Ma non è così. Restano tutte le ragioni della critica ad Expo. Restano le tante persone che al di là dell’adesione alle manifestazioni continuano a pensare che occorre insistere nella critica e continuare ad avanzare proposte alternative su contenuti precisi.

Occorre ripartire dal grande convegno realizzato il 7 febbraio a Milano, costruendo consensi ampi, parlando a tutte e a tutti, perché il tema: “Nutrire il pianeta… energia per la vita”.. riguarda ognuno di noi e ben poco ha a che fare con quanto realizzato da questa Expo. Noi continueremo questo impegno - anche in previsione del grande convegno internazionale che si svolgerà a Milano venerdì 26 e sabato 27 giugno con la seconda edizione di: “Expo nutrire il pianeta o nutrire le multinazionali” - affinché: diritto all’acqua, diritto al cibo e giustizia sociale non siano solo degli slogan. Ripartiamo da qui e dalla critica alla “Carta di Milano”.

La Carta c’è, è ufficiale. E’ stata presentata coi toni dei grandi eventi istituzionali che cambiano la Storia. Ma non sarà così. La Carta di Milano scivolerà nella storia senza incidere alcunché, legittimando ancora il modello agroalimentare che ha prodotto insostenibilità, disastri ambientali e le terribili iniquità che vive il nostro mondo e che la stessa Carta denuncia ma ignorando lo strapotere politico delle multinazionali, che stanno dentro ad Expo e che sottoscrivono la Carta.

Il presidente Sala ebbe a dire a suo tempo che in Expo dovevano coniugarsi il diavolo e l’acqua santa: pensiamo intendesse Coca Cola, Monsanto e l’agricoltura familiare e di villaggio, i Gas, il biologico ecc… Il risultato è che nella Carta si sentono il linguaggio, le difficoltà, le mediazioni e i contributi di tanti docenti, personalità e realtà associative che hanno cercato di migliorarla, ma purtroppo il loro onesto sforzo si è tradotto unicamente in un saccheggio del linguaggio dei movimenti dei contadini e di coloro che si battono per la difesa dell’acqua come bene comune e in favore delle energie alternative al petrolio.

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La “Carta di Milano”, presentata come l’eredità che Expo lascia al mondo, è una grande operazione mediatica, che si limita a dichiarazioni generiche senza andare alle cause e alle responsabilità della situazione attuale. Non una parola sui sussidi che la Commissione Europea regala alle multinazionali europee agroalimentari permettendo loro una concorrenza sleale verso i produttori locali; non una parola sugli accordi commerciali tra l’Europa e l’Africa (gli Epa) che distruggono l’agricoltura africana; né si parla del water e land grabbing; né degli Ogm che espropriano dal controllo sui semi i contadini e che condizionano l’agricoltura e l’economia di grandi paesi come il Brasile e l’Argentina; né si accenna alle volontà di privatizzare tutta l’acqua potabile e di monetizzare l’intero patrimonio idrico mondiale, né si fanno i conti con i combustibili fossili e il fraking.

Nella “Carta” si parla di diritto al cibo equo, sano e sostenibile, si accenna persino alla sovranità alimentare, si ricorda che il cibo oggi disponibile sarebbe sufficiente a sfamare in modo corretto tutta la popolazione mondiale, si sprecano parole nate e vissute nella carne dei movimenti, ma poi?
La responsabilità di tutto questo sarebbe solo dei singoli cittadini: dello spreco familiare (che è invece surplus di produzione) che andrebbe orientato verso i poveri e verso le opere caritatevoli, sta nella loro mancanza di educazione ad una corretta alimentazione, al risparmio di cibo e di acqua, ad una vita sana e sportiva. Le responsabilità pubbliche e private sono ignorate.

Manca la concretizzazione del diritto umano all’acqua potabile come indicato dalla risoluzione dell’Onu del 2010 e mancano gli impegni per impedirne la privatizzazione. Mancano le misure da intraprendere contro l’iniquità di un mercato e delle sue leggi, che strangolano i contadini del sud ma anche del nord del mondo. Mancano riferimenti a bloccare gli OGM su cui oggi si gioca concretamente la sovranità alimentare. Mancano i vincoli altrettanto concreti all’uso dei diserbanti e dei pesticidi che inquinano ormai le acque di tutto il mondo e avvelenano il nostro cibo. Ne prenda atto Sala da buon cattolico: il diavolo scappa se l’acqua è veramente santa. Ma qui di acqua santa non c’è traccia, mentre i diavoli, sotto mentite spoglie, affollano la nostra vita quotidiana e i padiglioni di Expo.

 

Moni Ovadia, Alex Zanotelli, Vittorio Agnoletto, Mario Agostinelli, Piero Basso, Vittorio Bellavite, Franco Calamida, Massimo Gatti, Antonio Lupo, Emilio Molinari, Silvano Piccardi, Paolo Pinardi, Basilio Rizzo, Erica Rodari, Anita Sonego, Guglielmo Spettante, Gianni Tamino, Vincenzo Vasciaveo

Lettera, non restiamo indifferenti

  • Mag 05, 2015
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05 05 2015

di Una mamma tra le mamme

Cari genitori,

molti si stanno chiedendo cosa accadrà il 5, 6, 7 maggio. Pensiamo che questa volta più che mai ci sia in gioco tanto e che sarebbe giusto che anche noi genitori, cittadini facessimo la nostra parte. La scuola riguarda tutti.

Proviamo per una volta a pensare che uno sciopero non si fa giusto per fare, scioperare significa esprimere un disaccordo e chi lo fa paga di tasca sua, rinunciando allo stipendio di una giornata. Chi sciopera il 5 maggio lo fa perché ritiene che sia in gioco il presente e il futuro della scuola pubblica, per intenderci quella che Piero Calamandrei definiva “un organo costituzionale” che ha il compito di istruire facendo acquisire conoscenze e competenze, di far crescere e formare cittadini valorizzando la loro persona nel rispetto delle differenze e delle identità di ciascuno e di ciascuna.

Se la scuola che desiderate per i vostri figli e per le vostre figlie è quella modello azienda, dove si cerca di “risparmiare” razionalizzando, quella che cerca gli sponsor perché lo Stato non la sostiene, dove i responsabili sono i “dirigenti” che sulla base di criteri arbitrari, potranno decidere di distribuire gli insegnanti come e dove gli pare, dove i “profitti” degli alunni sono valutati con i test, dove il profitto va a braccetto con la “competizione”, dove chi è già bravo va avanti e chi ha più difficoltà resta indietro, beh allora restate a guardare, indifferenti, perché la cosa non vi riguarda.

