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"Io, donna, musulmana e fumettista"

  • Mercoledì, 21 Gennaio 2015 18:23 ,
  • Pubblicato in L'Intervista

Fumetti Gihen Ben Mahmoud FoulhaDavide Vannucci, Linkiesta
20 gennaio 2015

Nell’immagine, uscita su un quotidiano brasiliano, Folha de S. Paulo, si vedono una donna velata ed un’altra vestita all’occidentale, spalle e braccia scoperte, seni in vista. Le loro mani si intrecciano e sventolano la bandiera della Tunisia, culla della primavera araba. L’autrice si chiama Gihén Ben Mahmoud, è una disegnatrice (di fumetti), è tunisina, ma da otto anni vive e lavora a Milano.

#EmilioResisti: Non tutti i "Charlie" sono "Emilio"

  • Mercoledì, 21 Gennaio 2015 14:36 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
21 01 2015

La strage alla sede di Charlie Hebdo a Parigi ha suscitato moltissimo sdegno in tutto il mondo. Le reazioni, le risposte e le analisi successive alla divulgazione della notizia sono state tra loro molto diverse. L’hashtag #jesuisCharlie (io sono Charlie) ha colpito i social network come un’epidemia sconfinando in strumentalizzazioni anti-islamiche di estrema destra e in usi assolutamente impropri. Nel giro di poche ore, tutto il mondo si è riscoperto paladino e difensore della libertà di espressione e di stampa. Come al solito, purtroppo, la solidarietà sincera di coloro che si sono sforzati di comprendere questa vicenda senza volerne dare interpretazioni superficiali è stata contaminata da un’ipocrisia diffusa.

Come in molti di questi casi sono stati tralasciati alcuni distinguo importanti. Charlie Hebdo è un settimanale satirico irriverente ed irresponsabile i cui vignettisti e redattori si identificano nei valori dell’antirazzismo e antifascismo. Ecco perché non siamo tutti Charlie. Ed ecco perché #Emilioresisti non si diffonderà così viralmente sui social. Emilio è il compagno che sta rischiando la vita a causa delle sprangate che gli sono state inferte durante l’assalto al csa Dordoni di Cremona. Alcuni di coloro che si sono dichiarati difensori della libertà di espressione non si sono sentiti altrettanto coinvolti nella difesa degli spazi collettivi e autogestiti.

Assurdo o rivelatore. Rivelatore dell’ipocrisia di quanti sono saliti sul carro del #jesuisCharlie solo per farne un simbolo del delirio fondamentalista come nemico esterno dell’Occidente. Perché, in realtà, nessuno dei capi di stato che hanno sfilato in parata a Parigi ha veramente a cuore la libertà. Essi sono scesi in strada per difendere l’ordine precostituito, lo status quo, il sistema. Per ognuno di loro il fascismo che prende d’assalto gli spazi autogestiti ed autorganizzati non rappresenta una minaccia. Addirittura c’è chi è capace di negare i presupposti ideologici di episodi come quello di Cremona, riconducendoli a sporadiche follie. In realtà i militanti dei covi neri che prendono a sprangate, 50 contro 10, i compagni del Dordoni sono una funzione del sistema capitalista.

È un ingranaggio del meccanismo di sradicamento di qualsiasi opposizione. E per questo, viene non soltanto combattuto, ma protetto, difeso, spalleggiato. Per questo, pochi tra coloro che sono stati Charlie saranno anche Emilio. Ma proprio per questo, molti o forse tutti gli antifascisti che sabato 24 scenderanno al corteo nazionale antifascista chiamato dal Dordoni per la chiusura immediata di tutte le sedi fasciste in Italia, sapranno di essere stati autenticamente Charlie davanti ad un altro tipo di oppressione.
Contro ogni fascismo: ora e sempre Resistenza.

#Emilioresisti

di Irina

Globalist
21 01 2015

"Abbiamo ricevuto segnalazioni da Venezia, da Messina, da Civitavecchia, da Belluno, da Verona, da moltissime zone: in tutta Italia stanno aumentando le discriminazioni verso i musulmani e gli arabi, sta aumentando la fobia nei confronti dei nostri figli che vanno a scuola". Per il presidente nazionale della Co-mai (Comunità del mondo arabo in Italia), Foad Aodi, che a Roma presenta il documento "Not in my name", l'onda lunga dei fatti di Parigi si sta riversando nella vita quotidiana di molte persone arabe e musulmane presenti nel nostro paese.

"Sono perlopiù situazioni in cui i genitori dei bambini e dei ragazzi italiani mettono in guardia i loro figli dal giocare o dall'avere rapporti stretti con i bambini appartenenti alla comunità araba o musulmana. A questo si aggiunge un gran numero di battute infelici da parte dei bambini o ragazzi italiani e che riprendono discorsi sentiti a casa: siete tutti terroristi e simili". Una cosa peraltro che si ripercuote su bambini e ragazzi che essendo nati in Italia non sempre sono al corrente esattamente di quale sia la situazione nei paesi di origine dei loro genitori". Ad essere colpito è soprattutto il mondo della scuola, ma casi arrivano anche dalle università e dai luoghi di lavoro.

