La cattiva stampa uccide le donne: è ora di cambiare

  • Mercoledì, 19 Giugno 2013 07:38 ,
  • Pubblicato in L'Opinione

GiULiA
19 giugno 2013

Il servizio delle Iene dal titolo: "Sesso o stupro?" andato in onda il 2 giugno su Italia1, il servizio del Tg2 trasmesso il 30 maggio per la morte di Franca Rame, ma anche le tante, troppe, segnalazioni di programmi radiofonici che veicolano concetti volgari sulle donne (ultimo caso segnalato, La Zanzara su Radio24), testimoniano che esiste un problema sempre più pressante di qualità dell'informazione. ...

I giornali amplificano i femminicidi?

  • Giovedì, 13 Giugno 2013 07:46 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
13 06 2013

"Ma davvero è in crescita il numero delle donne uccise per mano di un uomo o sono i media ad aver amplificato il fenomeno? Qualche anno fa di femminicidio non si parlava, quindi sono aumentati i casi?" ,queste domande un mio amico mi rivolgeva, giorni fa, sapendo che mi occupo di violenza e questioni di genere.

Quanti uomini avranno le stesse perplessità in proposito? Un maschile fortemente sotto accusa, negli ultimi tempi, che può faticare ad avere una reale percezione del fenomeno e che rischia, per questo, di arroccarsi su posizioni di chiusura, rendendo uno dei punti più critici delle questioni di genere, ossia il disinteresse maschile in proposito, ancora più critico.

Innanzitutto possiamo e dobbiamo migliorare la qualità dei dati sul femminicidio in nostro possesso. Attualmente a farsi carico della loro raccolta sono i Centri Antiviolenza e il sito Bollettino di Guerra e questa avviene attraverso la conta delle uccisioni di donne riportate dalla cronaca. Questa rilevazione è certamente indicativa di come la stampa tratti la tematica, ma non è necessariamente coincidente con la sua effettiva realtà. Dobbiamo muoverci su criteri scientifici ed è auspicabile che ad occuparsi di questo lavoro siano non (o almeno non solo) i centri antiviolenza, già oberati di lavoro senza un adeguato finanziamento dietro, ma gli organi istituzionali come il Ministero degli Interni, il Ministero delle Pari Opportunità, l'Istat o altri enti pubblici le cui risorse possono essere ben diverse.

Qualche sera fa sono stato invitato, come semplice partecipante, ad una assemblea universitaria dove, su spinta di un gruppo di studentesse, venivano affrontate le questioni di genere e ho osservato come le ragazze e i ragazzi si facevano molta forza dell'esperienza personale per argomentare le loro tesi sulle differenze di genere e stereotipi connessi sempre in bilico tra chi li minimizzava e chi li enfatizzava. Ad un certo punto sono intervenuto sottolineando, da una parte l'importanza della propria esperienza, ma dall'altra anche la necessità di fare riferimento ad un esame di realtà che, superando il singolo, si muovesse verso il collettivo. Tradotto in parole povere ho dato alcuni dati Istat del 2007 sulla violenza di genere attraverso i quali volevo aiutarli ad analizzare la situazione, non solo per come la vivevano individualmente, ma anche per come risulta dalle ricerche in nostro possesso.

Il rapporto tra media e femminicidio può essere molto delicato, non di rado la cronaca ha i suoi vantaggi dall'esacerbare alcune realtà o dipingerle in modo da suscitare morbosità o banalizzazione. Se il contenuto è buono, ma non attira la notizia può anche passare in secondo piano, se il contenuto non è un granché, ma può essere presentato con modalità che suscitano una certa emotività, l'emotività vende. Scopro l'acqua calda. E' vero, fino a qualche anno fa di femminicidio non si parlava e le donne uccise per mano di un uomo non trovavano lo spazio mediatico quasi quotidiano che oggi trovano (logicamente che non trovassero spazio non significa che non ci fossero).

