×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

IL POST

E le ragazze rapite in Nigeria?

  • Mag 05, 2014
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 2241 volte
Il Post
05 05 14

Una storia enorme e poco raccontata (perché?) va avanti da tre settimane: quasi 200 ragazze sono state rapite a scuola (da chi?) e forse sono già state vendute come "spose"


Tre settimane fa, in Nigeria, un gruppo di miliziani armati ha rapito circa 230 ragazze da una scuola della città di Chibok. Si sa ancora molto poco di come sono andate le cose e soprattutto delle studentesse rapite non si sa ancora nulla. Sono circolate molte accuse al governo del paese riguardo alla gestione del caso e al suo impegno nelle ricerche, ma molte critiche sono state mosse anche alla stampa locale e internazionale che a questo fatto ha dedicato inizialmente poca attenzione e spazio: c’entrano la questione femminile e il modo in cui si trattano simili storie che accadono in paesi lontani.

Il rapimento
Nella notte tra lunedì 14 e martedì 15 aprile decine di militanti armati hanno fatto irruzione in un dormitorio di Chibok, nel nord-est della Nigeria, catturando e facendo sparire centinaia di ragazze tra i 15 e i 18 anni. I sequestratori sono arrivati sul posto con dei camion e si sono spacciati per soldati, dicendo di dover spostare le ragazze per motivi di sicurezza. Poi hanno ucciso un soldato e un agente di polizia, bruciato decine di case, rubato alcune scorte alimentari e caricato le donne sui camion scoperti. Alcune di loro sono riuscite a saltare dai veicoli in corsa e a tornare a casa, altre sono scappate nei giorni seguenti: in totale, una quarantina di loro è riuscita a salvarsi. Le ragazze ancora in mano ai sequestratori dovrebbero essere circa 190.

Si pensa che le ragazze siano tenute prigioniere nella foresta di Sambisa, nascondiglio dei militanti di Boko Haram, gruppo estremista islamico molto violento responsabile di tantissimi attentati in Nigeria. Boko Haram ha rivendicato soltanto oggi il rapimento. Le ultime notizie, riportate tra gli altri dal Washington Post, non provengono da fonti ufficiali – data la grande disorganizzazione e incompetenza dimostrata dalle istituzioni nigeriane – ma dai genitori delle studentesse, che si sono organizzati autonomamente per portare avanti le ricerche e che ogni mattina si riuniscono per fare il punto della situazione: durante uno degli ultimi incontri è stato riferito che le ragazze erano state rapite per essere ridotte in schiavitù e sono state vendute come “spose” in Ciad e Camerun per l’equivalente di 12 dollari l’una, e che una cerimonia di massa si sarebbe svolta tra sabato e domenica scorsi.

L’intervista a due studentesse che sono riuscite a scappare
Domenica 4 maggio il giornale nigeriano Sunday Punch ha pubblicato un’intervista a due giovani ragazze che sono riuscite a fuggire ai sequestratori, e che confermano la prima fase del rapimento:

    «Eravamo nel dormitorio. Uno degli uomini vestiti con una mimetica militare ci ha chiesto dove fosse la nostra sala da pranzo. Ci hanno portato dalle camere alla sala da pranzo e da lì su dei camion che sono partiti in direzione di Damboa (nello stato di Borno, nel nord-est). Tutto questo è avvenuto intorno alle 23»

    «Sono venuti nella nostra scuola e ci hanno ingannate facendoci credere di essere dei soldati. Indossavano uniformi militari e ci hanno detto di essere venuti a salvarci, poi abbiamo scoperto la verità, che erano degli insorti. Ma era già troppo tardi e non abbiamo potuto fare molto. Gridavano, erano maleducati. Ecco perché abbiamo capito che erano degli insorti. Poi hanno iniziato a sparare e hanno dato fuoco alla scuola. Hanno anche sparato agli uomini della sicurezza e alla guardia della scuola».

Le due ragazze si chiamano Amina Sawok e Thabita Walse. Hanno raccontato anche come sono riuscite a saltare giù dal camion che le trasportava:

    «La nostra macchina ha avuto un problema e hanno dovuto fermarsi. Ne ho approfittato con qualche altra ragazza per correre e nascondermi sotto i cespugli. Ho sentito parlare molto di Boko Haram, delle cose cattive che fanno e come hanno ucciso molte persone. Ho avuto paura, mi sentivo disperata. Sapevo che il loro campo sarebbe potuto essere pericoloso per me e che era meglio se fossi riuscita a scappare. Questo mi ha dato il coraggio di saltare fuori. Credevo che mi sarei fatta male solo perché era buio e non potevo sapere come orientarmi nella boscaglia.

    (…) Una di noi è saltata giù all’improvviso, altre l’hanno seguita. (…) Sto bene e sono fisicamente molto forte. Il mio unico problema è che le mie amiche sono ancora nelle mani dei terroristi».

Le ricerche
Nella storia, fin da subito, ci sono state notizie poco chiare e contraddittorie. Innanzitutto sul numero delle ragazze rapite: le autorità avevano parlato di 85 donne, ma il numero (dato poi per verosimile) è salito a 234 ed era stato riferito dai genitori delle studentesse. Subito dopo il rapimento, lo scorso 16 aprile, Chris Olukolade, portavoce dell’esercito nigeriano, aveva anche detto che tutte le ragazze tranne otto erano al sicuro; Asabe Kwambura, la preside della scuola, lo aveva smentito. Dopo il rapimento il governo aveva anche diffuso un comunicato in cui diceva di aver già salvato tutte le ragazze, ma poche ore dopo il comunicato era stato ritirato ed era stato ammesso “l’errore”.

Le operazioni di ricerca finora sono andate molto a rilento. Un portavoce del governo ha spiegato che le ricerche sono rese difficili dai bombardamenti quotidiani delle forze nigeriane nelle zone dove si ritiene che siano le ragazze, nell’ambito dei combattimenti contro Boko Haram. BBC ha anche raccontato la generale impreparazione dell’esercito del paese: i soldati avrebbero infatti a disposizione equipaggiamenti di qualità inferiore a quelli dei miliziani che dovrebbero combattere. In molti, però, hanno accusato il governo di non aver fatto abbastanza per ritrovare le ragazze.

Vista la disorganizzazione dei soccorsi ufficiali, le famiglie delle ragazze rapite si sono organizzate in modo autonomo: sono state fatte delle collette per pagare la benzina per le moto e gli uomini delle famiglie sono partiti per battute di ricerca nella foresta. Molte delle persone che hanno preso parte alle ricerche hanno detto di non aver incontrato soldati dell’esercito nigeriano nelle zone che avevano attraversato: questo sarebbe un ulteriore segnale del disinteresse del governo.

Nel frattempo, e per la prima volta dopo il rapimento, domenica 4 maggio il presidente della Nigeria Goodluck Jonathan ha parlato durante una trasmissione televisiva: ha ammesso che le forze di sicurezza nigeriane non sanno ancora dove sono detenute le ragazze e che, nonostante le ricerche da parte l’esercito e dell’aviazione, non erano state ancora trovate. Ha promesso che saranno salvate e ha chiesto la collaborazione dei genitori e delle comunità locali nelle operazioni di soccorso, dicendo che «il governo ha bisogno di assistenza». Ha negato qualsiasi negoziato per ottenere la liberazione delle ragazze e, infine, ha detto di aver chiesto aiuto agli Stati Uniti («Ho parlato con il presidente Obama almeno due volte») e a diverse altre nazioni tra cui Francia, Regno Unito e Cina.

