IL POST

I NUOVI GIORNALI ON LINE SONO MASCHILISTI?

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 703 volte
dal blog di Giovanna Cosenza
2 maggio 2011

Negli ultimi due anni sono nate in Italia diverse testate giornalistiche on line, che hanno fatto boom, entrando rapidamente fra i siti più frequentati e commentati in rete. Penso anzitutto al Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro, che nasce in rete con L’Antefatto nel giugno 2009, va su carta a settembre 2009, e poi in rete nella versione attuale, sotto la direzione di Peter Gomez, da giugno 2010; penso a Il Post di Luca Sofri, nato a metà del 2010 e diventato in pochi mesi il blog più cliccato d’Italia, addirittura più di Beppe Grillo che ora è secondo.
» Leggi tutto

QUESTA DONNA AL POSTO DI STRAUSS-KAHN?

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 600 volte

il post
19 5 2011
 

di Emanuele Menietti
Christine Lagarde è parigina, ha 55 anni, è il ministro dell’Economia francese e potrebbe essere il prossimo direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI), rimasto senza guida dopo la decisione di Dominique Strauss-Kahn di abbandonare la direzione in seguito alle accuse di stupro e violenza sessuale a suo carico. Secondo molti analisti, Lagarde potrebbe essere il candidato ideale per dirigere il Fondo e mantenerlo lontano dalle polemiche sul caso giudiziario Strauss-Kahn. Al Post abbiamo da tempo un debole per lei, per ragioni estetico-fotografiche: con la complicità della sua argentea chioma è stata spesso una protagonista delle nostre scelte di immagini. Ma questo potrebbe non essere sufficiente per diventare il capo del Fondo Monetario, nemmeno aggiungendovi un’altra ragione che abbiamo cara: una donna, a capo dell’FMI.
Dopo aver studiato e vissuto in Francia, Lagarde si è trasferita negli Stati Uniti quando aveva una ventina di anni. Ha lavorato come assistente al Congresso e nel 1981 è entrata a far parte dello studio legale Baker & McKenzie di Chicago. Dopo quattordici anni nello studio, Lagarde è diventata membro del comitato esecutivo e nel 2004 ha assunto l’incarico di presidente del comitato strategico. A Bruxelles ha poi fondato l’European Law Centre, una divisione di Baker & McKenzie che si occupa delle leggi all’interno dell’Unione Europea.
L’impegno istituzionale di Christine Lagarde in Francia è iniziato nel 2005, quando è stata nominata ministro del Commercio. Dal 2007 ha assunto l’incarico di ministro dell’Economia, la prima donna a essere a capo della politica economica nella storia della Francia. Da quando è ministro, Lagarde si è fatta conoscere per la propria determinazione, raccontano sul New York Times.
Il ministro stava partecipando a un panel del World Economic Forum di Davos questo gennaio quando il suo abituale sorriso si è trasformato in un’espressione accigliata. Accanto a lei c’era Robert E. Diamond Jr., il direttore esecutivo di Barclays e uno dei più potenti banchieri al mondo, che aveva appena ringraziato i legislatori e i ministri delle finanze per il loro ruolo nel definire un miglior sistema economico dopo la crisi finanziaria. Lagarde lo guardò negli occhi. «Il miglior modo del settore bancario per dirci grazie sarebbe quello di avere, sa com’è, una buona gestione dell’economia, un sistema di indennizzi equo e un rafforzamento del proprio capitale» rispose, ricevendo un grande applauso.
