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Informazione e Rom: solita storia ignobile

  • Feb 23, 2015
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23 02 2015

Uno dei due autorevoli e facoltosi quotidiani di carta stampata della Sardegna inventa di sana pianta una ridicola storia lasciando immaginare malaffare, corruzione o favoreggiamenti della Regione nei confronti dei Rom. L’Ansa, l’altro grande quotidiano locale e molti altri fanno rimbalzare con gravissima superficialità la falsa notizia. Peccato che il campo “nomade” dove sarebbero finite le roulotte che la Regione, “cliente privilegiata delle famiglie Rom”, voleva rottamare non esista più dal 2012. Si fa veramente molta, troppa fatica a credere che si tratti solo di incompetenza…


Arriva da «La Nuova Sardegna» l’ennesima notizia farlocca contro i Rom. Venerdì 13 febbraio, il quotidiano «La Nuova Sardegna» ha pubblicato un articolo, a firma di Mauro Lissia, con il titolo «Roulotte della Regione finite al campo Rom».

L’occhiello spiega che una parte delle 117 roulotte che la Regione aveva deciso di rottamare, pagando, «sono comparse tra i nomadi» e ancora, nel corpo dell’articolo, si legge «sono ricomparse nel campo della 554».

Quanto scritto fa ben intendere che i Rom del Campo sulla 554 sono coinvolti in un episodio di malaffare.

Scorrendo l’articolo si legge ancora che «decine e decine di roulotte ricomparvero d’incanto al Campo Rom sulla statale 554» e infine una frase ad effetto del giornalista riferisce che «la Regione era già “cliente” privilegiata delle famiglie Rom».

uid_14ba3e7d422.640.0La notizia è farlocca ma, prendendo da Lissia, ci sono cascati tutti, dall’Ansa a «L’Unione Sarda» e a numerosi giornali online, fino a diverse testate della penisola, suscitando ancora una volta, allarme e odio indiscriminato verso l’ìntera etnia.

Eppure quel campo non esiste più e non avrebbe mai potuto contenere così tante roulotte.

Da quanto si scrive è ben chiaro che si tratta di cose al di fuori dalla legalità ma, CHE C’ENTRANO I ROM? Nulla, assolutamente nulla.

Alla base della non-notizia ce n’è una vecchia, quella riguardante il traffico di pc e altri materiali elettronici degli uffici regionali per cui devono essere ancora giudicati alcuni funzionari dal cognome “sardissimo”.

Quello stesso filone d’inchiesta sul finto smaltimento dei pc avrebbe portato alla scoperta che le roulotte di cui fu attestata la demolizione non siano mai state rottamate e che alcune siano state addirittura rivendute.

Dunque, una vecchia notizia viene presentata come di oggi e i Rom sbattuti ancora una volta in prima pagina.

Un lettore distratto è indotto in errore fino al punto da ritenere logiche alcune ipotesi che lo stesso giornalista azzarda contradditoriamente nell’articolo del giorno seguente: che alcune roulotte, anch’esse «sparite nel nulla», siano state bruciate «probabilmente al Campo Rom».

Insomma, quelle roulotte non sono mai state trovate al Campo Rom, né ieri né tanto meno oggi, dato che è chiuso già dal 2012.

Perché vengono pubblicate simili “notizie”? Ci risulta che il giornalista ben conosca la differenza fra il passato e il presente, il condizionale e l’indicativo, fra la notizia e la fantasia, come anche fra rom e nomade. E ancora una volta ci domandiamo chi risarcirà il danno di tanta insulsa propaganda, che ricade indistintamente su ciascun rom e particolarmente sui bambini, ai quali viene così riservato un futuro ancora pieno di diffidenza, discriminazione ed esclusione.

Per le sue estese ragioni, l’Asce – Associazione Sarda Contro l’Emarginazione – ha deciso di presentare un esposto all’Ordine dei giornalisti e, attraverso i propri legali, chiedere il giudizio della magistratura.


(*) Questo articolo è stato ripreso dalla Bottega del Barbieri Il titolo del post, “Ville e roulottes: maledetti Rom”, spiega Daniele, è ripreso dal comunicato: la parola «ville» fa riferimento a una vicenda precedente (altro caso esemplare di informazione pregiudizialmente anti-Rom) che fuori dalla Sardegna è del tutto sconosciuta. Chi vuole può leggerla su https://ascesardegna.wordpress.com/ cioè sul bel sito dell’Asce. L’ultimo passaggio di questa storia è così riassunto da un comunicato dell’Asce, datato 9 gennaio: «è giunta oggi la notizia che il processo che vedrà imputati i giornalisti Ruffi e Casu per aver prodotto e pubblicato gli articoli-bufala della ville con piscina, marmi e vasche idromassaggio ai rom dell’ex Campo sulla 554, si terrà il prossimo 2 aprile. Parti lese sono Saltana Ahmetovic e il sottoscritto in qualità di presidente dell’Asce. Sarà un’occasione importante, tanto più se si dovesse ottenere una punizione esemplare, che ci aiuterebbe a porre un freno al dilagare delle notizie inventate o pompate ad arte per puro odio razziale. Ne avevamo già parlato: l’idea di costituirci parte civile ci servirà per chiedere un risarcimento danni a carico dell’Unione Sarda. Da spendere naturalmente a favore delle comunità rom, in borse di studio o di lavoro. Verificheremo anche se sarà possibile il riconoscimento della parte civile anche per DOSTA, l’Associazione dei Rom».

Momenti di pericolo. Massacri in Messico

  • Feb 17, 2015
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17 02 2015

Dai fatti di Ayotzinapa, si è andata accentuando la polarizzazione tra messicani e messicane. Mentre uno schieramento, con la sua violenza impaziente, crea momenti di pericolo e ore funeste, l’altro va incontro ai dolori del parto. E’ ormai consapevolezza condivisa che “in alto” prevalgono corruzione, impunità e incompetenza. Senza risorse politiche, i governanti ricorrono sempre più spesso alla violenza e per governare estendono lo stile Atenco. La rivista conservatrice The Economist, che prima li incensava a ogni pie’ sospinto, ha da poco osservato che quelli del governo non capiscono di non capire.

Anche sulla bancarotta delle istituzioni c’è ormai ampio consenso. Quelle create nel 1917 erano ormai obsolete, ma invece di renderle più attuali e migliorarle, le classi politiche le hanno distrutte. La loro controrivoluzione violenta ha allontanato sempre più gli ambiti normativi e le pratiche istituzionali dalla realtà e dalle aspirazioni della maggioranza dei messicani e delle messicane. L’esperienza comune è che norme e pratiche sono sempre più inutili e controproducenti.

Nonostante queste consapevolezze, non riusciamo a evadere dal caos ingiusto e violento che sperimentiamo oggi, e che non piace a nessuno, perché non c’è un accordo sul da farsi.

Da un lato ci sono quelli che non capiscono di non capire e si aggrappano alle loro cariche e prebende, insieme ai loro soci e complici negli affari di governo, organizzati in mafie che a volte includono anche persone comuni che hanno scelto di dipendere da loro per la propria sopravvivenza. A questi si accompagnano coloro che non riescono a immaginare altro cambiamento che all’interno del contesto esistente, quelli che credono di poter trasformare da dentro le istituzioni e i meccanismi che sono diventati inservibili. Sono riusciti a convincere milioni di persone che questa è la sola opzione possibile; la vedono come l’unica alternativa alla rivolta armata, anche se questa alternativa è sempre più violenta. Sostengono, contro ogni evidenza, che le elezioni del 2015 e del 2018 saranno l’opportunità per trasformare il paese, senza rendersi conto della natura illusoria di questa opzione, tanto nelle urne quanto per le cosiddette riforme dall’interno.

Dall’altro lato ci sono le forze sociali che si sono formate e articolate dal basso, provenienti sia dalle resistenze e ribellioni organizzate da tempo, che da quelle che cominciano ora a cristallizzarsi. Ci sono comunità e movimenti che da tempo resistono alle spoliazioni e alle aggressioni del capitale e del governo, insieme a coloro che sono stati svegliati da Ayotzinapa e si affrettano a organizzarsi.

I due schieramenti che si sono formati sono instabili e pieni di contraddizioni. Alcune delle quali molto evidenti. La congiuntura ha posto dalla stessa parte Peña e Lopez Obrador, con tutto ciò che simboleggiano e con tutti i loro seguaci, ma la loro coesistenza all’interno del sistema del quale si disputano il comando non è scontata. Ci sono anche continui scompigli tra le grandi aziende e i loro impiegati del governo.

Anche nello schieramento opposto c’è confusione. Pur diffondendosi la convinzione che il capitale è il vero capo dell’altra schiera, come ha detto bene il subcomandante Moises nel primo Festival mondiale delle Resistenze e Ribellioni, non tutti condividono questa consapevolezza. Alcuni, nonostante abbiano inclinazioni anti-sistema, non sono sicuri che sia il momento di affrontare il capitale e neanche di cominciare a parlarne.

I genitori e i familiari dei 43 (di Ayotzinapa) hanno contribuito a sgomberare il campo dalla confusione di questo schieramento. Nel loro incontro con le resistenze e le ribellioni in tutto il paese, hanno contribuito a chiarire la natura di questa lotta. Sanno che i fatti di Iguala non sono limitati alle autorità locali, statali o criminali, e sanno anche che governi e partiti ballano alla musica suonata dai capitalisti. Sanno che questi ultimi, e non solo i governi e i gruppi criminali, hanno sequestrato la verità e la giustizia, e sanno che la loro lotta per la libertà non può fermarsi ai loro subalterni.

Mentre i governanti si sentono messi all’angolo, perdono le staffe e menano colpi alla cieca, la schiera di quelli in basso continua a rafforzare la sua organizzazione, le sue alleanze e le sue coalizioni. Si concentra sempre più nell’impegno per creare nuove relazioni sociali, che sono la sua più potente arma di lotta. Immagina modi efficaci di proteggere la transizione pacifica e democratica verso il nuovo ordine sociale, che le sue pratiche autonome stanno costruendo. Per concepire e rendere reale questo ordine, non aspetta una promessa costituzionale come quella del 1917. Arricchisce quotidianamente la sua capacità di trasformazione, con un cambiamento che si configura come emancipazione da tutte le forme di oppressione e sfruttamento messe in atto dalla mentalità patriarcale e capitalista dominante. In tal modo sembra che stia forgiando uno specchio caleidoscopico che potrebbe riflettere la piattaforma di idee e principi in cui potrà esprimersi la convivenza armoniosa tra diversi nella libertà.