Sempre domenica, e con notevole ritardo, il presidente nigeriano ha incontrato per la prima volta i funzionari direttamente interessati dalla vicenda del rapimento: i capi dei servizi di sicurezza, il governatore e i rappresentanti dello stato di Borno, nel nord-est, il capo della polizia di Stato e i responsabili della scuola di Chibok dove sono state rapite le ragazze. Dopo gli incontri, il governo ha annunciato l’istituzione di un comitato, presieduto da un alto generale dell’esercito, per coordinare le attività di ricerca.

Cos’è Boko Haram
Boko Haram significa “L’educazione occidentale è proibita” (anche se il significato reale di “boko” è “falso”). Il vero nome del gruppo è Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad, che in arabo sta per “Popolo impegnato nella diffusione degli insegnamenti del Profeta e della Guerra santa”. L’organizzazione è stata fondata nel 2002 dal leader Ustaz Mohammed Yusuf nello stato del Borno, dove l’islamismo è molto radicato sin dalla presa britannica del Califfato di Sokoto nel 1903, nel nord povero della Nigeria ancora oggi a maggioranza musulmana – a differenza del sud cristiano e più agiato. Ustaz Mohammed Yusuf fu ucciso il 30 luglio 2009 in un carcere di Maiduguri dopo esser stato arrestato dalle forze di sicurezza nigeriane. Secondo la versione ufficiale sarebbe morto in un tentativo di fuga, ma successive indagini hanno smentito questa ricostruzione e diversi agenti sono stati incriminati per omicidio volontario.

Boko Haram ha ucciso almeno 2.300 persone dal 2010, secondo le stime giornalistiche e i rapporti di Amnesty International. Il suo obiettivo principale è l’applicazione della sharia nell’intera Nigeria, dove in realtà già vige dal 1999 in vari stati del nord del paese. L’organizzazione vieta ogni commistione con lo stile di vita occidentale, dalla cultura all’istruzione, fino ai jeans e alle t-shirt. Mohammed Yusuf diceva addirittura che la forma sferica della Terra era un falso assunto così come il darwinismo, perché tutto questo era contrario agli insegnamenti del Corano. Il gruppo esecra ogni interpretazione considerata “deviante” del Corano e infatti, come avvenuto in diversi attentati, non si limita ad attaccare le chiese ma anche moschee “troppo moderne”. Dopo la morte di Yusuf il gruppo si è diviso in tre diverse fazioni (una di queste pare avere profondi legami con al Qaida nel Maghreb islamico) e ha aumentato decisamente la portata dei suoi attacchi, nonostante il governo nigeriano dichiari regolarmente di “avere la situazione sotto controllo”.

Lo scorso aprile c’è stata un’esplosione ad Abuja, la capitale della Nigeria, nell’area della stazione degli autobus del Nyanya Motor Park, in cui sono morte almeno 71 persone e nella stessa zona, il 2 maggio, altre 19 persone sono morte nell’esplosione di una bomba.

Il ruolo della stampa internazionale
Diversi giornali internazionali si sono occupati della vicenda del rapimento delle studentesse. In molti hanno da subito criticato l’atteggiamento e le operazioni del governo nell’affrontare le ricerche. L’inviato della BBC Will Ross a Abuja, per esempio, dice che è davvero «sorprendente» che le ragazze non possano essere trovate dato che ci sono rapporti che testimoniano il loro spostamento, molto lento, in convogli di veicoli. Questo viene dunque interpretato come il segnale che ci sono parti nel nord-est della Nigeria completamente off limits per le forze armate nigeriane.

Charlotte Alter, giornalista del Time, si spinge oltre. Non solo rivolge delle critiche al governo ma anche ai media statunitensi e internazionali in genere, dicendo che hanno in qualche modo consentito al governo di «nascondere tutto sotto il tappeto ignorando la storia per settimane». Negli ultimi tempi i giornalisti e i lettori si sono appassionati alla ricerca del volo MH370, a quella dei superstiti della Sewol naufragata in Corea del Sud, addirittura alla ricerca dei candidati alla presidenza americana per il 2016, ma non a quella delle ragazze scomparse in Nigeria.

Il rapimento, scrive Alter, è stato menzionato per la prima volta nell’edizione serale di un telegiornale americano il primo maggio, più di due settimane dopo l’attacco al dormitorio, e la storia non è mai stata sulla prima pagina dell’edizione nazionale del New York Times. L’interesse ha iniziato a crescere solo dopo la diffusione della possibile notizia che le ragazze fossero state vendute come “spose”. Secondo Alter questo deficit di attenzioni ha che fare anche una questione razziale. «Quando una ragazza bella e bionda scompare, le agenzie di stampa inviano elicotteri e giornalisti sulla scena; ma quando centinaia di ragazze nere vengono rapite in un paese lontano, si dà a malapena la notizia». Ora è però troppo tardi: «Due settimane fa le ragazze erano ancora tutte insieme, ancora in Nigeria e avrebbero potuto essere trovate». Secondo le ultime notizie, molto probabilmente non più e la colpa di questa tragedia ricade «in parte su di noi».

Nick Cohen sul Guardian fa notare anche un altro fatto: e cioè che esiste un doppio standard nel trattare, nel sottovalutare o nello scegliere le parole, con cui si raccontano le notizie da parte dei giornali e dei media occidentali. Le ragazze nigeriane rapite, vittime della schiavitù, minorenni abusate sessualmente e costrette, forse, a un matrimonio forzato, vengono infatti descritte come ragazze che sono state semplicemente “rapite”: cosa che, se dovessero essere rilasciate, farebbe di loro delle ragazze semplicemente “liberate” e, dunque, “illese”. Allo stesso modo, i responsabili del sequestro sono descritti come semplici “rapitori” e non come “schiavisti” e “stupratori”. Insomma, le parole per descrivere questi crimini in Nigeria non mancano, scrive Cohen, e «senza dubbio sarebbero stati utilizzati nel caso altamente improbabile che dei soldati occidentali avessero sequestrato e venduto delle donne». Ma così non è stato.

Cohen scrive sul Guardian che da parte di molti giornali occidentali (e anche da parte di quelli considerati storicamente “di sinistra”) c’è un atteggiamento quasi di comprensione nei confronti di Boko Haram, spesso descritto come gruppo di diseredati che si ribella alla corruzione e allo stile di vita delle élite. Il racconto della violenza viene dunque ridotto al minimo e l’islamismo interpretato come reazione (non da giustificare, ma nemmeno da demonizzare) alla corruzione locale e, in generale, all’oppressione globale portata avanti dal neoliberismo occidentale, «una di quelle etichette convenientemente vaghe che possono significare qualsiasi cosa».

