Gli stipendi non pagati a Expo

  • Mercoledì, 02 Settembre 2015 08:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Milano in Movimento
02 09 2015

E’ di qualche giorno fa la notizia di un’assemblea sindacale all’interno di Expo che ha visto la partecipazione di una cinquantina di lavoratori del Padiglione Italia sulla vicenda degli stipendi di Giugno non pagati.

La questione, che si aggiunge alla poco edificante vicenda dello spionaggio preventivo verso i lavoratori del sito Expo, è molto interessante e abbiamo deciso di approfondirla.

Come dicevamo l’elemento che ha dato il via a questo episodio è il mancato pagamento dello stipendi di Giugno a dei lavoratori del Padiglione Italia (uno dei fiori all’occhiello di Expo). L’assemblea è stata indetta dalla sola CGIL dopo che per un certo periodo petizioni e lettere mandate dai singoli lavoratori sono cadute nel vuoto.

Ma facciamo un po’ di passi indietro.

L’azienda che non paga gli stipendi è una sola: tale Jec. Questa fa parte di un gruppo di aziende costituitosi appositamente per partecipare alla gara per la gestione degli eventi del Padiglione Italia. Nel periodo di poco antecedente all’inaugurazione dell’Esposizione Universale sorgono evidentemente dei problemi perché il 28 Aprile per l’apertura del Primo Maggio viene chiamata in tutta fretta a organizzare il lavoro l’onnipresente Manpower.

A Giugno, e per un solo mese, torna in scena Jec che fa gestire il Padiglione Italia alla società The Kay (fondata a Maggio 2015 e con un capitale sociale molto basso). Poi, a Luglio, la gestione viene nuovamente riaffidata e attribuita allo Studio Ega in collaborazione, tanto per cambiare, con Manpower.

Una serie di domande sorgono spontanee.

Perché ARCA (la centrale acquisti regionale) non ha assegnato la gestione prima del Primo Maggio?
Perché dopo un solo mese il servizio viene riassegnato a Jec?
Non era possibile un controllo preventivo della solidità e della serietà delle aziende chiamata a gestire Expo?

Ma la vicenda è ulteriormente ingarbugliata perché Expo non ha riconosciuto il passaggio da Jec a The Kay ed è quindi in atto un contenzioso. Da qui lo stop degli stipendi. Da notare che la società Jec non ha pagato non solo hostess e steward, ma anche ruoli più alti a livello dirigenziale.

In questo momento lo scopo primario è quello di ottenere il pagamento degli stipendi e il rispetto dei sacrosanti diritti maturati dai lavoratori come corrispettivo della loro prestazione lavorativa.

Citando l’amareggiato commento di qualcuno che conosce da dentro l’intera vicenda dell’Esposizione Universale: “Qui a Expo vengon fuori delle merdate incredibili, ma formalmente tutto deve essere ineccepibile”.

 

Dietro le esagerazioni di Expo non c’è niente

  • Lunedì, 03 Agosto 2015 08:48 ,
  • Pubblicato in Flash news

Internazionale
03 08 2015

Sono stato all’Expo. La prima cosa che ho visto è stata questa:

Così decontestualizzato questo video può sembrare un affondo facile, un sarcasmo da gufi. Non sia mai. Contestualizziamo.

Expo è la fiera mondiale del cibo.

Tutti i paesi più grandi hanno un padiglione, così come le grandi aziende alimentari (Coca-Cola e McDonald’s, ma anche Algida), certi gruppi industriali (la confindustria cinese, Enel, Etihad), e le regioni italiane.

Questi sono tutti edifici più o meno spettacolari, progettati apposta per attirare l’attenzione e rispecchiare certe caratteristiche del proprietario: quello di Coca-Cola ha una facciata coperta d’acqua rinfrescante; quello dell’Oman sembra un palazzo da Mille e una notte. I paesi meno ricchi sono raggruppati in cluster, gruppi di edifici più piccoli e tutti uguali associati a un tema e a volte a uno sponsor.