Se ottenesse l’incarico, Lagarde sarebbe la prima donna a dirigere il Fondo Monetario Internazionale nella sua storia e in Europa molti politici e analisti sono persuasi che nessuno potrebbe ricoprire un simile ruolo meglio di lei. Le autorità europee stanno chiaramente cercando di mantenere la loro area di influenza sull’FMI, trovando un nuovo direttore che li rappresenti come aveva fatto nel bene e nel male negli ultimi anni Strauss-Kahn. L’operazione non è però semplice perché gli Stati Uniti hanno un peso notevole nella votazione del nuovo responsabile e perché molti stati emergenti ritengono sia arrivato il turno di un direttore asiatico o sudamericano, qualcuno che rappresenti i cambiamenti negli equilibri dell’economia mondiale degli ultimi anni.
Un nuovo candidato con caratteristiche simili a quelle di Dominique Strauss-Kahn sarebbe una scelta debole da parte dell’Europa, mentre una donna come Lagarde, molto rispettata e meno chiusa al cambiamento, potrebbe rivelarsi la scelta giusta per mantenere la direzione dell’FMI. Negli ultimi mesi il Fondo si è del resto impegnato molto sul fronte europeo, mettendo a disposizione circa 100 miliardi di euro per rimettere in sesto i conti traballanti e sull’orlo della bancarotta di Grecia, Portogallo e Irlanda. Lagarde potrebbe offrire una transizione meno tumultuosa che assicuri maggiori stabilità per i mercati europei e di riflesso per quelli internazionali.Lagarde ha il solo svantaggio di essere francese come Dominique Strauss-Kahn e questo porterebbe a due direttori consecutivi di origine francese, cosa che potrebbe non piacere ai paesi che spingono per un cambiamento più netto alla direzione del Fondo. Un avvicendamento tra due francesi si era comunque già verificato in passato: dopo quasi dieci anni di direzione, nel 1987 Jacques de Larosière ebbe come successore Michel Camdessus.
Grazie ai suoi 25 anni di permanenza negli Stati Uniti, Lagarde ha stretto numerosi contatti a Washington, anche grazie al suo inglese fluente e senza particolari inflessioni. Nel 2009 ha sorpreso gli statunitensi partecipando alla trasmissione satirica “The Daily Show” di Jon Stewart, riscuotendo molto successo per il suo senso dell’umorismo e per la sua determinazione contro i manager delle banche in parte responsabili della recente crisi finanziaria.
Nella storia professionale e politica di Christine Lagarde non ci sono particolari macchie. Un procuratore francese ha chiesto di avviare un’indagine su un suo possibile abuso di potere nella gestione di un risarcimento verso l’ex ministro e uomo d’affari Bernard Tapie nel 2007. Lagarde ha respinto le accuse dicendo di aver agito con il massimo rigore e con la massima trasparenza.
Infine, Lagarde gode di una grande stima da parte del cancelliere tedesco Angela Merkel, e la posizione della Germania sul prossimo direttore dell’FMI potrebbe rivelarsi fondamentale. Merkel potrebbe proporre un candidato tedesco, qualcuno ipotizza di facciata, per dimostrare di voler far contare maggiormente il proprio paese all’interno del Fondo, ma Lagarde dovrebbe comunque godere del sostegno del cancelliere. Lagarde e Angela Merkel hanno un rapporto molto amichevole, e il ministro dell’Economia francese ha contribuito ad attenuare gli screzi nel difficile rapporto tra l’Eliseo di Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco.
Lo scorso maggio Lagarde si rifiutò di iniziare un importante incontro fino a quando non fosse arrivato un sostituito del ministro delle finanze della Germania, che si era ammalato. «Non ci può essere nessun accordo senza i tedeschi» disse in quell’occasione Christine Lagarde, dimostrando le proprie qualità di negoziatrice.