Le ragazze rapite in Nigeria non sono ancora state trovate

  • Apr 30, 2014
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 1676 volte

Il Post.it
30 04 2014

Due settimane fa, in Nigeria, un gruppo di miliziani armati ha rapito circa 230 ragazze di età compresa tra i 15 e i 18 anni, da una scuola della città di Chibok. A diversi giorni di distanza dal rapimento, nonostante la questione abbia ricevuto molta attenzione dall’opinione pubblica locale e internazionale, della questione si sa ancora molto poco. Delle ragazze rapite, a parte la quarantina di loro che è riuscita a scappare subito dopo il rapimento, non si sa ancora nulla: si pensa che siano tenute prigioniere nella foresta di Sambisa, in condizione di schiavitù.

Le operazioni di ricerca finora sono andate piuttosto a rilento e, in generale, tutto è reso molto difficile dalla grande disorganizzazione delle istituzioni nigeriane: in molti hanno accusato il governo di non aver fatto abbastanza per ritrovare le circa 190 ragazze ancora in mano ai miliziani. Anche su chi siano i rapitori non c’è totale chiarezza: c’è generale accordo nell’attribuire il rapimento ai guerriglieri terroristi del gruppo islamico Boko Haram, che da molti anni organizza violenze e attentati nel paese, ma finora non c’è stata nessuna rivendicazione.

Come ha riportato NPR, la radio pubblica statunitense, vista la disorganizzazione dei soccorsi ufficiali, le famiglie delle ragazze rapite si sono organizzate autonomamente per portare avanti le ricerche: sono state organizzate collette per pagare la benzina per le moto e gli uomini delle famiglie sono partiti per battute di ricerca nella foresta. Molte delle persone che hanno preso parte alle ricerche hanno detto di non aver incontrato soldati dell’esercito nigeriano nelle zone che avevano attraversato: secondo alcuni questo potrebbe essere un ulteriore segnale del fatto che il governo non stia facendo molto per trovare le ragazze rapite. Un portavoce del governo, intanto, ha spiegato che l’amministrazione è determinata a trovare le ragazze ma che le cose sono rese difficili dai bombardamenti quotidiani dell’esercito nigeriano nelle zone dove si ritiene che siano le ragazze, nell’ambito dei combattimenti contro Boko Haram.

Anche dopo il rapimento il governo e l’esercito avevano mostrato una certa incompetenza, diffondendo un comunicato, ritirato poche ore dopo, in cui dicevano di aver già salvato tutte le ragazze rapite. BBC, inoltre, ha raccontato la generale impreparazione dell’esercito nigeriano: secondo alcuni soldati l’esercito dispone di equipaggiamenti di qualità inferiore a quelli dei miliziani che dovrebbe combattere. Secondo il Guardian, quindi, le speranze che siano i soldati dell’esercito a ritrovare le ragazze sono mal poste: la Nigeria è un paese di cui non si conosce nemmeno la popolazione esatta e in cui le istituzioni sono assolutamente irrilevanti per la vita dei suoi cittadini.

«È una cosa difficile da credere ma vera: la Nigeria è un paese “privatizzato”. Se un cittadino vuole dell’acqua si deve scavare un pozzo. Se vuole cure mediche, deve andare all’estero. Serve corrente elettrica? Comprati un generatore e del carburante. E la sicurezza? Paga il capo della polizia locale per avere qualche agente al tuo servizio o, meglio ancora, paga un’agenzia privata di sicurezza. Se vuoi una buona istruzione per i tuoi figli, spera solo di essere abbastanza ricco per poterli mandare all’estero o in una scuola privata».

Lunedì 28 aprile, comunque, il governo nigeriano ha comunicato di aver preparato un piano speciale per combattere i terroristi di Boko Haram: secondo il ministro delle finanze Okonjo-Iweala, che non ha citato dati precisi, il progetto del presidente Goodluck Jonathan prevede un aumento della spesa militare specifica per le operazioni contro Boko Haram e un programma per combattere la povertà nel nord est del paese.

L’assurda legge dell’Arizona sulla libertà religiosa

  • Feb 26, 2014
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 2154 volte

Il Post
26 02 2014

Giovedì 19 febbraio il parlamento statale dell’Arizona, a maggioranza repubblicana, ha votato a favore di una nuova contestata legge sulla libertà di religione che potrebbe permettere a chi gestisce un esercizio commerciale di non assumere o di non servire qualcuno perché gay e lesbica. Il governatore dell’Arizona, la repubblicana Jan Brewer, ha tempo fino a venerdì per decidere se firmare la legge – e quindi farla entrare in vigore – o se utilizzare il suo potere di veto; negli ultimi giorni, in molti, inclusi alcuni repubblicani che la legge l’hanno votata qualche giorno fa, hanno chiesto al governatore di bloccare la legge.

Cosa dice la nuova legge?

La nuova legge, la SB1062, ridefinisce i concetti di “persona” e “libertà religiosa” modificando una precedente legge del 1999. Con le nuove modifiche, per “persona” si intende “qualsiasi individuo, associazione, impresa, società, chiesa o altre attività commericali”; e per “libertà religiosa” si intende la “pratica e l’osservanza della religione”. L’allargamento generico delle due definizioni permetterebbe di estendere le tutele alla libertà religiosa anche alle attività commerciali. Come spiega un documento pubblicato dal Center For Arizona Policy, un think tank conservatore che ha molto sostenuto la nuova legge, queste modifiche riconoscono il diritto degli imprenditori di condurre la propria attività commerciale nel rispetto di precetti religiosi e quello dei lavoratori di non rinunciare alle proprie credenze religiose o di non violarle nell’esercizio della professione. La legge federale, invece, impone alcune limitazioni alla libertà religiosa quando il suo esercizio ha effetti discriminatori sulla popolazione.
In uno stato tradizionalmente ostile verso i gay, una delle conseguenze della nuova legge – anche se non l’unica – sarebbe la possibilità di un’ampia discriminazione: persone gay e lesbiche potrebbero vedersi negare servizi commerciali o un posto di lavoro se chi li offre affermasse che farlo costringerebbe a violare la propria fede religiosa.

La Scozia ha legalizzato i matrimoni gay

  • Feb 05, 2014
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 1961 volte

Il Post.it
05 02 2014

Martedì 4 febbraio il Parlamento della Scozia ha approvato in via definitiva l’estensione dell’stituto del matrimonio a persone dello stesso sesso, diventando il diciassettesimo paese del mondo a permettere questo tipo di unioni. Il Marriage and Civil Partnership (Scotland) bill è stato votato a larga maggioranza con 105 voti a favore, 18 contrari e nessuna astensione. Ora manca la firma della Regina, considerata una formalità: a partire dal prossimo ottobre si potranno svolgere le prime cerimonie.
La nuova norma è stata molto osteggiata dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa presbiteriana scozzese, che ha commentato l’approvazione parlando di «un duro colpo per la società». La legge permetterà comunque alle varie confessioni religiose di scegliere se celebrare o no nei loro luoghi le nozze tra persone dello stesso sesso. Le unioni civili in Scozia offrivano già dei diritti alle coppie omosessuali, ma non avevano lo stesso valore legale del matrimonio civile tra coppie eterosessuali. Ora in tre dei quattro paesi che fanno parte del Regno Unito sono stati legalizzati i matrimoni egualitari: l’Inghilterra e il Galles avevano approvato la legge lo scorso luglio e le prime cerimonie saranno celebrate il prossimo 29 marzo, mentre nessun progetto di legge è in programma nell’Irlanda del Nord.