 

L’Italia bulla e misogina

  • Feb 16, 2015
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Comune-info
16 02 2015

Più di un anno di lavoro, otto mesi di monitoraggio su Twitter, quasi 2 milioni di tweet estratti e studiati. È la Mappa dell’Intolleranza, un progetto voluto da Vox – Osservatorio italiano sui diritti, che ha coinvolto le università di Milano, Roma e Bari. Alessandra Magliaro, Caposervizio della redazione Spettacoli Cultura e Media dell’Ansa, ha inviato a Comune questo servizio che raccoglie i risultati di una ricerca imponente quanto importante. Un’analisi con cinque mappe – pensate come parte di un progetto di prevenzione e per questo messe a disposizioni in particolare di scuole e amministrazioni comunali – che mostrano il livello d’intolleranza nei confronti di donne, omosessuali e migranti. Una geografia sconfortante. L’Italia è un paese che odia?

Minorities Online

di Alessandra Magliaro*

Un milione di insulti contro le donne, 150 mila frasi razziste, oltre 100 mila omofobe. E poi ci sono quelle intolleranti nei confronti dei disabili. C’è un’Italia bulla e misogina scolpita a 140 caratteri, il linguaggio tutto speciale di Twitter, un mezzo che avrebbe dovuto velocizzare i messaggi in poche battute e che invece è diventato anche un canale naturale per urlare odio e intolleranza. Un mezzo fallimento come ha ammesso il ceo di Twitter Dick Costolo in una lettera ai dipendenti rilanciata dal Corriere della Sera. Stesse conclusioni cui è giunto dopo un anno di lavoro e un monumentale screening il gruppo di lavoro riunito attorno al progetto di Vox – l’Osservatorio italiano sui diritti. È la Mappa dell’Intolleranza: un panorama sconsolante, di cui ogni giorno abbiamo conferma dai fatti di cronaca.

L’idea di questo gruppo, un team universitario che ha monitorato, estratto e studiato, circa due milioni di tweet – la giornalista Silvia Brena, Marilisa D’Amico, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Milano, co-fondatrici di Vox; Maurizio Binetti, Cecilia Siccardi, Maura Pelizzari, Roberto Reduzzi del dipartimento di psicologia dinamica e clinica della Sapienza Università di Roma; il Prof. Vittorio Lingiardi e Nicola Carone; Prof. Giovanni Semeraro e Cataldo Musto dell’ Università Aldo Moro di Bari e Cecilia Siccardi del Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale all’Università di Milano – è di fare prevenzione sul territorio, mettendo il risultato di questo lavoro a disposizione di chiunque, comuni e scuole, per supportare interventi mirati sul territorio. Un progetto ispirato ad esempi stranieri, come la Hate Map della americana Humboldt State University.

Dalla Mappa esce fuori per la prima volta la diffusione in Italia dei tweet razzisti, omofobi, misogini, antisemiti e intolleranti nei confronti dei disabili. Una geografia sconfortante, con una diffusione a macchia di leopardo su tutta la penisola delle diverse forme di intolleranza. “Nei 140 caratteri di twitter comprimiamo i nostri sentimenti – spiega Silvia Brena, giornalista e co- fondatrice di Vox – 140 caratteri con cui ci alleniamo a urlare emozioni, rabbie, frustrazioni che spesso non riusciamo a elaborare in altro modo“.

Due, gli elementi emersi in modo più rilevante. Il primo. Complessivamente la distribuzione dell’intolleranza, considerati i 5 gruppi, è polarizzata soprattutto al Nord e al Sud, poco riscontro invece nelle zone del Centro come Toscana, Umbria, Emilia Romagna. Una situazione, che si capovolge per quanto riguarda l’antisemitismo, fenomeno in evidenza soprattutto nel Lazio e nel Centro Italia. Va segnalato un picco significativo in Abruzzo, nell’area tra L’Aquila, Chieti, Pescara e Teramo. Presente anche in alcune zone del Nord e del Sud Italia.

Il secondo dato riguarda la misoginia, sulla quale si concentra la maggiore proliferazione di tweet intolleranti. Il numero di tweet contro le donne, infatti, in 8 mesi è arrivato a 1.102.494, con 28.886 tweet geolocalizzati.

“Hate speech è parola dell’odio, parola che attacca e offende una persona o un gruppo sociale”, dice Vittorio Lingiardi, docente di Psicologia Dinamica presso La Sapienza- università di Roma. “Favorite dalla velocità e custodite dallo spazio cibernetico, le parole possono diventare pietre, incitamento all’odio e, a volte, crimine“.


LA GEOGRAFIA

La geolocalizzazione è la vera novità di questo progetto, perché consente di evidenziare le zone maggiormente a rischio di intolleranza e odio. Geolocalizzazione, resa possibile grazie all’ausilio di Open StreetMap, che ha consentito di estrarre dalla massa dei tweet, solo quelli che presentavano le coordinate geografiche, elemento che Twitter consente di indicare.

Per ciascun gruppo esaminato, sono poi state messe a punto delle mappe termografiche, in grado di evidenziare diffusione e concentrazione del fenomeno. Quanto più “caldo”, cioè vicino al rosso, è il colore della mappa termografica rilevata, tanto più alto è il livello di intolleranza rispetto a una particolare dimensione in quella zona. Aree prive di intensità termografiche non indicano assenza di tweet discriminatori, ma luoghi che mostrano una percentuale più bassa di tweet negativi rispetto alla media nazionale.

LA SEMANTICA

L’offesa verso donne, omosessuali, immigrati, ebrei e disabili passa (quasi) sempre per la dimensione corporea e l’atto fisico: corpi sessualizzati, deformati, mutilati, mortificati, fino a essere picchiati o violentati. Si scaraventano fuori insulti, quasi assolvendo ad un bisogno primitivo, non elaborato, di difesa nell’attaccare aspetti fondamentali dell’umanità altrui. “Un’avversione profonda – direbbe la filosofa Martha Nussbaum – simile a quella ispirata dagli escrementi, dagli insetti viscidi e dal cibo avariato”. “Frocio di merda”, “negro di merda”, “ebreo di merda”, “handicappato di merda”, “troia di merda”, una ripetizione quasi ossessiva del termine escrementizio che non si limita a reinterpretare l’altro manipolando segni e parole. È in atto un vero e proprio processo di disumanizzazione, per tenere l’altro il più lontano possibile da sé. Come se fosse impossibile anche solo pensarlo degno di occupare lo spazio vitale condiviso.

MISOGINIA

La misoginia in Italia appare il vero fenomeno esplosivo. Una situazione drammatica, quella della violenza contro le donne, che la cronaca purtroppo riporta con cadenza inquietante. E che i social network rilanciano in termini di insulti, volgarità, vere e proprie aggressioni verbali. Un’impressione, che purtroppo la Mappa dell’Intolleranza conferma. Le offese contro le donne, infatti, hanno registrato una distribuzione nazionale piuttosto uniforme con picchi in Lombardia, Campania, confine tra il sud dell’Abruzzo e il nord della Puglia. Un dato inquietante, purtroppo in linea con le rilevazioni del Pew Research Center, secondo il quale negli Stati Uniti il 25% delle donne sono state molestate online e il 26% ha subito stalking online.

La maggior parte dei tweet si riferisce a parti del corpo, a indicare necessità di degradazione o di punizione machista. Altri invece indicano personaggi pubblici, a denotare l’esistenza di vere e proprie forme di misoginia. Le evidenze emerse dalla Mappa dell’Intolleranza a proposito della misoginia, purtroppo, non sorprendono.

Ecco alcuni dati dalle ricerche più note: 6.743.000 donne italiane tra i 16 e i 70 anni sono state vittime di violenza fisica e sessuale nel corso della vita. In Italia sono state uccise 179 donne nel 2013, rispetto alle 157 del 2012, con un aumento quindi del 27,1%. Ogni 12 secondi una donna è oggetto di violenza fisica, verbale o psicologica. E complessivamente il 70% delle donne subisce violenza nella sua vita. Il 66,4% sono vittime del coniuge. Il Sud Italia risulta la zona a più alto rischio con aumento del numero di vittime del 27,1% rispetto al 2012.

ANTISEMITISMO

I tweet antisemiti sono in assoluto i più geolocalizzati: dei 6.000 tweet raccolti in poco meno di tre mesi, infatti, ben 1.150 sono stati geolocalizzati (18,03%). Il picco significativo è in Abruzzo, come già evidenziato. Al Nord le zone più calde sono Milano, Bergamo, Brescia, Varese e Como. In Centro Italia i picchi sono stati riscontrati in Toscana, nella zona centrale della regione, e nel Lazio, in particolare nella provincia di Latina. Mentre al Sud le zone a più alto tasso di antisemitismo sono l’area di Napoli e Caserta, la zona compresa tra Bari e Taranto, il Salento e Catania.

L’insulto più utilizzato è “rabbino”, spesso abbinato a “trans”, chiaro dunque il doppio pregiudizio. Seguono “usuraio” e “giudeo”: quest’ultimo termine ha come co-occorrenze più rilevanti “negro” e “israeliano”.

In Italia ci sono 30.000 ebrei, pari allo 0,6% della popolazione. Il 24% degli italiani ha un pregiudizio antiebraico. Tra luglio e agosto del 2014 in Italia sono stati registrati 21 episodi di antisemitismo, quasi il triplo rispetto all’anno precedente.