LA SVEZIA CONTRO L'ESTREMA DESTRA

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 595 volte

il post
21 9 2010


In migliaia hanno manifestato a Stoccolma e Göteborg contro la politica razzista dei Democratici Svedesi
Su internet è stata pubblicata la lista di 5 mila iscritti al partito, con indirizzi e numeri di telefono
Nel tardo pomeriggio di ieri circa 6 mila persone sono scese nelle strade di Stoccolma per riunirsi e protestare contro la politica razzista del partito ultranazionalista e xenofobo dei Democratici Svedesi (SD), che alle elezioni di domenica ha guadagnato il 5,7 per cento dei voti ottenendo 20 seggi in parlamento e impedendo alla coalizione di centrodestra di raggiungere la maggioranza assoluta: tutti i partiti avevano infatti escluso di potersi alleare con lo SD. Un’altra manifestazione spontanea si è svolta a Göteborg, la seconda città della Svezia, a cui hanno preso parte un migliaio di persone.
«È molto importante mostrare che la grande maggioranza della popolazione svedese è contro gli estremisti di destra come i Democratici Svedesi» ha detto Per Branevig, uno dei manifestanti di ieri a Stoccolma. «È stato uno shock che abbiano preso così tanti voti.»
La manifestazione è stata organizzata spontaneamente da una ragazza di diciassette anni che, colpita dall risultato delle elezioni (in realtà ampiamente previsto alla vigilia), ha fatto partire l’idea su Facebook. Le persone gridavano in coro “No ai razzisti in parlamento” e portavano cartelli con le scritte “9.043.222 di svedesi non hanno votato per i Democratici Svedesi” e “Il 94.3 per cento delle persone non è razzista”.
Anche su internet è arrivato un attacco ai Democratici e ai suoi sostenitori. È stato pubblicato online l’elenco di oltre 5 mila membri iscritti al partito, nella forma di un motore di ricerca che permette ai visitatori di “Fare conoscenza con il Democratico Svedese del tuo quartiere”, con la possibilità di cercare per città, indirizzo e addirittura numero di telefono. Il sito dello SD aveva subito un attacco hacker proprio il weekend delle elezioni.
Il portavoce dei Democratici, Eric Almqvist, ha dichiarato che si tratta di un vecchio database e ha già annunciato una denuncia alla polizia.
«Non ci sono informazioni particolarmente sensibili, ma sappiamo che il livello delle minacce che arrivano ai membri del nostro partito è significativo», ha aggiunto.
Il sito su cui è stata pubblicata la lista è registrato a nome di Gottfried Svartholm Varg, uno dei fondatori del sito di file sharing The Pirate Bay e del servizio di hosting PRQ che ospita anche i server di Wikileaks (alle elezioni di domenica ha registrato intanto una totale delusione il “Partito Pirata”, protagonista di un notevole successo alle scorse Europee). Non è ancora chiaro se Svartholm Varg sia effettivamente coinvolto nell’operazione, e la vicenda è complicata dal fatto che Mikael Viborg, che lavora per la PRQ, in passato è stato consulente legale proprio dei Democratici.

http://www.ilpost.it/2010/09/21/manifestazioni-svezia-contro-estrema-destra/

TERESA BUONOCORE, AMMAZZATA A NAPOLI

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 617 volte

il post
21 9 2010


Uccisa a pistolettate in pieno giorno, mentre andava a lavorare
Le indagini ipotizzano una vendetta da parte di chi fece violenza su sua figlia
 Nei giorni scorsi è stata depositata la sentenza di primo grado contro un uomo condannato a 15 anni di carcere per aver compiuto violenze sessuali contro tre minorenni, a Napoli: “un imprenditore di Torre Annunziata” o “un geometra di 53 anni”, raccontano le confuse cronache giornalistiche, con precedenti violenti. L’uomo si trova adesso detenuto a Modena. Al processo, tre anni fa, si era costituita parte civile anche la madre di una delle bambine, che si chiamava Teresa Buonocore e aveva quattro figli.
Ieri mattina Teresa Buonocore, una signora di Portici di 51 anni, è stata ammazzata nella sua auto mentre guidava la sua Hyundai grigia in via Ponte dei Francesi, tra i cavalcavia e le ciminiere delle fabbriche. Due moto l’hanno affiancata e chi vi era sopra le ha sparato quattro colpi calibro 9. Teresa Buonocore è morta subito e la sua auto è andata a sbattere sul muro di cemento al lato della strada. La polizia ha arrestato quattro persone sospettate, e segue l’ipotesi che Teresa Buonocore sia stata uccisa per vendetta rispetto a quella sua denuncia. L’avvocato dell’uomo condannato per violenza ha protestato che il suo assistito non ha nessuna possibilità, in carcere dove si trova, di ordinare un omicidio.
Teresa Buonocore “era incensurata”, riferiscono ancora i giornali: elemento che in un’altra città forse non si segnalerebbe, ma a Napoli se si viene ammazzati a pistolettate non è scontato. Lavorava come segretaria in uno studio legale – dove stava andando ieri mattina – e aveva lavorato prima per tredici anni in un’agenzia di viaggi. Aveva due figli grandi da un primo matrimonio e due bambine più piccole con un padre di Santo Domingo, dove “aveva soggiornato per un periodo”, dice il Corriere (molti giornali hanno confuso il nome completo della figlia trovato su Facebook per i nomi di tre figli distinti). Prima delle denunce contro l’uomo condannato per violenze contro sua figlia, qualcuno le aveva dato fuoco alla porta di casa.
Non si può sapere, per ora, se Teresa Buonocore sia stata ammazzata a pistolettate perché aveva difeso sua figlia in tribunale: se Napoli sia un posto dove se difendi la tua bambina dalla violenza di un adulto, dopo ti sparano. Ma si sa già che Napoli è un posto dove ti sparano, dove ti inseguono e ti ammazzano a pistolettate in pieno giorno nella tua macchina, sotto un cavalcavia.
“Che differenza c’è, mi chiedo, tra la lapidazione e quello che accade qui?”, ha detto Elena Coccia, l’avvocato di Teresa Buonocore nel processo.