Deconstructing il sogno e l’incubo

  • Ott 24, 2013
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 3412 volte

Intersezioni
24 10 2013

La violenza che hanno fatto a una ragazza di Modena la sapete già. E sapete già, immagino, delle deliranti parole con cui Concita De Gregorio ha voluto commentare a suo modo, dimostrando che in fatto di sessismo l’ignoranza in questo paese è enorme, e tocca anche quelle persone che per estrazione sociale, formazione politica e professione dovrebbero almeno sapere di cosa si sta parlando, e dovrebbero almeno sapere come se ne deve parlare.

Invece, come si può leggere nell’ottimo “deconstructing” di Lalla, De Gregorio non fa che collezionare luoghi comuni e stereotipi sessisti. Ricordo a tutti che sì, si chiama sessismo anche il descrivere uomini e donne in base agli stereotipi di genere e ai relativi pregiudizi; soprattutto quelli legati a una “moralità” mai ben precisata – ma sempre custodita da chi scrive, guarda caso – che è solo il rifugio nostalgico (e falso) di chi non ha i mezzi per o non vuole spiegarsi un presente che non gli aggrada.

Non sto mettendo a paragone e sullo stesso piano il linguaggio, per esempio, di un Massimo Fini con quello di Concita De Gregorio o quello di Mauro Covacich che stiamo per leggere, ma è necessario riconoscere che il sessismo non è fatto solo di violenze fisiche e insulti. Parliamo di un sistema culturale basato su un potere politico, e il condiscendente moralismo – per quanto indiretto o fatto “all’insaputa” di chi scrive, fa parte di quel sistema, perpetua quella violenza e quei pregiudizi. Quindi per me è sessismo anche quello espresso da Mauro Covacich in questo articolo. Seguiamo le sue parole.

Sembrava un sogno

Negli ultimi decenni abbiamo speso ogni nostra energia per allontanare la morale dal sesso, ora guardiamo atterriti il risultato ottenuto. [Scusi Covacich, tanto per cominciare: “noi” chi? Io non ho speso nessuna energia per fare quello che dice, credo, e ne conosco a mucchi di persone che non l’hanno fatto. Poi: che vuol dire allontanare la morale dal sesso? Non è che lei è una di quelle persone che confonde l’etica con la morale? No, perché ci sono arrivati anche su Yahoo Answers a capire la differenza. Andiamo avanti e vediamo.]

I ragazzi e le ragazze della festa di Modena dove una ragazza di 16 anni è stata violentata da suoi quasi coetanei, sono i nipoti della generazione che si è battuta per la liberazione del corpo [ah, c’è stata una generazione che si è battuta per la liberazione del corpo? Beh, deve averlo fatto molto male, altrimenti non si spiegano tutti questi stupri, ancora. O forse lei che scrive non ha idea di cosa voglia dire, liberazione del corpo?] e sono i figli della generazione che combatte ogni giorno contro un crimine che i giornali chiamano femminicidio [c’è una generazione che combatte ogni giorno il femminicidio? Covacich, la prego, ce la descriva, ce ne racconti qualcosa: io mi occupo di sessismo da anni ma non la vedo, dov’è? Chi sono?]: con ciò proporrei di escludere il deficit culturale dalla nostra discussione. [Ecco, l’unica cosa importante per comprendere tutti i fenomeni di violenza di genere, com’è ormai noto da anni, è il deficit culturale. E lui, sognando generazioni di antisessisti e di evoluti uomini ed emancipate donne, la esclude. Complimenti. Direi che la confusione tra morale ed etica mi pare il minimo, qui. E s'incomincia anche a capire chi è che sogna.]

A mancare non è la cosiddetta trasmissione di valori. [Infatti: se anche fossero valori ciò di cui stiamo parlando, quelli che mancano sono proprio loro, non la trasmissione.] Forse è accaduto qualcos’altro, qualcosa che unisce gli adolescenti ignoranti e quelli istruiti, i disinformati e quelli consapevoli, i borgatari e i rampolli dei quartieri alti. [Se non avessi escluso a priori il deficit culturale, Covacich, avresti già la risposta. Invece adesso ci delizierai con una serie di stereotipi sessisti.]

Innanzitutto l’esaltazione di una sessualità libera e senza pudore come primo elemento di affermazione sociale, per non dire di civiltà. [EH? Ma quale sarebbe la sessualità libera di cui parla? Quello che viene comunemente esaltato è roba alla Antonio Ricci, oppure pornografia commerciale più o meno soft – frutto del patriarcato più becero. Dove sarebbe la sessualità libera? E cosa c’entra il pudore, noto strumento di coercizione psicologica per un intero genere?]

Dopo duemila anni di oscurantismo cattolico, [Come dopo? Perché, è finito?] l’occidente ha spianato le pieghe che nascondevano il piacere [MAGARA (i non romani cerchino qui questa parola). L’unica cosa che l’occidente ha spianato è la rappresentazione scientifica e maschilista della meccanica sessuale, in molte varianti. Del piacere non se ne vede traccia, è ancora un grosso tabù. Parliamo di squirting, per esempio, e vediamo se l’oscurantismo funziona ancora o no]. L’educazione sessuale ha dissolto il mistero dell’eros a favore di una concezione sempre più fisiologica e naturista. [COSA? L’educazione sessuale? Ma quale, ma dove? Ma se ancora siamo agli albori di una lotta per averla nelle scuole italiane, dove servirebbe in dosi massicce, ma di cosa stiamo parlando? Quale educazione sessuale, dove l’ha vista? E perché, se anche ci fosse, dovrebbe predicare il mistero dell’eros e non parlare di fisiologia? Oppure sta parlando di quella pornografia commerciale come di una educazione? E non sarebbe il caso di parlarne più approfonditamente, dato che esiste praticamente da sempre? Ma quante cose assume come date per scontate, Covacich, e invece sono solo suoi pregiudizi sessisti?]

Le riviste e i media hanno lavorato, da un canto, sull’aspetto salutare del sesso, e dall’altro, sull’aspetto estetico-sociale: fare sesso è diventato “cool”. [E’ diventato? E quando era passato di moda, mi scusi? Non mi pare di ricordare secoli caratterizzati da una scarsa voglia di fare sesso da parte della maggioranza della società. Il problema è che con l’espressione fare sesso si denomina tranquillamente l’espressione di un rapporto di potere del genere maschile su quello femminile, altro che educazione sessuale.]