Questo basta per mettere in dubbio l'esistenza del femminicidio? Certamente no. Va analizzato quanto l'interesse dei media sia strumentale a creare e a cavalcare un'onda emotiva per aumentare le copie da vendere o le visualizzazioni in rete. Un tipo di interesse di questa fatta non è che una forma di maltrattamento aggiuntivo, molto subdolo perché ben nascosto dietro una parvenza di una denuncia in aiuto delle donne,ed invece neanche morte possono trovare pace, sfruttate fino all'ultimo ed anche oltre. Non interessa che la donna sia stata ammazzata, ma che la donna ammazzata faccia notizia.

Per capire e affrontare l'uccisione delle donne da parte degli uomini non basta l'interesse, ma urge una reale partecipazione perché si possa operare una sensibilizzazione non fine a sé stessa. Abbiamo bisogno di un giornalismo partecipante e non solo interessato. L'interesse senza partecipazione è solo una moda e come tutte le mode è destinato ad esaurirsi.

Le donne uccise per mano di uomini esistono, non sono un'invenzione dei media, detto questo è sicuramente necessaria una maggiore scientificità nella raccolta dati e sarebbe auspicabile un interesse dei giornalismo più partecipato e meno opportunistico.

E ricordiamoci che, se l'espressione femminicidio ha trovato una sua diffusione relativamente recente, ce ne è un'altra che ha qualche secolo in più ed è violenza, la violenza che tante donne hanno dovuto sopportare solo per il fatto di essere tali. Il femminicidio non deve mettere in ombra la violenza sulle donne e la violenza sulle donne non si esaurisce con il femminicidio.

Ora non mi rimane che chiedere al mio amico se gli ho risposto.

Il Fatto Quotidiano
06 06 2013

Il 2 giugno, il programma di Italia Uno “Le iene” ha trasmesso il servizio “Sesso o stupro?” che mette in dubbio la sentenza di condanna a 5 anni di reclusione inflitta dal tribunale di Cagliari a due uomini per il reato di stupro. Nell’estate del 2010 infatti una donna li denuncia per una violenza sessuale avvenuta davanti a una discoteca. La sentenza di condanna viene emessa nel 2012, dopo ben due anni di raccolta di prove, audizioni dei testimoni a difesa o a carico degli imputati, valutazione dell’attendibilità degli stessi, valutazione delle tesi della difesa. In poco più di due minuti di servizio, ”Le iene” hanno imbastito una sorta di processo sommario sulla base della sola testimonianza dei due condannati e dopo aver citato in maniera frammentaria tre o quattro testimonianze estrapolate dalla copiosa documentazione degli atti processuali, hanno stabilito che la sentenza di primo grado non convinceva.

Il portale “La rete delle reti femminili” ha pubblicato una lettera indirizzata sia a Luca Tiraboschi, direttore di rete che alla redazione de “Le iene” per chiedere che “il programma e i responsabili di rete si scusino e sconfessino senza reticenze simili contenuti e la filosofia che vi è sottesa”.

La lettera allude a buon titolo a una sorta di ”filosofia” implicita nel servizio, perché il video di domenica 2 giugno segue un altro del 5 maggio in cui il fenomeno della violenza contro le donne viene negato da un’associazione di padri separati per cui “le violenze sulle donne non esistono, il 98% sono tutte calunnie per vendetta nei confronti degli ex o degli uomini per spillare denaro eccetera”.

Nonostante il fenomeno della violenza contro le donne sia ormai riconosciuto, denunciato e studiato a livello internazionale dall’Onu e dall’Organizzazione mondiale della Sanità, nonostante siano state fatte piattaforme e stipulate convenzioni internazionali per contrastarlo; nonostante il 28 maggio scorso sia stata ratificata alla Camera la Convenzione di Istanbul; nonostante le indagini dell’Istat, nonostante le donne continuino a essere ammazzate a fronte di centri anti-violenza sempre più depauperati, continuiamo a imbatterci nella negazione del fenomeno.

