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Il "Comune" di Parigi


[...] Siamo davvero sicuri che l'identificazione in quello che noi occidentali definiamo universalismo coinvolga tutta l'umanità, o non dobbiamo prendere atto che i valori della Rivoluzione Francese sono stati troppo logorati dalla storia reale per poter raccogliere un'adesione unanime? Colonialismo, guerra, diseguaglianze, esclusioni pesano e non potrebbe essere che così. 
Luciana Castellina, Il Manifesto ...

Le nostre mani troppo piccole

  • Martedì, 13 Gennaio 2015 10:49 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
13 01 2015

E’ molto difficile, per me, prendere parte alla marea, ora in parte discendente, di pareri e analisi su quanto avvenuto mercoledì scorso a Parigi. Un po’ perché sono stata direttamente coinvolta come comunicatrice, dal momento che ho trascorso i pomeriggi degli ultimi giorni a informare e porgere pareri su quanto avvenuto, un po’ perché credo che abbiamo un disperato bisogno di complessità e non di visceralità. Dunque, prendi questo post come un insieme di appunti privi di certezze, per ragionarne insieme, mon semblable, mon frère.

Uno dei punti su cui vado rimuginando in solitaria è quello che mi sembra essere un incremento dei fondamentalismi: intendendo con questa parola la non disponibilità al dialogo e al rispetto reciproco, ovvero l’antichissimo gioco del “non esiste altro punto di vista possibile se non il mio”. Come scrive Salman Rushdie (grazie a Pascal Marinelli per aver ritrovato e postato queste parole): “uno dei più melliflui elementi del linguaggio che si è sviluppato per giustificare questo tipo di comportamenti è una sorta di reinvenzione della parola “rispetto”. Quando ero giovane, rispetto voleva dire prendere le persone sul serio, non voleva dire non esserci mai in disaccordo. Rispettare qualcuno è dire “va bene, valuterò con cura quello che stai dicendo, e se non sono d’accordo proporrò un controargomento all’altezza”. L’idea che sarebbe irrispettoso nei confronti di qualcuno dissentire in qualche modo dal suo sistema di pensiero è un’idea nuova, è un nuovo significato della parola “rispetto”, che - io credo - non ha nulla a che fare con il rispetto”.

Perché avviene? Le ipotesi sono molte, e tutte valide. La perdita di centro, la debolezza delle comunità e anzi la loro disgregazione, l’assai malinteso concetto di libertà che va a coincidere con “faccio quello che mi pare, io sono l’unico metro di giudizio, di quel che accade intorno a me poco mi cale”, la paura, la povertà, l’incapacità di ricordare il passato e di progettare, anzi, di vedere il futuro.

Tutto giusto.

Ma tutto questo non porta a un nuovo abbraccio alle religioni intese come unica certezza. L’ultimo sondaggio Gallup di cui ho traccia è del 2012, ma sembrerebbe andare nella direzione contraria. Come scriveva Il Post qualche giorno fa, “la percentuale di persone che sostengono di essere religiose è passata dal 77 al 68 per cento tra il 2005 e il 2011, mentre quelli che dicono di essere atei sono aumentati del 3 per cento. Nel complesso, dice la ricerca di Gallup, in tutto il mondo si può stimare con un buon grado di approssimazione che il 13 per cento della popolazione sia atea (in Italia l’8 per cento), con un altro 23 per cento che si considera “non religiosa””.

Dunque i vari tipi di fondamentalismo religioso sono il colpo di coda di qualcosa che va, se non svanendo, perdendo forza? Non lo so. So, però, che è difficile trovare un’altra parola (fondamentalismo) per definire una durezza e una chiusura di cui fino a qualche tempo fa non si trovava traccia. E non sto parlando (solo) di religione islamica, ma di religione cattolica così come viene intesa e portata avanti da chi si oppone alle leggi che hanno sancito diritti: in altre parole, sentir parlare di tolleranza in un paese che ha quasi il 100% di medici obiettori di coscienza e dove si organizzavano veglie con lancio di bottiglie di acqua minerale contro Beppino Englaro, o dove l’inenarrabile assessora Elena Donazzan emette circolari per invitare al mea culpa i genitori di allievi musulmani, mi dà qualche brivido, così come me lo dà la contrapposizione fra religioni monde di sangue e religioni della violenza (su Wikipedia esiste una voce Christian terrorism: andrebbe almeno letta).

Quello su cui rimugino, da donna che osserva e non da specialista in questa o quella analisi, è che, però, forse i fondamentalismi e i fanatismi prescindono dalle religioni. Trovano nelle religioni un rilancio e un conforto, ma si devono ad altro. A uno smarrimento e a una cupezza che non mi sembra di ricordare, nella mia non brevissima vita, neppure negli anni di tenebra a cui spesso si fa riferimento, e che così tenebrosi non erano. Quello che personalmente ho sentito svanire con l’assassinio di Wolinski e Cabu e dei loro colleghi è l’innocenza di una generazione (sì, innocenza) che riteneva di poter immaginare, nonostante tutto e ancora oggi, un futuro libero da vincoli identitari, religiosi, di appartenenza. Non mi sembra più possibile. Naturalmente è possibile, e necessario, costruirne altri: ma quello, temo, si è rivelato un’utopia. “nessuno, nemmeno la pioggia, ha mani tanto piccole”, verseggiava E.E.Cummings, con altre intenzioni. Bisogna trovare mani più grandi, o far più grandi le nostre, questo io credo.