Tutto questo, dice Aodi, è conseguenza anche delle "strumentalizzazioni politiche" che in Italia sono state fatte in queste settimane, che per il presidente Co-mai hanno un nome e un cognome, quelli del segretario della Lega". "Rispediamo al mittente le provocazioni di Matteo Salvini, la persona politicamente più pericolosa oggi in Italia: non si può dire alla gente che nel proprio palazzo hanno vicino qualcuno che potrebbe pensare a pianificare atti di terrorismo perché questo alimenta diffidenza e discriminazioni". "I suoi messaggi razzisti verso arabi e musulmani - attacca - servono solo a guadagnare qualche voto ma non portano da nessuna parte". "Quelle di Salvini sono strumentalizzazioni, tira sempre in ballo le moschee ma anche noi diciamo che vogliamo l'istituzione di un albo per gli imam in Italia: le moschee devono essere aperte a tutti, ma diciamo no alle moschee fai-da-te, che danneggiano anche la nostra immagine". "Uno non può svegliarsi la mattina, - dice Aodi - fare un regolamento personale e aprire una moschea, questo non si può". "Chiediamo anche però - dice - una maggiore collaborazione nel processo autorizzativo e più rapporti con le comunità arabe e musulmane, perché l'estremismo si combatte anche così".

"Non siamo ambigui, diciamo a chiare lettere che nessuno si deve permettere di utilizzare la religione musulmana o il mondo arabo per fini terroristici, noi siamo le prime vittime di chi usa l'Islam per fare violenza". Islam e democrazia sono compatibili a patto che si parli con l'Islam vero, non quello strumentalizzato a fini politici". "Usiamo le stesse parole di papa Francesco, "no al terrorismo ma anche no alla libertà di insultare".

La Co-mai chiede anche la concessione della cittadinanza ai figli di immigrati dopo un ciclo scolastico e sottolinea la necessità di separare l'immigrazione irregolare e il terrorismo, perché "questo non arriva in Europa tramite canali irregolari". "Vogliamo assicurare - dice a sua volta l'ambasciatore della Lega Araba in Italia, Youssef Nassif Hitti - che l'Islam non è ignoranza: la differenza culturale è una ricchezza e abbiamo il dovere di creare armonia fra tutte le culture e le civiltà". "Non ci dobbiamo piegare all'odio - aggiunge il presidente della Fnsi Franco Siddi - non dobbiamo alimentare un circuito che poi genera nuova violenza".

"Io, donna, musulmana e fumettista"

  • Mercoledì, 21 Gennaio 2015 08:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
20 01 2015

Si chiama Gihén, è tunisina e lavora a Milano: «La cattiva predica religiosa si trova ovunque»

Intervista di Davide Vannucci

Una tavola del fumetto Supernova di Gihén Ben Mahmud

Nell’immagine, uscita su un quotidiano brasiliano, Folha de S. Paulo, si vedono una donna velata ed un’altra vestita all’occidentale, spalle e braccia scoperte, seni in vista. Le loro mani si intrecciano e sventolano la bandiera della Tunisia, culla della primavera araba. L’autrice si chiama Gihén Ben Mahmoud, è una disegnatrice (di fumetti), è tunisina, ma da otto anni vive e lavora a Milano. La tavola - esposta in occasione della mostra “Orientellers”, organizzata a Roma, a Palazzo Incontro, dal 6 al 9 novembre scorso – vuole essere il fotogramma della (possibile) convivenza. Un’istantanea che stride con le immagini e la parole di questi giorni, in cui riemergono altre prospettive ed altri concetti: non “primavera araba” ma “scontro di civiltà”. Oppure risalgono la corrente antiche espressioni: “L’Islam e la democrazia impossibile”.

Gihén, quando abbiamo concordato l’intervista mi hai detto: “È importante parlare in termini chiari, senza fare confusione”. Che cosa intendevi?
Io non voglio usare la parola islamofobia, non mi piace. Allo stesso tempo credo che non si debba minimizzare quello che è accaduto, ma neppure esagerare. Attraverso i media si sta creando una paranoia generale riguardo ai problemi di sicurezza. Gli estremisti nell’Islam ci sono e ci saranno sempre.

È cambiato qualcosa rispetto all’inizio del secolo, alla cesura storica delle Torri Gemelle? I fondamentalisti hanno più consenso di prima oppure no?
Ecco, da questo punto di vista, in Tunisia si può parlare di una regressione, perché gli estremisti hanno maggiore visibilità di prima. In questi anni, soprattutto a causa della propaganda finanziata dal Medio Oriente, la religione ha avuto più spazio nel discorso pubblico. La crisi economica ha sicuramente influito, perché quello che accade in Occidente ha un impatto immediato sul mio Paese. Il turismo è calato, la società tunisina si è ulteriormente impoverita. Insomma, c’è uno stato di depressione generale.