http://www.ilpost.it/2010/09/21/omicidio-teresa-buonocore-napoli/

PETROLIO, SI ERANO COMPRATI I CONTROLLORI

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 606 volte
il post
25 5 2010

Il New York Times ha ottenuto un rapporto federale sulla corruzione delle agenzie deputate ai controlli
Regali e offerte per i responsabili delle ispezioni alle piattaforme petrolifere
Secondo un rapporto del Ministero degli Interni americano gli impiegati di un’agenzia federale deputata ai controlli sulle piattaforme petrolifere in mare avrebbero accettato biglietti per eventi sportivi, pagamenti di pranzi, inviti a battute di pesca e caccia e altri regali da parte delle compagnie petrolifere e del gas (il rapporto segnala anche che avrebbero usato i computer degli uffici per vedere siti pornografici). Inoltre, avrebbero consentito che i loro rapporti fossero scritti in brutta copia dai responsabili delle suddette società, per poi ricopiarli.
Lo riferisce il New York Times stamattina, indicando che non risulta che nessuna di queste “irregolarità” risulta al momento riguardare la piattaforma Deepwater Horizon distrutta nel Golfo del Messico, e che sarebbero avvenute tra il 2005 e il 2007. In un caso, un impiegato federale avrebbe condotto la sua ispezione mentre stava trattando la sua assunzione da parte della società sotto ispezione.
A quanto dice il rapporto – ottenuto attraverso una fonte coinvolta nell’indagine di cui il New York Times non fa il nome – i regali “sembrano essere stati una pratica comunemente accettata”. L’indagine, conclusa a marzo, non avrebbe avuto finora sensibili conseguenze ma il ministro Salazaar l’ha definita adesso “molto inquietante” e ha chiesto approfondimenti.

