Il Fatto Quotidiano
22 11 2013

Una schiena femminile e, sopra, una scritta: fragile. Ovvero come fare un gran (brutto) passo indietro dopo anni di dibattito, ragionamenti, formazione e analisi dei messaggi boomerang. Come se il simbolico, nell’era del virtuale e dell’immagine, fosse un dettaglio di poco conto. Basta una sola, piccola parola, per frantumare la buona intenzione nel ricordare e porre attenzione sulla giornata del 25 novembre, in tutto il mondo organizzata per dire basta alla piaga epidemica della violenza maschile contro le donne.

Lo spot è stato pensato e (finanziato) dalla Regione Liguria per divulgare un’iniziativa non stop a Savona, annunciata come ricca di presenze e quindi pensata e organizzata con intento virtuoso. L’assessora regionale alle Pari opportunità ligure, Lorena Rambaudi, che è anche coordinatrice della Commissione politiche sociali della Conferenza delle Regioni, ha di recente preso parte a una riunione della taskforce nazionale contro la violenza sulle donne.

Possibile che a nessuna di queste rappresentanti istituzionali, che di certo seguono il dibattito sull’importanza delle immagini e della loro forza vittimizzante, o al contrario della loro positività come incentivo all’empowerment, sia venuto in mente che affiancare il concetto di fragile a donna sia davvero infelice?

Che insistere sull’aspetto di necessaria protezione del femminile (invece che girare lo sguardo sulla urgente focalizzazione della fragilità maschile nella gestione della rabbia e del conflitto) sia procedere sulla strada della stereotipizzazione, che non giova a nessuno dei due generi?

Bene fanno le attiviste su queste pagine (per esempio il recente post di Nadia Somma sugli scivoloni delle testate giornalistiche e il linguaggio ambiguo che racconta, o non racconta, la violenza) a porre luce sull’importanza della scelta delle parole e delle immagini usate per narrare non solo la cronaca di sangue ma anche e soprattutto il cambiamento culturale, sociale e politico della relazione tra i generi.

Abbiamo bisogno di una mutazione antropologica radicale: c’è bisogno che gli uomini si espongano, si interroghino sulle radici profonde della violenza che alcuni di loro agiscono, sintomo di inadeguatezza e fragilità, questa sì, tutta interna al maschile. Abbiamo bisogno di forti voci e di salde immagini femminili che confliggano con la tradizione patriarcale che forgia e intrappola donne e uomini in stereotipi che soffocano le relazioni, gli affetti, i sentimenti e le emozioni.

Ci prova, per esempio, Lorenzo Muscoso, in questo video. Non abbiamo bisogno di passare alle giovani generazioni l’immaginario standard di donne fragili e uomini duri, o al massimo buoni perché protettivi (protettori?).

Fragili lo siamo tutte e tutti, è la natura umana. Insieme, fragili e forti, volta per volta, alla ricerca di un equilibrio difficile, nel quale sono presenti momenti di incertezza, ma mai, mai e in nessun caso, dove la violenza sia prevista, tollerata, giustificata.

Monica Lanfranco

Violenza sulle donne, la ‘Giornata’ è puro marketing

Il Fatto Quotidiano
20 11 2013

di Eretica

Novembre è un bel mese dopotutto. Si festeggia “la violenza sulle donne”. Si contano i cadaveri di donne uccise. Parlamentari vanno in tour a fare marketing istituzionale e a raccontare di averci “messe in sicurezza” con un decreto che nessuna di noi ha voluto. Il colore rosso diventa simbolo di vittimizzazione invece che di forza e ribellione.

Nelle fiaccolate dedicate al martirio vedi agitare ceri e forconi in egual misura. Alcune aziende useranno la parola “femminicidio” come brand per ricavare introiti. A scuola ragazzi e ragazze, tra uno sbadiglio e l’altro, impareranno che un manifesto con corpo nudo porta inesorabilmente alla violenza. Un po’ come quando ti dicono che dalle canne si passa all’eroina.

Si farà a gara sul conteggio vittime. Sono 200. No. Sono 41. Sono 101. Sono nessuno. In televisione racconteranno che gli uomini hanno un lato “oscuro”. Le donne che sono state uccise, però, un pochino, certo, se la sono voluta. Si fa attenzione a non far passare messaggi eccessivamente critici nei confronti della narrazione dominante. Conta soltanto quello che dicono le filo-istituzionali e filo-governative, quelle per cui l’unica strategia è la repressione e il male, invece che in una cultura, sta nel maschio in quanto tale.

