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COMUNE INFO

L’Agip e i delitti contro la madre terra

  • Dic 09, 2014
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Comune.info
09 12 2014

di Francesco Martone*

LIMA – Josè Isidro Tendetza Antun doveva venire a Lima per testimoniare davanti ad un Tribunale di opinione sui diritti della natura. Era scomparso dal 28 novembre, il suo corpo è stato ritrovato con segni di tortura dopo una soffiata. Tendetza era un leader indigeno shuar che si opponeva alle attività di un’impresa mineraria sino-ecuadoriana ed aveva già subito gravi intimidazioni. Il suo omicidio è ulteriore riprova della violenza verso gli attivisti ambientalisti e indigeni in Ecuador.

José-Isidro-TendetzaLo avevo già potuto constatare in agosto quando ero a Quito e ho incontrato vari rappresentanti di organizzazioni ambientaliste e contadine, per una ricerca sull’industria della palma da olio. Domenica 7 dicembre, mentre partecipavo alla catena umana organizzata da AmazonWatch sulla spiaggia di Miraflores, incontro una leader indigena ecuadoriana, amica di vecchia data. “Francesco, è il caso che ci sentiamo presto. L’Agip sta riprendendo a trivellare, sta allargando il campo delle sue attività nelle nostre terre”.

Ricordo quando anni or sono andai a Puyo, ospite dell’Organizzazione dei Popoli Indigeni del Pastaza. Mi fecero sorvolare campo Villano per farmi vedere la contaminazione, feci un’assemblea nella quale mi diedero il testo di un contratto tra i Huaroani e l’Agip con cui in cambio di petrolio si regalavano tra l’altro magliette e palloni da calcio, e si impegnavano i Huaorani ad assicurare il corretto svolgimento delle attività di estrazione. Qualche anno dopo li rividi, a Quito, negli uffici di Fundacion Pachamama (chiusa d’autorità poco meno di un anno fa dal governo Correa), venivano da Puyo e da Sarayaku, la comunità di origine di Paty Gualinga, leader indigena presente qua a Lima.

Ricordo che ogni volta che presentavo un’interrogazione parlamentare sul caso Agip in Ecuador ed in Nigeria la risposta pareva una velina dell’ufficio stampa del cane a sei zampe. Certamente con il clima che si respira ora in Ecuador, l’impresa avrà vita facile. Non sarà così per le comunità minacciate dall’avanzata della frontiera estrattivista e petrolifera. Tra queste i Sapara – è qui a Lima una loro agguerritissima leader Gloria Ishugua Santi in prima linea per difendere il suo popolo dalle imprese petrolifere. Pati mi dice con un velo di tristezza, se non le fermano i Sapara spariranno, ne sono rimaste poche centinaia.


Nel frattempo le cancellerie di Quito e Berlino sono sull’orlo di una crisi di nervi e non solo. Il motivo? La decisione perentoria del governo ecuadoriano di vietare una missione di una delegazione di parlamentari della commissione ambiente del Bundestag che volevano visitare Yasuni e incontrare gil Yasunidos. Gli stessi che sono stati accolti come eroi dal Tribunale per i Diritti della Terra, svoltosi all-hotel Bolivar, dopo essere stati bloccati più volte dalla polizia ecuadoriana assieme ad una carovana climatica che dal Messico si stava dirigendo verso Lima per partecipare alla Cumbre de los Pueblos ed alla Marcia per la giustizia cimatica il prossimo 10 dicembre.

 

*Consigliere politico dell’Ong Forest peoples Programme, e membro del Tribunale Permanente dei Popoli

Semi, terra, cibo e democrazia

  • Set 19, 2014
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Vandana Shiva, Comune-Info
16 settembre 2014

L'Alleanza Globale per la Libertà dei Semi invita comunità ed individui provenienti da ogni parte del mondo, dal 20 settembre al 20 ottobre, a una mobilitazione per riaffermare il comune impegno verso la libertà dei semi, del cibo e la democrazia della terra.

Che fare in Chiapas

  • Mag 23, 2014
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Gustavo Esteva, Comune info
19 maggio 2014

Da tempo in Messico è impossibile distinguere il mondo delle istituzioni da quello criminale, essi si sovrappongono e si confondono. L'attacco dei paramilitari alla Realidad, la comunità del Chiapas più assediata dall'esercito messicano e uno dei villaggi che rappresentano il cuore della resistenza zapatista,

Gli Usa dei caffè comunitari

  • Mar 28, 2014
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Comune info
28 03 2014

Locali e cafè comunitari che offrono socialità e cibo buono a tutti e sfidano l’assistenzialismo tradizionale delle mense per i poveri. Non sono i comedores populares, gli straordinari gruppi autogestiti di cucine collettive diffusi a Lima durante negli anni Ottanta per sostenere i più impoveriti (è una delle esperienze raccontate e analizzate da Raúl Zibechi in «Territori in resistenza», Nova Delphi), ma locali di ristorazione diversa presenti in tante città degli Stati uniti, da Denver a Santa Fe, da Berkeley a Chicago, passando per San Francisco o Portland, solo per citarne alcune (un elenco, in continuo aggiornamento, lo trovate su shareable.net).

Pur tra inevitabili limiti e contraddizioni, si tratta di un fenomeno importante, piuttosto eterogeneo – alcuni locali sono parte di un franchising – e in crescita, in un paese nel quale ormai una famiglia su sei si trova ad affrontare l’insicurezza alimentare. Chissà se Obama ha parlato anche di questo con il papa.

Utilizzando lo slogan “Take what you need, leave your fair share” (prendi quello che ti serve, lascia la tua parte equa”) è nato ad esempio il Panera Cares caffè di Clayton, stato del Missouri. In questo bar non commerciale, circa il 60 per cento dei clienti paga il prezzo suggerito, il 20 per cento paga qualcosa in più, il resto paga di meno o niente, molti mettono a disposizione del proprio tempo-lavoro. Insomma, il bar sembra fare propria la logica del “caffè sospeso”, da poco rilanciato a Napoli e in altre città, o del “pane in attesa” proposto da alcuni forni a Messina. In ogni caso, gli incassi complessivi, assicurano i responsabili del Panera Cares caffè di Clayton, sono sempre sufficienti a coprire i costi del lavoro e delle forniture. Il bar è noto anche perché non ci sono cassieri e neanche registratori di cassa, ma solo alcuni contenitori colorati sul bancone per raccogliere i pagamenti. Naturalmente, caffè e biscotti, zuppe e insalate, sono distribuiti in un clima di calorosa e sobria accoglienza.