Salvaguardando il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza di indagati, imputati e condannati fino a sentenza definitiva, bisogna dire due cose: innanzitutto che i processi sommari sono sbagliati, soprattutto in una realtà dove la cultura misogina favorisce l’emersione della violenza contro le donne; in secondo luogo che le sentenze della magistratura si rispettano. Ci sono ben tre gradi di giudizio a garanzia degli imputati che si possono difendere in tribunale e non alla vecchia maniera. Quale?

Sul web è in atto una lapidazione collettiva nei confronti di quella donna, vittima di stupro, tanto per continuare a perpetuare con mezzi moderni, arcaiche ritorsioni nei confronti delle donne che denunciano uno stupro. La società ha sempre risposto, e lo fa tuttora, alla denuncia di stupro di una donna con emarginazione, isolamento e stigmatizzazione. Perché l’unica donna stuprata davvero credibile è una donna morta.

Così ecco esplodere la reazione online fatta da offese (anonime) scagliate come pietre da una canea livorosa convinta del valore della giustizia fai da te grazie al servizio de “Le iene”. A questo punto l’incoraggiamento finale di Mauro Casciari che ha realizzato il servizio – “Donne denunciate…” – suona come una beffa. Perché mai le donne dovrebbero sentirsi incoraggiate a denunciare stupri o violenze? Per essere etichettate come calunniatrici, mogli vendicative, arpie senza scrupoli? No grazie.

twitter @Nadiesdaa

Erika un coltello piantato nella schiena

  • Mercoledì, 15 Maggio 2013 09:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Paese delle donne
15 05 2013

Erika, 23 anni, aveva ancora il coltello piantato nella schiena, è morta perché donna, nessuno l’ha cercata, è rimasta lì nella campagna incolta senza vita ed è stata trovata per caso.
È stata uccisa, ma era una prostituita e sulla stampa neutra questo non si chiama femminicidio, si chiama “giallo”. Nei telegiornali e nei giornali la notizia è data separata dalle cronache “delle donne uccise”, quasi l’accomunarla alle altre vittime potesse queste ultime offendere.

Erika è morta ed è femminicidio, quello che non entra nelle statistiche. Non si contano le donne come Erika perché il contarle renderebbe il peso della strage reale più insopportabile e rivelatore. E peggio anche perché la morte delle prostitute, soprattutto straniere, è una prospettiva possibile e ammessa, magari parlandone a bassa voce, bassa voce ma non sempre bassa.

Chi vuole il femminicidio lo vuole, ma lo dice in altri modi predicando l’ordine familiare e parlando dell’impossibilità di porre fine al mercato semiufficiale della prostituzione.

Per promuovere un minimo di dignità nel nostro paese è necessario guardare dentro il femminicidio, in tutto il femminicidio: e non basterà contare anche chi non è contata, né basterà dire “mai più”, ma da ora è necessario dire con chiarezza che l’origine di tanto dolore ha patria nel servizio all’ordine costituito e alla famiglia, al desiderio dei clienti, agli utili delle agenzie che smerciano servizi sessuali deresponsabilizzando i consumatori finali mai tenuti a sapere dell’età e della condizione di schiavitù di donne come Erika, che forse ventitré anni non li aveva.

Per le donne che vengono qui con l’inganno e il ricatto, non esistono funerali né l’indignazione parolaia nelle parrocchie e nei consigli comunali, esistono indagini da chiudere al più presto o da non chiudere mai, com’è stato “per la donna di colore” trovata morta (dopo due giorni) nel 2012 in pieno centro, dietro la stazione centrale di Napoli. E nessuno muore di vergogna.

Stefania Cantatore (UDI di Napoli)

Fermiamo la pubblicità sessista: la campagna dell'ADCI

  • Mercoledì, 15 Maggio 2013 07:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

Vita da streghe
15 05 2013

E' partita la campagna dell'ADCI - Art Directors Club Italiano - contro la pubblicità sessista. Quattro soggetti per diffondere una petizione alla ministra Josefa Idem dal titolo: "Fermiamo la pubblicità sessista".