Si suggeriscono soluzioni preventive nuove e originali: non uscire da sola la sera; fai attenzione agli sconosciuti; marito e buoi dei paesi tuoi; non ti spogliare troppo; fatti salvare e proteggere da tuo marito, tuo fratello, tuo padre, il prete, un tutore dell’ordine, lo Stato. Neppure una parola su precarietà e mancanza di reddito che ci rendono economicamente dipendenti.

Ultimamente, soprattutto parlando di adolescenti, estendendo la moralizzazione anche alle post/diciottenni, si sconsigliano pure trucco e tatuaggi. Pare che se ti trucchi e tatui poi, immediatamente, passi alla prostituzione minorile.

In alcune trasmissioni televisive a rappresentare la vittima per antonomasia ci sarà la donna/madre, felice di adempiere al suo ruolo di cura, perfettamente funzionale al mercato e alla ragion di Stato, che esibisce lividi perfetti, in uno spot istituzionale in cui accanto vedi l’assessora, il sindaco e pure il prete. Segue pubblicità in cui c’è uno che s’è sposato una tizia che lo chiamava “cuoricino”.

Di altre vittime, come le prostitute, le trans, quelle non maritate e senza figli, non si parla. Anzi si alimenta lo stigma perché se stessero in famiglia, se vagine e peni restassero ciascun* al posto suo, se si evitasse di fare certi “brutti mestieri”, è chiaro che a loro non accadrebbe proprio niente.

Il mese di novembre è tutto sagome e crocifissi, e lo scenario è inframmezzato da un avviso “pericolo baby squillo” che comunica un altro messaggio relativamente originale: le ragazzine, in fondo, sono tutte puttane; la colpa è di internet o delle femministe; si stava meglio quando si stava peggio; bisogna lucchettare le vagine e ricondurre le fanciulle indicando loro i sacri valori della famiglia.

Nel periodo dedicato alla “violenza sulle donne” vedi perciò uomini e donne a sopracciglio sollevato perché hanno scoperto che anche una adolescente può avere un orgasmo.

Questo è novembre. Il mese in cui si discute di parole svuotandole di contenuto. In cui tutta la faccenda della violenza viene citata solo in senso rituale. E nel frattempo tutto continua come prima in una costante riproposizione di stereotipi sessisti. Tutto continua. Tutto.

Huffington Post
07 11 2013

"Abbiamo perso la capacità di tradurre le emozioni e i sentimenti in parole, viviamo una sorta di analfabetismo sentimentale. In presenza di donne che si emancipano e acquistano sicurezze e nuove prospettive, gli uomini restano un passo indietro, fanno fatica a confrontarsi con questa nuova generazione di donne. Sicuramente è un problema culturale, questo è un paese dove fino a poco tempo fa c'era il delitto d'onore, quindi quando non si sa come affrontare una situazione, ad esempio un abbandono, si ritorna un po' sul brodo primordiale che si conosce, ad una "cultura" arcaica", afferma la conduttrice televisiva Serena Dandini a proposito della lotta contro la violenza sulle donne.

Eppure, in una paese che non sempre si è mostrato all'avanguardia in tema di diritti delle donne, è stato creato uno spettacolo teatrale - Ferite a morte - che affronta con tale intensità e trasporto l'argomento, da essere stato scelto come evento ufficiale, il prossimo 25 novembre, nel giorno delle celebrazioni contro la violenza sulle donne nella sede delle Nazioni Unite a New York. L'autrice, i cui monologhi teatrali sono raccolti in un volume edito da Rizzoli, si dice orgogliosa che per una volta sia l'Italia a guidare gli altri paesi su un tema così delicato.