Un altro caffè-ristorante di questo tipo è presente a Denver, in Colorado, e si chiama “Same” (So all may eat, “così puoi mangiare tutto”): qui i clienti possono scambiare un’ora di servizio con un pasto o con una sorta di “moneta locale”, ma ovviamente possono anche pagare con denaro o con donazioni di prodotti naturali. Esistono prezzi trasparenti suggeriti e ognuno contribuisce secondo quando può o ritiene giusto. Il primo obiettivo, dicono i promotori, resta trattare le persone con dignità e cucinare cibo di qualità per tutti, “rifiutiamo l’idea che solo un’élite debba mangiar bene“.

Di seguito, un breve video sul Same cafè di Denver. Qui il menù è composto da prodotti freschi, di filiera corta e biologici, cucinati da gruppi di persone che lavorano gratuitamente. Ogni giorno vengono preparati e distribuiti in questo modo centinaia di pasti. Una scritta in legno all’ingresso dice: “Be the change that you wish to see in the world” (sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo), Gandhi.

 

Arance Coop? C'è chi dice no

  • Gen 09, 2014
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Comune Info
9 gennaio 2014

In occasione del quarto anniversario della rivolta di Rosarno la Rete Sos per Rosarno il prossimo 11  gennaio promuove una giornata di sostegno alla resistenza contadina e bracciantile. A Roma, appuntamento dalle 10 davanti alla Coop di Largo Agosta,

L’urlo contro il razzismo di Stato

  • Dic 27, 2013
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Comune-info
27 12 2013

Ma che Natale celebra questo paese? Ma che Natale celebrano le comunità cristiane d’Italia?

I gravi eventi di questi giorni ci obbligano a porre questi interrogativi. Le immagini del video- shock: migranti nudi e al gelo, nel Cie di Lampedusa, per essere 'disinfestati' dalla scabbia con getti d’acqua. Immagini che ci ricordano i lager nazisti.

Le foto degli otto tunisini e marocchini del Cie di Ponte Galeria a Roma con le labbra cucite in protesta alle condizioni di vita del centro. Bocche cucite che gridano più di qualsiasi parola!

Ed ora il deputato Khaled Chaouki che si rinchiude nel Cie di Lampedusa e inizia lo sciopero della fame, per protestare contro le condizioni disumane del centro e in solidarietà con i sette immigrati che, per le stesse ragioni, digiunano.

Sono le urla dei trecento periti in mare il 3 ottobre a Lampedusa, le urla dei quarantamila migranti morti nel Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero.

Tutto questo è il risultato di una legislazione che va dalla Turco-Napolitano che ha creato i Cie, alla Bossi-Fini che ha introdotto il crimine di clandestinità e ai decreti dell’allora ministro degli Interni, Maroni, che trasudano di razzismo leghista.

Possiamo riassumere il tutto con una sola parola: Razzismo di Stato.

Le domande che sorgono sono tante e angoscianti.

Come mai un paese che si dice civile ha permesso che si arrivasse ad una tale legislazione razzista e a una tale tragedia?
Come mai la Conferenza episcopale italiana sia rimasta così silente davanti a un tale degrado umano?
Come mai la massa delle parrocchie e delle comunità cristiane non ha reagito a tante barbarie?

“Sono venuto a risvegliare le vostre coscienze – ha detto papa Francesco quando è andato a Lampedusa – La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri”.

Ma allora viene spontaneo chiederci: “Ma che Natale celebriamo noi credenti?” Natale non è forse fare memoria di quel Bimbo che nasce sulle strade dell’Impero (“non c’era posto per lui nell’albergo”) e diventa profugo per fuggire dalle mani di Erode? Natale è la proclamazione che il Verbo si fa carne, carne di profughi, di impoveriti, di emarginati. “La carne dei profughi-ci ha ricordato papa Francesco – è la carne di Cristo”. E allora se vogliamo celebrare il Natale, sappiamo da che parte stare, con chi solidarizzare.

Ecco perché dobbiamo avere il coraggio di chiedere al governo italiano, come dono di Natale, l’abolizione delle leggi razziste emanate in questi anni dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, e il varo di una legislazione che rispetti i diritti umani e la Costituzione.

Inoltre chiediamo che in questa nuova legislazione venga introdotto il diritto all’asilo politico e allo ius soli.

E altrettanto chiediamo, come dono di Natale, ai vescovi italiani un documento che analizzi, in chiave etica, la legislazione razzista italiana e proponga le strade nuove da intraprendere per arrivare a una società multietnica e multireligiosa. Proprio per evitare quel pericolo che papa Francesco ha indicato nel suo discorso a Lampedusa: ”Siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del levita, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”.

Auguro a tutti di posare davanti al presepe dove troverete un Bimbo-profugo vegliato da una famiglia transfuga e attorniato dal bue e dall’asino che ci ricordano le parole del profeta Isaia:

"Il bue conosce il proprietario
e l’asino la greppia del padrone,
ma il mio popolo non comprende".

Alex Zanotelli

Alex Zanotelli, missionario comboniano, è stato a lungo direttore della rivista Nigrizia prima di vivere per oltre dieci anni in una delle baraccopoli più grandi del mondo, Korogocho, a Nairobi. Da diversi anni ha scelto di vivere in un piccolo appartamento della periferia di Napoli, ma ciò non gli ha impedito di lavorare sui temi dell’acqua, dei rifiuti, dell’antirazzismo e della nonviolenza, promuovendo reti e iniziative. Invia costantemente i suoi articoli a Comune.

Le donne al centro della resistenza

  • Dic 17, 2013
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Comune-info.net
17 12 2013

Cinquant’anni fa, Los Bañados di Asunción era una zona adibita a discarica che, con l’arrivo delle grandi piogge, il fiume Paraguay inondava fino a ridurla un pantano. Oggi ci sono strade, chiese, illuminazione pubblica, fontane, ambulatori, centri sociali e scuole. Tutto è stato costruito con il mutuo aiuto ma adesso fa gola alla speculazione immobiliare del progetto Franja Costera. A guidare la coraggiosa resistenza che mette in relazione il mondo rurale e quello urbano, non ci sono i dirigenti sindacali e le grandi organizzazioni contadine, troppo impegnati a sostenere il governo amico del vescovo Fernando Lugo fino al suo rovesciamento istituzionale. Ci sono invece due organizzazioni comunitarie composte prevalentemente da donne


di Raúl Zibechi

Silenzio e candele. Intorno a un tavolo, in una cucina aperta su un ampio cortile ornato con piante e alberi, donne di ogni età e uomini molto giovani mettono erbe in piccoli sacchetti che sigillano con il calore della fiamma. Bisbigli, risate e candele, un ambiente mistico, spirituale, per un lavoro collettivo che celebra la vita.