Se invece pensate che la scuola sia importante, che sia in pericolo l’idea di scuola pubblica, per tutte e per tutti, inclusiva e democratica, allora continuate a leggere questa lettera. Noi pensiamo che una buona scuola sia quella dove ci sono edifici sicuri, dove le classi siano composte da un massimo di 22 alunni, dove si impara insieme sentendosi attivamente parte di una comunità, dove si lavora in modo cooperativo, dove si sperimentano concretamente forme di democrazia. Se pensiamo che la “vera buona scuola” sia quella che rispetta i tempi dei bambini e delle bambine, che si preoccupa di come stanno e di cosa pensano, che crede più nell’apprendimento di gruppo che nella competizione individuale e che le conoscenze e le competenze non si possano ridurre a delle crocette in un quiz, allora abbiamo la possibilità di fare qualcosa.

Non restiamo indifferenti, il 6 e 7 maggio mandiamo un segnale forte al Governo che ha spostato le prove Invalsi per paura che lo sciopero le vanificasse. Il 5 maggio scioperano gli insegnanti, il 6 e 7 maggio “scioperiamo” noi genitori e figli e disertiamo le prove Invalsi.
Spieghiamo anche a loro che la scuola non serve per imparare a “superare” dei quiz, aggirando i tranelli e leggendo con il cronometro ma serve per imparare a studiare, per diventare cittadini.

Come disse Luciano Canfora, tra i più autorevoli classicisti in Italia, “Le prove Invalsi sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso, che può servire se mai a premiare chi è dotato di un po’ di memoria più degli altri, non chi ha spirito critico. […] la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere lo spirito critico […]

Siamo ben consapevoli che è un disagio per tutti noi genitori lavoratori organizzare i bambini e le bambine se non vanno a scuola, ma siamo altrettanto convinti che valga la pena provare a fare sentire anche il nostro disagio, la nostra preoccupazione perché quando c’è in gioco la scuola, c’è in gioco il futuro dei nostri figli e delle nostre figlie.

Informiamoci, le prove Invalsi nella scuola primaria durano 75 minuti, è possibile sapere a che ora le “somministrano” (che parola orribile!), facciamo in modo che i nostri figli e le nostre figlie non siano presenti.

Abbiamo la possibilità di affermare che la buona scuola non è questa, che un’altra scuola è possibile e necessaria, non restiamo indifferenti.

Il Perù di Tia Maria e quello di Hugo Blanco

  • Mag 04, 2015
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04 05 2015

La minaccia più pericolosa per l’acqua, la terra e i contadini del Perù viene dalle miniere a cielo aperto e dall’ideologia che ne sostiene il modello, l’estrattivismo (1). Hugo Blanco (a Roma il 3 maggio) non ha dubbi e lo spiega nell’intervista che trovate in fondo. Anche perché, dice, all’epoca degli Incas e degli Aztechi l’oro si estraeva, scaldava e fondeva, poi sono arrivati gli Spagnoli e hanno cominciato a usare il mercurio, un metallo liquido che avvelena ancora oggi in ogni miniera del pianeta. Adesso poi, per estrarre un grammo d’oro, fanno esplodere quattro tonnellate di roccia. La realizzazione del progetto minerario Tia Maria (zia maria, ndt) nella Valle del Tambo, avversato da grandi lotte guidate dai contadini della regione di Arequipa, rappresenta in questo momento la battaglia decisiva contro le multinazionali dell’industria mineraria. Raúl Zibechi ci spiega perché quelli della Southern Copper considerano chi si oppone alla miniera un terrorista e los de abajo nemici da sterminare


di Raúl Zibechi

Dalla fine di marzo i contadini della provincia di Isly, nella regione di Arequipa – Perù meridionale -, stanno affrontando una delle più potenti multinazionali minerarie, la Southern Copper, che pretende di aprire una miniera di rame nella valle del Tambo. In più di un mese, hanno ottenuto la solidarietà attiva dei lavoratori edili, degli insegnanti e della gente della Asociación de Urbanizaciones Populares de Arequipa (l’associazione dei quartieri popolari di Arequipa, ndt).

In Perù, quella della Southern Copper è una storia nera. Nel 1956 ha cominciato sfruttando a Toquepala una miniera a cielo aperto – il più grande giacimento di rame del paese – e nel 1960 ha costruito una raffineria ad Ilo, entrambe località che si trovano nel dipartimento di Moquegua, vicino ad Arequipa. Nel 1976 ha aperto una seconda miniera, ancora più grande, a Cuajone, nello stesso dipartimento. Per anni la Southern è stata il maggior contribuente del Perù.

Una recente inchiesta del giornale conservatore El Comercio, fervente sostenitore della miniera, riconosce che nella regione meridionale ancora molte persone conservano viva memoria delle enormi nubi nere che venivano emanate dalla raffineria, cosa che ha danneggiato l’immagine e la credibilità della multinazionale. “Quando negli anni Cinquanta la Southern ha iniziato ad operare, ha gravemente inquinato la costa con i suoi processi di fusione e la produzione di ganga [minerali di scarto, ndt] ” (El Comercio, 12 aprile 2015).

E’ da notare che la regione meridionale ha un importante valore strategico in quanto concentra importanti vie di comunicazione dell’Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana (Iirsa- Iniziativa per l’Integrazione delle Infrastrutture Regionali Sudamericane): in particolare l’asse Centrale Interoceanico e l’asse Perù-Brasile-Bolivia che, con la presenza di tre importanti porti (Ilo, Marcona e Matarani) e attraverso l’Autostrada Interoceanica, offrono alla produzione agricola e industriale brasiliana un veloce sbocco verso i mercati asiatici.

I lavori di esplorazione per la nuova miniera Tía María sono iniziati nel 1994 e nel 2007 la Southern (già nelle mani del Grupo México) ha annunciato il suo piano di investimenti. Fin dall’inizio, la popolazione si è opposta all’impresa – che prevede investimenti di 1.400 milioni di dollari nella prima fase – poichè si suppone che la miniera si servirà dell’acqua che viene utilizzata per l’agricoltura. Dal 2010 l’opposizione si è trasformata in un movimento permanente.

L’acqua vale più dell’oro. La protesta dei contadini del Tambo. Foto.biodiversidadla.org
Il 16 marzo 2011, la popolazione è venuta a conoscenza, attraverso il Fronte di Difesa della Valle del Tambo, di un rapporto di impatto ambientale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i Servizi e i Progetti che evidenziava la mancanza di uno studio idreogeologico della zona da parte della multinazionale. La risposta a questa beffa sono state grandi manifestazioni nelle quali si sono avuti tre morti e cinquanta feriti. Il governo ha respinto lo studio di impatto dell’impresa e il progetto è stato congelato.

Tuttavia nell’agosto 2014, il Ministero dell’Energia e delle Miniere ha approvato il secondo studio di impatto ambientale assicurando che le obiezioni fatte erano state superate. Questa decisione ha innescato l’attuale mobilitazione che ha l’appoggio dei tre sindaci della Valle del Tambo che partecipano attivamente alla protesta.