A questo bombardamento comunicativo diciamo acritico, [e diciamolo, tanto stiamo dicendo la qualunque] di una pratica sessuale al di là del bene e del male, [e dàgli a mescolare concetti morali a cose che morali non sono, si chiama moralismo Covacich, vogliamo smettere?] si è aggiunta la più grande trasformazione dei canali di conoscenza dagli albori dell’umanità, ovvero internet. [NO. Per favore, no. Non ci credo che comincia la solfa che "la colpa è di Internet".] La rete ha conclamato una società del godimento immediato. [Eh già, che prima della rete quella società non era conclamata abbastanza. Chissà cosa si diceva degli anni ’60 in USA, oppure dei nostri anni ’80.] Qualsiasi cosa io voglia, la compro subito e domani il fattorino suonerà alla mia porta. Non c’è attesa, abbiamo saturato la casella vuota che permette al desiderio di circolare. [Oddìo no, l’elogio della lentezza vent’anni dopo Kundera – che già lo riprendeva da Vivant Denon, 1777 – ma basta con questi luoghi comuni! Il desiderio è anch’esso un costrutto culturale che andrebbe analizzato seriamente, ma ops! Il deficit culturale non c’entra niente, l’abbiamo escluso all’inizio. Che colpo di genio.]

Questo vale per l’ultimo gioco della playstation come per un sito di incontri. Cerco uno o una che abbia voglia di farlo ora, possibilmente nel mio quartiere, e mi placo. [Quella si chiama "vòja de scopà" Covacich, e c’era da prima di Internet, te lo posso testimoniare. Quello che non c’era e non c’è ancora è la famosa educazione sessuale.] Il desiderio declassato, secolarizzato a piacere d’organo. [Lo si è sempre fatto Covacich, è una pratica normalizzante istituita da poteri politici per sedare eventuali forze rivoluzionarie. Ha mai riflettuto sul fatto che anche la masturbazione è un tabù? E mai potrà farlo, se il deficit culturale secondo lei non c’azzecca niente con la violenza di genere.]

C’è poi, non ultima, la particolare angoscia di essere un adolescente oggi, quando ti basta un click per vedere tutte le posizioni del kamasutra realizzate da copulatori veri, un click per sapere tutto in teoria, ancora prima di aver dato il primo bacio. [Sapere? Quello al massimo è vedere, e comunque: allora il deficit culturale adesso centra? O non lo è, questo?] Un mondo che ti spinge a buttarti subito, adesso, nella mischia, senza che tu abbia avuto neanche il tempo di capire se ne hai voglia, senza concederti quel lento, prezioso, maldestro apprendistato di cui anche noi, disinibiti e disinibite quarantenni, abbiamo beneficiato. [E’ sempre stato così, Covacich, i mezzi tecnologici non c’entrano. E poi non tutti hanno beneficiato del lento apprendistato anche se non c’era Internet, e nemmeno tutti sono disinibiti e disinibite quarantenni adesso che c’è. Ma non sarà scorretto fare del caso personale la regola generale? Ma davvero lei si sente tanto rappresentativo di una generazione, Covacich? Pensa proprio di essere una persona tanto qualunque?]

Ora la velocità detta legge, si passa in un attimo da una stagione di piselli e patatine a una dove ci si ammucchia in tutti i modi possibili. [Di nuovo, Covacich: dove ci si ammucchia, anche minorenni, c’è sempre stato. Non è questo a essere diverso, a essere cambiato con il tempo.] Feste dove, invece di affrontare esitanti il gioco della bottiglia, [ancora questa visione nostalgica? Riporto pari pari un commento su Facebook, di Luce Lu: “ricorda con rammarico i tempi il gioco della bottiglia per scambiarsi un bacio! Che ne sa lui degli uomini di ogni età che ai tempi del gioco della bottiglia ti palpavano sull'autobus, si tiravano fuori il pisello dai pantaloni in mezzo alla strada, ti sussurravano ogni tipo di sconcezze e ti facevano sentire pure in colpa a te, povera ragazzina che portavi ancora i calzini?” La nostalgia dei bei tempi in cui il sesso era bello è anch’essa sessismo, Covacich, perché quei bei tempi sono uno stereotipo sessista.] ci si scambia buchi e protuberanze in figurazioni che ricordano Bosch e il marchese de Sade [Bosch, autore di una delle opere più complesse della storia dell’arte, passato per pornografo; come De Sade, un altro esempio scelto malissimo – rileggersi, prego, “L’oltre erotico” di Octavio Paz. Anche con le citazioni andiamo male Covacich, vogliamo riparlare di questo deficit culturale o no?].

Va detto che la condivisione coatta di questo immaginario [quello di Bosch e di De Sade?] comporta, nella sua vulgata mainstream, il solito squallido assoggettamento del corpo femminile. [E mica solo lì, la vulgata mainstream è cominciata da quando esiste l'Occidente. E’ incredibile come Covacich riesca a scrivere questa frase senza accorgersi di cosa vuol dire. Eppure la parola coatta la usa lui.] Ma bisogna anche aggiungere che i ragazzi e le ragazze sono complici inconsapevoli [i complici inconsapevoli sono come la lucida follia che si cita nei casi di femminicidio: un ossimoro che fa tanto colpo e permette di nascondere l’assenza di analisi e l’ignoranza sull’argomento] di questo assoggettamento (come dimostra l’indifferenza unisex dei presenti alla fatidica festa modenese). [Il solito scambio della causa con l’effetto: è l’indifferenza unisex dovuta (anche) a una spaventosa mancanza di educazione sessuale a portare a certi comportamenti, indifferenza già esistente nell’ambiente culturale nel quale si è cresciuti – ma Covacich ha deciso di escludere il deficit culturale, e allora…]

Una volta disgiunto il sesso dal desiderio – e dalla seduzione – [una cosa successa solo dal 1989 in avanti, da quando esiste il web, no?] la palestra pornografica impone i suoi kata maschilisti, a cui tutti questi nuovi amanti muscolari, senza distinzioni di genere, si applicano diligentemente [sì, ok, hai visto "Eyes Wide Shut". Ma prima, invece? Negli anni ’50 per esempio, era tutto un fiorire di desiderio e seduzione uniti a un sesso felice, come no, è per questo che sono ricordati come gli anni dell’orgasmo libero, della felicità sessuale di uomini e donne, ah, che bei tempi!]. Ripeto, basta un click e vedi quattro cinque uomini che spargono il proprio seme sul corpo di una donna fiera e sorridente. Un click e vedi ragazzine che si sfidano in una gara di fellatio a una festa di compleanno, secondo un uso drammaticamente frainteso del concetto di emancipazione. [No, non è drammaticamente frainteso, perché se dici così dai la colpa alle ragazzine. Invece continuo a pensare che la colpa sia di chi ha il potere nei rapporti di genere, e non mi pare siano le ragazzine.] Ragazzine indotte a credere [aspetta, come dici? Indotte a credere, sembrerebbe un problema culturale, ma no, lo abbiamo escluso no?] che – ora che non è più peccato, ora che siamo tutti uguali [ma chi?] – devono affannarsi ad aggiungere sempre nuove tacche sulla pistola. Ovviamente “parità di diritti” significa un’altra cosa, ma è come se anche questa espressione fosse stata superata da un salto di livello. [Superata o non capita? Superata o malamente divulgata? Superata o mai correttamente insegnata? Ah, già, dimentico sempre che non è un problema culturale, per Covacich.]