La sede del Coordinamento nazionale delle lavoratrici rurali e indigene (Conamuri) è un luogo tranquillo che tiene insieme il lavoro con l’intimità, come la vita contadina che in qualche modo riproduce. Le militanti stanno preparando il cibo per la fiera e le produzioni agricole ecologiche, Jakaru Porã Haguã ( “Perchè si possa mangiare bene” in lingua guaraní ), che piccoli produttori e produttrici di varie zone organizzano al centro di Asunción. Il tempo di lavoro è segnato da pause e interruzioni, con racconti, opinioni, sguardi e silenzi. Dal cerchio emana un’energia che induce ad inserirsi. “Le donne possiedono l’8 per cento della terra ma producono l’80 per cento degli alimenti e sono quelle che soffrono maggiormente la fame” si legge su un cartello.

La casa di Maria ha un ampio spazio dove prima allevava maiali, una delle principali attività a “Los Bañados”, la zona della capitale soggetta a inondazioni nella quale tre generazioni hanno strappato progressivamente spazio al fiume, sfidando i frequenti straripamenti. Ci offrono acqua fresca e vengono sistemate le sedie su cui prendono posto comodamente le donne del quartiere. Tra loro Carmen, fondatrice del Coordinamento difesa comunitaria (Codeco) e Patricio l’unico uomo del gruppo. Dopo un po’ cominciano a discutere sulle novità de “Los Bañados”, in particolare delle temute opere del progetto Franja Costera, che minaccia di “urbanizzare” un quartiere di 150 mila abitanti che, grazie al lavoro dei residenti, oggi è diventato appetibile per la speculazione immobiliare. L’ultima inondazione, due mesi fa, ha offerto il pretesto alle autorità per replicare la minaccia di sgomberare migliaia di abitazioni. Maria segnala che la strada in cui abita, sarebbe il limite tracciato dal municipio per espellere e demolire. Le due organizzazioni, quella rurale composta da campesinas e indigene e quella urbana, formata dai settori popolari di Asunción, sono molto diverse, ma hanno vari aspetti in comune: la vocazione alla resistenza comunitaria nei confronti dell’attacco del capitale sulle loro vite (si legga: soia e prodotti chimici tossici in agricoltura o speculazione immobiliare), l’essere composte prevalentemente da donne e disposte alla collaborazione con giovani uomini.

La relazione tra città e campagne

“Con la fiera cerchiamo di stabilire un rapporto tra la città e la campagna”, risuona una voce dal circolo. “Attraverso il nostro cibo e gli alimenti organici torniamo a mettere in relazione il mondo rurale e quello urbano, un vincolo che l’avanzata della speculazione economica in agricoltura sta distruggendo”. La popolazione rurale supera il 40 per cento malgrado l’incontenibile espansione delle coltivazioni di soia che hanno espulso, dal 1989, quando cadde la dittatura di Alfredo Stroessner, una parte considerevole dei contadini dalle loro terre: nel decennio degli anni Ottanta, il 60 per cento della popolazione paraguaiana viveva in campagna. I governi successivi, compreso quello del progressista Fernando Lugo (2008-2012) hanno destinato il 70 per cento del bilancio riservato all’agricoltura al sostegno dei grandi esportatori agricoli.

I nuclei familiari agricoli ricevono solo il 5 per cento della spesa pubblica e solo il 15 per cento delle famiglie ha accesso al credito. Quindici organizzazioni contadine e sociali hanno lanciato una campagna contro la Monsanto, nella giornata mondiale dell’alimentazione, durante l’incontro “Heñoi Jey Paraguay” (Crescita del nuovo Paraguay). Dalla caduta di Lugo, nel giugno del 2012, sono stati autorizzate sette nuove colture geneticamente modificate. Le grandi organizzazioni contadine sono molto indebolite e la loro capacità di coinvolgimento è minima. “L’egemonia dei vecchi movimenti contadini è finita”, dice Perla, da un angolo dando l’avvio agli interventi. “Noi invece non ci indeboliamo perchè ci leghiamo al nuovo che nasce nelle città, come le fiere, e perchè abbiamo tra di noi i giovani”, aggiunge Maria. Interviene Carina: “ Le nostre dirigenti non litigano per le cariche o per danaro, sono sincere”. Ancora Maria: “Non vendiamo le donne, non facciamo patti, non andiamo a negoziare, non ci vendiamo”. E perchè non rimangano dubbi conclude “Siamo l’organizzazione che ha meno progetti con lo Stato” Di nuovo Carina: “L’avere realmente conoscenze e chiarezza dà il potere di fare”. Nell’aria fluttua la critica a dirigenze che nessuno nomina, forse per il dispiacere subito o perchè comunque continuano a essere compagni. Ña Cefe (Donna Ceferina), fondatrice del Conamuri, riflette con grande serenità “Ci vuole un vizio per saper negoziare, quelli che lo fanno, poi escono con la valigetta piena”.

z2Pian piano il panorama si chiarisce: molti dirigenti contadini e sindacali hanno rivestito incarichi di fiducia nel governo Lugo e hanno abbandonato la base. Loro non lo hanno fatto. E il non essersi “vendute” le ha legittimate e le ha poste al centro della resistenza al modello incarnato dal presidente del Partito Colorado Horacio Cartese. “ La sinistra in Paraguay ha il fiato molto corto” riflette Alicia. “È segnata da molti intrighi, c’è molto autoritarismo e ci sono molti vizi del capitale. Vizi della destra all’interno della sinistra”. La giovane dirigente del Conamuri fa un esempio: i partiti, come il Frente Guasù, che raggruppa la maggior parte della sinistra, hanno smesso di essere spazi di rappresentanza dei movimenti. “L’unica cosa a cui si pensava lì era il potere e a chi sarebbe stato candidato o candidata”.