"La pubblicità italiana è considerata da osservatori internazionali tra le più sessiste del mondo - afferma l'ADCI - È possibile cambiare le cose? Certo. La Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 ci esorta a farlo. In diversi paesi sono in vigore norme sulla pubblicità sessista. Anche in Italia dobbiamo poterla scoraggiare. Dobbiamo poterla sanzionare in modo più esteso ed energico di quanto avviene ora".

E' possibile firmare la petizione su Change.org.

"Da addetti ai lavori - si legge nel comunicato dell'ADCI - possiamo dare il nostro contributo perché in Italia nuove norme sulla pubblicità sessista non restino solo “sulla carta”, come spesso succede alle buone intenzioni di difficile realizzazione, ma incidano in modo sostanziale migliorando le pratiche della nostra professione. Abbiamo però bisogno che le cittadine e i cittadini esprimano il bisogno collettivo e urgente di cambiare le cose".

Ecco il testo della petizione:

"Una larga maggioranza degli italiani manifesta crescente insofferenza nei confronti delle pubblicità sessista, che abusa del corpo femminile e offende la dignità di tutti.

L’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria può agire tempestivamente contro gli eccessi più clamorosi imponendo, in base alle norme attualmente vigenti, un rapido ritiro delle campagne più offensive. Ma non basta.
I modi in cui una pubblicità può essere degradante sono molti, sottili e infidi: la diffusione ripetuta di stereotipi di genere consolida discriminazioni e frena lo sviluppo sociale, ancorandolo a schemi culturali arretrati, riduttivi e dannosi.
Vediamo donne tutte uguali e unicamente dedite alla bellezza seduttiva, o alla pulizia della casa e alla cura della famiglia, la cui identità si esaurisce nell’essere “casalinghe” o “sexy” o “madri” o “nonne”. Vediamo uomini tutti uguali e interessati solo a sesso, successo, calcio. Vediamo bambini intrappolati in comportamenti e relazioni familiari connotate dal genere: questi sono esempi di cliché. La loro ripetizione incoraggia il pensiero unico.
La Risoluzione Europea del 3 settembre 2008 ci esorta a cambiare le cose.
L’Art Directors Club Italiano, che da anni propone buone pratiche e lotta contro la trasandatezza, la sciatteria, la volgarità, la stupidità e il pensiero unico che glistereotipi di genere veicolano,
Chiede
che le indicazioni europee vengano recepite e tradotte in indirizzi chiari e in poche norme semplici e vincolanti, tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista.
Ritiene
che tali indirizzi e norme possano disincentivare la pubblicità sessista, sensibilizzando l’intero settore (professionisti, agenzie, aziende, fotografi, registi…), migliorando la produzione pubblicitaria italiana e influendo positivamente sul sistema dei media e sul clima nazionale.
Come Presidente dell’Art Directors Club Italiano, ti invito a firmare. Per una pubblicità meno sessista e più innovativa e rispettosa, firma adesso"

 

Eccovi le FAQ (frequently asked questions) del comunicato stampa della campagna con le risposte del presidente ADCI Massimo Guastini:

1. Ma non trovi che il compito della pubblicità sia vendere e non educare?
Ho sentito troppe volte questa frase, negli anni. Non la amo perché rispecchia una posizione deresponsabilizzante (e, con il senno di poi, irresponsabile). Implica un’attitudine che, di fatto, porta alla connivenza con i disvalori e l’inquinamento cognitivo determinati dalla TV italiana degli ultimi trent’anni e quindi ANCHE dalla pubblicità.
E intanto l’Italia ha perso posizioni in tutte le classifiche fondate su parametri che indicano il livello di civiltà di un paese.
La pubblicità non deve diseducare.