La società mineraria con sede in Messico si trova davanti a serie controversie. L’Agenzia per la Valutazione ed il Controllo Ambientale ha multato 14 volte la Southern Copper. Nel gennaio 2015, la Procura specializzata per le questioni ambientali ha chiesto di condannare l’amministratore delegato della Southern Perù, il messicano Óscar González Rocha, a due anni e mezzo di privazione della libertà e al pagamento di un risarcimento civile di un milione di dollari per il reato di inquinamento ambientale del mare di Ilo.

Il 23 marzo, all’inizio dello sciopero ad oltranza, il governo peruviano ha deciso di inviare nella Valle del Tambo duemila poliziotti che hanno già provocato un morto e decine di feriti. Julio Morriberón, responsabile delle Relazioni Istituzionali della Southern Copper, incaricato di andare a fare lavoro sul campo con gli agricoltori, ha detto che gli oppositori sono “terroristi anti-miniera”. Sebbene in seguito sia stato smentito dalla multinazionale, la campagna continua a crescere. Un ex membro del Congresso ha dichiarato che Marco Arana, dirigente della ONG anti-miniera Grufides, è il successore del senderista Abimael Guzmán.

Mentre il governo respinge la possibilità di fare una consultazione pubblica sulla miniera, i media vicini al potere ufficiale, sostengono che nella Valle del Tambo c’è una maggioranza silenziosa favorevole alla miniera che sarebbe sottomessa dalla minoranza. Il 26 aprile il quotidiano La República ha pubblicato un sondaggio nazionale dal quale risulta che il 51% della popolazione ritiene che “la gente ha ragione, il progetto provocherà inquinamento e che le azioni predisposte dalla miniera per evitarlo non sono sufficienti”, a fronte del 32% che si dice invece favorevole alla miniera .
Di fronte alla resistenza popolare si prospettano tre importanti problemi.

Il primo è che il Perù non è un paese qualsiasi. È un elemento strategico nel controllo della regione sudamericana, tanto quanto la Colombia, adesso che il Pentagono non può contare sul Venezuela. Ha una lunga storia di lotte, ma anche di massacri e sterminii, compresa una guerra con 70 mila morti negli anni Novanta.

Secondo: l’attività mineraria non è un’attività qualsiasi, bensì quella che nel modello estrattivo ostenta il più alto livello di militarizzazione. Secondo l’Osservatorio dei Conflitti Minerari dell’America Latina, il Perù, assieme al Messico e al Cile, è il paese che concentra il maggior numero di conflitti minerari. Tra i grandi paesi della regione, [questi] sono i tre in cui il militarismo ha trasformato le comunità indigene, nere e meticce, rurali e urbane, in zone dove si impone lo stato di eccezione permanente.

Terzo: anche se la grande maggioranza della popolazione peruviana è contro il modello minerario, l’affermazione del responsabile della Southern Copper secondo cui gli oppositori all’industria mineraria sono terroristi, non è una gaffe isolata, bensì qualcosa che non va dimenticato: conserano “los de abajo” (quelli che stanno in basso), e non solo quelli che resistono, nemici da sterminare.


La Southern Copper annuncia un investimento di 100 milioni di dollari e sostiene che chi si oppone al progetto è un terrorista erede di Sendero Luminoso

(1) Nota della redazione sull’estrattivismo. Molto di più di un modello produttivo di sfruttamento intensivo delle risorse e di accumulazione del capitale, l’estrattivismo fa parte del complesso speculativo-finanziario che oggi domina il mondo. Ha l’effetto di un saccheggio: sta creando nuovi blocchi di potere, corrompe la politica, depreda l’ambiente e spezza i legami sociali. Da diversi anni, in America latina, il concetto di “estrattivismo” è oggetto di molte e vivaci discussioni. Nonostante il termine continui a essere escluso dal dizionario della Real Accademia della Lingua Spagnola, l’estrattivismo è una forma di accumulazione che affonda le sue radici nella conquista coloniale dell’America, dell’Asia e dell’Africa, dunque nel sistema capitalista, con l’idea che alcune regioni del pianeta dovessero limitarsi a estrarre e produrre materie da esportare verso le manifatture realizzate nel “primo mondo”. Nel corso dei secoli, però, le materie prime da “estrarre” hanno allargato a dismisura i propri confini prima alle foreste, poi alla fauna ittica e quindi all’agricoltura. Nella pratica, con l’estrattivismo si intende un processo di saccheggio coloniale neo-coloniale delle risorse “rinnovabili”, che rinnovabili non sono affatto. Raúl Zibechi è stato tra i primi a segnalare nell’estrattivismo dei governi progressisti latinoamericani una nuova fase del neoliberismo.

 

Fonte: la Jornada Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

Il dominio del profitto e il T-tip

  • Mag 04, 2015
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04 05 2015

di Ugo Biggeri*

Senza Società non c’è Mercato. È un affermazione logica, ma purtroppo non ovvia, anzi spesso non evidente o addirittura negata. La somma di interessi individuali (persone o imprese che siano) non è sufficiente a creare un mercato. Nessuna forma di mercato. Infatti tra i tanti fattori che determinano l’esistenza di un mercato alcuni, fondamentali, dipendono dalla “piattaforma” su cui il mercato opera. Regole, opportunità, infrastrutture, propensione al rischio ed agli investimenti: tutte cose che dipendono da relazioni complesse e non posso essere determinate individualmente.

Un esempio chiarificatore riguarda la fiducia. Di sicuro fidarsi degli altri implica un sistema di relazioni molto più ampio che uno scambio bilaterale. Della fiducia dei mercati spesso si parla a sproposito, come se dipendesse da divinità superiori, salvo poi cercare di stimolarla attraverso i comportamenti dei cittadini (consumatori). La piattaforma che determina la fiducia… Siamo noi.

È la società intesa nel senso più ampio possibile il cui buon funzionamento dovrebbe essere garantito dai governi. Anche i mercati asettici e virtualizzati dell’high frequency trading (“regolati” da ordini generati dai computer) hanno effetti e sono influenzati da quello che succede nella società mondiale. Eppure sono decenni che incessantemente il pensiero economico dominante tende a ignorare o a vivere con fastidio le interazioni che dalla società arrivano al mercato. Non il viceversa, che invece è sopravalutato.

