×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

"All'inizio - racconta una professoressa di filosofia in un liceo di Seine Saint Denis, banlieue difficile della periferia parigina - ho pensato a una stupida contestazione. Senza molto senso. Di principio. Poi ho sentito tanti altri miei colleghi ai quali era capitata la stessa cosa. Allora ho capito che era molto più grave e profondo. Gli studenti rifiutavano quel minuto di silenzio. Lo sentivano estraneo".
Daniele Mastrogiacomo, la Repubblica ...

Le vignette corrono tra i banchi di scuola

CulturaRoma, liceo Mamiani. Scuola storica degli anni della contestazione, primo istituto occupato nel '68. Verso l'una e mezza, qualche minuto dopo l'ultima campanella, uno sciame di ragazzi supera il cancello nero d'ingresso e invade il marciapiede. Tra loro c'è anche Francesca, nello zaino ha una copia di Charlie Hebdo. "Tout est pardonné", la lacrima di Maometto è arrivata fin qui, tra i giovanissimi della borghesia romana di Prati. 
Tommaso Rodano, Il Fatto Quotidiano ...

Il Fatto Quotidiano
14 01 2015

di Vanessa Cappella

Al di là di brevi pensieri in difesa della libertà di stampa e di espressione lasciati sui miei social network, ho aspettato a scrivere qualcosa di più articolato riguardo a ciò che sta succedendo in questi giorni. La paura e lo sconvolgimento per qualcosa di inaspettato non sono amiche della lucidità e, in casi di grande impatto emotivo come quelli di un attacco terroristico che tocca il cuore pulsante dell’Europa, si può rischiare di parlare troppo e di ascoltare poco, troppo poco.

E nemmeno proporre l’ennesima analisi dei fatti di Parigi è il mio intento: i colleghi che hanno seguito gli eventi in prima linea sono molto più adatti di me a raccontare ciò che hanno visto, ascoltato, analizzato personalmente. Vorrei invece porre l’accento su un’altra questione: l’esistenza di due pesi e due misure quando si tratta di vite umane. Mi ha particolarmente colpita, per una prossimità causale e temporale, ciò che sta succedendo in Nigeria, dove le milizie di Boko Haram, il gruppo sunnita jihadista che ha preso il controllo di una parte del Paese, hanno trucidato nella città di Baga circa duemila persone, inclusi anziani, donne e bambini, e fatto esplodere (sottolineo esplodere) tre bambine di circa 10 anni nei mercati di Potiskum e Maiduguri, nello stato nord-orientale di Yobe.

Secondo Amnesty International, si tratta del peggior massacro dal 2009, anno in cui Boko Haram ha iniziato i suoi attacchi. L’aggettivo “orribile” non basta a descrivere l’immensità della tragedia che si sta consumando in quel Paese, lo strazio disumano a cui sono sottoposte migliaia di famiglie innocenti, l’esodo disperato dei sopravvissuti che hanno lasciato i villaggi alla ricerca di una possibilità di vivere. Una tragedia umana che meriterebbe la stessa, se non maggiore, globale indignazione, lo stesso afflusso di persone nelle piazze, la stessa ferma negazione di quanto azzera la vita umana in nome di una follia terroristica.

Davanti a due casi contemporanei di terrorismo, per giunta della stessa matrice, le reazioni non sono comparabili: si denota dagli spazi dedicati dai giornali alla vicenda nigeriana messi a confronto con quelli dedicati alla Francia, si denota dai discorsi di tutti i giorni con le persone che incontriamo e si denota, ancor più semplicemente, dai singoli status sui social network, termometro vero o presunto degli animi generali. Per la redazione di Charlie Hebdo e per le vittime del supermercato kosher parigino in milioni hanno fatto sentire la propria voce, anche solo con un semplice hashtag simbolico, e sono scesi in piazza (inclusi anche quei capi di Stato che non possono certo dirsi paladini delle libertà di espressione e di tutela dei diritti umani).