Per il Global Gender Gap Report (che rileva le disparità di genere) siamo all’80° posto su 135 paesi monitorati.
La nostra non lusinghiera posizione in classifica è dovuta al fatto che l’Italia non permette alle donne le stesse opportunità di guadagno, carriera e accesso a ruoli politici, offerte invece agli uomini.
Eppure sono ormai vent’anni che le nostre università laureano più donne che uomini.
E il 66% delle votazioni superiori a 106 sono state ottenute da donne (Miur, 2006).

Ma i numeri contano evidentemente poco in un paese in cui oltre l’80% degli individui si forma un’opinione sulla base di quello che trasmette la televisione.
E quale immagine della donna ci racconta la TV?
Non certo quella che ci suggerirebbero i dati delle università, quanto piuttosto una figura quasi sempre relegata a ruoli gregari, ancillari, decorativi o ipersessualizzati.

Il problema riguarda evidentemente l’intero palinsesto televisivo, ma visto il mio ruolo mi limito a osservazioni sulla pubblicità, che in Italia investe in TV una cifra intorno ai 4 miliardi di euro.

2. Non pensi che la pubblicità sia solo uno specchio della società?
Ho sempre creduto molto poco a queste circolari e sterili distinzioni tra causa ed effetto.
Se le galline diventassero una minaccia per la sopravvivenza umana le distruggeremmo tutte, insieme alle loro uova. Senza chiederci chi sia nato prima.

L’interazione tra “inquinamento cognitivo” mediatico e il depauperamento valoriale di una società è, parafrasando Gregory Bateson, un esempio di coinvoluzione: un fenomeno che si verifica quando l’involuzione del fattore A favorisce l’involuzione del fattore B che a sua volta favorisce l’involuzione di A, e così via.

Come abbiamo scritto nel manifesto deontologico Adci, la comunicazione commerciale diffonde modi di essere, linguaggi, metafore, gerarchie di valori che entrano a far parte dell’immaginario collettivo: la struttura mentale condivisa e potente, tipica della culture di massa, che si deposita nella memoria di tutti gli individui appartenenti a una comunità, e ne orienta opinioni, convinzioni, atteggiamenti e comportamenti quotidiani.

L’ha ricordato recentemente anche Pasquale Barbella (Socio e Past President Adci) in un pezzo uscito su la 27esima ora:

“Nel momento in cui un produttore di merendine, di automobili o di mutande accede ai media, deve sapere che si è provvisoriamente trasformato in influenzatore di opinioni e assumere consapevolezze e responsabilità proprie degli organi di stampa, del giornalismo, dell’intrattenimento. Le università dovrebbero rifondare su questo semplice assunto i loro programmi di formazione manageriale.”

Sta diventando drammaticamente incalzante la necessità che tutti noi si rinunci alle comode posizioni deresponsabilizzanti nei campi di attività che ci competono.

Nel 2008 il Global Gender Gap Report ci collocava al 67° posto. In cinque anni abbiamo perso altre 13 posizioni perché abbiamo disquisito, anziché agire.
Non abbiamo fatto nulla. Né per migliorare il palinsesto TV né per rendere migliore la pubblicità.

A questo proposito, trovo molto appropriata la citazione di M.L.King presente nelle email che mi arrivano da Lorella Zanardo: “In questa generazione ci pentiremo non solo per le parole e le azioni odiose delle persone cattive, ma per lo spaventoso silenzio delle persone buone” (Martin Luther King)

3. Proponi un organo di controllo preventivo?
Non è una soluzione auspicabile e nemmeno seriamente ipotizzabile. Sono circa 100 mila all’anno la campagne di prodotto (stima Nielsen) messe on air attraverso I vari media. Troppe per un lavoro accurato, svolto da persone qualificate e competenti, in tempi sensati e con un budget (presumo) inadeguato. Come ho scritto nella petizione, ritengo necessario che le indicazioni europee vengano recepite e tradotte in indirizzi chiari e in poche norme semplici e vincolanti, tali da permettere di scoraggiare e sanzionare con maggior incisività la pubblicità sessista.
L’attuale Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria va sostenuto e rafforzato..

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