Perché? Ci sono sicuramente tante ragioni, ma una di queste ê sicuramente dovuta all’evoluzione del pensiero economico e delle pratiche finanziarie degli ultimi anni. Un evoluzione che vede il profitto non più come un vincolo fondamentale per poter realizzare qualunque attività che abbia risvolti economici, ma che è divenuto obbiettivo unico cui qualunque impresa dovrebbe tendere. Questo sembra indicare che la migliore forma di impresa sia quella che agisce con la mentalità dell’investitore puro: in realtà, non solo una forma lontana dal vissuto della maggioranza degli attori economici, ma neanche auspicabile, perché in un mondo di investitori puri, mancherebbero… gli imprenditori e buona parte delle attività economiche. Questo scivolamento del profitto da vincolo ad unico obbiettivo non è un aspetto secondario perché stabilisce delle priorità nel modo di fare impresa, ma più in generale stabilisce un ordine di priorità tra obbiettivi diversi dal profitto.

Ed il T-Tip (il nuovo accordo commerciale in fase di approvazione tra Use ed Ue, ndr) si inserisce decisamente in questa logica. Il problema del T-tip infatti non è dato dall’idea di favorire gli scambi, che può essere ragionevole. Ma dall’accanimento nell’individuare i governi, le leggi ed le azioni volte al miglioramento di standard sociali, ambientali e culturali, come un ostacolo al mercato. Il sistema di giudizio sulle dispute rappresenta il culmine di un aberrazione giuridica che vede le grandi imprese allo stesso livello (ma in realtà sopra) non solo delle piccole imprese, ma anche dei cittadini e soprattutto dei governi. Grandi imprese e pensiero economico che con una costanza intergenerazionale cercano di ottenere “l’indulgenza perpetua” che elimini dal rischio di impresa il “fattore umano”, le scelte della società.

Trovo che questo aspetto più di altri sia inaccettabile nel T-tip: fare impresa comporta capacità di lettura del contesto in cui si opera ed assunzione di rischi. Le autoregolazioni funzionano quando vi è separatezza tra chi fa le regole e chi le deve rispettare. Le autoregolazioni in cui solo una categoria di operatori determina le regole sono destinate a dare pessimi risultati e gli scandali finanziari che hanno coinvolto la finanza mondiale in questi anni ne sono un chiaro esempio. Occorre che siano attori diversi ed indipendenti a determinare le regole senza rischi di “ritorsione” : è un campo di attività che deve guardare ad interessi collettivi, tipico delle forme di governo, presenti ed auspicabili. Lo dico da banchiere che opera nella finanza etica e si trova ad operare in un sistema sovra regolato per le piccole banche, ma che riconosce il valore fondamentale del sistema regolatorio, della necessità di un sistema di controllo interno ed esterno che aiuti a far bene impresa.

Il T-tip assomiglia alla pretesa di poter “picchiare” l’arbitro o le autorità in caso di regole che modifichino, per il bene di tutti, il gioco. Non si può fare nello sport, non si poteva fare da bambini. È buon senso che come cittadini ci mobilitiamo oggi perché non lo possano fare in futuro le grandi imprese.

 

*presidente di Banca Etica. Questo articolo è la postfazione del libro “Nelle mani dei mercati” di Alberto Zoratti, Monica Di Sisto e Marco Bersani, pubblicato da EMI. Il libro è un supporto per la campagna contro il T-tip

Expo, tutti alle cinque giornate di Milano

  • Apr 29, 2015
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29 04 2015

di Domenico Finiguerra

Milano. Maggio 2015. Ci siamo. Il conto alla rovescia sta per terminare. Sono finalmente giunte le giornate tanto attese da milioni di persone. Finalmente si potrà parlare davvero di cibo, di alimentazione sana e genuina. Nella metropoli milanese si affronteranno le criticità e le contraddizioni del vigente modello di sviluppo e della necessità di invertire la rotta, per abbracciarne uno diverso, equo e sostenibile. Saranno grandi manifestazioni in cui si animeranno discussioni in padiglioni che magari, a causa della fretta, non saranno perfetti o collaudati, ma si tracceranno le ipotesi attorno alle quali costruire un’idea di futuro diversa, una modalità migliore per nutrire il pianeta e dare energia e diritti alla vita di tutti. Anche le multinazionali, da quelle che controllano le sementi a quelle del cibo rapido, da quelle che hanno messo a disposizione le loro risorse per rendere più efficienti le gestioni dei beni pubblici e comuni, come l’acqua, ai campioni mondiali di bibite gassate, avranno il loro giusto spazio.

E poi, come richiesto dal premier Renzi, si metterà in mostra anche ciò di cui è capace l’Italia. I suoi sogni di grandeur, i suoi programmi di opere faraoniche, le sue ricchezze da sfruttare, i nuovi scenari che grazie alle recenti riforme fortemente volute dal governo, come il Jobsact e lo Sblocca Italia, si potranno disegnare per rilanciare la crescita dei protagonisti dell’economia e della finanza italiani. Conosceremo le gesta degli attori politici che hanno avuto un ruolo fondamentale e decisivo nella determinazione della situazione economica, sociale ed ambientale in cui ci troviamo. Si analizzeranno perfino le meravigliose nuove procedure di affidamento diretto e senza gara pubblica sperimentate, talvolta con grande soddisfazione, per alcuni, a partire proprio dal settore del cibo, in ossequio al tema dell’evento.

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Foto tratta dalla pagina facebook di Comitato No Expo
Si conteranno i posti di lavoro creati in questi anni di preparazione all’esposizione universale, si daranno i dettagli della grande opportunità regalata ai giovani di tutta Italia di poter beneficiare di tablet e gadget in cambio del loro impegno gratuito, per la patria, e di quante “star” del sistema culturale e culinario italiano hanno messo a disposizione con entusiasmo la loro sapienza in cambio di pochissimi milioni di euro rispetto ai miliardi che è costato complessivamente Expo2015 alle casse pubbliche.

Infine, si mostrerà anche quello che è diventata Milano. Le costruzioni avveniristiche, le vie d’acqua, le autostrade comode e veloci, che senza traffico, permettono quasi di poterci giocare a pallone sull’asfalto, a dimostrazione che l’Italia, il paese del calcio, è disposta anche qui a fare la sua parte, sacrificando campi e aziende agricole per lo sport più bello del mondo.

Si prevedono masse critiche. Anche perché il prezzo del biglietto è piuttosto basso, quasi regalato. Anzi potremmo dire gratuito. Quindi, tutti a Milano per il grande evento dell’anno.

Ci sarà anche il campeggio, internazionale ovviamente, nel Parco di Trenno!