Per esempio, molti paesi produttori di caffè (Etiopia, Yemen, Burundi) sono raggruppati nel cluster della Illy. Altri paesi, come le Maldive e il Belize, sono nel cluster delle isole, che per qualche ragione include anche la Corea del Nord. Sul sito non è segnalata, però.

I padiglioni ospitano perlomeno un ristorante con le specialità nazionali, un percorso didattico-espositivo sulle particolarità agroalimentari del paese, e un piccolo mercato locale. Questa versione essenziale è arricchita da progetti specifici, spesso molto ambiziosi. Nel padiglione brasiliano si può fare una camminata sospesi a mezz’aria. Nel padiglione cinese si può assistere a uno spettacolo in cui l’ologramma di un panda fluorescente balla a ritmo di house, assumendo di volta in volta le fattezze dei visitatori che si sono fatti un selfie lì.

Il padiglione cinese all’Expo di Milano, il 25 giugno 2015. - Per le foto si ringraziano Clemens Jahn, Martti Kalliala ed Elvia Wilk Il padiglione cinese all’Expo di Milano, il 25 giugno 2015. (Per le foto si ringraziano Clemens Jahn, Martti Kalliala ed Elvia Wilk)
Nel padiglione ceco si può bere birra a marchio ceco prodotta da una multinazionale tedesca.

Nel cluster del riso si può osservare una ricostruzione delle risaie che occupavano il territorio dove sorge l’Expo prima che fossero distrutte per costruire l’Expo. Nell’elegantissimo padiglione del Bahrain si possono vedere le piante tipiche che darebbero i frutti che si mangiano al ristorante (fichi, datteri), se non fosse che in Lombardia quelle varietà non fruttificano e quindi il ristorante si rifornisce altrove. Nel padiglione francese sono esposti tutti i prodotti migliori dell’industria nazionale – dalla baguette ai coltelli Opinel alle racchette Rossignol – lungo un percorso obbligato, come all’autogrill.

All’Expo, la fiera del cibo, la presenza dominante non è il cibo ma il linguaggio

A volte, camminando lungo il Decumano, la strada che taglia l’intera esposizione, ti prende un senso di straniamento.

Al centro della via ci sono dei diorama a grandezza naturale che mostrano enormi ceste colme di frutta, o maiali al truogolo, o banchi di pesce. A parte il gusto passatista del legno e dei vimini non mostrano niente che chi sia stato in un supermercato non conosca già. Il cibo più visibile alla fiera del cibo è fatto di vetroresina colorata.

Lungo la strada si tengono delle parate e degli eventi. Oltre a quella nel video di prima, mi sono imbattuto in uno spettacolo di equilibristi a tema patatine fritte, di fronte al padiglione del Belgio; in due steward travestiti da saliere giganti, di fronte a quello dei Paesi Bassi; e in un circolo di bonghisti.

L’Expo il 25 giugno 2015 - Per le foto si ringraziano Clemens Jahn, Martti Kalliala ed Elvia Wilk L’Expo il 25 giugno 2015 (Per le foto si ringraziano Clemens Jahn, Martti Kalliala ed Elvia Wilk)
La disposizione dei padiglioni comporta delle bizzarrie geopolitiche. Il padiglione degli Stati Uniti è schiacciato tra il Kuwait e la Confindustria cinese; la Corea del Nord è a due passi dalla Coca-Cola; sull’Estonia incombe, avvolgendola da due lati, l’enorme padiglione della Russia. Si ha l’impressione di una internazionalità asettica e formale, ottenuta per sottrazione. È la stessa impressione che si ha negli aeroporti.

Andando avanti sulla strada lo spettacolo più frequente non sono i chioschi di street food che mi aspettavo (quelli sono sul retro), ma degli acquari pieni di tapis-roulant e macchine da palestra. Lo sponsor, Tecnogym, promette di donare in cibo ogni caloria smaltita pubblicamente dai visitatori. Organizzano anche una lezione di spinning all’aperto, dove decine di persone sudano come idrovore senza docce né cambio.