I social, in particolare Facebook e Twitter, sono i luoghi dove prendono vita le maggiori ingiurie antisemite, come confermano i nostri dati, che hanno registrato oltre 1.000 messaggi discriminatori. Inoltre sui circa 1.200 siti antisemiti in Europa, 100 sono quelli italiani, con un aumento del 40% rispetto al 2009. (Fonti: Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC)

OMOSESSUALITÀ

Sono stati raccolti oltre 110.774 messaggi discriminatori e geolocalizzati il 7,66%. L’omofobia parrebbe concentrarsi soprattutto in Lombardia, con una presenza significativa anche in Campania e Friuli-Venezia Giulia. L’associazione frequente è con le parti anatomiche, come a rinforzare l’insulto omofobico evocando disgusto per la dimensione corporea direttamente coinvolta. Interessante è l’associazione con le figure della famiglia come padre e sorella. Rilevati anche insulti con riferimento alla pedofilia. Gli omosessuali vengono infatti spesso descritti quali turpi e rivoltanti, in grado di “contaminare e corrompere la società”. Il disgusto viene così “proiettato” su un gruppo di individui che vengono di conseguenza stigmatizzati, considerati inferiori e privati di diritti.

Secondo un’indagine realizzata nel 2013 dal Gay Center nell’ambito di un progetto europeo che ha coinvolto oltre mille studenti italiani, quasi 3 persone LGBT su 4 dichiarano di aver subito forme di discriminazione o di pregiudizio nel corso della loro vita. Il contesto è la scuola (49%), seguito dalla famiglia (42%), da bar e locali (33%) e dai media e internet (30%). Secondo il Gay Center, che denuncia 20.000 richieste di aiuto pervenute, nel 2013 un gay su 4 è stato vittima di violenza. E ancora. Il 91% degli omosessuali italiani ritiene che i nostri politici usino un linguaggio discriminatorio. Mentre è la scuola, il luogo dove la maggior parte degli omosessuali nasconde la propria identità: 76% contro il 36% che si cela sul posto di lavoro. (Fonti: Gay Center 2013; FRA European union agency for fundamental rights 2014).

RAZZISMO

L’intolleranza verso gli immigrati o le persone di altre etnie riguarda soprattutto Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Basilicata con 154.170 tweet rilevati in 8 mesi, di cui 1.940 geolocalizzati (1,24%).

Un dato curioso, riscontrato durante la rilevazione dei tweet, è la netta crescita dei post a sfondo razzista in corrispondenza dei Mondiali e delle partite di calcio del Campionato, ma anche dopo i talk show con personaggi politici o i programmi con la presenza di soubrette. “Terrone” è l’insulto più utilizzato (3.690 occorrenze), seguito da “zingaro” (3.226) e “negro” (2.482), a indicare un’intolleranza interna, ancora prima che esterna, all’Italia stessa, emblema della frattura fra Nord e Sud. Le parole che vengono spesso associate ai termini sensibili si riferiscono a personaggi noti nel mondo del calcio, di origine straniera, spesso nel mirino della rete.

In Italia l’8% della popolazione è costituita da stranieri (4.922.085 persone). Il 45% dei giovani tra i 18 e i 29 anni si definisce xenofobo o diffida degli stranieri. Due italiani su tre pensano che la quantità di immigrati in Italia sia eccessiva: in particolare il 60,1% mostra diffidenza, il 6,9% è proprio ostile e il 15,8% è indifferente. Un dato interessante riguarda il web-racism: su Facebook, sono più di 350 i gruppi dichiaratamente anti-immigrati, con alcuni che arrivano anche a 5.000-7.000 iscritti; oltre 400, i gruppi “anti-meridionali”, e circa 100 i gruppi “anti-musulmani”, mentre sono più di 300 quelli contro gli zingari.
(Fonti: Istat 2014; Censis 2013; Assemblea Camera dei Deputati 2013)

DIVERSAMENTE ABILI

Seconda per numero di tweet rilevati (479.654), l’intolleranza verso i diversamente abili conferma l’andamento del numero di messaggi discriminatori dal generale – donne e disabilità – al più specifico – omofobia, antisemitismo. L’intolleranza è distribuita sul territorio nazionale con maggiore concentrazione in Lombardia, Campania e le zone a Sud dell’Abruzzo e a Nord della Puglia. I tweet geolocalizzati sono stati 3.410 (0,75%). Impressionante la co-occorrenza del termine “vergogna”, a indicare un senso di rifiuto. Quando la parola sensibile è “storpio”, le associazioni più rilevanti sono “odio” e “elemosina”, che fanno intravedere anche una sorta di pregiudizio. Alta, anche la co-occorrenza con il termine “cazzo” (“mongoloide del cazzo”, “cerebroleso del cazzo”), quasi a invocare, di fronte all’altro degradato, la necessità di una punizione machista.

In Italia i disabili sono 4,1 milioni, ossia il 6,7% della popolazione. L’Italia è al 13° posto per il rischio di povertà ed esclusione sociale delle persone disabili. Uno dei dati più interessanti, infatti, è che la disabilità assume un ruolo significativo tra i fattori discriminanti nell’ambiente di lavoro: infatti solo il 6% dei disabili che ha partecipato a concorsi o a colloqui di lavoro è riuscito a ottenere un impiego. Il 70% dei disabili che lavorano percepisce un compenso minimo o addirittura non viene retribuito del tutto.
(Fonti: Censis 2014; UNAR Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali 2013; Condicio 2014)

 

Il servizio completo, arricchito da mappe e fotografie, è in questa pagina di ansa.it, dove è stato pubblicato con il titolo La mappa dell’intolleranza. Noi lo pubblichiamo con il consenso dell’autrice, che si dice felice di appartenere a Comune-info.

Je suis Scup, anche in Campidoglio

  • Gen 28, 2015
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Comune-info
28 01 2015

L’appello di Scup, spazio sociale romano, contro lo sgombero. Manifestazione giovedì 29 gennaio in piazza del Campidoglio.

#iosonoscup #scupsottosgombero. Difendi Scup!
MANIFESTAZIONE IN PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO

GIOVEDÌ 29 GENNAIO DALLE ORE 16

Scup è il centro di sport e cultura popolare nato a San Giovanni nel maggio del 2012 dall’occupazione della ex motorizzazione di via Nola 5. Da quel giorno è nato un sogno: quello di creare dal basso welfare e mutualismo. Scup offre dei servizi al territorio e raccoglie numerosi progetti: una palestra con dieci corsi per bambini, adulti e anziani, un bar e un’osteria, una ludoteca, corsi e laboratori per bambini, una web radio, una biblioteca, un’aula studio e dei corsi di lingua, una scuola popolare di musica, uno sportello di ascolto psicologico, un mercato di artigiani e produttori che si svolge ogni prima domenica del mese e un punto di distribuzione settimanale a cura di “terra terra”. Il wi-fi libero e gratuito e uno spazio per seminari e conferenze.

Scup è inoltre un luogo al servizio dei movimenti e della cittadinanza attiva in cui numerosi cittadini e realtà organizzano, laboratori, dibattiti, iniziative, progettano confronti e mobilitazioni.

E poi Scup è l’iniziativa dei cittadini per fermare il tentativo di speculazione in atto sullo stabile di via Nola. Infatti, lo stabile, che era pubblico, è stato privatizzato e ceduto ad una società immobiliare, la F&F immobiliare che intende modificare la sua destinazione d’uso a verdi e servizi, per realizzare un polo commerciali con una cubatore superiore all’attuale del 35%.

Scup si trova in un momento cruciale della sua vita. Lo sgombero di Scup è all’ordine del giorno del prossimo comitato per l’ordine e la sicurezza. Un attacco che non riguarda solo Scup, ma anche altri spazi sociali (ad esempio il Corto Circuito e il Cinema palazzo) che promuovono la socialità, il mutualismo e combattono la speculazione. Per organizzare la difesa di Scup, domenica 18 gennaio si è tenuta una partecipata e bella assemblea di coloro che hanno a cuore il progetto e che in vari modi contribuiscono ad alimentarlo o che comunque solidarizzano con questa esperienza.

Dall’assemblea è emersa la volontà di promuovere una manifestazione in piazza in Campidoglio. Mostrare in una piazza così importante di Roma le attività, i servizi, le professionalità, le passioni e la vitalità di Scup e delle realtà e dei cittadini che lo difendono. Chiunque può dare un contributo, portando l’attività che svolge, pubblicizzando la manifestazione, portando un saluto.

Saremo in quella piazza dalle ore 16 (quindi è possibile raggiungerci anche dopo). Chiederemo al consiglio comunale e all’amministrazione capitolina un atto politico che fermi lo sgombero e difenda l’esperienza di Scup. E anche un atto politico di riconoscimento dell’ importanza per la democrazia di questa città, di tutti gli spazi sociali sotto attacco e delle esperienze che promuovono autogoverno, mutualismo e diritto sociali.
Invitiamo tutti e tutte

IN PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO: GIOVEDÌ 29 GENNAIO DALLE ORE 16 (oppure a Scup alle ore 14.00 per andare insieme)

Expo 2015 semina veleno

  • Gen 28, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
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Comune-info
28 01 2015

La prossima Esposizione universale (Expo) avrà luogo a Milano, a partire dal 1 maggio 2015. Da sempre vetrina internazionale in grado di influenzare la società in molti dei suoi aspetti, l’Expo di quest’anno è dedicato all’alimentazione e al cibo. Dietro allo slogan che la anima, “Nutriamo il pianeta”, ci sono però molte contraddizioni-

di Marzia Coronati

In Italia è sorto un movimento, composto da contadini, cittadini, agricoltori e attivisti, nato con l’obiettivo di analizzare quello che avverrà nel corso dei sei mesi di esposizione universale e proporre alternative diverse al modello dell’Expo. Il movimento NO Expo mette in luce come dietro la retorica della sostenibilità, del diritto al cibo per tutte e tutti, della difesa di un cibo buono e sano, l’Expo 2015 sarà invece vetrina per più di 70 multinazionali famigerate per operare in modo poco pulito. “C’è spazio per tutti – spiegano i rappresentanti del movimento – dalla Monsanto, la multinazionale dei semi più contestata dai piccoli contadini di tutto il mondo, alla Nestlè, che con la sua piazza tematica sull’acqua nega in essenza l’acqua bene comune, passando per Mc Donald’s che nutre il pianeta col pollo fritto; e c’è spazio anche per nomi meno noti come Mekorot, l’azienda idrica di Israele che, sottraendo illegalmente acqua dalle falde palestinesi si è macchiata di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani”.