Tutti alla Cinque Giornate di Milano! www.noexpo.org

 

* Già sindaco di Cassinetta di Lugagnano (Milano), è promotore insieme a molti altri della campagna e del movimento nazionale Stop al Consumo di Territorio, partecipa alla rete dei Comuni Virtuosi e a quella dei Comuni Solidali. È autore di articoli e libri, tra cui 8 mq al secondo, salvare l’Italia dall’asfalto e dal cemento (Emi) e, con Chiara Sasso del libro: Il Suolo è dei nostri figli (Instar Libri). Questo articolo è stato pubblicato anche su Il Fatto Quotidiano

Venite a Lampedusa

  • Apr 28, 2015
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28 04 2015

di Giacomo Sferlazzo

Lampedusa subisce da anni lo stesso processo coloniale che ha subito nei secoli l’Africa. I paesi africani sono ricchi di risorse e il colonialismo europeo prima e l’imperialismo Usa/Nato dopo, hanno sfruttato queste terre e questi popoli e continuano a farlo: distruggendo intere aree, uccidendo, depredando (per un breve resoconto rimando a La grande ipocrisia di Alain Goussot) e creando quell’immigrazione di massa di cui vediamo sempre di più la catastrofica natura.

Lampedusa non ha petrolio, non ha coltan, non ha gas né acqua; Lampedusa ha una cosa però che è fondamentale nelle strategie di guerra e nelle nuove politiche coloniali: la sua posizione geografica. Sull’isola ci sono ben dieci radar e il tasso di malattie tumorali è al di sopra della media nazionale. Su soli 22 chilometri quadrati di isola troviamo: polizia, esercito, carabinieri (una caserma), guardia di finanza (due caserme), aeronautica militare (due caserme), guardia costiera (una caserma, marina militare, con la zona della ex base militare Usa ancora recintata e ad uso militare), perfino un corpo speciale che si occupa di spionaggio e guerra elettronica, navi e elicotteri militari, Frontex, aerei militari e camionette di tutti i tipi. «Una presenza che garantisce sicurezza a Lampedusa – la definisce Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa e Linosa – ma assolutamente non invasiva e ben integrata con le esigenze delle mie isole».

 

La posizione di Lampedusa è dunque una risorsa da accaparrarsi, di cui approfittare in modo monopolistico e banditesco, come il petrolio per la Nato o per l’Ue. Anche in questo caso occorre sfruttare retoriche securitarie, umanitarie, ricorrendo pretestuosamente alle stragi ed alle emergenze che gli stessi governi dei paesi imperialisti provocano e determinano. Da questa isola si possono fare operazioni di spionaggio che altrove sarebbe molto più difficile riuscire a portare a termine: il nostro porto ed il nostro aeroporto sono punti di appoggio importantissimi per le operazioni militari in atto, così come lo sono già stati in passato. Il “fronte sud”, del resto, è quello più caldo, sul quale l’occidente ha investito da decenni le proprie risorse militari per depredare il continente africano. A Lampedusa è inoltre possibile produrre emergenze e retoriche che altrove sarebbero impossibili da riprodurre, da gestire e da mettere in scena. L’enorme set “cinemediatico” mobile, che si monta e si smonta secondo le esigenze del potere, vede in Lampedusa un luogo da raccontare in poche ore, con la fretta del Tg che ha bisogno del servizio pronto per l’ora di pranzo o di cena. Un enorme set, dunque, dietro le cui quinte si affollano frementi giornalisti, fotografi, registi ma anche artisti, scrittori, studiosi ed esperti di varia natura: tutti accomunati dalla magica capacità di raccontarci l’isola e i suoi abitanti dopo un soggiorno che nella migliore delle ipotesi dura appena una settimana. Bisognerebbe leggere Edward Said per capire meglio come la costruzione e la rappresentazione culturale di un luogo da dominare siano le premesse fondamentali della sua sottomissione politica, economica e militare. Intendo dire che quello che vedete nei Tg, che leggete in molti libri, in molte mostre e spettacoli teatrali che ormai proliferano su Lampedusa, non sono altro che rappresentazioni basate su stereotipi funzionali alle scelte politiche ed economiche dei paesi “occidentali”.

I naufragi a cui assistiamo impotenti e di cui vediamo crescere il numero di vittime per attirare l’attenzione di telespettatori assuefatti ad immagini di morte e disperazione, vanno inseriti in questa logica di creazione/spettacolarizzazione delle tragedie e delle emergenze. Basta osservare le scelte politiche che seguono ai periodici naufragi per accorgersi di come la questione delle migrazioni si sovrapponga a quella militare. Senza una giustificazione del tipo «dobbiamo salvare vite umane», senza una mobilitazione emotivamente forte come quella dovuta ai tanti morti, senza cioè il ricorso all’emergenza strutturale, alla eccezionalità, sarebbe infatti assai difficile giustificare un nuovo finanziamento di Triton/Frontex. Oltre alla paura e alla commozione di massa, serve sempre anche un Nemico per poter giustificare provvedimenti politici “straordinari”: ecco allora spiegato il ruolo che hanno avuto le demonizzazioni di Gheddafi e di Saddam, così come la funzione svolta dai vari e presunti gruppi terroristici (a proposito di paure, ricordate l’ebola?). Ora assistiamo ad una nuova figura di demone crudele, di Nemico assoluto, di anti-umano, di mostro contro cui indirizzare l’odio e le paure collettive: la figura dello scafista. Una figura usata anche, con la medesima funzione, in occasione della strage del 3 ottobre 2013, per provare ad agevolare una facile e sbrigativa chiusura delle indagini su quello che, per chi conosce i fatti, è stato un naufragio non ostacolato, se non addirittura provocato.


Pensate che chi ha soccorso i naufraghi quella mattina del 3 ottobre (amici che si trovavano sul posto per una battuta di pesca), è stato screditato e non ascoltato, perché dichiara che la guardia costiera arrivò sul luogo del naufragio ben quarantacinque minuti dopo la loro chiamata. Gli stessi superstiti dichiarano che tra le tre e le tre e mezza di notte due barche, di cui una molto simile ad una vedetta militare, accostarono l’imbarcazione dei migranti. Dopo avere puntato i fari sopra i migranti che erano a bordo le due imbarcazioni andarono via, contribuendo così a provocare l’agitazione che poi avrebbe fatto capovolgere e inabissare la barca.

Il Comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile contro gli scafisti ma il sindaco non ha mai voluto ascoltare chi aveva soccorso i naufraghi. L’anno dopo, per la giornata in memoria di quella strage, l’Arci insieme al “Comitato 3 ottobre” e al Comune di Lampedusa e Linosa, con i soldi del ministero dell’Interno e dell’Open Society di George Soros, organizzavano una pagliacciata: una farsa grottesca dove la Laura Boldrini dichiarava che vi sarebbe in atto «una guerra tra gli uomini e il mare», dove Martin Schulz elogiava l’Europa democratica, dove la sindaco Giusi Nicolini si profondeva nella solita cantilena con l’immancabile citazione di papa Francesco e dove i superstiti e i parenti delle vittime facevano da comparse a tutto quel coro di retorica e assurdità. In quell’occasione i ragazzi e le ragazze che avevano salvato i naufraghi ebbero una discussione accesa con Valerio Cataldi, cofondatore del “Comitato 3 ottobre” e giornalista della Rai. Cataldi si è occupato abbondantemente della strage, contribuendo a costruire la narrazione istituzionale di quei fatti e usando la voce registrata di uno dei ragazzi che aveva soccorso i naufraghi, senza mai chiedergli l’autorizzazione e senza mai parlare dei fatti di quella notte con loro. A seguito di quella accesa discussione alcuni dei soccorritori sono stati addirittura denunciati da Cataldi per aggressione. Ricordiamo che dopo quella strage venne finanziata e attuata l’operazione Mare Nostrum, operazione militare che costava 400 mila euro al giorno e che non fermò affatto i naufragi.