http://www.ilpost.it/2010/05/25/petrolio-si-erano-comprati-i-controllori/

RICOMINCIARE DAL BASKET

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 570 volte

il post
3 5 2010


Marion Jones vuole rilanciare la sua carriera dopo la squalifica per doping e i sei mesi di prigione
Se riuscisse a entrare nella NBA femminile sarebbe la prima esordiente ad avere più di 30 anniAlle Olimpiadi di Sidney del 2000 Marion Jones vinse tre medaglie d’oro e due di bronzo, più di qualunque altra donna nella storia olimpica. Le copertine di Newsweek, Time e Sports Illustrated celebravano le sue gesta e il suo fascino: un anno dopo fu la prima atleta a finire sulla copertina di Vogue.
Oggi Marion Jones, che ora ha 34 anni, si allena duramente in un campo da basket di Tulsa, Oklahoma, per tentare di entrare nella NBA femminile e rilanciare la sua carriera dopo la squalifica per doping e i sei mesi di prigione. La sua storia è raccontata in un lungo articolo sul nuovo numero del New York Times Magazine.
Marion sognava di diventare campionessa olimpica da quando aveva 8 anni, a 16 aveva già battuto tutti i record nazionali dei campionati studenteschi e presto iniziò a dire che avrebbe vinto più medaglie d’oro di qualsiasi altra atleta al mondo.
A quelle Olimpiadi di Sidney aveva vinto medaglie nei 100 metri, 200 metri, staffetta 4X400, salto in lungo, staffetta 4X100. “Non si può vincere con questo vantaggio!”, disse il telecronista mentre tagliava il traguardo dei 100 metri.
L’agenzia anti-doping americana iniziò a investigare su Marion Jones per uso di droga in relazione allo scandalo dell’industria farmaceutica americana Balco. Il 3 dicembre 2004, Victor Conte – fondatore della Balco – apparve in un’intervista sull’emittente ABC e disse che la Jones aveva fatto uso di cinque differenti sostanze illegali per migliorare le sue prestazioni prima, dopo e durante le Olimpiadi di Sydney del 2000.
Il 12 dicembre 2007, il Comitato Olimpico cancellò i risultati della Jones dall’albo ufficiale fino al 2004 a partire dall’Olimpiade di Sidney e le chiese di restituire i premi in denaro e le medaglie. L’11 gennaio 2008 venne anche condannata a sei mesi di carcere per aver mentito al giudice riguardo all’uso di sostanze dopanti.
“Mi piace che la gente dice che non ce la farò mai, che sono stata fuori per troppo tempo”, dice Marion al New York Times mentre si allena in un campo da basket dell’Oklahoma. D’altra parte il basket non è cosa nuova per lei. Quando era all’Università del Nord Carolina vinse con la sua squadra il campionato N.C.A.A. del 1994. Se ora riuscisse a entrare nella NBA femminile segnerebbe un altro record: la prima esordiente a più di 30 anni (e tre figli, di cui uno di soli dieci mesi).
L’allenatore Nolan Richardson, che la sta seguendo in questa fase di selezioni, è impressionato dalla sua velocità, dalle sue capacità difensive e dalla sua sicurezza in campo, anche se dice che deve ancora migliorare sui salti e nel controllo della palla.
Oltre ad allenarsi Marion continua a svolgere lavori socialmente utili come parte della pena che deve finire di scontare. Il New York Times l’ha seguita in uno dei suoi “Take a Break talk“, gli incontri in giro per le scuole americane in cui racconta agli studenti i suoi errori e li invita a riflettere prima di prendere decisioni impulsive.
“Per me il momento in cui avrei dovuto prendermi una pausa e riflettere fu nel novembre del 2003, al Fairmont Hotel di San Jose”. Il giudice le mostrò un sacchetto di plastica pieno di una sostanza che poteva assomigliare a olio d’oliva. Le chiese se l’aveva mai usata. La Jones la riconobbe come la sostanza che il suo allenatore Trevor Graham le aveva detto di prendere più volte. Pensò agli anni passati ad allenarsi e ai suoi successi. Pensò ai suoi soldi, ai suoi sponsor, alla sua famiglia. Il giudice le chiese se avesse mai preso la sostanza. No, disse. Poi glielo chiese ancora. No, disse.
Nei mesi successivi Marion si dotò di una squadra di comunicazione anticrisi guidata da Chris Lehane, che aveva seguito anche Bill Clinton durante lo scandalo Monica Lewinsky, e iniziò una campagna aggressiva e molto dispendiosa per difendere il diritto alle sue medaglie e alla sua carriera. Nel 2007 era sommersa dai debiti e se non avesse patteggiato rischiava di finire in carcere per un periodo ben più lungo di sei mesi. Così nell’ottobre 2007 si decise e confessò di aver mentito davanti al giudice: ammetteva di aver usato sostanze dopanti e di essere stata a conoscenza della frode in cui era coinvolto l’ex fidanzato Tim Montgomery. Entrò in carcere lasciando i figli alle Barbados con i suoceri, per non far loro sapere dove andasse. Ancora oggi non glielo ha mai detto.
Oggi, diciotto mesi dopo essere uscita dal carcere, dice di essere pronta per iniziare una nuova carriera. Se verrà ammessa come esordiente al campionato NBA femminile non avrà diritto a un contratto protetto e dovrà considerarsi in prova per i primi mesi. Al posto dei suoi accordi plurimilionari ci sarà un contratto di partenza di 35.000 dollari all’anno.