Oltre a criticare la scelta politica dell’Expo, il movimento propone la sua alternativa, e lo sta facendo attraverso una serie di iniziative in cui è possibile accedere a un cibo prodotto diversamente: dai mercati degli agricoltori e contadini su piccola scala della rete Genuino Clandestino, alla degustazione di pranzi e cene di osterie sostenibili e popolari. “Allo slogan Nutriamo il pianeta, noi rispondiamo con Lasciamo che il pianeta si nutra da solo, cercando di rispettare ogni giorno la natura e la biodiversità” dicono gli aderenti.

Il 24 gennaio a Firenze, Roma e Milano si sono svolti tre incontri che andavano in questa direzione. Al mercato e il pranzo organizzato a Roma è atterrata anche la valigia di Amisnet, in una sua versione provvisoria. Con tre borse frigo contenenti cavi, microfoni e mixer, i redattori di Amisnet hanno costruito una postazione mobile attraverso cui è stata data voce al movimento NO Expo.

A questi temi è dedicata l’ultima puntata di Terranave, radiotrasmissione curata da Amisnet. Ospiti della puntata: Pippo (mercatino Terra Terra), Daniela (centro sociale Corto Circuito), Giovanni Pandolfini (Firenze Terra Bene Comune), Tonino Lepore (Genuino Clandestino).

Per ascoltare la trasmissione cliccate qui.

 

Terranave è trasmessa e diffusa da:

Radio Flash (Torino, 97.6) martedì 15 (replica martedì 20,00)
Radio Indygesta (Web Radio)
Radio Onda d’urto (Brescia, Cremona, Piacenza, 99.6) mercoledì 13,30
Basilicata Radio 2 (Potenza, 93.5) martedì 20,35
Radio Ciroma (Cosenza, 105.7) giovedì 17,00
Radio Onde Furlane (Udine, Pordenone e Gorizia, 90.0) sabato 17,30
Radio Beckwith (Torino, Cuneo, 87.8, 96.55) martedì 20,00 (in replica venerdì 7,00)
Radio Sonar (web radio) martedì 15,00
Radio Città Fujiko (Bologna, 103.1) lunedì 13,30
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Kobanê. La notte delle mongolfiere

  • Gen 26, 2015
  • Pubblicato in COMUNE INFO
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Comune-info
26 01 2015

C’è il Kurdistan, bio-etno-regione a cavallo di quattro Stati, che rifiuta ogni confine nazionale nel nome di un grande progetto politico chiamato Confederalismo democratico. C’è la politica, con i militanti e le militanti del Pkk e di altri gruppi sostenitori, e c’è la vita quotidiana delle persone che si sono ritrovate improvvisamente senza casa e senza lavoro, e magari sognano, guardando facebook e il web, il nord Europa. Ci sono i vecchi, quelli che hanno combattuto tutta la vita per il riconoscimento del popolo kurdo e ci sono i bambini che scorrazzano in mezzo alla fanghiglia dei campi. C’è la guerra, con gli spari, le bombe, la paura, raccontata anche nei disegni dei più piccoli. E c`è la voglia di futuro: quella dei giovani, che vogliono imparare l’inglese, studiare e ascoltare musica e quella delle donne, che vogliono proseguire in una Kobanê pacificata quella lotta di liberazione che non è solo militare ma in primis politica e culturale. C’è, infine, la solitudine in cui sono stati lasciati i kurdi nel fronteggiare l’Isis ma c è anche la grande solidarietà delle varie comunità che, come mongolfiere colorate lanciate nella notte di capodanno sopra il cielo di Kobanê, travalicano e abbattono tutti i confini. Un grande reportage racconta la terra e la gente che difendono la speranza tra le macerie di una città e del mondo

di Eliana Caramelli

Il primo impatto con il sud est della Turchia è sul volo per Gaziantep (Antep) da Istanbul Sahbila Gokcen, l’aereoporto dedicato alla figlia adottiva del fondatore della “patria turca”, Mustafa Kemal Atatürk (1923-1938), che guidò l’aviazione turca nei bombardamenti per sedare la rivolta delle tribù kurde di Dersim ad est della Turchia. Le donne, quasi tutte con il chador in testa, si siedono nelle prime file, rigorosamente separate dagli uomini. L`apartheid di genere fa sempre un certo effetto.

A Gaziantep ci accoglie una fitta nebbia, che non accenna a placarsi e ci abbandona solo molte ore dopo il nostro arrivo a Persis (Suruc in turco). Città al confine con la Siria di 56.000 abitanti, accoglie oggi circa 133.000* rifugiati provenienti da Kobanê, da cui dista pochissimi km. Rifugiati, non profughi. Sono scappati dall’offensiva dell’ISIS e ogni giorno attendono le notizie del contrattacco delle forze kurde. Ogni metro della città riconquistato dai loro amici, dalle loro figlie, dai loro compagni e compagne di lotta, accorcia la prospettiva della permanenza nelle tende fredde e umide dei campi allestiti alle porte della città. Li intravediamo già all’ingresso della città con il bus: file e file di piccole tende grigie, una addossata all’altra. Panni stesi al pallido sole, dopo la pioggia della notte, che ha reso le strade come scivolosi nastri di fanghiglia.

E’ qui, distribuiti in cinque campi nel centro e nella periferia di Persis (un sesto in costruzione), che hanno trovato alloggio 52700 persone distribuite in circa 1200 tende*.

Ma la solidarietà tra la popolazione locale, a maggioranza kurda, è scattata subito dopo i primi giorni dell’emergenza, lo scorso agosto, quando le persone, dopo avere dormito per strada o all’interno di capannoni abbandonati, hanno trovato alloggio presso le famiglie della stessa Persis o nei vicini villaggi di confine, come Mesher, a circa 6 km di distanza, che sarà la nostra base di appoggio.

Il Centro Culturale Amara

Prima di dirigerci al villaggio, facciamo tappa al Kultural Merzeki Amara (Centro Culturale Amara), seguendo le orme degli attivisti e attiviste che da tutta Italia, dalle prime settimane di ottobre, hanno visitato e documentato la situazione del conflitto in questa parte di Kurdistan. Il Centro è il punto di coordinamento di tutte le attività a sostegno dei rifugiati svolte dalle associazioni e dai partiti kurdi della Turchia in collaborazione con la Municipalità di Persis. Al piano terra la grande sala dove ci si incontra, si può mangiare un pasto caldo con zuppa di legumi e riso, bere del té, collegarsi a internet. Al piano superiore, il centro media e il magazzino, dove ragazzi e ragazze catalogano e sistemano incessantemente le varie medicine (e non solo) portate con gli aiuti internazionali. Anche noi consegniamo uno zaino pieno di farmaci raccolto a Roma e un contributo economico raccolto tra i Cobas e altre realtà italiane. Tutto rigorosamente registrato. Il Centro pian piano si riempie, tante persone da vari paesi venuti qui a dare una mano. Le presentazioni riempiono le due ore passate lì.

E’ qui che incontriamo A., 18 anni e un sorriso luminoso, che, grazie ai contatti della rete Italia-Kurdistan e Uiki onlus, ci stava aspettando. Con il suo buffo inglese sarà la nostra guida, interprete, amico per tutta la settimana.

 

Mesher e gli altri villaggi di confine

A Mesher, dentro la tenda ben riscaldata del presidio permanente alle porte del villaggio, ci accoglie M., vecchio militante del PKK della zona del Monte Nemrut, per 10 anni ha conosciuto la galera, oggi responsabile dei rapporti con gli stranieri del Gruppo di crisi per Kobanê. Ci racconta che si è appena celebrato anche qui, come in tanti territori curdi, il Robosky day, anniversario della strage di Robosky al Nord della Turchia, avvenuto il 28 dicembre 2011 quando l’aviazione turca uccise 34 persone civili in un villaggio accusato di ospitare guerriglieri del PKK. La discussione parte da banali presentazioni, ma la netta impressione è che voglia capire esattamente chi siamo e cosa siamo venuti a fare. Poi arrivano i racconti di quando Ocalan si rifugiò a Roma e il ruolo di D’Alema. Ma soprattutto ci chiede cosa pensa il popolo italiano di quanto sta avvenendo in queste zone e come ne parlano i giornalisti. Domanda questa ricorrente in molti altri incontri.

Lui e molti altri sono accorsi per dare sostegno ai rifugiati, per far passare gli aiuti materiali verso la Siria, evacuare i feriti e per controllare i confini attraverso squadre di vigilanza segnalando le complicità dell’esercito soprattutto in prossimità delle zone sotto controllo dell’ISIS con il quale mantiene relazioni molto cordiali. I volontari e soprattutto le tante famiglie di Kobane che si sono insediate qui (circa 45 famiglie su 35 residenti in precedenza), hanno per forza di cose cambiato la normale vita del villaggio, in meglio stando ai racconti. Si è infatti introdotto un modo di vita più collettivo, dalla condivisione della cucina ai lavori per organizzare i servizi e il mantenimento delle strade, che si sta cominciando a “pavimentare” a suon di carriole di asfalto e colpi di badile. I rifiuti vengono raccolti da automezzi messi a disposizione dalla Municipalità di Diyarbakir, e condotti da volontari, che tutti i giorni fanno la spola con le locali discariche. Tutti i villaggi hanno anche un servizio di sicurezza che ne controlla l’ingresso e il territorio circostante.

La piccola moschea è il luogo di preghiera, di ritrovo, di accoglienza degli ospiti e dei ragazzi più giovani provenienti da Kobanê. Il tè bollente sempre a disposizione. Dietro la scuola, turca, da cui sono esclusi di fatto i bimbi curdi. E semplici case di paglia e fango solo in parte sostituite da più moderni fabbricati di cemento,. Attorno campi.