L’orrore che negli stessi giorni si è consumato nelle terre nigeriane ci è invece arrivato distante, certo una brutta storia, ma non tale da coinvolgerci emotivamente allo stesso modo. Al contrario, la verità è che la tragedia nigeriana non ci ha toccato più di tanto. Perché? È forse solo un problema di prossimità geografica? Sappiamo tutti che non lo è: se fosse accaduto negli Stati Uniti (che certo per noi non sono proprio dietro l’angolo), ci saremmo sentiti decisamente turbati e coinvolti, esattamente come accadde l’11 settembre.

Il punto è un altro. Il fatto ci tocca di meno perché arriva dalle terre martoriate dell’Africa, quelle in cui le guerre, le stragi e la povertà non se ne sono mai andate, e dunque rientrerebbe in una sorta di “quotidiana normalità”. Questo esempio, così evidente, mi porta ancora di più a pensare che ci sia qualcosa di profondamente distorto nella nostra percezione della realtà. È distorto il nostro modo, inconscio o conscio che sia, di dividere i morti innocenti tra quelli di serie A e quelli di serie B, è distorta la nostra assuefazione al male in relazione a certe zone della Terra.

Certamente politica parziale, interessi economici e media farraginosi hanno le loro decisive responsabilità. Ma in realtà, mi sento di dire con una triste franchezza, una grande fetta di colpa di questa insensibilità appartiene ad ognuno di noi: preferiamo chiudere gli occhi e non lasciarci coinvolgere da ciò che sentiamo diverso e lontano, rifiutiamo di ammettere che la nostra mentalità sia lo specchio di quel macrocosmo che tanto critichiamo nelle alte sfere sociali. Preferiamo accettare un’ipocrisia globale nel trattare la vita umana secondo parametri diversi e opinabili, invece di battere i pugni e fare sentire la nostra indignazione per le immani e continue perdite di vite ad opera di regimi dittatoriali, terroristici e repressivi in ogni parte del globo. Ci crogioliamo nell’illusione di far parte sempre della schiera dei paladini della giustizia, quando sappiamo benissimo che i Paesi occidentali hanno le loro responsabilità nei disastri politici e sociali di molti altri Paesi.

In queste immense tragedie, la nazionalità, la cultura, la pelle, l’appartenenza geografica o religiosa stanno a zero. Finché non capiremo davvero che il sangue è dello stesso colore per tutti, non potrà mai esserci un vero cambiamento.

Micromega
12 01 2015

di Annamaria Rivera

Non sempre mi sono sentita in sintonia con Charlie Hebdo, che pure sin dalla giovinezza è stato tra i segni distintivi del mio habitus: quasi come le sigarette, il manifesto, il caffè zuccherato, i vestiti di color viola o verde, la borsa a tracolla, i monili d’argento, il trucco agli occhi, la bibliofilia… Dico “quasi” perché era un vizio che si poteva soddisfare in modo intermittente, quando si andava in Francia e ci si precipitava a comprarlo. Un vezzo i cui germi erano nel ’68, che amava Linus e le bandes dessinées, Wolinski come Reiser, Crepax e altri grandi disegnatori (più tardi, a perpetuare quel vezzo ci sarebbero stati Il Male e Cuore).

E’ stato, quello per Charlie Hebdo e in particolare per Charb, un amore tormentato. Mi son sempre piaciuti l’irriverenza e incompatibilità assolute, il gusto dello sberleffo trasgressivo e outré, l’insolenza scandalosa verso ogni potere e ideologia costituiti. E mai ho preteso, da loro, il politicamente corretto. Ma, quando, nel 2005, sopraggiunse l’affaire delle vignette danesi, che presto sarebbe diventato sanguinoso, mi disturbò un poco che Charlie pubblicasse non le sue ma quelle “caricature”, di cui alcune ricalcavano stilemi propri dell’iconografia antisemita. Che finisse per tener bordone, di fatto, al Jyllands Posten: cioè al quotidiano, dall’orientamento decisamente anti-immigrazione e anti-musulmano, che era la voce ufficiale del partito conservatore, allora al governo. E che in tal modo contribuisse – il mio Charlie! – a trasformare una vicenda minore in una controversia internazionale di portata esplosiva: centinaia di persone arrestate e decine uccise nel corso di manifestazioni di protesta.