Per fortuna questa volta una ragazza ha capito di essere stata stuprata. Ma molte altre al posto suo penseranno che funziona così. Quasi nessuno sa sottrarsi al ritmo scandito dall’epoca. Violenze e abusi, esattamente come la solidarietà mancata o la condanna degli amici stupratori, appartengono a un mondo dove valeva ancora il giudizio morale. [NO, apprtengono al mondo in cui le cose si chiamano con il loro nome e si insegna a distinguerle: sessismo, maschilismo, violenza, stupro, questioni di genere. La morale non c’entra niente, casomai c'entra l'etica. Sarebbe ora che soprattutto chi si laurea in filosofia e scrive libri se ne ricordasse.] Qui siamo entrati nella dimensione oltreumana annunciata da Nietzsche: la trasvalutazione di tutti i valori, [e poteva mancare una citazione a vanvera del povero Federico? Eppure basta Wikipedia per capire che quella trasvalutazione la stiamo ancora aspettando, e i cattomoralismi trionfano ancora] a dispetto del giusto e dell’ingiusto (e delle solite trincee di maschi contro femmine). Sembrava un sogno, invece è un incubo.

Per quel che mi riguarda, l’incubo sono gli intellettuali completamente ignoranti riguardo questioni di genere che si lasciano andare a sproloqui nostalgici senza alcun senso, pronti e prodotti a sopire le coscienze. Non a caso Covacich vende migliaia di copie.

Lorenzo Gasparrini

I NUOVI GIORNALI ON LINE SONO MASCHILISTI?

  • Mag 03, 2011
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 960 volte
dal blog di Giovanna Cosenza
2 maggio 2011

Negli ultimi due anni sono nate in Italia diverse testate giornalistiche on line, che hanno fatto boom, entrando rapidamente fra i siti più frequentati e commentati in rete. Penso anzitutto al Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro, che nasce in rete con L’Antefatto nel giugno 2009, va su carta a settembre 2009, e poi in rete nella versione attuale, sotto la direzione di Peter Gomez, da giugno 2010; penso a Il Post di Luca Sofri, nato a metà del 2010 e diventato in pochi mesi il blog più cliccato d’Italia, addirittura più di Beppe Grillo che ora è secondo.

Poi nell’ottobre 2010 sono arrivati Lettera 43 di Paolo Madron, e a gennaio di quest’anno Linkiesta di Jacopo Tondelli, che pure loro a quanto pare stanno andando bene. Insomma, seppure in ritardo rispetto a molti altri paesi, per fortuna anche da noi il giornalismo on line sta decollando.

Non sono una giornalista e perciò lascio ad altri la discussione sui rapporti fra giornalismo tradizionale e on line, sull’affidabilità di entrambi, sulla crisi dei giornali cartacei e i successi di quelli on line. Cose di cui già molto si parla in rete.

Mi limito però a esprimere un disagio che ho sempre avvertito navigando questi ambienti: sono dominio nettamente maschile. Ne parlo solo oggi perché ho finalmente trovato il tempo di togliere vaghezza al mio disagio e fare un po’ di conti.

Cominciamo dal Fatto Quotidiano: stando a Wikipedia, oggi la redazione è composta da 45 persone (all’inizio erano 16), ma solo 11 sono donne, vale a dire circa il 24%; inoltre, su 262 blog (se ho fatto bene i conti) che afferiscono alla testata on line, solo 61 sono di donne, il che vuol dire circa il 23%.

Il Post: 1 direttore, una redazione composta da 2 maschi e 2 femmine, più 2 collaboratori maschi e 1 segretaria di redazione, il che significa 8 persone di cui 3 donne, cioè il 37,5% (vedi Chi siamo). Malino, non malissimo. Ma se contiamo le firme, le donne quasi svaniscono: su 46 autori solo 7 sono donne, cioè circa il 15%.

Lettera 43: Per fortuna nella redazione di Lettera 43 le cose vanno molto meglio (vedi Staff): è vero che il direttore Paolo Madron è un uomo (come negli altri casi), ma il redattore capo Nadia Anzani è una donna (wow); inoltre, nella redazione di 16 persone, ben 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. E se è vero che la segretaria di redazione è come sempre una donna, è anche vero che il direttore editoriale lo è. Evviva.

Linkiesta: L’ottimismo si spegne subito se frughiamo nella redazione di Linkiesta: 14 persone, di cui solo 1 donna. Suona forse meglio se diciamo che qui le donne sono poco più del 7%, ma sempre una sola è.

TIRANDO LE SOMME

Insomma, stando a questi numeri e tenendo conto che nel Parlamento italiano – di cui tutti lamentiamo il maschilismo – ci sono 191 donne su 945 parlamentari, e cioè solo il 20,2%, ebbene: in Italia il cosiddetto «nuovo giornalismo on line» – a parte Lettera 43 (sia lodata!) – appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana.

Allora mi chiedo: perché? Non ci sono abbastanza giornaliste che abbiano interesse per la rete? Non ci sono abbastanza giornaliste in generale? O non ci sono abbastanza giornaliste che siano adatte alle nuove testate on line?

Insomma, dove lavorano le giornaliste italiane? Non voglio pensare siano relegate (o si siano auto relegate) alle testate femminili… o sì?

Il caso della bambina stuprata a Delhi

  • Apr 22, 2013
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 2534 volte
Il Post
22 04 2013

La polizia indiana ha arrestato il secondo sospettato, che avrebbe rapito e seviziato una bambina di 5 anni; in città ci sono proteste e manifestazioni.

Nella notte di lunedì 22 aprile la polizia indiana ha arrestato il secondo uomo sospettato di avere rapito, stuprato e torturato a Delhi una bambina di 5 anni: si chiama Pradeep Kumar, ha vent’anni e sembra essere parente di Manoj Kumar, già arrestato per lo stesso crimine nella notte tra venerdì e sabato nello stato orientale del Bihar, a circa mille chilometri dalla capitale.

La bambina era scomparsa lo scorso 15 aprile ed è stata ritrovata quaranta ore dopo essere stata rapita, in una stanza chiusa a chiave nel seminterrato dello stesso edificio in cui viveva con i genitori a Gandhi Nagar, un quartiere molto povero nella parte est di Delhi. Alcuni vicini di casa avevano sentito il suo pianto. La bambina, che i giornali hanno soprannominato “Gudiya”, bambola, è stata violentata, torturata e mutilata nei genitali. Il responsabile del primo ospedale dove la bambina è stata portata, lo Swami Dayanand Hospital, ha detto che «aveva segni sul collo e che nelle sue parti intime erano stati trovati una bottiglietta e dei pezzi di candela». La bambina, dopo aver subito un intervento chirurgico, da oggi non è più in pericolo di vita e le sue condizioni sono stabili. Nelle prossime settimane dovrà essere sottoposta a una serie di altre operazioni per la ricostruzione dei genitali.

Il fatto è avvenuto quattro mesi dopo lo stupro di gruppo e l’uccisione di una studentessa di 23 anni su un autobus di Delhi, dopo che ieri una ragazzina di nove anni è stata violentata, e dopo che la scorsa settimana un’altra bambina di sei anni è stata violentata, strangolata e buttata in una discarica nella città di Aligarh. Secondo i dati riferiti dalla polizia a New Delhi si verifica uno stupro ogni 18 ore.