Poi la grande “piazza”, una spianata di terra proprio di fronte a Kobanê, i cui palazzi si vedono bene sullo sfondo nelle giornate terse. E’ qui che attorno ai fuochi accesi, punti di riferimento e socialità, ogni sera le persone si radunano, chiamano a Kobanê i loro parenti o i loro combattenti, cantano, mandano piccoli video, li incitano e li salutano. E si tengono aggiornati l’un l’altro sulla situazione militare, notizie raccontate da dentro, attraverso le telefonate ai propri cari. La tecnologia aiuta il filo di solidarietà e le relazioni tra rifugiati e combattenti. E’ da qui che le persone volgono i loro sguardi oltre le colline controllate dall’esercito turco proprio di fronte al villaggio. Fumano e guardano cercando oltre la nebbia le immagini della città dalla quale arrivano incessanti gli echi delle esplosioni. Ed è qui che ogni mattina si svolge il “rito” della linea: decine di persone, abitanti e volontari, rivolte verso i confini che vorrebbero vedere distrutti, manifestano, cantando e gridando slogan di sostegno alla lotta curda e delle sue forze combattenti, YPG (miste) e YPJ (femminili).

 

I combattenti e le combattenti kurde

La stessa scena la vediamo al vicino villaggio di Mis Aynter. Al termine ci accolgono calorosamente, invitandoci a raccontare la nostra storia davanti ad un tè bollente. Ci chiedono subito cosa pensiamo di ISIS e YPG/YPJ. Ci ricordano le complicità del governo turco. “Non abbiamo bisogno dei governi, i governi dovrebbero rispondere ai bisogni delle persone, invece l’ISIS vuole imporre le sue regole”, ci dice una giovane donna. “Le YPG sono nate per difendere il popolo kurdo non per invadere altri popoli” e ci raccontano stralci di nefandezze occorse a Sengal (distretto dell’Iraq). Ci fanno visitare una costruzione centenaria, simile ad un nostro trullo, che ospita una specie di “memoriale” dedicato interamente a Arin Mirxan (uccisa a Parigi insieme ad altre due attiviste nel 2013) e ai caduti di Kobanê. Un lungo elenco di nomi e di foto, tra cui quello della compagna Kader, uccisa, unica in un gruppo di 19 persone, al confine con la Siria, dopo aver annunciato pubblicamente che si sarebbe arruolata nelle YPJ. Scorriamo le foto, tanti giovani..

Ci raccontano che una notte una donna-kamikaze di Isis si è fatta esplodere vicino postazioni Ypg facendo circa 8 vittime. Le perdite ISIS sono state molto più alte a seguito degli attacchi kurdi, 34 morti e 43 prigionieri. Poi purtroppo ancora vittime, circa 7 combattenti di Ypg che ha subito anche diversi prigionieri. E così, ogni giorno, il bollettino di guerra. Anche noi ci imbattiamo nel rientro da Kobanê della salma di un militante di un partito marxista leninista turco, combattente dal 6 settembre scorso, caduto il 30 dicembre.

Li vediamo i palazzi distrutti di Kobane, dalla collina. La sentiamo vicina, giorno e notte, da Mesher, negli spari e nel fragore delle bombe. Rumori di distruzione e morte che avvengono a pochissimi km da qui, è agghiacciante. Eppure per queste persone è ormai la normalità, anche se le conseguenze della guerra sulle persone sono imprevedibili e alcune organizzazioni di volontari stanno infatti facendo un gran lavoro di elaborazione soprattutto con i bambini.

I bambini di Kobanê

E’ proprio dal frutto del lavoro di alcuni giovani insegnanti, tutti volontari, che è stata inaugurata al Centro culturale Amara la piccola mostra “I colori dei bambini di Kobanê”, con i disegni fatti dai bambini che vivono oggi nei campi dei rifugiati. A loro è stato chiesto di disegnare cosa pensassero della loro città. Le scene, vissute o forse solo ascoltate, sono terribili, se non fosse per la semplicità dei tratti e dei colori. Carri armati, bombe che esplodono, persone decapitate, spari, morti, feriti….ma anche Kobanê, disegnata come un matrimonio festoso, un paese colorato pieno di alberi e fiori, una manciata di terra a forma di cuore tenuta sul palmo delle mani. Uno degli insegnanti si racconta: insegnante della scuola primaria, imprigionato per due anni dal regime di Assad, vive ora a Persis, ma aspetta il momento per tornare a casa il prima possibile. Per ricominciare. Tornare a casa prima possibile, anzi “quando?” è la domanda incessante che gli rivolgono anche i bambini dei campi.


Molti disegni dei bambini sono terribili ma c’è anche chi immagina un paese colorato pieno di alberi e fiori

La vita e gestione dei campi, la raccolta e distribuzione degli aiuti

Sono i bambini e le bambine di Kobanê l’immagine che più colpisce entrando nei campi dei rifugiati a Persis. Hanno gli occhi vispi di chi sta vivendo un’avventura in mezzo a decine di altri coetanei, senza regole. Entriamo e subito ti prendono per mano per farsi condurre dalla novità con due piedi e una macchina fotografica al collo. Nei campi sono circa 5300*.

Ci ritroviamo nel Campo “Kobanê” in uno dei pochi momenti di concitazione della giornata, l’arrivo del furgoncino che distribuisce le razioni di cibo. Decine di ragazzini e di donne si affollano, in una fila ordinata, con piatti e pentole. Le razioni sono distribuite di tanto in tanto da un’associazione turca, ma normalmente il cibo viene preparato a Persis e distribuito dai curdi, con il sostegno della Municipalità locale.

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I bambini all’inaugurazione di una mostra
Partecipiamo anche noi a un’intera giornata di lavoro al magazzino Avesta, un grande capannone vuoto, un tempo supermercato. Oggi è uno dei centri di stoccaggio e smistamento delle razioni destinate ai rifugiati.
 Qui ogni giorno decine di ragazzi giovani (o bambini) sono sempre in movimento, ci si ferma solo per pranzo e merenda, si termina con l’arrivo del buio. Fanno quasi a gara per impacchettare, imbustare, caricare, scaricare i generi di prima necessità. Un abbinamento che vede farina e zucchero; uova; grandi sacchi con fagioli, lenticchie, riso, burghul, 5 kg di pasta; il sapone per lavare i panni è nel sacco assieme agli assorbenti da donna, già si capisce a chi è destinato.
Le razioni sono bene calcolate e tutto viene meticolosamente annotato. Anche i furgoni che vengono a caricare. Ogni campo, ogni villaggio e ogni quartiere della città che ospita i profughi ha almeno due responsabili per la logistica e la distribuzione degli aiuti. Ognuno di loro, sempre in contatto con il Centro Amara – che registra ogni nuovo arrivo – sa esattamente quante persone vivono nell’area di loro competenza e quali sono i bisogni effettivi. C’è organizzazione, dietro tutto questo, ma non verticistica, anche nei campi si applica il modello di autogestione iniziato a costruire in Rojava prima della guerra. Ognuno dà il suo contributo.

Nei campi pochi punti di acqua dove riempire bottiglie e boccioni, alcuni magazzini, una tenda che funziona da scuola due ore al giorno, con tre livelli di classi, e da centro culturale per alcune animazioni teatrali e panni stesi ovunque: la ricerca della pulizia sembra una delle principali attività della giornata in mezzo a questa poltiglia marrone, anche se il clima umido e piovoso di questi giorni rende impossibile fare asciugare qualsiasi cosa. Una donna ci guarda sconsolata, sa bene che la piccola barriera di sassi costruita all’ingresso della tenda potrà tenere fuori per poco la fanghiglia che ricopre tutto il campo e tutta la cittadina in modo quasi uniforme. E’ R., un’insegnante scappata da Kobanê circa 2 mesi fa, la sua casa distrutta, l’auto bruciata, la scuola dove lavorava come insegnante di arabo per i ragazzini delle medie non esiste più. Qui insegna curdo alla scuola del campo, ma non è un vero lavoro, ora non guadagna più neanche quel magro stipendio che le permetteva di vivere. Così, non sposata, con due bambini non suoi in affidamento, che vorrebbe fare studiare, sta pensando di andare in Norvegia o in Germania, lì, le hanno detto, per i rifugiati ci sono delle possibilità di inserimento. Ma neanche lei, come molti qui, ha un passaporto né un documento di identità, clandestina in casa propria. Dopo il caffè aromatizzato “alla maniera di Aleppo” e molte sigarette, ci fa vedere nel suo pc portatile e il suo profilo facebook, da cui traspare una vitalità non sopita. Il fango per fortuna non affoga l’indole femminile e la volontà di ricominciare.

 

Stesse scene al campo “Kader Ortakaya”, 4000 persone circa di cui circa 400 bambini*. Li incontriamo al nostro arrivo nel campetto di basket vicino a seguire le peripezie di un collettivo di acrobati e ci travolgono con un corteo improvvisato dietro una tromba e un tamburo.

Nel campo, le cui condizioni sono piuttosto difficili, è appena arrivata la corrente elettrica dopo mesi di freddo e di buio. Oggi è anche il giorno della presenza settimanale della equipe medica nei campi, che conferma le precarie condizioni di salute generale e le patologie persistenti, legate soprattutto alla scarsa igiene. I campi, del resto, sono autogestiti dalla comunità kurda, con il solo aiuto di volontari e il supporto della Municipalità di Suruc, dove, con il 58 per cento e da 17 anni, governa il BDP.

Sia il Responsabile del BDP locale (che incontriamo brevemente, prima che corra al funerale di uno dei combattenti caduto a Kobanê il giorno prima) che la stessa Sindaca di Suruc, ci confermano l’estrema necessità di aiuti, di tutti i tipi. Lei è Zuhal Ekmes, una ragazza giovane che, come in tutte le Municipalità curde, condivide la carica di sindaco con un pari collega maschio. Il suo ufficio è un concitato via vai di persone. Si lavora sempre sull’emergenza continua e ci confessa che è arrivata a fumare 3 pacchetti di sigarette al giorno dall’arrivo dei primi profughi. I fondi inviati dall’ONU sono stati dati dal governo turco ad Afad, un’organizzazione governativa che si occupa di 2 piccoli campi fuori città, simili a campi di prigionia dove nessuno vuole andare, mentre niente è arrivato per la municipalità. “Non vogliamo l’elemosina, non vogliamo che in Italia si pensi che siamo dei poveri – ci dice – combattiamo l’ISIS non solo per il popolo kurdo ma per difendere tutto il mondo dal fondamentalismo dell’ISIS. Con lo scoppio della primavera araba in tutti i Paesi si è tornati a regimi autoritari. In Rojava no, lì è in vigore la democrazia per la quale stiamo lottando”. Forse è proprio questo che fa paura alla comunità internazionale.