Ad avermi riconciliata con Charlie, dopo questa parentesi, è stata l’ammirazione per il fatto che, pur detestati da reazionari, benpensanti, politici vari, pur minacciati per un decennio da islamisti fanatici, tutti loro avessero conservata intatta l’irriverenza verso fanatismi di ogni genere, anche verso quelli apparentemente laici, compresi i dogmi del profitto e del neoliberismo.

Oggi, provo un senso doloroso di lutto per l’orrenda carneficina e il suo epilogo da incubo (diciassette vittime in tre giorni), per il riattivarsi della violenza antisemita, per la perdita dei miei miti, per la mia cultura lacerata. Ma soprattutto per lo scenario tragico che si profila e per l’inadeguatezza dei nostri schemi e categorie a interpretare o almeno a cogliere in profondità il senso di ciò che è accaduto e che accadrà.

E’ anche per questo, non solo per lo choc, che ho esitato a prendere la parola: neppure la mia antropologia critica, una certa conoscenza dell’islam delle periferie, l’impegno più che ventennale contro il razzismo e l’islamofobia mi garantiscono strumenti sufficienti ad analizzare la pulsione di morte e il totalitarismo bellico che, esportati dall’Occidente in plaghe aliene (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Mali...), come per contraccolpo si riproducono da noi.

E’ per questo che non mi persuadono gli schemi precostituiti: quelli di tipo antimperialista-classico, quelli di genere complottista che dilagano sul web, ancor meno quelli che, facendo riferimento a Liberté, Egalité, Fraternité, tornano a concettualizzare in termini di Civiltà/Barbarie, di scontro di civiltà e, più in generale, di essenze e generalizzazioni arbitrarie. Tra queste, gli enunciati che evocano l’incompatibilità assoluta “tra laicità e religione, diritti individuali e norme comunitarie” che caratterizzerebbe in toto l’islam (opposizioni arbitrarie, anche perché antinomico a laicità non è religione, bensì clericalismo e/o fondamentalismo).

In realtà, ciò che si nomina è un islam immaginario, decontestualizzato e sottratto alla storia. Se è vero che esso ha conosciuto epoche, fasi, attualizzazioni, anche odierne, improntate a spirito di apertura e tolleranza, e orientate verso il rispetto delle minoranze e il riconoscimento dei loro diritti. Se è vero che ha prodotto un precoce illuminismo ante litteram con la filosofia di Ibn Khaldûn (XV sec.), uno dei padri fondatori della storiografia, della sociologia, dell’antropologia, la cui eredità arriva fino ai nostri giorni: basta citare studiosi come il rimpianto Mohamed Arkoum, filosofo e storico dell’islam, difensore strenuo di una laicità rinnovata, che non sia fondamentalista a sua volta.

La strage torna a riattivare, fra l’altro, l’immaginario alla Fallaci o alla Huntington, che polarizza Occidente/Oriente, The West and the Rest, secondo le rispettive figure del Bene e del Male: immaginario di cui si nutrono e profittano sia la destra reazionaria e razzista, sia le varie forme d’islamismo violento, in un perverso gioco di specchi.

In un volume collettaneo del 2002, da me curato (L’inquietudine dell’islam, Dedalo, Bari), che raccoglie i contributi del già citato Arkoum, del sociologo italo-iracheno Adel Jabbar, dell’antropologo svizzero-tunisino Mondher Kilani, del sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar (oltre al mio e a quello di Joceline Césari), scrivevo che il cosiddetto Occidente è a-topico, poiché comprende tanto i centri della finanza internazionalizzata quanto gli sceicchi e i regimi legati al business petrolifero, con gli interessi e le strategie che perseguono: tra queste, il sostegno ai movimenti islamisti, anche di tendenza jihadista e takfirista, anche di stampo terrorista.