Nell’analisi di Alicia, la siccità ha colpito migliaia di contadini, che sono stati costretti a emigrare, sono sparite intere comunità, dice, al punto che “non c’era nulla da mangiare nelle campagne”. Lugo non ha mai concesso loro udienza, ma lo stesso ha fatto il Frente Guasù. Il 6 maggio, un mese prima del golpe parlamentare, i movimenti hanno attaccato il Frente in un comunicato, affermando che si comportava peggio della destra. Lugo e la sinistra erano isolati dai movimenti. “e in questa situazione è arrivato il golpe”.

Le donne del Conamuri hanno definito un’analisi della realtà sociale e politica, che comprende una precisa autocritica delle organizzazioni contadine. Tra le 23 organizzazioni e movimenti sociali i cui rappresentanti sono stati intervistati, nel libro “Golpe a la democracia”, risalta l’analisi delle donne perchè non si limita a bollare la destra golpista e i grandi proprietari terrieri, ma affronta i problemi e le deformazioni nel campo popolare.

Resistere alla speculazione immobiliare

Dalla sua sedia, Maria non nasconde l’indignazione. Le opere del megaprogetto Franja Costera avanzano inarrestabili. Sono già stati costruiti il Parque del Bicentenario e la Avenida Costanera, anche se pochi sembrano capire il rapporto tra le opere di urbanizzazione e la maggiore inondazione degli ultimi decenni. La sua casa è al limite delle aree che saranno sgomberate per “urbanizzare” Los Bañados. Le aree umide tra la città ufficiale e il fiume Paraguay furono popolate a partire dagli anni Cinquanta da contadini espulsi dall’espansione dell’allevamento. Sono le zone di Asunciòn, soggette alle inondazioni, quelle in cui vivono 150 mila persone, tra il 15 e il 20 per cento degli abitanti della capitale. Il 60 per cento ha meno di 20 anni, l’85 è insediato in terreni di proprietà pubblica e solo il 15 ha un titolo di proprietà. Tutto quello che esiste nei quartieri di Los Bañados, strade, chiese, illuminazione pubblica, fontane, ambulatori, centri sociali e scuole è stato costruito sulla base del mutuo aiuto. Per sistemare i quartieri “è stato necessario organizzare molte fiere alimentari, molte lotterie, feste del pollo o degli spaghetti, sono stati messi in piedi numerosi tornei e collette”.

Nelle mappe ufficiali non compaiono queste 17 mila famiglie, ma spiccano le opere in fase di realizzazione. Dal 2007, nel fuoco dell’espansione del modello finanziario che nelle campagne si traduce in monocolture e nelle città in speculazione immobiliaria, è riemerso un vecchio progetto che gli abitanti ancora non conoscono nella sua interezza, e di cui si stanno rendendo conto mano a mano che i lavori avanzano. Franja Costera propone di “recuperare” 1000 ettari della zona del Bañado Nord e altrettanti in quella del Sud. In quest’ultima si propone la creazione di un parco industriale e la costruzione di un nuovo porto. Nella area Nord intendono riempire una metà con “investimenti privati” che comprendono 82 ettari per un campo di golf con relativo resort, 20 ettari per un parco telematico, 22 per un centro congressi e 113 ettari destinati ad aree residenziali. Ci sono poi i 500 ettari della riserva ecologica, decisa alle spalle della popolazione, perchè lì sostano gli uccelli migratori provenienti dal Canada. La riserva circonda l’esclusivo Club Mbiguà. Il Parco del Bicentenario era stato inaugurato durante il governo di Lugo e, nel 2012, era stata la volta della Avenida Costanera, quattro carreggiate su un gigantesco terrapieno sulla riva del fiume, diversi metri sopra le case più povere della città. Gli abitanti danno fastidio. Quando la municipalità consegnò 22 ettari all’impresa che doveva realizzare i servizi sanitari, considerò che in quell’area vi erano solo sette famiglie, ignorando che in realtà si trattava di 420 famiglie residenti lì da più di venti anni.

Si tratta di investimenti immobiliari di lusso come il Centro di eventi Talleyrand Costanera o il Complesso Barrail, torri per uffici e residenze, banche, supermercati e ogni genere di negozi con l’ulteriore attrattiva della vista della baia. Insomma, la speculazione urbanistica dà l’assalto a Los Bañados, mettendo a serio rischio il futuro dei suoi abitanti. “Dove andremo? Abbiamo trascorso qui tutta la vita” sbotta Maria. Carmen, Ada e Patricio manifestano la stessa convinzione. Il Codeco è nato 12 anni fa, legato al lavoro locale della chiesa di base diretta dai gesuiti di Fey y Alegria. È lì che si sono formati Carmen e una parte dei residenti che hanno lavorato per migliorare il quartiere e che ora lottano per non essere trasferiti. “ La grande avanzata delle opere della Franja è avvenuta durante il governo Lugo; poichè era un ‘governo amico’ la gente aveva abbassato la guardia”, dice una delle abitanti. Il Codeco organizza undici quartieri, ognuno con la sua commissione di cittadini residenti che si considerano comunità, e l’associazione dei riciclatori che conta 50 soci e socie che oggi lavorano con motofurgoni. Il coordinamento abbraccia tra le sei e le sette mila famiglie e, come sostiene Ada, le donne sono quelle che sostengono tanto l’organizzazione come le loro famiglie”.

Delle trenta persone che formano il nucleo del coordinamento, 26 sono donne e si riuniscono tutte le settimane oltre a tenere le loro riunioni nei quartieri e con la amministrazione. “Vi è una relazione tra il sostenere la famiglia e il sostenere la lotta e la organizzazione” riflette Ada. Loro sono impegnate nel riciclaggio dei rifiuti, lavoro cui collabora tutta la famiglia, e sono sempre loro a curare gli animali domestici, ricavano cibo per i maiali e vendono il cartone riciclato. “Gli uomini sono più distanti dalla vita comunitaria, preferiscono lavorare fuori dal quartiere come guardiamacchine o in edilizia, mentre le donne si occupano dei figli che lavorano insieme ai padri dopo la scuola”.

Scommettere su una nuova cultura politica

“Quando abbiamo cominciato a lavorare con gli uomini è stato molto complicato” dice Perla. “Per questo lavoriamo solo con uomini giovani”. La decisione risponde alla “speranza riposta nella possibilità che questi processi producano nuove relazioni di genere ed è tra la gioventù che esse vanno costruite”. Perla sostiene che “ le metodologie con la gioventù sono più empiriche, come i campeggi, gli scambi, le pratiche” ed è nella convivenza quotidiana che salta fuori quello che si è imparato. Le militanti del Conamuri sostengono un “femminismo popolare e contadino” su cui lavorano intensamente nei loro corsi interni, in particolare nei Corsi di formazione per le Pytyvõhára (facilitatrici o educatrici). Nei quaderni di formazione sostengono che il genere è una costruzione storica “che comprende donne, uomini e i diversi orientamenti sessuali, per questo parliamo di generi al plurale”.