"Siamo sempre il fanalino di coda in molti ambiti, essere chiamati con una drammaturgia a scuotere le persone in una sede prestigiosa come l'Onu è importante...del resto noi abbiamo ratificato la Convenzione di Istanbul, mentre Francia e Spagna ancora non l'hanno fatto. L'Italia può essere il volano di una crescita positiva della presa di coscienza del fenomeno delle violenze domestiche. Andremo anche a Bruxelles, il 28 novembre, dove abbiamo già portato lo spettacolo nel giugno scorso nella sede del Parlamento Europeo, prima ancora saremo a Washington, il 19, nella Hall of the Americas della sede dell'Organizzazione degli Stati Americani (Oas) e sarà una giornata speciale perché le lettrici saranno le ministre delle pari opportunità del Nord e del Sud America, dal Guatemala al Canada, perché come ho già detto purtroppo questo è un problema globale e questo ci consente di adottare un linguaggio comune e di creare una rete che abbatta confini e differenze di lingua e cultura. Infine chiudiamo la tournée a Londra il 3 dicembre, dove la Thomson Reuters Foundation promuove in collaborazione con International New York Times la Trust Women Conference, con l'obiettivo di agire sul tema dei diritti alle donne".

È davvero bello che l'Italia sia in prima linea, ma come abbiamo fatto?

Credo che lo spettacolo abbia colpito gli addetti ai lavori che l'hanno visto in Italia e a Bruxelles, forse perché ha un taglio particolare...è una Spoon River al femminile, le storie sono inventate ma costruite partendo da fatti di cronaca veri e le protagoniste vengono da tutto il mondo, da New York alla Nigeria. La mia idea era quella di far arrivare al cuore e alla coscienza delle persone una serie di cose che secondo me dagli articoli o dai servizi in Tv non arrivava, per questo ho puntato sulla drammaturgia, perché è fatta di pianto, di riso, di immedesimazione. È certamente importante fare convegni e studi sull'argomento, ma con Ferite a morte ho notato che si crea un'immedesimazione molto forte con la vita, il quotidiano delle protagoniste dello spettacolo. Ognuna di noi si riconosce in un pezzettino di queste storie e credo che questo spinga chi non l'ha ancora fatto a parlare, a denunciare le violenze subite...è un bel cortocircuito, una botta emotiva che investe sia gli uomini che le donne.

Negli ultimi anni ci sono state molte più denunce: siamo di fronte ad un imbarbarimento dei costumi o le donne hanno maggiore consapevolezza e coraggio nel denunciare i maltrattamenti subiti?

Sembra incredibile, ma da un anno a questa parte da un lato c'è più attenzione, ma dall'altro sembra quasi che ci sia un'intensificazione del fenomeno. Forse siamo noi che siamo più sensibili sull'argomento, anche se culturalmente per certi versi si sono fatti dei passi indietro. Nel mio libro c'è anche una parte più scientifica che ho scritto insieme a Maura Misiti, una ricercatrice del CNR, che dimostra - ahimè - che i dati sono più o meno sempre gli stessi, quindi è l'attenzione che è aumentata, anche da parte della stampa che adesso tratta i casi di cronaca in maniera diversa. Ciò non toglie che la situazione in Italia sia devastante: il femminicido è la punta dell'iceberg di una quotidiana, diffusissima, terribile piaga di violenza domestica.

La sensazione è che il femminicidio sia una parte di un problema più grande che comprende l'omofobia, il razzismo e tutte le forme di violenza e intolleranza che si registrano ultimamente nei confronti dei più deboli...

Infatti è così, io dico sempre che è la stessa cultura che porta il povero ragazzino gay a gettarsi dalla finestra perché si sente solo e disperato. È importante che ci siano le leggi e un inasprimento delle pene, e questo decreto legge sul femminicidio che è stato approvato nei giorni scorsi è un primo piccolo passo, ma senza la prevenzione e una rieducazione culturale seria che parte dalle scuole non si va da nessuna parte. Quanto alla legge, penso che si stata fatta di corsa, ma meglio di niente...se si aspetta l'ideale si rischia di non fare neanche un passo in avanti. Sul tema della prevenzione credo che bisognerà tornare, anche perché un punto nevralgico della Convenzione di Istanbul che l'Italia ha ratificato. È necessario aumentare i centri anti-violenza che sono un punto di riferimento per chi subisce violenze fisiche e psicologiche, e poi il lavoro nelle scuole sugli stereotipi di genere.

Forse ci vorrebbero pene più certe e severe, ad esempio nel caso della violenza sessuale...