Già allora, in quel libro e altrove, analizzavamo ciò che Khosrokhavar definiva, in riferimento alla Francia, islam dell’esclusione. Ed è questa una delle tante chiavi (non certo la sola!) che potrebbe aiutarci a comprendere gli attentati di matrice islamista “a casa nostra”.

In assenza ormai, nei “quartieri difficili”, di agenzie di socializzazione e politicizzazione (tra queste, le sezioni del Pcf e della gioventù comunista, per esempio) nonché delle stesse istituzioni pubbliche, l’esclusione sociale e il razzismo producono, tra le giovani generazioni di origine immigrata, frustrazione e senso d’inferiorità e d’indegnità. A compensare e a trascendere questi sentimenti per riconquistare dignità, non vi sono più le grandi narrazioni del riscatto e neppure, almeno per ora, un’estesa rivolta dei ghetti come quella che infiammò l’autunno francese del 2005.

Gli insulti più grevi (qualche mese prima Sarkozy aveva incitato a sanificare le cités col kärcher, per ripulirle dalla racaille, la feccia umana), la repressione e le misure di stampo coloniale furono le sole risposte che le istituzioni seppero dare alla grande questione sociale e culturale che quella rivolta, pur così scomposta, aveva squadernato.

Oggi il millenarismo di stampo jihadista o takfirista, con la sua immancabile componente antisemita, per quanto detestabile e criminale possa essere, può apparire attraente per reietti, emarginati e piccoli delinquenti alla ricerca di rivincita e affermazione del sé. Come nei casi non solo dei fratelli Kouachi ma anche di Mohamed Merah (il presunto autore degli attentati del 2012, anch’egli ucciso dalle forze speciali), la prigione può essere una scuola di fanatismo decisiva. A tal proposito, è notevole come l’esito delle stragi ricalchi il medesimo schema. Anche questa volta più di qualche dubbio è lecito a riguardo dell’efficacia o dello zelo dei servizi di sicurezza francesi: secondo Libération, da molti mesi la DGSI (Direzione generale della sicurezza interna) aveva smesso di sorvegliare i fratelli Kouachi, pur gravemente sospettati.

A esorcizzare questa tragedia non basterà certo la manifestazione oceanica dell’11 gennaio a Parigi, con la presenza di esponenti sommi d’istituzioni nazionali ed europee, di capi di stato e di governo, compresi i più reazionari e fascisti, e perfino del segretario generale della Nato. Per non dire che il fiume di retorica, l’ipocrisia dilagante, l’unanimismo, la pretesa di fare di Charlie Hebdo un simbolo della riscossa repubblicana sono esattamente il tradimento del suo spirito: che era e speriamo resti bête et mechant.

Questo unanimismo, ha dichiarato amaramente, in un’intervista per Les Inrocks, il disegnatore Luz, scampato alla strage, è utile a Hollande per rinsaldare la nazione e a Marine Le Pen per reclamare la pena di morte.

Da noi se ne gioverà soprattutto la destra, compresa Forza Italia, e in specie il blocco fascio-leghista. Entrambi vomitano, ormai quotidianamente, metafore belliche, odio contro gli alieni, fatwa contro il “multiculturalismo buonista”, proposte oscene come quella di ributtare a mare tutti i rifugiati e i migranti.

Domenica sera, mentre in piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia, una folla non troppo numerosa applaudiva alla bandiera che saliva sul pennone al suono della Marsigliese ma anche delle campane della chiesa vicina, ho pensato: “Tutto questo sarebbe pane per i denti di Charb…”.

Non mi schiero: nè con l'Islam nè con l'Occidente

[...] Al centro dei fenomeni del nostro tempo c'è la fame, perché nessuno capisce più perché nel tempo in cui sarebbe possibile l'opulenza - o una più equa distribuzione delle cose - debba ancora esserci la fame. Debba cioè regnare il principio della scarsità - e della guerra fra gli uomini per mantenere le risorse - quando la tecnica renderebbe possibile un mondo diverso.
Lanfranco Caminiti, Cronache del Garantista...

facebook