Le donne del Conamuri non lottano contro gli uomini ma contro il patriarcato e si autodefiniscono “anticapitaliste, antipatriarcali e socialiste”. Propongono la costruzione di nuove relazioni tra donne e uomini, la democratizzazione del lavoro domestico, la partecipazione negli spazi di potere e di assunzione delle decisioni e, infine, “la crescita nella nostra autonomia individuale, economica e politica per poter assumere le nostre decisioni”. L’auto-educazione, l’auto-cura e l’auto-stima alimentano l’orgoglio per l’organizzazione delle donne che appartengono al Conamuri. Questa forza ha consentito loro di superare “le campagne di altre organizzazioni contro Conamuri”, come dice una delle donne mentre pone le foglie nei sacchetti nella cucina dell’organizzazione. Perla va più in là: “ Da quando abbiamo inserito i ragazzi, li discriminano, dicono loro che vanno al Conamuri perchè non hanno la stoffa per essere dirigenti”. Un paio di ragazzi muovono la testa assentendo. “Nelle grandi organizzazioni non consentono la partecipazione ai giovani e stiamo verificando che nel Conamuri non decidono in due o tre persone, ma tutte quante insieme”, dice uno di loro. Ña Cefe ricorda che gli stessi “vecchi maschi” che comandano nelle organizzazioni si prendevano gioco di loro, nel 1998, quando si separarono per costituire il Conamuri. “ Che cosa vanno a fare queste vecchie incazzate”, dicevano. Perla ricorda che gli attacchi violenti che subirono le costrinse ad uscire dal Movimiento Campesino Paraguayo (Mcp). “Non siamo contro gli uomini, vogliamo procedere insieme. Con Lugo tutti i dirigenti contadini si candidarono, si scontrarono tra di loro per gli incarichi di responsabilità e persero le loro basi”, insiste Ña Cefe. “ La stessa dirigenza andò in crisi per aver dato una lettura molto superficiale del governo progressista.

Oggi il movimento contadino non è più egemonico, mentre la dirigenza ha perso il controllo della base e la capacità di analisi”, riflette Perla. Tra i movimenti paraguaiani predomina un clima di confusione e disarticolazione, di crisi e incertezza, in uno scenario dominato dall’avanzata travolgente della destra, con progetti di privatizzazioni, che favorisce ancor più i grandi proprietari rurali e i grandi speculatori immobiliari. Predomina anche la sensazione che qualcosa si sia esaurito, che non si può andare avanti continuando sulla strada che ha mostrato tanti limiti. Codeco scommette sui giovani.

Nel 2012 hanno organizzato un corso di comunicazione radiofonica approfittando del fatto che la parrocchia del quartiere aveva messo a loro disposizione la radio comunitaria. Al corso hanno partecipato 30 ragazzi e ragazze e alla fine del corso 10 di loro hanno iniziato un programma radiofonico con l’aiuto di una donna dell’organizzazione.“Di solito si tratta di figlie di figlie di persone del Codeco. Alcuni partecipavano insieme alle madri alle riunioni e alle attività. Sono amici tra loro e, siccome tutti lavorano, non hanno problemi ad assumere responsabilità” spiega Ada.

L’esperienza del Conamuri, anche se sono organizzazioni ben distinte, è simile. L’ingresso massiccio di donne giovani e provenienti dalla base, di ragazzi, spesso figli di militanti, sta determinando un cambiamento profondo nella cultura politica. In pochi anni si è realizzato un “esercizio di distribuzione del potere” , attraverso un percorso di discussioni e crescita delle competenze interne organizzato da loro stesse a partire dalla storia del Paraguay, delle lotte contadine, della dittatura. Inoltre le donne lavorano con grande impegno in famiglia, con figlie e figli, ma anche con i loro compagni, e a volte si determinano delle rotture. Magui Balbuena, fondatrice e referente del Conamuri mi ha spiegato anni fa che stava lasciando il ruolo centrale che aveva rivestito nell’organizzazione. Sua figlia Martha mi anticipò che stavano cominciando ad inserire dei ragazzi.

C’è qualcosa nelle organizzazioni in cui predominano donne e giovani che le rende diverse. Non a caso la metà degli zapatisti ha meno di 20 anni e moltissime sono le donne. Sono i settori meno inquinati dalla cultura politica egemonica. A Los Bañados hanno affrontato una condizione conflittuale con un ragazzo dell’organizzazione e la stanno superando sulla base di un processo di critica, autocritica e fiducia reciproca. Si governa il conflitto in maniera diversa “assumendo le differenze con l’altro”. L’esperienza del Conamuri “è grandiosa” dice una donna che lavora con un gruppo di altre donne. “Si auto-regolano, si auto-controllano, in maniera educativa, senza aggressività, ma con senso di responsabilità e impegno. Anche se fa male, noi le cose le diciamo in faccia”.

Fiducia, verità e spirito comunitario fanno sì che i conflitti non dividano. “Non si nascondono le critiche perchè se lo si fa, poi esplodono e rompono tutto”. Non c’è un tempo dettato dall’orologio, ma ci sono i tempi di ciascuna persona. Una volta o l’altra, bisognerà dare un nome a questa nuova cultura politica che comincia a farsi strada negli spazi dove l’individualismo e il machismo sono sotto controllo. Per adesso, è sufficiente riconoscere che alcuni movimenti, non istituzionalizzati, con forti legami con le basi, comunitari e con modalità di lavoro molto orizzontali, stanno rinnovando la cultura politica. Un passo indispensabile per raddoppiare le resistenze.

 

Questo reportage è uscito anche sul sito del Programa de las Américas

Traduzione per Comune-info: Massimo Angrisano

Bañados de Asunción: La potencia de la comunidad di Raul Zibechi (2008)

 

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo. In Italia ha collaborato per dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. Il suo ultimo volume è uscito per ora in Messico, Cile e Colombia ed è intitolato Brasil potencia. 