Dopo le notizia degli ultimi episodi a New Delhi, da alcuni giorni si stanno svolgendo manifestazioni e proteste: ci sono gruppi di persone silenziose con in mano cartelli e candele davanti all’ospedale dove la bambina è ricoverata e ci sono gruppi di donne davanti alla residenza del primo ministro Manmohan Singh e fuori da quella della leader del partito di maggioranza Sonia Gandhi. Ci sono mobilitazioni anche davanti alla sede della polizia per chiedere le dimissioni del commissario Neeraj Kumar: la famiglia della bambina ha infatti accusato i poliziotti di aver rifiutato la registrazione della denuncia di scomparsa e, in seguito, di aver provato a far passare sotto silenzio l’intero accaduto offrendo del denaro.

Questa mattina ci sono state proteste da parte dell’opposizione anche durante la seduta parlamentare per l’approvazione del bilancio che è stata rimandata di qualche ora. Tre fermate della metropolitana vicino alla sede del Parlamento e molte strade sono state chiuse al traffico a causa della presenza di centinaia di manifestanti. Nei giorni scorsi ci sono stati degli scontri: alcuni agenti armati di bastoni hanno picchiato e gettato a terra alcune donne, tra cui anche un’anziana, ferendo almeno sette persone.

Nel frattempo, dopo le grandi mobilitazioni di fine dicembre il governo indiano è stato obbligato a proporre un disegno di legge, approvato dalla Camera bassa del Parlamento il 19 marzo e dalla Camera alta il 21 marzo, che introduce l’ergastolo e condanne più severe per gli stupratori, oltre a punizioni per reati quali le aggressioni con l’acido, stalking e voyeurismo che prima in India non erano considerati perseguiti penalmente. La pena di morte è prevista in casi di stupro che portano alla morte o lasciano la vittima in uno stato vegetativo permanente.

Il catalogo IKEA in Arabia Saudita è ancora senza donne

  • Feb 22, 2013
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 4064 volte

Il Post
22 02 2013

Lo scorso settembre IKEA, la nota società svedese produttrice di mobili, era stata molto criticata per aver eliminato dai propri cataloghi destinati all’Arabia Saudita tutte le fotografie di donne, presenti invece sulle edizioni per gli altri paesi del proprio catalogo. Le donne adulte che comparivano nel catologo erano state tutte cancellate e sostituite con fotografie di uomini o immagini degli arredi. IKEA si era scusata, aveva confermato che era una scelta contraria ai valori dela società, e aveva spiegato che le donne non erano state tolte su richiesta dei gestori sauditi dei negozi della catena ma che si trattava di un errore nel processo di produzione del catalogo. L’azienda aveva promesso di rimediare e rivedere le procedure di produzione per evitare che la cosa si ripetesse. Dopo quasi cinque mesi, nota però il Wall Street Journal, le donne sono ancora assenti dal catalogo online per l’Arabia saudita.

Una portavoce di IKEA, Ulrika Englesson Sandman, ha detto che l’azienda sta rivedendo le linee guida su come realizzare un catalogo IKEA e ha detto che il nuovo catalogo per l’Arabia Saudita sarà pronto ad agosto e sarà completamente diverso da quello precedente. Englesson ha spiegato che il vecchio catalogo non è stato ancora modificato su decisione di Al Sulaiman, il gestore di IKEA in Arabia Saudita, dato che ormai il danno era fatto. In Arabia Saudita la condizione delle donne è molto difficile: non possono studiare, guidare, viaggiare o lavorare senza il permesso degli uomini, ma non è proibito raffigurarle in materiale pubblicitario.

L’Egitto ha una nuova Costituzione

  • Dic 27, 2012
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 2970 volte
Il Post
26 12 2012

L’Egitto ha una nuova Costituzione. Nel referendum che si è tenuto il 15 e il 22 dicembre la bozza redatta dai sostenitori del presidente Muhammad Morsi e dai Fratelli Musulmani è stata approvata dal 63,8 per cento degli elettori.

Ora ci si aspetta che Morsi indica nuove elezioni parlamentari nei prossimi due mesi, così da eleggere un Parlamento legittimato dalla nuova Costituzione. Per il momento i poteri legislativi conferiti al presidente, relativi soprattutto all’emanazione di decreti legge, sono stati trasferiti alla camera alta del Parlamento, il Consiglio della Shura. Anche l’efficacia dei decreti precedenti è sospesa: in teoria la cosa vale anche per quelli che hanno tolto il potere a Hosni Mubarak e per quelli emanati dal consiglio militare prima dell’elezione di Morsi, ma non ci si aspettano grandi stravolgimenti istituzionali. Verrà rivista anche la composizione della Corte Suprema, che passerà da 19 a 10 membri, e nei prossimi giorni il presidente Morsi dovrebbe annunciare chi sarà il suo nuovo presidente.

La nuova Costituzione è stata contestata per settimane dai movimenti laici, di sinistra e cristiani e dall’opposizione ai Fratelli Musulmani (che appoggiano Muhammad Morsi), e si è anche parlato di brogli e irregolarità nelle operazioni di voto. Il presidente del comitato per le elezioni, Samir Abu al-Matti, ha detto che la commissione «ha indagato seriamente su ogni denuncia» senza riscontrare problemi. L’affluenza è stata relativamente bassa: sono andati a votare il 32,9 per cento dei 52 milioni di cittadini aventi diritto al voto.

Morsi ha sempre sostenuto che questa nuova Costituzione (qui il testo integrale in inglese) offre sufficiente protezione alle minoranze del paese e che adottarla in fretta avrebbe aiutato il paese a mettersi alle spalle due anni di tumulti e incertezza politica che hanno avuto pesanti conseguenze sull’economia. I suoi oppositori sostengono che il testo si basa troppo sulla sharia, la legge islamica, e non tutela adeguatamente una serie di diritti civili, soprattutto nei confronti della libertà religiosa e delle donne. Per giorni i sostenitori e gli oppositori di Morsi hanno manifestato nelle principali città dell’Egitto, soprattutto al Cairo, e i cortei hanno avuto spesso dei momenti di tensione e violenza. Dopo il risultato del voto i gruppi di opposizione non hanno indetto altre manifestazioni, anche se ieri alcune donne per protesta si sono tagliate i capelli in strada.
 
I lavori per la nuova Costituzione sono iniziati a marzo, ma le sedute sono state rallentate dopo una sentenza di un tribunale che in aprile aveva sciolto la prima Assemblea Costituente che stava elaborando il testo, per una prevalenza ingiustificata al suo interno dei membri islamici, vicini al presidente. La nuova Assemblea Costituente è stata formata a giugno, dopo accordi tra le due parti politiche che hanno deciso di inserire alcuni rappresentanti delle forze armate, del sistema giudiziario, dei sindacati: nonostante questo però, i liberali e i cattolici hanno continuato a lamentarsi della distribuzione dei seggi, tanto che negli ultimi mesi i membri di questi gruppi non hanno voluto prendere parte ai lavori, lasciando così un ampio margine di vantaggio ai gruppi musulmani durante le votazioni finali.