Abbiamo parlato delle attenuanti del delitto d'onore che sono state tolte pochi anni fa, aggiungiamo che lo stupro è diventato reato contro la persona e non più contro la morale nel '96 e si capisce la mentalità del paese...c'è ancora tanto da lavorare. In Spagna da quando sono intervenuti sulla materia con pene più aspre hanno registrato un calo delle violenze, questo vuol dire che funziona, ma continuo a ripetere che non basta. È importante che si lavori tutti insieme per arginare il fenomeno, uomini e donne, non si può continuare a considerare il femminicidio un problema solo del genere femminile come se parlassimo di mestruazioni o menopausa...è una cosa folle. In tutto il mondo si combatte la piaga della violenza domestica, declinata in modo diverso a secondo degli usi e costumi del posto, e sono sempre e solo donne ad occuparsene, nei centri antiviolenza, nelle aule dei tribunali, nei centri di supporto psicologico. È un problema che riguarda la società, il genere umano, non è un "argomento femminile": bisogna iniziare ad abbattere questi muri se si vogliono cambiare davvero le cose.

Ferite a morte è una vivida rappresentazione dei tanti casi di violenza che si sentono al telegiornale, come l'ha ideata?

Ho usato l'escamotage drammaturgico di far parlare le donne morte, così che possano finalmente raccontare la loro versione dei fatti, alternando qualche risata a momenti molto forti e drammatici...del resto la vita delle donne è molto più variegata di come viene solitamente dipinta negli articoli di cronaca nera o nei programmi con i plastici dove vengono considerate dei pezzi di carne, sia da vive che da morte. Quello che ho appreso lavorando su questo tema è che il fenomeno è enorme, ma costante, se si osserva dai primi del '900 ad oggi i dati del ministero mostrano una diminuzione degli omicidi uomo su uomo, mentre quelli uomo su donna si aggirano sempre sullo stesso numero...come se non fosse cambiato nulla.

Barbara Tomasino

 

Femminicidio e i pregiudizi dei media

  • Giovedì, 07 Novembre 2013 11:32 ,
  • Pubblicato in Flash news
GiULiA
07 11 2013

Alle porte del 25 novembre, Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, resta prioritario in Italia un intervento culturale per contrastare un fenomeno strutturale che necessita la messa in campo di strumenti efficaci e di cui si parla continuamente.

Ma cosa significa cambiare la cultura?

La cultura non è un corpo estraneo, siamo noi e si può cambiare solo partendo da noi, dal nostro modo di pensare e con una consapevolezza che permetta di rintracciare stereotipi così radicati da risultare quasi invisibili. Ruoli che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, condizionando le relazioni umane, e che sono l'humus su cui proliferano discriminazione e violenza.

Per avere giusta percezione di questa violenza, oltre a un serio monitoraggio, occorre quindi una narrazione fuori da pregiudizi, che nella loro spinta alla sottovalutazione del fenomeno, possono influenzare l'opinione pubblica e spesso anche gli addetti ai lavori. Tutto ciò con una conoscenza reale ed effettiva di quello di cui si dà informazione, a partire dagli stessi termini, dato che ormai in Italia spesso si confonde il termine femminicidio addirittura con l'uxoricidio.

Femmicidio e femminicidio hanno, invece, significati precisi che molta informazione sembra ignorare: il primo è il termine criminologico coniato da Diana H. Russel per le uccisioni di donne con movente di genere e su cui nel novembre 2012 a Vienna, l'Academic Councilon United Nations System (ACUNS), ha redatto un documento in cui si spiega che "il femmicidio è l'ultima forma di violenza contro le donne e le ragazze", e che "le sue molte cause sono radicate nelle relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, e nella discriminazione sistemica basata sul genere"; mentre il secondo, ovvero il femminicidio, è il termine sociologico coniato da Marcela Lagarde, che indica "la forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l'impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una situazione indifesa e di rischio, possono culminare con l'uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa, o in altre forme di morte violenta di donne e bambini, di sofferenze psichiche e fisiche comunque evitabili, dovute all'insicurezza, al disinteresse delle Istituzioni e all'esclusione dallo sviluppo e dalla democrazia", e quindi con un significato ben più complesso, sicuramente non ristretto ai mariti che uccidono le mogli.

La violenza contro le donne, però, non è un fenomeno né nuovo né italiano, e i dati dell'Onu ci dicono che nel mondo 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita, e che 600 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato.