La cultura dello stupro

  • Gen 25, 2013
  • Pubblicato in COMUNE INFO
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Comune INFO
25 01 2013

Lo stupro di gruppo a Delhi e l’aumento dei crimini contro le donne in India hanno una connessione con lo sviluppo di politiche economiche violente ed inique. Una società fondata sulla crescita, spiega Vandana Shiva, compie una prima violenza contro le donne nascondendo una parte imporante del loro fare sociale, a cominciare dalla produzione di sussistenza, considerata una «non produzione». Inoltre, il modello economico originato dal patriarcato capitalista è basato sulla mercificazione di tutto, comprese le donne. Tuttavia, avverte Shiva, quanto accaduto ha scatenato una rivoluzione sociale

Vandana Shiva

La coraggiosa vittima di uno stupro di gruppo a Delhi ha esalato l’ultimo respiro il 30 dicembre 2012. Questo articolo è dedicato a lei e alle altre vittime della violenza contro le donne.

La violenza contro le donne è vecchia quanto il patriarcato. Si è tuttavia intensificata divenendo più pervasiva nel recente passato. Ha assunto forme più brutali, come dimostrano la morte della vittima di Delhi e il suicidio della diciasettenne vittima di stupro a Chandigarh.

I casi di stupro e di violenza contro le donne sono aumentati negli anni. Il National Crime Records Bureau (Ncrb) evidenzia come i 10.068 casi del 1990 siano diventati 16.496 nel 2000. I 24.206 casi nel 2011 testimoniano uno spaventoso aumento del 873% rispetto al 1971, anno in cui il Ncrb ha iniziato a registrare i casi di stupro. Ed è New Delhi, dove avvengono il 25% dei episodi, la “capitale” indiana degli stupri.

Il movimento nato per fermare questa violenza deve essere sostenuto finché non sarà fatta giustizia per ognuna delle nostre figlie e sorelle che sono state violentate.

E mentre intensifichiamo la nostra battaglia per la giustizia per le donne, dobbiamo anche chiederci perchè i casi di stupro siano aumentati del 240% dal 1990, quando sono state introdotte le attuali politiche economiche. Dobbiamo esaminare le radici del crescere della violenza contro le donne.

Potrebbe esserci una connessione tra lo sviluppo di politiche economiche violente, ingiuste ed inique, imposte in modo non democratico e l’aumento di crimini contro le donne?

Io ritengo di sì.

I contributi delle donne

Un modello economico focalizzato in modo miope sulla “crescita” compie innanzitutto un atto di violenza contro le donne disconoscendone il contributo economico.

Più il governo parla fino alla nausea di “crescita inclusiva” e di “inclusione finanziaria”, meno riconosce i contributi delle donne all’economia e alla società. Nei modelli economici patriarcali, la produzione di sussistenza è considerata una “non produzione”. La trasformazione del valore in non-valore, del lavoro in non-lavoro, della conoscenza in non-conoscenza è raggiunta attraverso il più potente numero che regola le nostre vite: il patriarcale costrutto teorico chiamato Gdp – Gross Domestic Product (in italiano Pil, Prodotto Interno Lordo, ndt), che alcuni autori hanno iniziato a chiamare Gross Domestic Problem (Problema Domestico Lordo, ndt).

I sistemi di contabilità nazionale, usati per calcolare la crescita in funzione del Gdp, sono basati sull’assunto per il quale se i produttori consumano ciò che producono, di fatto non producono nulla, poiché rimangono fuori dalla frontiera delle possibilità produttive.

La frontiera delle possibilità produttive è una creazione politica che, con il suo funzionamento, esclude i cicli di produzione rigenerativi e rinnovabili. Quindi, tutte le donne che producono per le loro famiglie, per i loro figli, per la loro comunità e per la loro società sono trattate come “non-produttive” ed “economicamente” inattive. Quando le economie sono confinate allo spazio del mercato, l’autosufficienza economica è percepita come un’insufficienza economica. La svalutazione del lavoro femminile, e del lavoro svolto nelle economie di sussistenza del sud del mondo, è il risultato naturale di una frontiera delle possibilità produttive costruita dal patriarcato capitalista.

Per limitarsi ai valori dell’economia di mercato, come definiti dal patriarcato capitalista, la frontiera delle possibilità produttive ignora il valore economico di due economie vitali che sono necessarie per la sopravvivenza dell’umanità e dell’ambiente: l’economia della natura e l’economia di sussistenza. Nell’economia della natura e nell’economia di sussistenza, il valore economico misura quanto la vita del pianeta e quella dell’umanità siano protette. La loro valuta sono processi che danno vita, non la liquidità o il prezzo di mercato.

In secondo luogo, un modello di patriarcato capitalista che non riconosce il lavoro compiuto dalle donne e la loro creazione di ricchezza accuisce la violenza rendendo inacessibile i mezzi di sostentamento alle donne e alienando loro le risorse naturali su cui basano il sostentamento: la loro terra, le loro foreste, la loro acqua, i loro semi e la biodiversità. Le riforme economiche basate sull’idea di una crescita illimitata in un mondo limitato possono mantenersi solo attraverso il furto delle risorse del debole da parte del potente. Il furto di risorse, essenziale per la “crescita”, crea una cultura dello stupro: lo stupro della terra, delle economie locali autosostenibili, lo stupro delle donne. L’unico senso in cui questa “crescita” può essere “inclusiva” è quello dell’inclusione di un numero sempre più ampio di persone nel circolo della violenza.

Ho più volte sostenuto che lo stupro della Terra e lo stupro delle donna sono intimamente connessi, sia metaforicamente nel modo di cui si costruisce la visione del mondo, sia materialmente nel modo in cui si costruiscono le vite quotidiane delle donne. La crescente vulnerabilità economica delle donne le rende più esposte a tutte le forme di violenza, inclusa quella sessuale, come abbiamo scoperto durante una serie di audizioni pubbliche sull’impatto delle riforme economiche sulle donne, organizzate dalla National Commission on Women and the Research Foundation for Science, Technology and Ecology.

Sovversione della democrazia

Terzo, le riforme economiche hanno portato a sovvertire la democrazia e privatizzare il governo. I sistemi economici influenzano quelli politici. Il governo parla di riforme economiche come se queste non avessero niente a che fare con la politica e il potere. Dicono che la politica deve restare fuori dall’economia anche mentre impongono un determinato modello economico espressione della politica di un certo genere e di una certa classe sociale. Le riforme neoliberiste sono contro la democrazia. (…) Le riforme dettate dalle grandi aziende fanno convergere potere economico e politico, che rende più profonde le disuguaglianze e il crescente divario tra i politici e il volere di quel popolo che dovrebbero rappresentare. Tutto ciò porta alla separazione tra i politici e il popolo che abbiamo sperimentato in occasione delle proteste che sono cresciute a partire dallo stupro di gruppo di Delhi.