I 100 membri dell’Assemblea Costituente, in base a un decreto deciso da Morsi il 22 novembre scorso, avevano tempo di approvare il nuovo testo costituzionale fino al gennaio prossimo: ma dopo che la Suprema Corte Costituzionale aveva annunciato una causa di legittimità sull’assemblea, i gruppi che appoggiano il presidente hanno deciso di votare la Costituzione in tutta fretta, prima che fosse stata emessa una sentenza al riguardo.

Da questa decisione sono poi stati organizzati una serie di scioperi da parte dei membri dell’autorità giudiziaria che ha chiesto ai propri iscritti di boicottare il voto. Una posizione rivista il 3 dicembre scorso, quando il Consiglio Superiore della Magistratura egiziano ha nominato alcuni giudici a svolgere i controlli nei seggi, per monitorare il corretto andamento delle operazioni di voto. Proprio per la mancanza di giudici nei seggi il governo ha deciso di organizzare il referendum nell’arco di due giorni.

Il testo della nuova Costituzione egiziana si ispira, in molti suoi articoli, ai principi della sharia, la legge basata sulla religione islamica. Tra le novità più importanti ci sono il mandato del presidente, che passa da sei a quattro anni con la possibilità di essere rieletto una sola volta (prima non c’erano limiti), oltre alla previsione di nuove modalità di controllo da parte della società civile sul sistema militare. L’associazione internazionale Human Rights Watch ha detto più volte di essere preoccupata per i limiti che sono stati introdotti sulla libertà d’espressione, sulla libertà religiosa e riguardo i diritti delle donne.

Il testo, comunque, prevede e tutela da parte dello Stato che i luoghi di culto di tutte le religioni siano rispettati, compresi quelli di ebrei e cristiani. Su questo punto, Human Rights Watch denuncia che la libertà religiosa appare piuttosto limitata in quanto non è stata garantita la libertà di creare luoghi di culto. Viene invece garantita la libera manifestazione del pensiero con ogni mezzo, ma è stato scritto, esplicitamente, che è vietato insultare “i profeti”.

Per quanto riguarda il ruolo delle donne, uno dei punti più contestati dagli oppositori, nel nuovo testo costituzionale non si fa esplicitamente riferimento ai loro diritti: non è stato scritto, per esempio, che la donna è giuridicamente in «uno stato di parità con gli uomini nel campo della vita politica, sociale, culturale ed economica», come era previsto invece nella Costituzione del 1971. Infine i mezzi di comunicazione: nella nuova Costituzione egiziana c’è scritto che non possono essere sospesi né chiusi, a meno che non ci sia un decreto giudiziario che lo stabilisca.

Tre errori giudiziari, tre storie di ordinaria ingiustizia

  • Dic 17, 2012
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 2547 volte
Osservatorio Repressione
17 12 2012

Pasquale, 46 anni, incensurato. All’alba del 26 maggio del 2010, viene arrestato perché accusato di violenza sessuale e riduzione in schiavitù.
Per otto giorni sarà detenuto nel carcere di Cassino, poi passerà il resto della sua misura cautelare chiuso in una cella del carcere Rebibbia di Roma con altre sei persone. Il 14 marzo del 2011, dopo circa un anno, il Gup del Tribunale di Roma lo assolve per il reato di riduzione in schiavitù, ma lo condanna a 5 anni e 4 mesi per il reato di violenza sessuale. Il 17 gennaio del 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Roma assolve Pasquale “per non aver commesso il fatto”. Pasquale viene liberato dopo un anno e 4 mesi di misura cautelare in carcere.

Luca, 20 anni, incensurato. La mattina del 26 giugno del 2008 viene arrestato perché accusato di concorso in omicidio. Sarà prima detenuto nel carcere Marassi di Genova, poi nel carcere di San Remo ed infine del carcere San Vittore di Milano. Il 23 giugno del 2009, il Gup del tribunale di Genova lo condanna a 10 anni di reclusione. Condanna confermata, il 18 giugno del 2010, dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova. Il 5 luglio del 2011 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di condanna, rilevando gravi vizi della motivazione. Il 16 ottobre del 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Genova assolve Luca “per non aver commesso il fatto”. Luca torna in libertà dopo 4 anni e 4 mesi di misura cautelare in carcere.

Roberto, 65 anni, incensurato. Il 27 settembre del 2007, alle prime luci del mattino, viene arrestato perché accusato di associazione mafiosa finalizzata all’insider traiding. Verrà portato nel carcere Regina Coeli di Roma, poi nel carcere di Lanciano ed infine nel carcere Rebibbia di Roma. Nel luglio del 2008, la VI sezione della Corte di Cassazione annulla l’ordinanza di misura cautelare in quanto dalle intercettazioni effettuate non emergono gravi indizi di colpevolezza. Decisione che viene disattesa sia dal Tribunale della libertà che dalla II sezione della Corte di Cassazione che invece confermano la misura. Il 14 gennaio 2009 inizia il processo di primo grado. Processo che durerà 4 anni. Il 23 novembre 2012, il Tribunale di Roma assolve Roberto “perché il fatto non sussiste”. Roberto viene scarcerato dopo 2 anni e 8 mesi di misura cautelare in carcere.

Ecco tre errori giudiziari ignoti. Tre storie di ordinaria ingiustizia che hanno coinvolto comuni cittadini. Cittadini che prima sono stati messi in carcere e che dopo anni sono tornati in libertà perché riconosciuti innocenti. Tre fra tanti errori giudiziari ignorati, che sono la dimostrazione del collasso in cui versa il processo penale. Un processo dove la carcerazione preventiva è prassi, e dove la valutazione della prova è spesso accadimento secondario e non centrale del dibattimento. Insomma, le due premesse essenziali perché il processo produca ingiustizia e non giustizia: il carcere per l’innocente. Esattamente ciò che accade oggi.

E infatti queste tre storie sono la realtà della nostra Giustizia penale (se ancora si può chiamare così). Una Giustizia che si manifesta oggi solo attraverso l’applicazione della misura cautelare: la detenzione prima del giudizio. Misura cautelare, e non il processo, che è diventata indebitamente la fase centrale di questo cosiddetto giudizio penale. Misura cautelare, basata sui gravi indizi e non sulla colpevolezza accertata dopo un dibattimento processuale, che viene fatta scontare in carceri a dir poco vergognose e che è peggiore della tortura.

Sì peggiore della tortura. E non solo per il degrado delle galere, ma anche per l’incertezza, e non la certezza, che contraddistingue la fase del dibattimento, del processo. Processo che sostanzialmente non esiste più a causa dei tempi interminabili, quindi ingiusti, e a causa dell’epilogo imprevedibile, quindi evanescente. Ai limiti della casualità. È il caso, e non l’applicazione ferrea del diritto o la valutazione rigorosa della prova, che fornisce una risposta di giustizia ai tanti cittadini in attesa di giudizio. È il caso, e non la regola generalmente applicata, che, pur tardivamente, svela l’errore. Già il caso. Il caso di imbattersi in un giudice capace di affermare la verità dopo anni di misura cautelare, certificando così un errore che si poteva e che si doveva evitare prima. Questa è la Giustizia di oggi. Auguri.

Riccardo Arena da www.ilpost.it

facebook