Qui subentra la propaganda islamista..
Sì, in una società depressa la religione viene vista come un’alternativa alla cultura occidentale di stampo americano. E la situazione è scivolata ulteriormente dopo la rivoluzione. Non bisogna dimenticare che la Tunisia è il Paese che fornisce più militanti all’Isis. Dopo la cacciata di Ben Ali si sono aperti maggiori spazi e la predica religiosa, in particolare nei canali satellitari, si è fatta ancora più incessante. Io stessa, che non ero stata mai contestata per le mie opere, adesso ricevo delle critiche. Le donne che raffiguro sono troppo sexy per certi standard.

Com’è possibile lavorare, da fumettista, in una tradizione culturale tendenzialmente iconoclasta? Negli hadith, i “racconti” della vita di Maometto, c’è addirittura il divieto di raffigurare qualsiasi creatura vivente. Anche se, nel corso dei secoli, questi limiti sono stati variamente interpretati...
È vero che, secondo una certa lettura del Corano, esiste il divieto di disegnare e di raffigurare, perché la creazione appartiene solo a Dio. A maggior ragione questa norma si applica nel caso in cui si voglia rappresentare il Profeta. La Tunisia, però, è sempre stato un Paese poco rigido da questo punto di vista. Anzi, negli anni Sessanta e Settanta ci fu un vero e proprio boom delle arti plastiche. Io non ho mai avuto problemi a raffigurare la figura umana, in particolare quella femminile.

Hai mai rappresentato Maometto?
No, ma si tratta di una scelta artistica, stilistica. Non mi interessa provocare. Io, come ho detto, lavoro molto sulle donne, sui loro diritti, sulla loro emancipazione. Se è vero che il mio Paese, in questo campo, è considerato molto più avanzato rispetto al resto del mondo arabo, io sono nata pur sempre in una società conservatrice, tradizionalista, maschilista. Quindi voglio descrivere i problemi dell’essere donna in Tunisia. Altri miei comics sono ambientati invece in Occidente. Un altro argomento che mi interessa, e che conosco da vicino, è l’immigrazione.

Hai mai fatto satira?
No. Però la satira, a differenza di quello che si pensa, è diffusa nel mondo arabo. Ci sono ovviamente dei limiti, che sono dettati dalla politica. Insomma, le critica sociale è ammessa, ma se si contesta il potere, si rischia di essere imprigionati o di venire costretti ad emigrare.

In Europa si discute molto della libertà d’espressione e dei suoi limiti...
Io non credo che si debbano attaccare le persone in maniera gratuita, né mi piace chi sceglie il linguaggio dell’insulto. Bisogna essere sottili, intelligenti, soprattutto quando si esprime una critica. Sono un’artista e i disegnatori di Charlie sono dei colleghi. Sto con la libertà d’opinione. Non mi sento offesa. Ma sono nata in una società musulmana e capisco che molti, credenti e praticanti, lo siano.

Alcuni “offesi” sono passati all’azione. Je ne suis pas Charlie. Sono state attaccate delle Chiese, ad esempio in Niger. Ci sono state manifestazioni di protesta in molti Paesi islamici, dal Pakistan all’Algeria, dalla Somalia al Sudan...
Ho visto. È scattato il meccanismo della contropropaganda. La mentalità che sta dietro queste manifestazioni è quello del “se la sono cercata”. Però non credo che i fondamentalisti abbiano tutto consenso, anche se molte persone si sono sentite offese. Il problema è che questa macchina della contropropaganda è più forte di prima.

Proprio per togliere i fondamenti ideologici a questi gruppi il presidente egiziano al Sisi ha chiesto agli imam una rivoluzione religiosa, un cambiamento di dottrina. Che ne pensi?
Sarebbe una svolta importante, ma questo non è l’unico elemento alla base del fondamentalismo. C’è una questione di frustrazione sociale, ad esempio. Ma soprattutto non c’è solo la dottrina degli imam. La cattiva predica religiosa si trova ovunque, nei canali televisivi, in rete, ed è alla portata di tutti.

L'inganno della libertà

  • Martedì, 20 Gennaio 2015 08:11 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Manfredi Scanagatta, Zeroviolenza
20 gennaio 2015

"Morto per la libertà"

Queste le parole che il comico francese Christophe Alévêque ha cantato con voce rotta indicando una bara ricoperta di vignette durante i funerali di Tignous, uno dei vignettisti di Charlie Hebdo ucciso da qualcosa e qualcuno che ancora si fa fatica a comprendere.
Alévêque ha deciso di ricordare e celebrare la memoria dell'amico cantando "Bella Caio" sempre di più inno internazionale e condiviso della resistenza alle tirannidi,

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