Violenze e giochi di potere in nome della religione

La cosa che più mi ha colpito è la storia di quelle tre bambine imbottite di tritolo e mandate a farsi esplodere in mezzo alla folla. Le bambine erano musulmane. Anche il poliziotto che ha alzato le mani su un marciapiede di parigi, ucciso a freddo, era musulmano. E le duemila persone che sono state finite a fucilate nei boschi della Nigeria, erano musulmani.
Dacia Maraini, Corriere della Sera ...

Tra retorica e guerra

  • Lunedì, 12 Gennaio 2015 15:13 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO
Enrico Euli*, Comune Info
11 gennaio 2015

Anche in Italia c'è preoccupazione per la libertà di espressione. Si teme possa ritornare. La Cattiveria di Kotimkin sul Fatto apre alle riflessioni sulla manifestazione di ieri a Parigi. Un corteo zuppo di retorica tardoilluminista, guidato da dittatori finti democratici che governano senza democrazia, partecipato dai soliti progressisti che innalzano matite e bandierine arcobaleno.

Noi donne
12 01 2015

Psicologa colta, e vivace analista delle dinamiche di coppia, Elsa Cayat (1960 – Parigi, 7 gennaio 2015), vittima del terrorismo islamico, rivive nelle sue opere sulla sessualità di coppia e sulle differenze fra i due generi.

inserito da Marta Mariani

4 milioni di francesi uniti contro il terrorismo. Una fiumana di determinazione, di solidarietà. Una moltitudine di cordoglio, di estremo dolore, certo, ma senza paura: «Terroriste t'es foutu, / la France est dans la rue!» (Terrorista, sei fottuto / la Francia è scesa in piazza!). Nell'ultimo week-end, quella che da "Le Figaro" è stata definita una "marea umana" ha sguinzagliato tutto il suo disprezzo verso il fanatismo islamico, e soprattutto, verso il terrorismo, incarnando con il suo "je suis Charlie" le 12 vittime della redazione Charlie Hebdo. Le vittime, uccise dal fuoco dei kalashnikov aperto al grido di "Allah akbar!", erano soprattutto giornalisti, oltre a un addetto alla portineria e ad un poliziotto in sorveglianza. Una donna, fra le vittime - Elsa Cayat, psicoanalista e scrittrice - curava la rubrica bisettimanale "Charlie Divan". E' per omaggiare il suo lavoro e il suo contributo all'informazione francese che diamo spazio, qui, alle sue opere di genere.

Elsa Cayat, infatti, era un'analista delle relazioni fra uomini e donne, un'indagatrice delle dinamiche di coppia, una studiosa della psicologia dei generi. Nel 1998, la Cayat aveva pubblicato, con Jaques Grancher Edition, un volume di psicologia dal titolo "Un homme + un femme = quoi?" ("Un uomo + una donna = che cosa?"). In questo libro, la psicologa scongiurava l'approdo della coppia a mero "quadretto formale di celibi e nubili che semplicemente coabitano" in un'unione "non più intima ma prettamente sociale". Così, con uno sguardo certamente ironico e pronto a sorridere di molte disillusioni, la Cayat osservava come si possono paradossalmente celare, dietro un grande amore, l'odio e il risentimento.

L'occhio sbarazzino della Cayat sopravvive ancora nella sua più recente pubblicazione - Albin Michel 2007 - redatta a quattro mani con il giornalista Antonio Fischetti, "Le désir et la putain: Les enjeux cachés de la sexualité masculine" ("Il desiderio e la puttana: La celata posta in gioco della sessualità maschile"). La Cayat vi analizzava la centralità del sesso per gli esseri umani, il significato simbolico della penetrazione, vi si domandava se le parole fossero oggetti dotati di carica libidica, se tutte le donne non fossero, per gli uomini, che una variazione sul tema della "madre" o della "puttana". Cayat e Fischetti vi dibattevano, infine, di prostituzione, per coprire a parole tutto il divario che intercorre fra desiderio, carnalità e "intima comprensione sessuale" fra i generi.

Insomma, la Cayat, - che avrebbe potuto ancora regalarci perle di sapienza sulla vita di coppia e sull'amore - nel suo più luminoso guizzo dello spirito, possiamo leggerla nell'intervista edita su Psychologies.com, che così comincia: «Come è possibile voler fondare la propria vita su qualcuno che sia altro da se stesso? Questo è il nucleo di qualsiasi problema sull'amore. Il punto, infatti, non è cercare di fondare la propria vita sulla vita di un altro. Il punto è di assicurarsi la propria vita e di rimettere al centro il Sé, per potersi aprire all'altro... Da qualche parte dentro di noi noi vorremmo poggiarci e riposare sull'altro perché crediamo che tutti i problemi provengano da una mancanza d'amore. Pensiamo che l'amore sia la soluzione ad ogni carenza, e dunque, che l'altro possa guarirci da ogni male. Ma questo è falso. Non soltanto l'altro non può supplire alle nostre carenze, ma i problemi personali spunteranno fuori nella misura stessa dell'intensità amorosa. Per poter risolvere i nostri problemi, dobbiamo analizzarci interiormente e ricentrarci sul nostro Sé, sul nostro io...»

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