http://www.ilpost.it/2010/05/03/ricominciare-dal-basket/

ilpost.it
22 4 2010


Rese note le motivazioni della condanna ai dieci poliziotti per i fatti di Napoli del 2001
I poliziotti sottoposero un'ottantina di ragazzi a umiliazioni e maltrattamentiCome riporta il Corriere del Mezzogiorno, sono state rese note le motivazioni della condanna ai dieci agenti per gli avvenimenti di Napoli del 2001 in occasione del Global forum. Il giudice Donzelli della quinta divisione del tribunale di Napoli scrive che fu, di fatto, un rastrellamento: i dieci poliziotti trattennero nella caserma Raniero Virgilio un’ottantina dei ragazzi della manifestazione, sottoponendoli ad abusi e maltrattamenti. Oltre a loro, sono stati condannati anche due funzionari a cui è stata inflitta la pena di due anni e otto mesi per sequestro di persona.
Decine i casi eclatanti e odiosi di abuso di potere citati nelle 112 pagine depositate ieri. C’è, per esempio, quello di un giovane ipovedente, Stefano C.: «Visibilmente ferito e portatore di handicap, deriso per la sua andatura precaria e trattato con modi bruschi, vide ammorbidire l’atteggiamento violento nei suoi confronti solo allorquando gli venne trovata indosso la tessera dell’Associazione italiana ciechi e venne poi ricondotto in ospedale». Sconcertante anche la vicenda di Andrea C., giovane procuratore legale: la sua esperienza «è ricordata peraltro da molti altri ragazzi, colpiti dal trattamento violento e derisorio riservato al giovane procuratore definito con spregio l’avvocatino. Questi, proprio in quanto assertore del suo diritto di essere informato dello status giuridico che aveva al momento (non risultando nè arrestato nè fermato ed essendo già stato documentalmente identificato presso il drappello ospedaliero) si vide riservato un trattamento molto violento. Ebbe addirittura due perquisizioni, oltre a varie percosse, e ad un certo punto si determinò a non protestare più, ossia a rinunciare all’esercizio dei propri diritti fondamentali. Tanto, com’è ovvio, risulta particolarmente inaccettabile per chi del diritto e del primato di esso sulla barbarie della violenza ha scelto di fare la propria ragione di vita». Parole molto dure, che certamente faranno discutere. Per i giudici, insomma, i ragazzi portati in caserma subirono un trattamento «inumano e degradante».

http://www.ilpost.it/2010/04/22/global-forum-fu-un-vero-rastrellamento/

SALVATI DALLA SCIENZA

  • Nov 30, -0001
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 557 volte
ilpost.it
22 4 2010