All’Expo, la fiera del cibo, la presenza dominante non è il cibo ma il linguaggio.

Non è il linguaggio educativo, dei cartelloni che spiegano una tecnica di coltivazione, o le particolarità di una varietà alimentare. Questi sono rari, perché noiosi, e sostituiti, dai paesi che se lo possono permettere, da allestimenti che mirano piuttosto a sbalordire e a mostrare visivamente.

Il Vaticano esplora la fame nel mondo videoproiettando cibi sul piano di un tavolo vuoto. In Russia c’è una sala con le foto di centinaia di tipi di grano. L’Oman non insegna l’apicoltura ma è pieno di sculture di api, bulbose e sovradimensionate. Gli Stati Uniti usano sette video per far vedere le tradizioni culinarie locali, ma le immagini non spiegano per esempio come mai, tra le molte etnie mostrate in tavola a festeggiare il Ringraziamento, manchino i nativi d’America. Nei filmati bevono tutti Pepsi-Cola.

Domina il linguaggio del racconto, dello storytelling, e cioè il linguaggio della pubblicità. Lo si riconosce dalla struttura semplice e suadente, dall’insistenza su concetti morali e dal fatto che sia pieno di ordini.

Le istruzioni per le visite, per esempio, usano l’imperativo e hanno un tono che mi pare intimidatorio. Il padiglione olandese ordina di essere felici.

Il padiglione ceco invece ordina “Sii calmo e silenzioso e potrai vedere di più”. All’ingresso mostra una birreria sul ciglio di una piscina in cui a spruzzare l’acqua è la scultura di un uccello blu elettrico con la coda di sirena dal cui ventre protrude una ruota (non so descriverlo meglio di così).

Dietro al padiglione statunitense, delle statue di mucche in vetroresina hanno un cartellino che intima ai passanti di farsi un selfie. Lo stesso avviso si legge ai piedi del padiglione di Vanke, il grande immobiliarista cinese, con indicazioni su quali punti della facciata offrono sfondi più efficaci. All’interno si parla di “profitti illimitati”.

Ogni cinque-dieci minuti, una musichetta a volume altissimo erompe dagli altoparlanti di tutta l’Expo, esclamando in due lingue: “Expo è magnifica, vero?”, e invitando a manifestare il proprio accordo con un tweet o prolungando, alle casse, la durata del proprio biglietto. Questi annunci sono così frequenti che il sistema uditivo fa in fretta la tara e si abitua a ignorarli. Durante la mia visita c’è stato un piccolo incendio nel padiglione del Turkmenistan, ma l’allarme era talmente simile agli annunci che ci sono volute varie ripetizioni perché ci accorgessimo che dovevamo evacuarlo.

C’è un senso in cui “storytelling” è un’espressione appropriata per tutto questo. È il senso in cui si dice che uno “racconta storie” per dire che sta mentendo.

Per esempio, il padiglione della Sierra Leone annuncia fieramente che il paese africano è un luogo di pace e prosperità.

Quello della Corea del Nord caratterizza il paese più lapidariamente, così:

Il padiglione della Corea del Nord, all’Expo il 25 giugno 2015 - Per le foto si ringraziano Clemens Jahn, Martti Kalliala ed Elvia Wilk Il padiglione della Corea del Nord, all’Expo il 25 giugno 2015 (Per le foto si ringraziano Clemens Jahn, Martti Kalliala ed Elvia Wilk)
È facile fare ironia su questi slogan, immaginando il povero funzionario sprovveduto che li ha dovuti inventare, terrorizzato delle ripercussioni che avrebbe subìto in caso mancassero di enfasi sufficiente.