Lo stesso “Comitato 3 ottobre” si è fatto promotore della giornata della memoria per i migranti morti (nel loro primo comunicato si leggeva «per le vittime del mare», segno che la Boldrini fa scuola….) giornata che va ad arricchire di retoriche e di vuota e funzionale commozione i vaniloqui della Laura Boldrini e dei suoi soci assetati di diritti umani.


Proprio come nei migliori processi coloniali, c’è bisogno di una classe dirigente locale che si allinei alle scelte del governo colonizzatore che, si badi bene, non è quello dell’Italia ma quello a stelle e strisce degli Usa (avete notato come i naufragi sono coincisi con la visita di Renzi da Obama e come Obama spinga per la guerra in Libia?).

Come nei migliori processi coloniali, infatti, l’autonoma economia locale deve essere scoraggiata e la vita sul posto sfavorita. Il turismo, la nostra prima forma di economia, è stato in questi anni messo a dura prova, dalle scelte politiche e dall’uso (come dicevamo prima) di Lampedusa come grande set mediatico. Un esempio concreto, fra i tanti: anche se un naufragio accade davanti le coste libiche, ad un centinaio di chilometri da Lampedusa, i giornali e i telegiornali titolano «Naufragio a largo di Lampedusa». Ovviamente chi non sa la reale situazione immagina che sulle spiagge dell’isola arrivino cadaveri e che le strade dell’isola siano invase di pericolosi infiltrati dell’Isis o malati di ebola. Chi conosce veramente Lampedusa sa che non è cosi, che Lampedusa è uno dei posti più belli al mondo, dove è vero che ci sono stati momenti tristi e difficili, momenti in cui non avrei suggerito a nessuno di venire in vacanza qui, ma che quei momenti sono stati episodi che hanno reso l’isola un luogo da conoscere, da vivere, di cui innamorarsi. Un’isola che vibra di un’energia magica che nessuno potrà portarle via. Un’isola dove molti hanno conservato un sentimento di umanità altrove invece andato perso. Dove ci sono anche i razzisti e perfino i leghisti, pensate…. Un’isola complessa dunque, piena di contraddizioni che sono le contraddizioni del mondo capitalista e globalizzato. Ma da qui si può capire il mondo e nonostante non sia un bel mondo, da qui osservando i riflessi di questo mare, la luce di questo sole, sembra ancora di intravedere una speranza, sembra ancora possibile la pace e la giustizia.

Inaugurazione del Festival alla Porta d’Europa. Lampedusa in Festival 2014. (foto di Alessia Capasso tratta dalla pagina fb di Lampedusa In Festival)
Noi lampedusani possiamo avere un ruolo importante oggi negli equilibri mondiali. Noi lampedusani dobbiamo avere la consapevolezza di potere incidere nella storia, di poter scrivere una nota di speranza. Il nostro sforzo deve essere prima di tutto lo studio e la conoscenza.

Mi rivolgo ai giovani, non sprecate il vostro tempo, impiegatelo per conoscere, per praticare la condivisione, per praticare non solo la solidarietà ma la prassi politica. Mi rivolgo a tutte/i voi: il nemico non è il migrante, il nemico è questo sistema economico, è l’Ue, è il Fondo monetario, è la Bce, sono le multinazionali.

Abbiamo fatto tanti errori, abbiamo anche noi tante responsabilità. Ma dobbiamo procedere verso l’unione (sappiamo che in questo momento è la cosa più difficile), dobbiamo procedere nella lotta alla militarizzazione, dobbiamo riprenderci i nostri spazi, il nostro porto, le nostre terre occupate dalle caserme e dai radar. Da soli, però, non potremo mai farcela. A tutte/i coloro che si chiedono cosa potere fare per sostenere Lampedusa, cosa fare per sostenere un’ altra idea idea del Mediterraneo, un’idea di pace, di condivisone, di dialogo, di conoscenza, se vi chiedete come fare, noi vi diciamo che un modo c’è: sostenete l’economia locale. Venite in viaggio a Lampedusa. Non vogliamo essere costretti anche noi a diventare migranti e lasciare l’isola ai mercenari dell’accoglienza e ai militari, vogliamo restare qui e costruire una Lampedusa ed un Mediterraneo di Pace.

Il 1 maggio è una prima occasione. Sosteneteci. Senza paura.

* Artista, antirazzista, cantautore, Giacomo Sferlazzo è tra i promotori del collettivo Askavusa di Lampedusa (nato nel 2009 dopo le proteste contro la realizzazione di un Centro di identificazione ed espulsione nell’isola) e del Lampedusa Filmfestival

Non sapevano che eravamo semi

  • Apr 27, 2015
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27 04 2015

Il 17 aprile è partita la Carovana per i Desaparecidos di Ayotzinapa e del Messico per denunciare la grave crisi dei diritti in Messico, chiedere giustizia, costruire nuove alleanze. Dopo un mese negli Stati uniti, ora tocca all’Europa: 13 paesi in 33 giorni. Il 28 aprile la Carovana è a Milano e il giorno dopo a Roma. Si può seguire la carovana su Twitter con l’hashtag #EuroCaravana43. Questo il messaggio diffuso per la tappa in Italia.

 

VOLEVANO SEPPELLIRCI,

NON SAPEVANO CHE ERAVAMO SEMI.

AI COMPAGNI E ALLE COMPAGNE DI ROMA,

Siamo a poco più di sei mesi dalla tragica notte di Iguala, nello stato di Guerrero, quando una manifestazione di studenti della Normale Rurale di Ayotzinapa veniva repressa brutalmente da gruppi armati appartenenti alle forze di polizia e a gruppi affiliati al crimine locale.

Quella notte tre compagni sono stati assassinati e decine di studenti sequestrati: 43 di loro oggi risultano ancora desaparecidos. La protesta da mesi sta infiammando il Messico; movimenti sociali, basi d’appoggio dell’Ezln, il Congresso Nazionale Indigeno, sindacati degli insegnanti si sono uniti al grido di rabbia dei familiari dei compagni sequestrati, alla “digna lucha” per il ritorno a casa dei ragazzi.