Giovanni Sabato racconta l'affermarsi della scienza come strumento di giustizia
Dal genocidio in Guatemala ai massacri del Darfur, il contributo della scienza alla verità sulla violazione dei diritti umani
E’ il dicembre del 1984 in Argentina e Paula Logares, una bambina di otto anni, torna a casa per la prima volta dopo sei anni passati nelle mani di una famiglia che l’aveva sottratta ai suoi genitori. I suoi genitori non ci sono più – uccisi dopo il golpe del 1976 – e accanto a lei c’è la nonna Elsa Pavòn, l’unica ad aver sempre creduto che quella bambina fosse sua nipote.
Inizia con questa storia il libro di Giovanni Sabato, Come provarlo? La scienza indaga sui diritti umani, che per la prima volta in Italia affronta il tema del rapporto tra scienza e diritti umani. Come nel caso della bambina di otto anni Paula Logares, che fu restituita alla sua vera famiglia grazie alla prova del DNA con cui la nonna potè dimostrare quello che per sei anni era stato taciuto.
Fino ad allora, per i registri anagrafici, la bambina era stata Paula Lavallén, figlia del sottocommissario di polizia Ruben Lavallén. Ma qualcuno aveva una convinzione diversa. Elsa Pavón era certa che la piccola fosse sua nipote, rapita con i genitori nel 1978, a 23 mesi di età, da un gruppo di uomini armati. I genitori erano poi scomparsi fra le schiere dei desaparecidos. Ma un anonimo, nel 1980, aveva segnalato alla nonna che una bimba simile a Paula viveva dai Lavallén a Buenos Aires.
Quando la nonna la vede di nascosto, è certa: è sua nipote. Nel dicembre del 1983, caduta la dittatura militare, Pavón sporge denuncia alla magistratura. Dopo un anno di processi e ricorsi le viene data ragione: le analisi genetiche dimostrano che Paula è sua nipote. I giudici ordinano che venga sottratta ai Lavallén e torni con i veri familiari.
La restituzione di Paula è la prima vittoria delle Abuelas de Plaza de Mayo. Per la prima volta, uno dei bambini rapiti dai militari durante la passata dittatura ritrova la sua identità e la sua autentica famiglia. E per la prima volta per risolvere un caso simile vengono usate, e accettate in sede giudiziaria, le analisi genetiche. Ma questo è anche il primo episodio di un impegno sistematico che spingerà sempre più scienziati, rispondendo alle richieste della società, a mobilitare le loro competenze per dimostrare, con la forza della scienza, la verità sulle violazioni dei diritti umani.
Da quel momento in poi il contributo degli scienziati alla soluzione di casi legati alla violazione di diritti umani diventerà sempre più rilevante. Dal genocidio in Guatemala, ai massacri del Darfur, a quelli di Srebrenica, il libro di Giovanni Sabato passa in oldrassegna i casi principali in cui scienziati di varie discipline hanno lottato a fianco di politici, tribunali e società civile per riaffermare le verità più negate delle dittature e dei massacri.
Dai satelliti alle tombe, dai geni alle statistiche, la scienza offre dunque molti strumenti per «dire la verità così che non possa essere negata», o almeno per dirla nel modo più convincente possibile. Ma la denuncia delle violazioni non è l’unico ambito in cui soluzioni scientifico-tecnologiche possono aiutare a difendere i diritti umani. In senso lato, i maggiori apporti sono stati probabilmente i grandi vaccini o la rivoluzione verde in agricoltura, che hanno dato un sostanzioso contributo ai diritti al cibo e alla salute per un numero sterminato di persone. In senso più proprio, in questi anni il numero di scienziati che inquadra il proprio lavoro in un’ottica di diritti umani continua a crescere e ad allargare gli orizzonti. Con ogni probabilità la varietà delle applicazioni è limitata solo dalla fantasia o, più prosaicamente, dai limitati rapporti fra scienziati e operatori dei diritti umani. Promuovere questi contatti, abbattere barriere che spesso sono date solo dalla consuetudine, e dare corpo alle innumerevoli linee d’azione possibili è diventata la nuova priorità, a cui l’AAAS ha dedicato due nuove grandi iniziative.
Nell’ottobre 2008 è partito On-Call Scientists, un database di scienziati disponibili a collaborare come volontari con associazioni a cui servano le loro competenze. L’invito è rivolto a specialisti di ogni disciplina, incluso chi non ha la minima idea di come il suo sapere possa aiutare i diritti umani: saranno le richieste delle ONG a suggerirlo. Il primo abbinamento è stato fatto nel marzo 2009 fra un’economista USA, Anne Alexander, e la National Economic and Social Rights Initiative (NESRI) per un’analisi sulla riforma sanitaria nel Montana. Nei mesi successivi offerte e richieste sono affluite copiose schiudendo ambiti inediti: si sono cercati e trovati ingegneri, geologi, chimici, per studi che spaziano dall’impatto di attività estrattive all’inquinamento di aria e acqua in alcuni paesi africani. A fine 2009 erano iscritti al sito oltre 350 scienziati.
Nel gennaio 2009 è stata lanciata l’AAAS Science and Human Rights Coalition, una rete che raduna le associa- zioni scientifiche e i singoli ricercatori interessati a impegnare «le loro conoscenze, strumenti, voci» a tutti i livelli dell’intersezione fra scienza e diritti umani. Accanto allo sviluppo delle attività classiche già descritte ci sono infatti gruppi di lavoro sull’etica (per collegare i principi internazionali dei diritti umani ai codici etici delle varie discipline), di servizio alla comunità scientifica (per sollecitare le tante associazioni ancora prive di programmi sui diritti umani e coadiuvare chi li avvia) e di produzione di materiali informativi.
Un’altra area di attività, infine, affronta un tema di più ampio respiro: che cosa significa e come far valere uno dei più misconosciuti fra i diritti sanciti dai trattati internazionali, quello a «godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni». Il diritto è incluso fra l’altro nel Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali all’articolo 15, da cui il nome assegnato a tale progetto.
Questo articolo – afferma la Coalition – innalza valori fondamentali della scienza come l’accesso equo alle conoscenze, la libertà di ricerca e la cooperazione transnazionale al rango di diritti universali che gli Stati devono salvaguardare. Dato che il dibattito in quest’ottica è stato quasi assente, il primo passo sarà di esplorare i significati concreti di questo diritto e le possibili azioni per farlo valere, vista anche la sua rilevanza per altri diritti fon- damentali quali quelli al cibo e alla salute, e le sue ripercussioni in ambiti delicati come quello dei brevetti. Fra i primi obiettivi, c’è quello di sollecitare una riflessione nella comunità scientifica e fra gli operatori dei diritti umani, per poi porre il tema all’attenzione dell’Alto commissario ONU per i diritti umani nel 2011.

http://www.ilpost.it/2010/04/22/salvati-dalla-scienza/

I NUOVI GIORNALI ON LINE SONO MASCHILISTI?