“Un’economia della mercificazione crea una cultura della mercificazione, dove ogni cosa ha un prezzo e nulla ha valore”.

Peggio ancora, una classe politica alienata è spaventata dai suoi stessi cittadini. Questo spiega il crescente uso della polizia per reprimere manifestazioni di cittadini non-violenti, com’è accaduto a New Delhi. O come dimostrano le torture subite da Soni Sori a Bastar o l’arresto di Dayamani Barla a Jharkhand (si tratta di due attiviste arrestate nell’ultimo anno e mezzo, NdT). O le centinaia di casi di violenza contro le comunità che lottano contro la centrale nucleare di Kudankulam. Uno stato aziendalista e privatizzato si trasforma rapidamente in uno stato di polizia.

Questo spiega perchè i politici debbano circondarsi di sistemi di sicurezza personale sempre maggiori, sviando la polizia da compiti più importanti come proteggere le donne e i cittadini comuni.

Quarto, il modello economico originato dal patriarcato capitalista, è basato sulla mercificazione di tutto, comprese le donne. Quando abbiamo bloccato il vertice del WTO a Seattle, il nostro slogan era “Il nostro mondo non è in vendita”.

Un’economia della deregolamentazione del commercio, della privatizzazione e della mercificazione delle sementi e del cibo, della terra e dell’acqua, delle donne e dei bambini – causata dalle liberalizzazioni economiche, dallo svilimento dei valori sociali – rafforza il patriarcato e intensifica la violenza contro le donne.

I sistemi economici influenzano la cultura e i valori sociali. Un’economia della mercificazione crea una cultura della mercificazione in cui tutto ha un prezzo e nulla ha valore.

La crescente cultura dello stupro è un’esternalità sociale delle riforme economiche. Noi dobbiamo istituzionalizzare audit sociali sulle politiche neoliberiste, perchè queste sono uno strumento centrale del patriarcato dei nostri giorni. Se ci fosse un audit sociale sull’operato delle aziende del settore delle sementi, 270.000 contadini non sarebbe stati spinti al suicidio dall’introduzione delle nuove politiche economiche. Se ci fosse un audit sociale sulla privatizzazione del nostro cibo e dell’agricoltura, noi non avremmo un indiano su quattro che soffre la fame, una donna su tre malnutrita e un bambino su due rachitico e rovinato dalla denutrizione. L’India non sarebbe oggi la Repubblica della Fame, come l’ha definita il dottor Utsa Patnaik.

La vittima dello stupro di gruppo di Delhi ha scatenato una rivoluzione sociale. Dobbiamo sostenere, rafforzare, espandere questa rivoluzione. Dobbiamo chiedere e ottenere giustizia veloce e reale per le donne. Dobbiamo chiedere corti con accesso prioritario per i processi contro la violenza contro le donne. Dobbiamo accertarci che le leggi cambino e tutelino maggiormente le vittime di violenze sessuale. Dobbiamo portare avanti la richiesta di creare un elenco dei politici che hanno precedenti penali.

E mentre facciamo tutto ciò, dobbiamo cambiare il paradigma dominante che ci è stato imposto nel nome della “crescita” e alimenta l’incremento dei crimini contro le donne. Porre fine alla violenza contro le donne significa anche superare l’economia violenta creata dal patriarcato capitalista a favore di economie pacifiche e non violente che rispettano le donne e la Terra.

 

Articolo tradotto da Alice Eugenia Graziano per Ilcorsaro.info. Fonte originale Onebillionrising.org

Genova 2001, nomi e cognomi

  • Nov 30, -0001
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Comune Info
12 07 2012


I commenti che sta suscitando la sentenza della cassazione sulla Diaz dimostrano almeno un fatto: il G8 di Genova non si può derubricare a una questione giudiziaria. Ma ora che lo stanno scrivendo anche i maggiori quotidiani italiani c’è un rischio: quello di dare le risposte sbagliate alle tante domande che si stanno ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica. E allora tanto vale chiarirne qualcuna e usare nomi e cognomi.

Intanto sulla famigerata commissione d’inchiesta bocciata durante il governo Prodi. Fu discussa e votata dalla commissione Affari costituzionali il 30 ottobre del 2007. Non passò perché dei 45 membri presenti, votarono in 44: 22 a favore e 22 contro. E dalla maggioranza si sfilarono i radicali e socialisti Cinzia Dato e Angelo Piazza (assenti, ma non rimpiazzati), Carlo Costantini dell’Idv che votò no come Francesco Adenti (Udeur). L’altro Idv Massimo Donadi era assente. Di Pietro giustificò questo voto dicendo che era una commissione a senso unico contro la polizia, Mastella perché non l’aveva visto nel programma dell’Unione (falso: era a pagina 77).

Quello che nessun commentatore ha sottolineato è che la differenza la fece il non voto del presidente della commissione: Luciano Violante, allora democratici di sinistra ora Pd. Del resto cosa ne pensasse l’ex presidente della camera era scritto nero su bianco in una intervista a La Stampa del 23 Giugno 2007 nel quale si dichiarava personalmente contrario. E il motivo lo ha spiegato l’editoriale del 9 luglio di Marco Menduni su Il Secolo XIX, unico quotidiano a scriverlo oltre al manifesto. Quella commissione rischiava di mettere in imbarazzo sia il governo di destra che l’opposizione di centrosinistra. Questo perché il G8 a Genova fu deciso sotto il governo D’Alema e gestito dal governo Amato che nominò De Gennaro capo della polizia il 26 maggio del 2000. Il governo Amato ero lo stesso che gestì l’ordine durante il global forum di Napoli (che anticipò quello che avvenne dopo a Genova). Insomma non è solo la destra a dover dare risposte, come chiede Concita De Gregorio su Repubblica. Che poi da quelle parti ci siano state altre connivenze è poco ma sicuro.