Il governo Peña Nieto ha risposto con la repressione, coprendo le responsabilità di tutti i poteri dello Stato e sostenendo la versione ufficiale offerta dalla Procuradorìa General di Città del Messico, secondo la quale gli studenti sarebbero stati uccisi dalla sola criminalità in collusione con la polizia locale. Di fronte a questo muro di violenze e falsità, i comitati dei familiari e degli studenti hanno deciso di internazionalizzare la lotta, portando la protesta fuori dai confini messicani.

All’interno del primo “Festival mondiale delle ribellioni e delle resistenze contro il capitalismo” di gennaio, organizzato dall’Ezln, è maturata l’idea di preparare una delegazione di familiari e studenti in Europa e portare la mobilitazione in quattoridici paesi del continente, anche per ricordare la connivenza dell’Unione Europea con il governo corrotto e repressivo del PRI.

In Italia, la carovana passerà per Milano il 28 aprile e il 29 sarà a Roma, per un presidio mattutino sotto l’ambasciata del Messico e una successiva iniziativa presso la città universitaria. Il 17 Aprile ci sarà un’iniziativa di avvicinamento al Casale Alba2, per approfondire la questione di Ayotzinapa anche nel racconto dei compagni di ritorno dal Messico: a seguire, serata danzante cumbiera.

“Ho sognato che Ayotzinapa svegliava il mondo” è uno degli slogan gridati dagli studenti messicani nelle ultime manifestazioni. È necessario sostenere attivamente questo sogno: perché la vicenda di Ayotzinapa appare, in tutta la sua brutalità, paradigmatica della violenza e dell’ingiustizia quotidianamente perpetrate da un supposto stato democratico, il Messico.

Affinché ciò che è accaduto il 26 settembre non cada nell’oblio, per chiedere la liberazione in vita dei 43 studenti scomparsi, invitiamo tutte le realtà autorganizzate, gli spazi sociali e i collettivi, a partecipare e costruire insieme questa giornata di lotta con i familiari dei desaparecidos di Ayotzinapa, perché possano trovare sostegno e solidarietà nella loro lotta per la verità e la giustizia sociale anche al di fuori dei confini messicani.

¡PORQUE VIVOS SE LOS LLEVARON, VIVOS LOS QUEREMOS!

Evento romano (29 aprile) su facebook.

Ore 11, presidio sotto l’Ambasciata messicana (via L. Spallanzani)
Ore 13, pranzo presso il pratone della Sapienza
Ore 15, incontro pubblico con la delegazione presso la Facoltà di Lettere della Sapienza
Ore 20, cena presso Acrobax (via della Vasca Navale) per finanziare le spese della carovana

Le molte ragioni dei Partigiani degli ulivi

  • Apr 22, 2015
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22 04 2015

di Antonia Battaglia*

Nel Salento si voleva tagliare, un mese fa, un milione di ulivi, malati, secondo la Regione Puglia e il Cnr di Bari, di Xylella fastidiosa. Nel frattempo Peacelink, con Spazi Popolari e le altre associazioni salentine, ha fatto pervenire alla Commissione europea gli studi sul ruolo svolto dalle concause della malattia da disseccamento (Funghi e Zeuzera Pyrina). Un parere diverso rispetto alla tesi sostenuta dalla Regione, convinta sempre di più che in Puglia si tratti solo ed esclusivamente di Xylella, quale agente unico della malattia.

Il presidente Niki Vendola, che non ha mai visitato gli uliveti curati e guariti dagli agricoltori salentini, sentenzia che i cosiddetti “santoni” farebbero meglio a non contrastare la scienza ufficiale, ovvero solo e soltanto quella del Cnr di Bari. La gestione della ricerca sulla malattia, infatti, sembra essere appannaggio esclusivo dell’establishment barese quando altri centri, come l’Università di Foggia, sembrano dare indicazioni scientifiche differenti.

Eppure la Xylella fastidiosa salentina che ha fatto scattare l’allarme europeo di quarantena, lanciato dall’Italia, non è dello stesso ceppo della Xylella fastidiosa (Well e Raju) già conosciuta in California, di cui si parla nella direttiva europea 2000/29/CE, concernente le misure di protezione contro l’introduzione e la diffusione nella Comunità di organismi nocivi ai vegetali o ai prodotti vegetali. Il protocollo con l’obbligo di quarantena della Xylella è stato scritto sulla base dell’osservazione solo della sua patogenicità su vite e agrumi (Protocollo EPPO, Organizzazione Europea e Mediterranea per la Protezione delle Piante, “Norme EPPO PM7/24”, pag.188 e seguenti) e secondo logica andrebbe immediatamente rivisto in base alla malattia degli ulivi, alla luce del ruolo dei funghi e della cura degli alberi che avviene con successo!

Il ceppo della Xylella pugliese (subspecie pauca, ceppo CoDiRo) è pertanto diverso da quello regolamentato dall’Unione europea, che invece è stato studiato su vite e agrumi. La Xylella salentina attacca solo l’ulivo e non è stata mai riscontrata su agrumi e vite, come scritto nelle stesse “Linee Guida Xylella CoDiRo, Regione Puglia”. EFSA conferma nel suo nuovo rapporto che “il genotipo della Xylella presente in Puglia è una nuova variante genetica della sottospecie pauca”, trovato su una serie di piante ma non su vite e agrumi. Di conseguenza, il regolamento europeo andrebbe adattato con flessibilità in considerazione del fatto che è un ceppo di Xylella diverso.

Oltre agli studi su funghi e altre con-cause, sono necessari studi mirati e approfonditi su questo specifico ceppo della Xylella salentina! Ci vuole un cambio di paradigma immediato nella strategia messa in atto in seno all’Ue.

A conferma di tutto ciò, e cioè dell’insensatezza di un piano di taglio indiscriminato, c’è l’accorato e coraggioso appello lanciato con una lettera dal professor Pietro Perrino, Dirigente di Ricerca del Cnr di Bari, al Presidente Vendola, in cui si dice che “è difficile pensare che (il disseccamento, ndr) possa essere risolto con l’abbattimento degli alberi affetti e ancora peggio che possa essere utile lo sradicamento di piante sane per creare un cordone intorno alle aree focolaio. Entrambi i provvedimenti sono sbagliati. Nel primo caso perché le piante malate possono essere risanate e nel secondo perché si distruggerebbero piante sane”.

Ancora una volta, quindi, l’approccio migliore sembrerebbe quello che gli agricoltori e le associazioni salentine suggeriscono, ovvero quello agro-ecologico. “Gli studi osservazionali” – continua Perrino – “suggeriscono che le cause risiedono in un tipo di agricoltura che per decenni è stata caratterizzata da un uso eccessivo di concimi chimici, pesticidi, antiparassitari e di erbicidi, aventi come obiettivo quello di aumentare le produzioni”.