Ben diversi da quel funzionario sono i politici, i programmatori culturali e gli esperti di marketing territoriale che hanno scelto il tema “Nutrire il pianeta” per un evento che richiede la cementificazione di milioni di metri quadri di campi. Questo non ci sembra ridicolo e assurdo come il caso della Corea del Nord: tutt’al più triste e un po’ esagerato. Ma si sa, alla pubblicità va fatta la tara.

Quello che colpisce, alla fiera del cibo, è la pessima qualità del cibo

Non è un caso isolato. I progetti in base ai quali l’Expo è stata assegnata a Milano prevedevano un parco agricolo permanente in cui ogni paese avrebbe ricreato le sue colture tipiche, raggiunti da nuove vie d’acqua scavate lungo gli antichi tracciati dei Navigli. In realtà le vie d’acqua erano irrealizzabili, perché la pendenza della Lombardia va in senso opposto. Il parco agricolo è esistito solo sui rendering, sostituito nel mondo vero da un impianto a padiglioni, meno costoso e più appetibile per gli sponsor. Anche in questo caso è stata una cosa triste, ma era un po’ esagerato. Ma si sa, anche ai rendering e ai progetti degli architetti va fatta la tara.

Quello che colpisce, alla fiera del cibo, è la pessima qualità del cibo.

Non parlo degli chef stellati; quelli ci sono ma costano caro, e dopo aver pagato 34 euro di ingresso non me ne restavano 75 per mangiare allo stand di Identità Golose (nel pomeriggio era disponibile un menù a prezzo più basso, con le preparazioni avanzate dal pranzo, ma a quel punto non avevo più fame).

In generale, penso che chi può permettersi di mangiare a questa cifra preferisca farlo in un posto che non sia strapieno di turisti, nel frastuono dei bonghi e con annunci promozionali a tutto volume ogni cinque minuti.

Però dove non c’erano le stelle la qualità era molto diversa da quello che si poteva immaginare. A parte qualche baracchino (di marchi come Grom e Coop), quasi tutti i gelati erano in concessione ad Algida. Nei ristoranti regionali la pizza campana era appaltata a Rossopomodoro. L’enorme padiglione dedicato al “Vino” italiano (trattato come intraducibile nel tentativo, immagino, di replicare la brandizzazione del termine “pizza”) era quasi monopolizzato da una partnership con le cantine Zonin, così come i chioschi di Eataly e persino lo stand ufficiale del Prosecco.

Ci sono altre cose, certo: per esempio lo splendido centro Slow Food di Herzog & De Meuron, l’ultima struttura quasi nascosta in fondo al Decumano. Forse è per questo che non c’era nessuno quando ci sono andato io. Il McDonald’s accanto era pieno.

Una divisione simile si manifesta tra i padiglioni. Quelli dei paesi con una cultura gastronomica più nota e consolidata – Corea, Francia, Giappone – hanno ristoranti ottimi ma costosissimi, e spesso con lunghe code. Per il Giappone c’era più di un’ora di attesa nel giovedì in cui ci sono andato io, con i tornelli all’ingresso semideserti tutto il mattino.

A Expo sotto lo storytelling non c’è niente

D’altro canto, i padiglioni più piccoli, dalle tradizioni culinarie meno note, erano affossati dalla mancanza di denaro, dall’incuria o da un travisamento della natura dell’evento. In molti padiglioni africani, il grosso dello spazio era dedicato alla vendita di maschere tribali, chincaglieria e collanine e spesso non c’era traccia di informazioni sul cibo.

Lo stand nordcoreano vendeva solo ginseng, e ninnoli del regime che andavano a ruba, per un’ironia che sfuggiva alla cassiera assorta a leggere la Bibbia con un traduttore elettronico. I ristoranti di questi padiglioni erano spesso rovinati dalla scarsità di clienti, e proponevano dei piattini di plastica con dentro qualche panzerotto e del riso da scaldare al microonde. In certi casi il piatto tipico era solo il kebab.