  • Mag 03, 2011
  • Pubblicato in IL POST
  • Letto 1112 volte
dal blog di Giovanna Cosenza
2 maggio 2011

Negli ultimi due anni sono nate in Italia diverse testate giornalistiche on line, che hanno fatto boom, entrando rapidamente fra i siti più frequentati e commentati in rete. Penso anzitutto al Fatto Quotidiano di Antonio Padellaro, che nasce in rete con L’Antefatto nel giugno 2009, va su carta a settembre 2009, e poi in rete nella versione attuale, sotto la direzione di Peter Gomez, da giugno 2010; penso a Il Post di Luca Sofri, nato a metà del 2010 e diventato in pochi mesi il blog più cliccato d’Italia, addirittura più di Beppe Grillo che ora è secondo.

Poi nell’ottobre 2010 sono arrivati Lettera 43 di Paolo Madron, e a gennaio di quest’anno Linkiesta di Jacopo Tondelli, che pure loro a quanto pare stanno andando bene. Insomma, seppure in ritardo rispetto a molti altri paesi, per fortuna anche da noi il giornalismo on line sta decollando.

Non sono una giornalista e perciò lascio ad altri la discussione sui rapporti fra giornalismo tradizionale e on line, sull’affidabilità di entrambi, sulla crisi dei giornali cartacei e i successi di quelli on line. Cose di cui già molto si parla in rete.

Mi limito però a esprimere un disagio che ho sempre avvertito navigando questi ambienti: sono dominio nettamente maschile. Ne parlo solo oggi perché ho finalmente trovato il tempo di togliere vaghezza al mio disagio e fare un po’ di conti.

Cominciamo dal Fatto Quotidiano: stando a Wikipedia, oggi la redazione è composta da 45 persone (all’inizio erano 16), ma solo 11 sono donne, vale a dire circa il 24%; inoltre, su 262 blog (se ho fatto bene i conti) che afferiscono alla testata on line, solo 61 sono di donne, il che vuol dire circa il 23%.

Il Post: 1 direttore, una redazione composta da 2 maschi e 2 femmine, più 2 collaboratori maschi e 1 segretaria di redazione, il che significa 8 persone di cui 3 donne, cioè il 37,5% (vedi Chi siamo). Malino, non malissimo. Ma se contiamo le firme, le donne quasi svaniscono: su 46 autori solo 7 sono donne, cioè circa il 15%.

Lettera 43: Per fortuna nella redazione di Lettera 43 le cose vanno molto meglio (vedi Staff): è vero che il direttore Paolo Madron è un uomo (come negli altri casi), ma il redattore capo Nadia Anzani è una donna (wow); inoltre, nella redazione di 16 persone, ben 11 sono donne, vale a dire una maggioranza del 68,75%. E se è vero che la segretaria di redazione è come sempre una donna, è anche vero che il direttore editoriale lo è. Evviva.

Linkiesta: L’ottimismo si spegne subito se frughiamo nella redazione di Linkiesta: 14 persone, di cui solo 1 donna. Suona forse meglio se diciamo che qui le donne sono poco più del 7%, ma sempre una sola è.

TIRANDO LE SOMME

Insomma, stando a questi numeri e tenendo conto che nel Parlamento italiano – di cui tutti lamentiamo il maschilismo – ci sono 191 donne su 945 parlamentari, e cioè solo il 20,2%, ebbene: in Italia il cosiddetto «nuovo giornalismo on line» – a parte Lettera 43 (sia lodata!) – appare a volte più maschilista della già molto maschilista politica italiana.

Allora mi chiedo: perché? Non ci sono abbastanza giornaliste che abbiano interesse per la rete? Non ci sono abbastanza giornaliste in generale? O non ci sono abbastanza giornaliste che siano adatte alle nuove testate on line?

Insomma, dove lavorano le giornaliste italiane? Non voglio pensare siano relegate (o si siano auto relegate) alle testate femminili… o sì?

facebook