È urgente che la Regione, il governo italiano e di conseguenza la Commissione Europea cambino posizione, adesso, subito, concentrando tutti i loro sforzi su nuovi studi e analisi, e sulla sperimentazione in campo.

Se si tratta di un ceppo diverso di Xylella, e, se come dicono l’Università di Foggia e l’EFSA, è fondamentale capire il ruolo svolto dalle concause, perché la Regione continua a ignorare gli agricoltori che hanno curato e continuano a curare le piante con successo e quelle voci della scienza che credono sia urgente studiare le concause per definire una terapia adatta alla complessità del fenomeno?

Regione e Ministero sono responsabili della posizione di grandissimo caos creato a Bruxelles, avendo parlato prima della necessità di un taglio di un milione di ulivi, poi di “soltanto” 35.000 e infine di 10.000, senza aver ancora in mano nessun test di patogenicità né risposte sulle con-cause dell’infezione.

Ci sono altri 27 paesi in attesa di capire cosa accade in Puglia, ma, nonostante l’apertura creata presso la Commissione Europea da Peacelink con gli studi dell’Università di Foggia e con l’azione delle associazioni del Salento, le Istituzioni Italiane hanno continuato ad affermare la necessità dei tagli, l’urgenza del contenimento della malattia, la richiesta di indennizzi sulla base di nessuna certezza scientifica. Infatti, anche laddove fosse dimostrata la presenza della Xylella in alcuni ulivi, non ci sono certezze in merito al ruolo primario o meno svolto dalle concause, né sull’efficacia dei tagli per contenere un’eventuale epidemia.

Il ruolo che hanno svolto e che saranno chiamati a svolgere i rappresentanti istituzionali italiani influenzerà enormemente le prossime decisioni della Commissione Europea. Mentre il Ministro Martina festeggia il cibo italiano alla kermesse dell’Expo di Milano, egli stesso sostiene posizioni in Puglia che poco hanno a che fare con la protezione dell’agricoltura e dell’olio d’oliva pugliese.

Il Presidente Vendola sembra invece stizzito, impaurito, parla di “diffamazione a danno del governo regionale”, un film già visto a Taranto. Ci deve essere una ragione se un’intera popolazione si muove contro le sue Istituzioni.


“I Partigiani dell’Ulivo” con le loro ronde sul campo, di giorno e di notte, rimandano indietro motoseghe, camion e rappresentano la vera grande novità di questa primavera pugliese. Chiusi nelle loro stanze i politici, impermeabili alle migliaia di voci che si levano da tutta la Regione, stizziti dall’azione degli agricoltori e di Peacelink a Bruxelles, pronti a banalizzare piuttosto che ad aprire al contatto sul campo con gli agricoltori e alla ricerca più ampia d’istituti italiani e internazionali.

Sembrerebbe che la Regione e il Governo si siano messi dalla parte della Francia, dalla parte dei concorrenti, dalla parte di chi la Puglia la vuole vedere in ginocchio. Sostengono posizioni che porteranno alla fine la Commissione e gli altri 27 Paesi a credere che non ci sono vie alternative al taglio degli alberi e all’utilizzo massiccio di pesticidi, che vengono chiamati “fitofarmaci” per fare meno grave.

È urgente, alla luce di questa incertezza messa in campo nuovamente dall’EFSA, che la comunità scientifica internazionale si adoperi con urgenza per accelerare e moltiplicare gli studi sia in laboratorio che in campo, secondo un approccio pluralistico che incoraggi e finanzi istituti diversi affinché proseguano e affinino le ricerche, sottopondendole al più presto alla “peer review” internazionale. Tali ricerche devono anche verificare i risultati positivi ottenuti dagli agricoltori salentini, ripetendo sotto rigorosa osservazione scientifica, e corroborando e sistematizzando, i metodi di cura utilizzati in alternativa all’estirpazione degli alberi infetti e ai piani ormai inattuabili di eradicazione totale del batterio.

Prima di prendere decisioni che avrebbero conseguenze irreversibili sull’ecosistema della Regione Puglia e sul suo futuro è fondamentale acquisire una conoscenza più vasta ed approfondita del ruolo svolto dai diversi agenti infestanti. Occorrerebbe moltiplicare le iniziative come quella di COPAGRI, che coordina e finanzia la ricerca e la sperimentazione sul campo svolte dall’Università di Foggia insieme all’Università del Salento.

La Resistenza degli Ulivi è una pagina importante della storia della nostra Regione e del nostro Paese. Essa non riguarda solo il Salento ma è simbolo di resistenza di un popolo intero, che parte da Lecce e tocca Taranto, Brindisi, il Gargano, la Puglia tutta, contro l’approccio autoritario che esclude i cittadini dal poter intervenire direttamente in questioni fondamentali della loro vita e del loro futuro. Che Resistenza sia!

 

* Peacelink
Articolo pubblicato anche su Micromega

Non è una tragedia è un crimine!

  • Apr 22, 2015
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22 04 2015

NON È UNA TRAGEDIA MA È UN CRIMINE!

I SOPRAVISSUTI SCENDONO IN PIAZZA DA ROMA A PARIGI

La Coalizione Internazionale Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo (CISPM-ITALIE) fa appello a tutte associazioni di difesa dei diritti umani, le forze sociali, politiche e sindacali laiche e religiose a scendere in piazze in tutta l’Europa:

GIOVEDÌ 23 APRILE PIAZZA MONTECITORIO ORE 15.30 ROMA

VENERDI 24 APRILE PLACE DE LA RÉPUBLIQUE ORE 15.30 PARIGI

Perché il dramma di queste ore nel mare Mediterraneo è l’ultimo atto criminale che si sta consumando nell’indifferenza totale e in presenza del teatrino delle dichiarazioni di circostanza dell’Unione Europea e dei suoi stati membri. Un atteggiamento ipocrita e privo di umanità. Perché l’Unione Europea da una parte è riuscita, in tempi immediati ad imporre le politiche di austerity alle popolazioni con risultati devastanti in termini di disoccupazioni in Europa e dall’altra, lascia morire nel Mediterraneo le persone. Senza parlare dei sopravvissuti ai quali riserva la gabbia del Regolamento Dublino III.

Come va sottolineato il fatto che gran parte di questi processi migratori sono la causa delle misure di impoverimento di massa determinate dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Mondiale (BM) e dai conflitti geo-politici dall’Africa al Medio oriente. Un contesto di guerra totale dal quale le persone sono costrette a fuggire per la salvaguardia della propria vita e della vita dei propri familiari.

Per la libertà di circolazione e di residenza in Europa

Per l’abrogazione del Regolamento Dublino III

Contro ogni forma di guerra

Per il permesso umanitario e la regolarizzazione ora e subito

Coalizione Internazionale dei Sans-papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo (CISPM)

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