Le critiche all’Expo sono generalmente critiche alle sue premesse. Si può sostenere che sia un format superato; o che il tema del cibo sia ipocrita; o che la sua impostazione, in Italia, serva solo a giustificare un enorme trasferimento di risorse pubbliche ai soliti costruttori e complessi industriali privati.

Ma anche superando le premesse, in cambio bisognerebbe ottenere un’esperienza gastronomica e culturale che valga 34 euro per un visitatore o un miliardo di euro per lo stato che ospita la manifestazione. A me non sembra che sia così.

In molti hanno paragonato la fiera a Eataly, non a caso coinvolto senza bando di gara a fornire tutti i ristoranti delle regioni italiane. È un paragone per certi versi sensato: anche a Eataly è tutto esageratamente costoso. Anche Eataly non ha una bella reputazione nei rapporti con i lavoratori. Anche Eataly è caratterizzato da una retorica urticante e onnipervasiva.

È un paragone troppo generoso. Da Eataly sotto lo storytelling si trovano (anche) cibi buoni, per quanto cari. A Expo sotto lo storytelling non c’è niente.

Ero a Milano nel 2007, quando la città è stata coinvolta nella celebrazione della vittoria sull’altra candidata a ospitare Expo 2015, Smirne. È lì che è cominciato il racconto. Un giornale ha pubblicato una foto dei proprietari del negozio di kebab sotto casa mia, che in quanto curdi contavano un po’ crudelmente come imprenditori turchi. Facevano notizia perché festeggiavano da milanesi nonostante la loro nazionalità. Li ho presi in giro la prima volta che ci sono tornato, chiedendogli cosa ci trovavano di buono nell’Expo. Non lo sapevano, mi ha detto ridendo Dervis. “Però è comunque una cosa buona, no?”.

Continuo a non sapere cosa sia, ma io a questa domanda risponderei di no. Sono passati otto anni.

di Vincenzo Latronico, scrittore 

Expo è un flopAlessia Gallione, La Repubblica
25 luglio 2015
    
Da sola, quella voce dovrebbe coprire più della metà degli 800 milioni di euro di costi di gestione di Expo. Perché è da lì, dagli incassi dei biglietti, che la società ha stimato di ricavare 456 milioni. Un calcolo costruito su una previsione: vendere 24 milioni di ticket.
Caporalato in agricolturaRete Campagne in Lotta, Zeroviolenza
15 luglio 2015

Tra polemiche e pubblicità, i padiglioni di EXPO 2015 pretendono di raccontarci come le filiere agroindustriali possano garantire il necessario per "nutrire il pianeta". Sappiamo bene che questa rappresentazione nasconde con immagini a colori pastello una realtà ben diversa, fatta di sfruttamento di persone e territori,

NoExpo Pride: la nostra libertà non è in vendita!

  • Lunedì, 08 Giugno 2015 11:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
08 06 2015

Siamo collettivi, singole, frocie, lesbiche, trans*, migranti che lottano contro le politiche che rendono ogni giorno le nostre vite sempre più precarie, contro le riforme che pretendono di incasellare i nostri desideri e le nostre esistenze. Quest'anno l'organizzazione milanese del Pride ufficiale ha cercato una maggiore visibilità attraverso Expo2015, per questo come collettivi e singol* femminist* e lgbtiq, abbiamo deciso di costruire una nostra giornata di mobilitazione: il NoExpo Pride.
Ci siamo incontrat* a dicembre 2014 a Milano e di nuovo a marzo 2015 a Roma e abbiamo attraversato la May Day del 1 maggio, portando avanti una critica lesbica, femminista e frocia al progetto di Expo2015.