Il modello del Confederalismo democratico

Ed è con A. una delle Responsabili per la sicurezza e la logistica dell’area di Persis, che riusciamo a parlare del modello del Confederalismo Democratico che si sta applicando nei cantoni della Rojava, in Siria. Un modello che prevede una partecipazione reale non solo dei partiti, ma anche delle associazioni civili e singoli cittadini indipendenti, a partire dalla costituzione del parlamento cantonale, del governo, con la rotazione delle cariche, l’applicazione del principio di sussidiarietà, la parità di genere.

“In Rojava si sta sperimentando una forma di uguaglianza tra i generi che – dice – non è molto diffusa neanche nei paesi occidentali. Tutti i ruoli sono infatti condivisi al 50 per cento tra uomini e donne, in campo politico, culturale, educativo e militare. Se – continua - le donne governassero davvero il mondo non ci sarebbero più guerre“. Fatto sta che in Rojava sono tra le prime file dei combattenti, con le forze dell’YPJ. “E’ in particolare con il lavoro svolto in campo militare che hanno saputo conquistarsi la fiducia degli uomini e la loro progressiva accettazione. Questo processo, iniziato ormai 20 anni fa all’interno del PKK, è ormai dilagato in Rojava e inarrestabile, perché nella pratica dell’uguaglianza e della libertà in ogni settore, le donne hanno dimostrato in modo inconfutabile le loro capacità”. Rimane sfumato, tuttavia, se una reale parità avvenga davvero anche nella vita di ogni giorno. Quello che vediamo qui è in realtà il ripetersi di ruoli standardizzati. Del resto, si sa, i cambiamenti culturali hanno tempi e processi molto più lunghi e profondi di quelli politici.

Poi prosegue, senza che noi le chiediamo niente : “Quella che stiamo combattendo è anche una guerra per la democrazia e una guerra culturale. E’ per questo che le donne in tale processo di liberazione giocano un ruolo fondamentale. E faccio un appello a tutte le donne del mondo”.

Molto sarebbe ancora da capire.

Anche per quanto riguarda la questione ecologica richiamata dalla Carta della Rojava sembra rimanere su linee di principio che riguardano, come ci dice, non tanto l’ambiente ma un più generico “modo di vita naturale, in armonia gli uni con gli altri, alla pari, in libertà e senza sottomessi o schiavi”.

Percepiamo dalle sue parole la forza di questo processo. Ci dice, con lo stesso sorriso con cui ci ha accolto, che vuole tornare il prima possibile a Kobanê, perché lì ha molti nemici da affrontare e da combattere apertamente ogni giorno, non solo sul fronte militare, ma soprattutto politico e culturale. E’ la forza di un grande sogno.

Non è la sola. Ogni giorno sono infatti almeno due le famiglie che fanno ritorno tra le macerie della città.

Il rientro

Ma qualcuno non ci spera più. A., il nostro amico e interprete, scappato da Aleppo 4 anni prima con la famiglia a soli 14 anni, poi rifugiati a Kobanê e infine qui a Persis. Non vuole sentire parlare turco. Adora la musica e canticchia Shakira, ma il suo stereo è rimasto nella casa di Aleppo. Vuole studiare medicina, imparare l’italiano. Scappare in Germania. Qui non è vita. Ciò che ha visto, le morti in diretta, la distruzione, è troppo difficile da raccontare. Ha voglia di divertirsi, come ogni ragazzo di 18 anni, ma si guarda intorno, lui è tra i più fortunati, in fondo, e con la sorella S. fanno quello che possono come volontari del centro Amara. Suo padre, insegnante di inglese, uno sguardo che trapela un grande senso di responsabilità, ha aperto qui un negozio, per tirare a campare. Ci saluta con una grande stretta di mano: “Grazie, è questa l’umanità che vogliamo, non quella di chi vuole la guerra senza fine”.

Partiamo. Negli occhi le immagini di mille volti incontrati in questi giorni, sorrisi, strette di mano. E il cielo buio di Kobanê costellato da decine di mongolfiere colorate nella notte di Capodanno lanciate dai villaggi turchi lungo il confine cui rispondono i combattenti e le combattenti della città: razzi di segnalazione rossi, in cielo, ad illuminare la speranza.

 

** dati municipalità di Suruc dicembre 2014

Anche le formiche cambiano il mondo

  • Gen 23, 2015
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23 01 2015

di Domenico Finiguerra*

Nel 1964 Herbert Marcuse con “L’uomo a una dimensione” ci preallertava sugli effetti nefasti del consumismo che permeava e anestetizzava le forze rivoluzionarie come la classe operaia, smorzandone la vocazione alla trasformazione e all’emancipazione, illudendola che la libertà di consumo e di scelta tra prodotti diversi fosse la migliore delle conquiste possibili.

Nella prima metà degli anni ’70 anche Pier Paolo Pasolini si interrogava e si indignava per gli effetti nefasti del consumismo (definita un’ideologia edonistica-consumistica peggiore del fascismo) in quanto in grado di intaccare l’anima stesse delle persone e responsabile di una vera e propria mutazione antropologica degli italiani.

Ma le conseguenze del consumismo con cui oggi dobbiamo fare i conti non sono solo politiche, sociali e culturali. Ci sono anche quelle ambientali e sulla salute delle persone, sul fabbisogno energetico e sulla limitatezza delle risorse del pianeta, sulle guerre che provoca. Sempre che non si preferisca continuare a produrre, a consumare e purtroppo, parafrasando i CCCP di una volta, a morire a causa del modello di sviluppo dominante e fondato proprio sul consumismo, dobbiamo seriamente pensare ad un cambiamento epocale, perché consumiamo più di quanto il pianeta è in grado di produrre e produciamo rifiuti che, per qualità e quantità, la biosfera non è più in grado di assorbire senza ripercussioni drammatiche.

Così, da Marcuse e Pasolini, arriviamo nella terra di Collodi, tra Lucca e Capannori. Qui è appena partito un bel progetto dal nome chiaro, Daccapo!”, che si affianca ad altre centinaia sparsi in tutta Italia. Tutte azioni che puntano al recupero, al riuso, alla riparazione e al riciclo di prodotti. L’elenco di esperimenti nati su spinta di movimenti locali, su iniziativa di amministrazioni comunali o di semplici cittadini è lunghissimo (www.comunivirtuosi.org, www.comune-info.net). Quasi ovunque sono esperienze che uniscono l’impegno a tutela dell’ambiente con la solidarietà sociale e la fantasia, consentendo a centinaia di famiglie di accedere ad alcuni beni che altrimenti non potrebbero permettersi (ed attivando così comportamenti di segno opposto all’egoismo e all’individualismo prodotti dallo stesso consumismo).

Ma, purtroppo, questi piccoli spunti positivi non bastano. La nostra impronta ecologica peggiora di anno in anno ed è obbligatorio un salto di qualità per mettere a sistema su scala nazionale, o meglio ancora europea e mondiale, una strategia complessiva per il riutilizzo degli oggetti prodotti, per il riciclo di ogni suo componente, per il facile riassorbimento nel ciclo biogeochimico di tutti materiali utilizzati.

Possediamo tutte le conoscenze necessarie. Ma finché le ricette economiche ruoteranno attorno alla frase magica “rilanciare i consumi per far ripartire la crescita”, ci dovremo accontentare del lavoro paziente delle formichine che a livello locale portano avanti idee come quella di “Daccapo”.

Oppure magari stimolare le stesse formichine affinché si uniscano e, ridestando tutti dall’intorpedimento descritto cinquant’anni fa da Marcuse, si arrabbino! (vedi Gino e Michele).

Tra retorica e guerra

  • Gen 12, 2015
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Enrico Euli*, Comune Info
11 gennaio 2015

Anche in Italia c'è preoccupazione per la libertà di espressione. Si teme possa ritornare. La Cattiveria di Kotimkin sul Fatto apre alle riflessioni sulla manifestazione di ieri a Parigi. Un corteo zuppo di retorica tardoilluminista, guidato da dittatori finti democratici che governano senza democrazia, partecipato dai soliti progressisti che innalzano matite e bandierine arcobaleno.

Tra retorica e guerra

  • Gen 12, 2015
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Comune.info
12 01 2015

di Enrico Euli*

Anche in Italia c’è preoccupazione per la libertà di espressione. Si teme possa ritornare. La Cattiveria di Kotimkin sul Fatto apre alle riflessioni sulla manifestazione di oggi a Parigi. Un corteo zuppo di retorica tardoilluminista, guidato da dittatori finti democratici che governano senza democrazia, partecipato dai soliti progressisti che innalzano matite e bandierine arcobaleno. Roba davvero ridìcola, totalmente anacronistica, e peraltro menzognera. E davvero di parte, a uso e consumo della nostra ‘pace perduta e ancora agognata’, come se fosse ancora possibile è giusto essere in pace noi, mentre altri muoiono anche per mano nostra.

L’ipocrisia dei ‘democratici’ è poi completa con l’esclusione della Le Pen dal corteo. Ma allora perchè accettare Nethanyau? E se si presentassero Assad o Al Sisi? Chi dà il patentino di democratico repubblicano, e chi lo toglie? Chi può farlo davvero oggi ?

Tutto questo, comunque, sarà spazzato via, è già spazzato via dal terrore e dalla guerra. La retorica di cui ancora ci ammantiamo non potrà nulla contro la violenza che sale in spire senza scampo. La violenza che è anche, soprattutto nostra, e che si ripresenta mostrificata nei nostri figli e concittadini ‘terroristi’, nei mostri stranieri in forma familiare, nei perturbanti emblemi del nostro fallimento e delle nostre stesse efferatezze. Vedere il film di Eastwood American sniper, se ancora servisse aggiungere qualche elemento, resta piuttosto istruttivo su quelle che ci ostiniamo a chiamare ‘missioni di pace’. E su quella che è la base fondamentalista della nostra civiltà occidentale: la guerra. E non si intravvedono apprendimenti significativi e cambiamenti sensati su questo fronte, anzi…

Tra guerra, di stato o di individui, da un lato, e retorica della pace e della libertà dall’altro, resteremo schiacciati come mosche sul vetro. Siamo già schiacciati, ed è l’impotenza attuale a dimostrarlo. Inutile fare messe e riti esorcistici per le strade di Parigi. La pace è finita, andate in guerra.