Uno dei deputati più attivi al G8 fu Filippo Ascierto, ex carabinieri, ovviamente di Alleanza nazionale. Il 5 giugno del 2001 intervistato da Repubblica disse, riferendosi ai manifestanti che stavano preparando il contro vertice di Genova: «Non dormano tranquilli perché noi li andremo a prendere uno per uno». Quando il giornalista chiese a chi si riferisse con il «noi» aggiunse «ho detto andremo perché mi sento ancora un carabiniere». E ancora, è noto che Fini, allora vicepresidente del consiglio, fu personalmente presente a Forte San Giuliano, nella sede operativa dei Carabinieri. Lui disse per portare un saluto istituzionale, peccato che si durò dalle 10 alle 16,30.

E tutto questo fu accertato in una sede istituzionale. Già perché prima della commissione d’inchiesta mai nata ci fu una commissione di indagine con tre relazioni finali (una di maggioranza, una di centrosinistra ed una di rifondazione) che a rileggerle oggi contenevano già tutti gli elementi per farsi un’idea di quello che era accaduto facendo delle proposte. Per esempio in quella di Mascia (Prc) si prendeva atto dell’impossibilità di riconoscere gli operatori di polizia in piazza chiedendo l’introduzione di codici identificativi. Cosa che è passata nel dimenticatoio.

Per l’opposizione della destra? Difficile crederlo visto che Claudio Giardullo, il segretario del Silp, sindacato di polizia vicino alla Cgil, intervistato l’anno scorso dal manifesto si dichiarava contrario a questo provvedimento («aumenta il rischio del singolo operatore») e perfino all’introduzione del reato di tortura («un messaggio di sfiducia per la polizia»), mentre più di recente Giuseppe Corrado del Sap (vicino alla destra) dichiarava a La Stampa «se lo Stato decidesse in questo senso non ci opporremo in nessun caso». E a proposito del reato di tortura, fu discusso in parlamento nel 2004 con una proposta bipartisan, ma poi si preferì non fare nulla visto che fu approvato a maggioranza un emendamento dell’onorevole Carolina Lussana, della Lega, che definiva tortura solo il comportamento reiterato con il paradosso che che se fosse stato fatto una solva volta o più volte nei confronti di più persone non susisterebbe.

Oggi diverse proposte giaciono nei cassetti e del resto cosa ne pensasse uno dei massimi esponenti della Lega fu chiaro nel 2008 quando Repubblica intervistò Roberto Castelli, all’epoca di Genova ministro della giustizia in visita al carcere di Bolzaneto, disse che tenere in piedi le persone per ore non era tortura: perché «i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi». Per fortuna si può ancora sostenere l’appello sul sito di Amnesty international. Eppure quella non è stata l’unica voce isolata in tutto questo tempo.

Il Comitato Verità e Giustizia che oggi chiede le dimissioni di Manganelli e De Gennaro aveva chiesto tutte queste cose sia al presidente della Repubblica Napolitano che ai segretari del centrosinistra Bersani, Di Pietro, Bonelli e Vendola. Risposte? Nessuna. Eppure perfino il procuratore generale di Genova, Luciano Di Noto, aveva chiesto a suo tempo scuse e dimissioni per una situazione che non è certo circoscritta solo alla vicenda Diaz. Uno degli avvocati delle parti civili al processo Diaz, Emanuele Tambuscio, ha calcolato che ci sono altre 9 condanne nella polizia passate in giudicato per falso e calunnia, mentre su altri processi che sono in corso o devono partire incombe la prescrizione.

Se su tutti questi fatti oggi abbiamo un po’ di verità non è certo per la maggioranza dei media nazionali che oggi si stracciano le vesti sulle responsabilità della politica. Se i processi sono andati in un certo modo è stato grazie al lavoro di decine di attivisti che con il lavoro del supporto legale hanno fornito materiali audio video agli avvocati delle parti civili e alla magistratura. Oggi tutti quei materiali sono fruibili in rete e hanno smentito tutte le ricostruzioni più mistificatorie sentite in questi anni. Della Diaz abbiamo delle immagini grazie al fatto che le videocamere di Indymedia erano posizione nel palazzo di fronte ed hanno potuto riprendere la scena dell’irruzione che ha smentito le ricostruzioni della polizia (il Tg5 di Mentana lo mandò in onda qualche tempo dopo oscurando il logo del network).

Filmati, foto e testimonianze di giornalisti freelance sono stati il racconto in presa diretta che ha prodotto decine di video e di libri ben prima del film Diaz di Vicari e Procacci alimentando un dibattito nel paese taciuto dai tv e giornali se non per qualche cronaca locale che non ha mai raggiunto le prime pagine fino ad oggi. Molte delle informazioni raccolte qui provengono da libri come “Genova nome per nome” di Carlo Gubitosa o “L’eclisse della democrazia” di Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto che non hanno trovato spazio su giornali blasonati né in trasmisioni come quelle di Fazio, Dandini, ecc. E invece continua l’abitudine, tutta italiana, di riportare commenti piuttosto che fatti.

Eppure, anche in queste ore, sarebbe stato troppo chiedere ai giornalisti che ne hanno riportato le parole di Paola Severino, ministro della giustizia, e quelle di Luigi Li Gotti, parlamentare Idv, sulla professionalità dei condannati di spiegare anche sono stati avvocati difensori rispettivamente di Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri?

Genova non è finita. Venerdì 13 ci sarà la sentenza per 10 ragazzi che rischiano 100 anni di pena complessivamente in un processo che forse qualcuno vorrebbe far diventare una specie di secondo tempo con pareggio per la vicenda Diaz. Una concezione indecente per chiunque sostenga in buona fede le ragioni dello stato di diritto. In questi giorni un altro tema è stato la richiesta di scuse da parte delle istituzioni. Giuste, certo, ma accettarle o meno riguarda un piano umano ed emotivo che avrebbe meritato parole migliori e gesti più concreti che non si sono visti in questi 11 anni.

Alle istituzioni, invece, bisognerà porre un’altra domanda: «Come si potrà evitare altri episodi come Genova per il futuro?». Oggi che la verità ottenuta con il sacrificio di tante persone è diventata anche un pezzo di giustizia, gran parte delle possibilità di trovare risposte dipenderanno dalla capacità di chiedere conto del proprio operato a chi in quei giorni aveva incarichi di responsabilità, a chi ha taciuto pur sapendo e a chi sta ancora tacendo. Non generiche responsabilità politiche, ma chiamandoli per nome e cognome. Altrimenti non avremo alibi se Genova sarà l’ennesima pagina nera della storia di questo paese di un libro che non si vuole chiudere.

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