Expo2015 è un progetto fondato sullo sfruttamento del lavoro, sottopagato, precario o volontario; il nuovo modello di sfruttamento consolidato dall'Expo diventerà la norma dopo i sei mesi dell’esposizione. Expo è un gigante di cemento che devasta intere aree extraurbane; una passerella di multinazionali, aziende e Stati imperialisti e neo-colonialisti che propongono un modello di sfruttamento, devastazione e ricatto dei territori e delle esistenze. Basti pensare alla centralità di sponsor come Monsanto, Coca-Cola, Nestle e Mc Donald’s. Non ci bastano un ecologismo e la solidarietà di facciata verso le persone gltqi per dimenticare che nel padiglione dedicato ad Israele saranno presentate le “eccellenze” israeliane nell’agricoltura e nella gestione dell’acqua, senza fare riferimento al regime di apartheid che Israele impone sulla popolazione palestinese. Expo diventa anche una vetrina per il pinkwashing e l’omonazionalismo degli Stati Uniti che il 20 giugno, davanti al loro padiglione, organizzeranno una festa gay sfruttando una pretestuosa difesa dei diritti per nascondere le loro politiche imperialiste.

L’Expo diventa, così, una vetrina per la propaganda israeliana e per il pinkwashing, che serve a coprire le atrocità dello stato di Israele sotto la facciata del paradiso turistico gay.

Tutto questo avviene a Milano, una città trasformata dai progetti di speculazione e dalle imponenti opere costruite in vista del grande evento: metri cubi di cemento che hanno richiesto sgomberi, sfratti, demolizioni, retate ed espulsioni, per escludere dai quartieri destinati ad Expo tutti i soggetti che non erano “presentabili” e “attraenti tra cui rom, migranti, sex worker e senza tetto. Allo stesso tempo alcuni di questi soggetti sono funzionali alla macchina economica di Expo: i migranti lavorano in nero, rischiando e perdendo la vita nei cantieri e i/le sex worker soddisferanno una fetta enorme del turismo che si muove verso milano.
Un esempio è l’azione di 'ripulitura' dalla microcriminalità del centro città, come via Sammartini, mettendo in atto politiche securitarie e di controllo, per poi colorarle di rainbow: telecamere, chiusura del traffico e militarizzazione permanente vorrebbero permettere al turismo omosessuale di Expo di trovare in quella via un ghetto protetto in cui spendere e spandere. Con l’intento – dichiarato – di puntare a incrementare le cifre del turismo omosessuale, questo mercato “pink” ha un target commerciale che è un gay maschio, bianco, cittadino occidentale, borghese e non parla alla grande maggioranza dei soggetti lgbtiq, che vivono una quotidianità di oppressione, marginalizzazione ed espulsione dal mercato del lavoro e non rientrano nell'immaginario accettabile del gay frivolo, festaiolo, alla moda e spendaccione.

La firma di Giuseppe Sala, commissario unico di Expo, sulla carta dei diritti presentata dal Unar, da molti salutata come una conquista, è in realtà funzionale a tutto questo: inglobare, mercificare e normalizzare la portata potenzialmente rivoluzionaria dei nostri corpi, dei nostri desideri e delle nostre lotte in quanto soggettività lgbtqi e ricondurla all’interno di logiche di profitto e oppressione.

Oltre a tutto questo, Expo2015 mette in campo l'immancabile retorica sul ruolo della donna.
"Nutrire il pianeta_Energia per la vita" è lo slogan di Expo. E chi può ricoprire questo ruolo se non La Donna?
Women for Expo è la “quota rosa” che, attraverso campagne pubblicitarie, propone l’immaginario di una donna che può trovare il proprio posto in Expo come imprenditrice, tramite bandi e progetti dedicati, ma soprattutto come madre, in quanto “naturalmente” votata al prendersi cura, al cullare e al “nutrire il pianeta”. Questa campagna mediatica è volta ad imporre due modelli proposti come positivi ed esemplari di una realizzata ed effettiva emancipazione delle donne: la madre della vita e della terra, naturalmente predisposta alla condivisione, all'altruismo e al nutrimento; la donna imprenditrice, la cui emancipazione si manifesta esclusivamente nel “tirare fuori le palle”. La richiesta di centralità e partecipazione delle donne viene strumentalizzata per relegarci, ancora una volta, nei ruoli culturalmente imposti: l’eterosessualità obbligatoria, la famiglia, la cura, la maternità e l'ambito domestico, dove sappiamo bene che avviene il 90% della violenza maschile sulle donne.
Expo è un progetto che normalizza la condizione di oppressione delle donne, infiocchettandola come fosse qualcosa da accettare e addirittura esaltare.