 

 

* Ricercatore universitario e docente di Metodologie e tecniche del gioco, del lavoro di gruppo e dell’animazione, è autore di numerosi articoli e libri. Cura il blog Saturnalia, dal nome delle feste popolari di Roma antica (in onore di Saturno), durante le quali si scambiavano auguri e doni e, soprattutto, era concesso agli schiavi di prendere il posto dei padroni.

Non è il lavoro che libera le donne

  • Dic 17, 2014
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Comune.info
17 12 2014

La precarizzazione del lavoro e le nefaste conseguenze dello slittamento dal welfare al workfare mostrano il fallimento della strategia che identificava il lavoro retribuito come la via per la liberazione delle donne e la fine della divisione sessuale del lavoro. La famiglia nucleare ci riproduce sì ma solo in quanto lavoratori, per questo è così opprimente. Possiamo de-nuclearizzarla, cioè aprirla a un’ampia comunità di resistenza. Una lunga intervista con Silvia Federici racconta perché c’è bisogno di liberare tutte le donne e non solo alcune di esse, perché malmenare la moglie è una condizione del lavoro casalingo e picchiare i bambini è parte del loro processo di socializzazione: chi è piccolo non lavora e dunque non ha diritto al controllo sul proprio corpo. Una popolazione decisa a rifiutare la logica della competizione e desiderosa di vivere cooperando, spiega la filosofa femminista, è un grosso rischio per la società capitalistica

di The Occupied Times

Il tuo lavoro ha messo in risalto l’emergere della famiglia nucleare come presupposto per la costruzione del capitalismo del 19mo secolo, l’unità di produzione e riproduzione ottimale, specialmente all’interno di un sistema di fabbrica. Vedi davvero il nucleo familiare come irrimediabilmente regressivo e irrevocabilmente legato alle relazioni capitalistiche? Se si, come possiamo liberarci da queste strutture sociali normative?

La famiglia nucleare è una forma sociale costruita su una contraddizione, ci riproduce ma come lavoratori, in vista del nostro futuro sfruttamento quotidiano, questa è una delle ragioni per cui è così opprimente. E’ il luogo in cui ai bambini viene insegnato ad accettare la disciplina del lavoro capitalistico ed è anche uno spazio di relazioni diseguali. Il lavoro e la vita domestici sono costruiti sul lavoro femminile non retribuito e sulla supervisione maschile. Come ho spesso evidenziato nei miei scritti, attraverso il salario, il capitale e lo stato delegano agli uomini il potere di comandare il lavoro delle donne, ed è questo il motivo per cui la violenza domestica è stata socialmente accettata ed è così diffusa anche attualmente.

Picchiare la moglie perchè non svolge il suo lavoro e, per esempio, rifiuta avance sessuali, è sempre stato tollerato come una condizione del lavoro casalingo. Sino a che le femministe non si sono battute contro questo, percuotere la moglie non era considerato un crimine, nello stesso modo in cui picchiare i bambini non è considerata una violenza, è tollerato come parte del loro processo di socializzazione; in quanto non lavoratori, i bambini infatti, non hanno il diritto al controllo sui loro corpi. Questo ha significato anche una lunga mobilitazione per convincere le autorità che uno stupro può avvenire in famiglia. La famiglia nucleare è stata uno strumento della de-socializzazione, nel corso del 20mo secolo essa è diventata sempre più isolata dal resto della comunità e le politiche urbanistiche, con la creazione dei sobborghi, hanno accelerato questo processo. Come ci liberiamo dalla famiglia? Intanto, attualmente la famiglia della classe operaia è già in crisi; la disoccupazione, il carattere precario del lavoro e il collasso dei salari, stanno conducendo molti giovani a posticipare o anche a non crearsi una famiglia, o ancora, i genitori sono costretti a spostarsi per poter trovare un lavoro. Il diritto di avere una famiglia, che è il diritto ad avere un certo livello di riproduzione – marcando la differenza tra la schiavitù e il lavoro retribuito – è sempre più minacciato. Allo stesso tempo, assistiamo anche un ritorno ad un tipo più esteso di famiglie, costruite non su legami di sangue, ma su relazioni di amicizia. Questo ritengo sia un modello da seguire. Siamo ovviamente in un momento di transizione e di notevole sperimentazione, ma aprire la famiglia, etero o gay, ad una comunità più ampia, demolendo i muri che l’hanno progressivamente isolata ed hanno impedito che i suoi problemi venissero affrontati in una modalità collettiva, è il percorso che è necessario effettuare per non essere soffocati, e, al contrario, rafforzare la nostra resistenza allo sfruttamento. La de-nuclearizzazione della famiglia è la via verso la costruzione di comunità di resistenza.

 

Hai scritto criticamente sul movimento di liberazione delle donne degli anni 70, rispetto ai suoi pregiudizi di classe e razza, mentre altre intellettuali come Selma James e Bell Hooks si sono espresse sul disconoscimento delle donne di colore, delle transessuali e delle lavoratrici. Dato che le dispute e le battaglie tra femministe oggi si focalizzano spesso su simili divisioni, ci sono lezioni pratiche che puoi condividere? Quali approcci pensi possano essere più efficaci per assicurare che i movimenti rivoluzionari riconoscano a agiscano sui diversi tipi di oppressione che riguardano le vite delle donne?

L’approccio migliore è rendersi conto che sino a quando siamo divise su presupposti razziali e di genere non avremo la forza di creare una società più giusta. Più specificatamente, non possiamo ottenere nessun cambiamento sociale significativo a meno che non combattiamo contro la totalità dello sfruttamento femminile e sino a che ci diamo da fare per politiche di cui beneficia solo un gruppo limitato di donne. Per esempio identificare il controllo sul proprio corpo con il diritto di abortire e perciò ignorare i problemi delle donne minacciate con la sterilizzazione o impossibilitate ad avere figli a causa delle loro condizioni economiche, ha indebolito il movimento femminista, così tanto che attualmente anche l’aborto legale è messo in discussione e in molti stati e impossibile praticarlo per le donne poco abbienti. Allo stesso modo, non aver fatto una incisiva campagna a supporto dell’assenza per maternità (quando il problema arrivò alla Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1976) e non avere combattuto affinchè l’assistenza sociale fosse assicurata anche alle casalinghe, soprattutto durante l’opera della sua distruzione da parte di Clinton nel 1996, è stato un grave errore che ha riguardato tutte le donne.

Se riteniamo che il lavoro domiciliare non sia vero lavoro, che la premessa del passaggio da assistenza sociale generale ad assistenza da fornire solo a chi lavora sia corretta, allora nessuno è titolato ad avere un supporto istituzionale per crearsi una famiglia. E quindi lo stato ha ragione quando afferma che crescere i figli è una responsabilita personale e che se vogliamo centri di cura diurni, per esempio, dobbiamo pagarceli. Riassumendo, l’approccio è di insistere che qualsiasi richiesta e strategia che non interessi tutte le donne e, prima di tutto, quelle ch

In Caliban and the Witch, (“Calibano e la Strega. Donne, corpo e accumulazione primitiva” 2004, ndt) tra gli altri fattori, metti in evidenza l’istituzionalizzazione della caccia alle streghe, dei roghi e delle torture come punto nodale per la soggiogazione delle donne e dell’appropriazione dei loro corpi e del loro lavoro. Ci sono simili paralleli nel mondo attuale? Abbiamo per esempio visto esempi di caccia alle streghe nell’Africa subsahariana dove sono attivi simili processi di segregazione e accumulazione.

Si, c’è una continuità tra la caccia alle streghe del 16-18mo secolo e quelle che si stanno svolgendo oggi in molte parti del mondo. Le differenze sono comunque notevoli. Le caccie alle streghe attuali non sono condotte dai governi e dagli stati-nazione, non sono supportate da leggi e non sono difese dall’intellighenzia come in passato. La continuità risiede nel fatto che, come la caccia alle strege del passato, quelle del presente sono connesse con i tipici sviluppi del processo di “accumulazione originaria”, nel caso dell’Africa Subsahariana, ciò si sostanzia nel continuo esproprio della terra e nella sua privatizzazione, e nella restrizione dell’accesso delle donne, in attacchi contro le donne (specialmente anziane) che posseggono terre e/o resistono all’espropriazione.

Sia in Africa che in India, tra le vittime si possono contare migliaia di donne uccise con l’accusa di stregoneria e vedove che combattono per mantenere i propri terreni dopo che sono morti i propri mariti. Un ulteriore elemento di continuità è l’utilizzo della caccia alle streghe non solo per ridefinire la posizione economica delle donne ma anche la loro identità sociale e demolire il loro potere. Le donne che sono combattive, che resistono, sono state ridotte ad aiutanti non pagate dei loro mariti e per esempio in Africa, sono viste come streghe. Non incidentalmente, la caccia alle streghe oggi in India (come in passato), è specialmente diffusa nelle aree tribali, dove le donne sono state tradizionalmente più economicamente indipendenti. Ma di queste questioni io parlo nel mio articolo “Witch-hunting, Globalisation and Feminist Solidarity in Africa Today” pubblicato nel Journal of International Women’s Studies (Ottobre 2008).

 

Hai sostenuto che la sottomissione delle donne in Europa e nelle Americhe è stata cruciale per la costituzione del capitalismo. E’ stato solo un fenomeno “atlantico” o il colonialismo in Asia ha giocato un ruolo simile?

Ha effettivamente giocato un ruolo simile, anche se nella maggior parte delle regioni il colonialismo è giunto in una data più tarda (rispetto, ad esempio, all’América latina) e poteva non avere lo stesso impatto nelle relazioni sociali. In Cina, inoltre, il potere coloniale era limitato all’area costiera e c’erano differenze regionali nel grado a cui le relazioni di genere erano da esso trasformate. Come tendenza generale, comunque, il colonialismo ha approfondito le disuguaglianze di genere dato che sia i britannici che gli olandesi supportavano le disposizioni del patriarcato e istigavano un processo di privatizzazione delle terre che escludeva progressivamente le donne sia dall’accedervi che dall’avere diritti di pascolo.