Dati su cui si concentrano l'Onu, che quest'anno ha siglato una storica carta contro la violenza su donne e bambine (Commission on the Status of Women - CSW, 8/15 marzo), e il Consiglio d'Europa con la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Istanbul 2011). Convezione che, ratificata dall'Italia quest'anno, oltre a condannare "ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica", riconosce che il raggiungimento dell'uguaglianza è un elemento chiave per prevenire la violenza e chiarisce quanto l'elemento culturale sia fondamentale, in quanto si possono fare le migliori leggi del mondo ma se non cambia la testa, le leggi possono rimanere inapplicate.

E proprio perché lo smantellamento di una rappresentazione stereotipata è fondamentale, tra le varie indicazioni, ci sono quelle che riguardano media e informazione sia nella Convenzione di Istanbul (art. 17) che nelle Raccomandazioni Cedaw all'Italia e nelle Raccomandazioni della Special Rapporteur dell'Onu, Rashida Manjoo.

Riflettere su come tali indicazioni siano applicabili nel nostro Paese a giornali, telegiornali, speciali e programmi d'informazione tramite stampa, tv e web, è allora tra le priorità: non solo perché l'informazione influenza in maniera diretta come fosse "super partes" - a differenza di fiction o pubblicità - ma perché un'informazione non corretta, può procurare distorsioni con gravi ripercussioni nella vita delle persone.

Citando il "Rapporto Ombra" della "Piattaforma Cedaw" (New York, 2011): "I media spesso presentano gli autori di femmicidio come vittime di raptus e follia omicida, ingenerando nell'opinione pubblica la falsa idea che i femmicidi vengano perlopiù commessi da persone portatrici di disagi psicologici o preda di attacchi di aggressività improvvisa. Al contrario, negli ultimi 5 anni meno del 10% di femmicidi è stato commesso a causa di patologie psichiatriche o altre forme di malattie e meno del 10% dei è stato commesso per liti legate a problemi economici o lavorativi". Fatti di cronaca presentati come isolati, che spesso trasformano la donna in offender e insinuano il dubbio che se la sia cercata, minimizzando il reato. Ma chi informa deve essere informato e non può prescindere da una preparazione adeguata. Ma allora perché la sottovalutazione della violenza contro le donne, persiste?

Di femminicidio, oggi, se ne parla sui giornali, in tv, sul web, ma spesso il meccanismo è strumentale e tratta questa violenza come un passepartout che fa notizia e su cui anche chi non ha competenze, può avventurarsi. Un pericolo, perché il pregiudizio della discriminazione di genere permane nella testa, e si riflette nel sostegno a una cultura che in ambito giudiziario trova ancora donne non credute. Donne che nel loro accesso alla giustizia sono rivittimizzate. Per questo, se i media sostengono tale sottovalutazione, sostengono anche la rivittimizzazione, giustificandola in ambito pubblico in una pericolosa connivenza. Pubblicare articoli negazionisti, insinuare il dubbio che forse la donna o la ragazza se la sia andata a cercare, concentrarsi sulla vita intima della donna, mettendo in primo piano le attenuanti per l'offender, e lasciare che giornalisti privi di strumenti appropriati ne diano informazione, sono elementi chiave per una vittimizzazione secondaria attraverso i media.

Un terreno scivoloso in un contesto culturale, come quello italiano, dove l'idea che continua a passare è che un certo tipo di atteggiamenti, anche violenti, siano ingrediente normale dei rapporti intimi.

Per queste ragioni, non basta essere "brave persone" o "professionisti", e non basta essere "sensibili" ma bisogna essere preparati, studiare. Per dare corretta informazione su questa realtà e in generale sui diritti e le discriminazioni di genere, oltre ai seppur utilissimi blog, bisognerebbe allora entrare a pieno titolo nel tessuto del giornale, avviando un processo di trasformazione dentro le redazioni che dovrebbero essere attrezzate, non solo con linee di condotta, ma con redattrici e redattori formati ad hoc.

Auspicare che le direzioni di testata, si avvalgano di queste figure da inserire anche con ruoli di responsabilità, dimostrando di comprendere davvero un problema che non riguarda solo le donne ma anche gli uomini, che nelle redazioni italiane occupano la maggioranza dei posti di comando, e che dovrebbero sentire l'urgenza di prendere in seria considerazione quanto detto.

Luisa Betti

 

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