Expo è il perfetto paradigma del modello economico capitalista occidentale: sfrutta, cementifica, colonializza e devasta i territori, alimenta le mafie e uccide i lavoratori, opprime e controlla la vita di tutt*, normalizza i desideri, reprime chi si oppone.

La retorica di Expo su donne e soggetti lgbtiq, da un lato, serve a legittimarsi e ripulirsi, nascondendo dietro la facciata sfavillante della città-vetrina il modello economico e di sfruttamento che Expo esalta e presenta con i suoi padiglioni; dall'altro, invisibilizza la condizione reale che questi soggetti si trovano a vivere a causa della crisi economica e dei tagli sul fronte pubblico che hanno portato la sanità e i servizi al limite della sostenibilità. Così emergono le contraddizioni e l'ipocrisia di Expo e del modello che rappresenta: da un lato, esaltare l'importanza delle donne quando la maggioranza di queste non può accedere gratuitamente a nessun servizio per la propria salute, dal momento che i consultori vengono smantellati dai tagli e i reparti di ginecologia vengono chiusi o lasciati in uno stato di totale abbandono, pieni di obiettori di coscienza, che occupano l'80% degli incarichi pubblici, impedendo l'applicazione della legge 194; dall'altro, creare una città gay friendly in un paese che non riconosce le molteplici forme di relazione e intimità che costruiamo, al di là e oltre la famiglia tradizionale. Un paese dove mensilmente nelle piazze viene lasciato spazio alle Sentinelle in Piedi, lobby e gruppi catto-fascisti che nascondendosi dietro la libertà di espressione, veicolano messaggi di intolleranza, violenza e omo/lesbo/transfobia. Questi gruppi rivolgono un attacco diretto alla scuola pubblica, attraverso lo spauracchio della “teoria del gender”, che per noi significa autodeterminazione, percorsi di liberazione collettivi e favolosità.
Abbiamo deciso di scendere in piazza il 20 giugno con il NoExpo Pride, portando per strada le nostre molte e differenti identità, quelle che il sistema (v)etero capitalista mette ai margini, quelle che non si abbinano bene con la vetrina di Expo. Rinunciamo alla rispettabilità omonormata e invaderemo le strade di Milano, perchè non siamo disposte a farci confinare nei ghetti del consumo gay friendly. Non siamo disposte a subire sui nostri corpi meccanismi di patologizzazione e medicalizzazione solo perchè non corrispondiamo a quella norma che ci vorrebbe far rientrare nel binarismo di genere e rendere accettabili. I nostri corpi sono eccedenti e per questo favolosi! Vogliamo creare città dove le strade libere le fanno le soggettività che le attraversano quotidianamente, con la solidarietà e le relazioni che costruiscono, e non le telecamere e la militarizzazione; una città dove i nostri desideri si possano realizzare negli spazi che viviamo e liberiamo ogni giorno da razzismo e omo/lesbo/transfobia.
Quindi vogliamo ripartire da dove tutto ebbe inizio, da Stonewall, con la lotta e la favolosità che da sempre ci hanno contraddistinto, orgogliose come le frocie, le lesbiche e le travestite che si opposero alla violenza e ai soprusi della polizia.

Vogliamo una città frocia, non una vetrina gay per Expo!

I nostri desideri sono ingovernabili, la nostra libertà non è in vendita!!!

Per adesioni e informazioni:
Mauro 3388365190 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Carlotta 386834626 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

http://noexpopride.noblogs.org/

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