In India, per esempio, l’Inghilterra formalmente sosteneva le restrizioni Hindu sull’eredità per le vedove della proprietà dei loro mariti, e nelle aree tribali collaborava con le amministrazioni locali per boicottare l’indipendenza delle donne. Sia in India che in Indonesia, la dominazione coloniale ha segnato la fine delle società matrilineari che era fiorità in molte regioni, nel Kerala del Nord in India e nelle comunità del Minangkabau a Sumatra in Indonesia, dove le donne avevano proprietà collettive, ereditate per via matrilineare.

 

In Caliban & the Witch affermi che: “Marx non ha mai riconosciuto che la procreazione potesse diventare il terreno dello sfruttamento e per lo stesso motivo, di resistenza. Non poteva concepire che le donne potessero rifiutare di riprodursi, o che un tale rifiuto potesse diventare parte di una lotta di classe”. Sosterresti un’applicazione collettiva di questo rifiuto?

Sarebbe splendido se le donne nel mondo si unissero in uno sciopero della procreazione in modo da non far più nascere bambini sino a che non si sia costruito per loro un posto amichevole dove vivere, allo stesso modo le donne ateniesi presumibilmente decidevano di rifiutare il sesso agli uomini sino a che la guerra fosse continuata. Io comunque non suggerisco una simile iniziativa. Non è una strategia praticabile perchè è difficile immaginare come potrebbe essere organizzata e finirebbero per benificiarne i sostenitori del controllo della popolazione. E’ importante anche rendersi conto che è già in corso uno sciopero procreativo. Le donne negli stati africani dove la guerra sta diventando endemica cercano di non avere figli o abortiscono, come facevano le donne in stato di schiavitù. Anche negli Stati uniti, il tasso di nascita sta diminuendo e altrettanto sta avvenendo in diverse parti d’Europa, con l’eccezione della Francia. Dietro queste statistiche demografiche, dobbiamo vedere un processo di lotta che indubbiamente riguarda lo sviluppo capitalista.

 

In un’importante sezione di Revolution At Point Zero evidenzi il fatto che i movimenti sociali hanno continuamente misconosciuto il tema della cura degli anziani. In effetti, molte discussioni sono state fatte da diversi commentatori di sinistra riguardo “l’ingiustizia inter-generazionale”. Come vedresti l’inclusione di problematiche come l’isolamento degli anziani, specialmente negli Stati Uniti e in parti dell’Europa, all’interno di pratiche o rivendicazioni politiche dei movimenti sociali?

Se siamo preoccupati della povertà, del degrado e della solitudine, dobbiamo renderci conto che tutti questi problemi sono patiti in primo luogo dalle persone più anziane, che sono i gruppi sociali più invisibili e dimenticati, a meno che non abbiano mezzi economici significativi. Anche le femministe, con qualche eccezione come Nancy Folbre, sino poco tempo fa li hanno generalmente ignorati. La cura degli anziani, come tema politico, è un fenomeno recente. Ci sono molte problematiche che i movimenti sociali dovrebbero affrontare. Il fatto, ad esempio, che le donne che non abbiano un lavoro salariale, pur avendo lavorato tutta la loro vita come casalinghe a tempo pieno, negli Stati Uniti non siano titolate a ricevere neanche la previdenza sociale. Non lo sono, se non attraverso i loro mariti e dopo 9 anni di matrimonio, e anche in quel caso solo per l’equivalente della metà del loro stipendio. Inoltre, i servizi sociali per gli anziani sono stati decimati, in questo modo è sempre più difficile per loro avere accesso ai centri di cura o avere qualche assistenza a domicilio per aiutarli nelle faccende domestiche. Nessun gruppo si è battuto contro il crescente degrado della vita delle persone in età avanzata, allo stesso modo non abbiamo visto negli Stati Uniti il tipo di protesta intergenerazionale che si è sviluppata in Francia quando il governo propose l’aumento dell’età pensionistica. Costruire un movimento contro il tentativo di eliminare o ridurre la previdenza sociale sarebbe un buon punto di partenza, specialmente dato che la previdenza sociale è utilizzata per creare l’impressione che la richezza di uno stato sia sprecata per prendersi cura degli anziani, e che, in questo modo, si limitano invece le possibilità delle nuove generazioni. Questa sfacciata divisione tra giovani e vecchi è qualcosa che dovrebbe creare una forte preoccupazione in tutti i movimenti sociali.

 

La terra e lo spazio sono continuamente trattati come frontiere vuote, colonizzate, ristrutturate e reintegrate in un processo perenne di accumulazione. La teoria della accumulazione tramite l’esproprio offre una descrizione avvincente del processo di gentrificazione, estendendo l’idea di accumulazione promitiva; un processo continuo che è anche in contrasto con la visione di Marx. Credi che ci siano limiti a questi cicli di accumulazione primitiva e se sì, li stiamo raggiungendo? Ci sono restrizioni agli aggiustamenti spaziali, temporali e tecnologici che il capitalismo ha sempre trovato, riuscendo quindi a riprodurre se stesso?

Non vedo questi limiti. Per fare un esempio, per anni abbiamo sentito parlare del picco che lo sfruttamento del petrolio avrebbe raggiunto e ora si sta perforando e estraendo a profondità prima inimaginabili, ciò mostra come fossero fuori luogo quelle previsioni. E’ una politica miope concentrarsi sui limiti che il capitalismo potrebbe incontrare nella sua corsa, favorisce l’illusione che possa distruggere se stesso e distrae dalla necessità di considerare come prioritaria la costruzione di un mondo giusto. Ovviamente il mondo è definito, ma dal punto di vista della messa a punto di una strategia anti capitalistica, i limiti materiali dello sviluppo capitalistico dovrebbero essere il nostro maggiore interesse. Dovremmo essere più preoccupati della fascinazione della gente per la tecnologia capitalistica che contribuisce ad alimentare le politiche di impiego forsennato e di distruzione dell’ambiente. Sino a che così tante persone saranno dipendenti dalla tecnologia capitalistica, il capitalismo riuscirà a oltrepassare i limiti che incontrerà. 

Hai definito le comunità come spazi di lotta, sia rispetto al loro sviluppo storico che nella contemporaneità, ma il Capitale non potrebbe convivere o anche fare propria la vita comunitaria? Che cosa gli dà il potenziale di essere una reale minaccia?

Chiaramente sino a che la costruzione di comunità rimane un’attività limitata e isolata, ce ne si può impossessare e ciò richiede certamente una seria considerazione. Ma se non sono concepite come isole nel mare delle relazioni capitalistiche ma come nuclei di resistenza che ci forniscono la forza di fuggire dallo sfruttamento, la loro creazione può essere una sfida al sistema capitalistico.Una popolazione determinata a rifiutare la logica della competizione e desiderosa invece di vivere secondo i principi della cooperazione è un grosso rischio per la società capitalistica.

 

Il lavoro in Inghilterra è sempre meno mediato dalla relazione con lo stipendio, ciò avviene con i programmi di workfare forzati, la cattura dei dati pubblici e la creazione non pagata del capitale sociale in questa nuova era multimediale. Questa erosione del lavoro salariato, rinforza o indebolisce la richiesta di uno stipendio per quello casalingo?

Io ritengo che lo rinforzi. La precarizzazione del lavoro e le catastrofiche conseguenze dello slittamento dal welfare al workfare mostrano il fallimento della strategia femminista che identifica il lavoro retribuito come la via per la liberazione delle donne e per porre fine alla divisione sessuale del lavoro. Ci forza anche a trovare nuovi terreni di lotta. E’ significativo in questo contesto che la richiesta di un salario sociale minimo abbia ravvivato l’interesse verso il pagamento del lavoro domestico. Ora la gente mi chiede cosa penso di questa richiesta e di come si relazioni allo stipendio per il lavoro domestico: l’abolizione di molti benefici del lavoro remunerato, la costante riduzione degli stipendi, rende la battaglia contro la svalutazione delle nostre vite provocata dal capitalismo, un tema centrale della politica radicale. Il lavoro domestico non pagato è solo una parte di esso, ma cruciale.

 

Le conseguenze dei cambi climatici stanno forzando l’umanità a contemplare la propria distruzione in modo inedito, a partire dal proliferare delle armi nucleari all’apice delle Guerra fredda. Considerando la possibilità che possiamo vivere ai margini della storia ma attingendo alla memoria culturale della Guerra fredda, come potremmo continuare a batterci per la giustizia all’interno di questo contesto apparentemente fatale?

La prospettiva dell’annientamento è relativa, per molte comunità negli Stati Uniti – le comunità nere i cui bambini sono uccisi dalla polizia nelle strade, quelle indigene, quelle dei Navajo che devono coabitare con le miniere di uranio, quelle dove la disoccupazione è alle stelle, e così via – l’apocalisse è ora. In questo contesto noi combattiamo per la giustizia, rifiutando di separare la battaglia contro la distruzione dell’ambiente da quella contro le prigioni, la guerra e lo sfruttamento. Non puoi preoccuparti dei cambiamenti climatici se la tua vita è in pericolo ogni giorno, come nel caso di tanta gente in questo stato.

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Fonte: The Occupied Times Titolo originale: Preoccupying

Traduzione per Comune-info: Annalisa Mugheddu

Silvia Federici ha insegnato presso l’Università di Port Harcourt in Nigeria, ed è stata Professore Associato e poi Ordinario di Filosofia politica e Studi Internazionali al New College dell’Hofstra University (NY). Cofondatrice del Collettivo internazionale femminista e del Comitato per la libertà accademica in Africa, nel 1995 ha cofondato la Radical Philosophy Association, progetto contro la pena di morte. Tra le sue pubblicazioni: Il grande Calibano. Storia del corpo sociale ribelle nella prima fase del capitale (con L. Fortunati) (Franco Angeli, 1984) e Caliban and the Witch: Women, the Body and Primitive Accumulation (Autonomedia, 2004).

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