Questi telegiornali che non spiegano nulla

  • Mercoledì, 18 Novembre 2015 09:44 ,
  • Pubblicato in Il Commento

Ignoranza e pauraCarlo Freccero-Daniela Strumia, Il Manifesto
18 novembre 2015

Usciamo da un total immersion mediatica nei fatti di Parigi e la prima impressione non è buona: un misto tra retorica, buoni sentimenti, privato delle vittime, ma anche un appello ai nostri istinti peggiori. ...

In Italia abbiamo un piacione e ci vuole innamorare

  • Lunedì, 05 Ottobre 2015 08:38 ,
  • Pubblicato in Il Commento
Renzi PiacioneEugenio Scalfari, La Repubblica
4 ottobre 2015

Per me è molto noioso dovermi occupare ancora di Renzi ma chi esercita la professione di giornalista ha l'obbligo di capire e raccontare quel che fanno i protagonisti delle vicende politiche....

Il Manifesto
02 10 2015

Intervista. La beffa di Ryan Air che apre le sue rotte ai profughi: «L'obiettivo di sospendere per un attimo la realtà è stato raggiunto. Ma oggi, rispetto a quando Luther Blissett iniziò, il mondo dell'informazione al tempo di internet è soprattutto ricerca del click, più che della verità»

«Oggi se si deve inter­ve­nire a livello di pro­du­zione di realtà e di imma­gi­na­rio biso­gna farlo con moda­lità più proat­tive e con­crete che met­tano in luce le con­trad­di­zioni pro­prie della poli­tica e dell’economia».


Ben­tor­nato Luther Blis­sett, e gra­zie per aver dato con­cre­tezza – anche se la cosa è durata solo poche ore – al sogno di inci­dere sulla tra­ge­dia dei pro­fu­ghi che rischiano la vita e troppo spesso la per­dono per rag­giun­gere clan­de­sti­na­mente l’Europa. «In que­sto uni­verso 3000 per­sone sono morte nel Medi­ter­ra­neo nel 2015. Per qual­che ora altre per­sone hanno potuto imma­gi­nare un uni­verso paral­lelo», si legge nella “riven­di­ca­zione” della falsa noti­zia dif­fusa mer­co­ledì dal col­let­tivo dal nome mul­ti­plo che dal 1994 – e nella fat­ti­spe­cie dopo un lungo silen­zio — firma azioni in cui il “falso” è inteso come gri­mal­dello dell’esistente e stru­mento di lotta poli­tica.

Il report era di quelli che rischia­rano gli spi­riti: Ryan Air apre le sue rotte verso il nord Europa ai pro­fu­ghi privi di visto e si accolla anche le san­zioni pre­vi­ste per le com­pa­gnie che disat­ten­dono la diret­tiva euro­pea vigente.
E i titoli si spre­cano. A par­tire da Ger­ma­nia e Ita­lia la noti­zia diventa virale e da lì al tweet con la smen­tita uffi­ciale (seguita da com­menti come «Nes­suno ha mai cre­duto che foste così umani»), la com­pa­gnia aerea gua­da­gna un punto in borsa.

«Non sono un ana­li­sta finan­zia­rio – aggiunge “il” Luther Blis­sett che abbiamo rag­giunto tele­fo­ni­ca­mente -, ma credo sia ricon­du­ci­bile alla visi­bi­lità posi­tiva che la noti­zia ha gene­rato. Cosa che ci rende sod­di­sfatti…». E che in effetti non sem­bra ren­dere ner­vosi, per ora, gli avvo­cati della com­pa­gnia. «L’operazione era iscritta in un modello di comu­ni­ca­zione che è quello tipico di Ryan Air, basato sulla pro­vo­ca­zione e sull’attualità — aggiunge -, quindi la noti­zia era masti­ca­bile. In più non c’erano aspetti nega­tivi riguar­danti Ryan Air».

Design fic­tion da manuale, quindi. «Dopo­di­ché — con­ti­nua lui — il mondo dell’informazione al tempo di inter­net è soprat­tutto ricerca del click, più che della verità. Le beffe orga­niz­zate vent’anni fa da Luther Blis­sett mira­vano a destrut­tu­rare i modelli di comu­ni­ca­zione, erano un ten­ta­tivo di pren­dere la parola dal basso con noti­zie non vere che comun­que apri­vano dei var­chi. Oggi lo sce­na­rio è total­mente diverso, molti media fanno un uso deli­be­rato di noti­zie false. Così è ogget­ti­va­mente più facile costruire dei “falsi”. Al tempo dei fax costrui­vamo anche delle realtà di veri­fica, ora è ten­den­zial­mente inu­tile: nel momento in cui for­ni­sci un pro­dotto che può facil­mente pro­durre dei click, che la sto­ria sia vera o falsa importa poco, se non col­pi­sce inte­ressi signi­fi­ca­tivi, passa con rela­tiva faci­lità, vedi le colon­nine di destra sui siti di Repub­blica e Cor­sera.

Ma qui il ten­ta­tivo era diverso, non era il falso per il falso… Non par­le­rei di design fic­tion per­ché si pro­spetta qual­cosa di ogget­ti­va­mente pos­si­bile. Il dato tecnico-giuridico è con­creto. Par­liamo della pos­si­bi­lità di far volare delle per­sone senza rive­dere com­ple­ta­mente la legi­sla­zione euro­pea sul diritto d’asilo. C’è un vul­nus legi­sla­tivo, per que­sto sono stati scelti tutti aero­porti come Lesbo e Pod­go­rica, che sono den­tro i con­fini dell’Unione».

Ad ogni modo i siti ita­liani hanno risolto la pra­tica modi­fi­cando i pezzi e declas­sando la noti­zia a “bufala”. «È curioso — com­menta Luther Blis­sett -, se tu una noti­zia dopo averla vagliata decidi di non darla, la bufala non esi­ste. Ma se ci caschi sei tu che l’hai creata». Pra­tica che da noi viene dige­rita in fretta dalla rete, ma in Ger­ma­nia resta facil­mente di tra­verso agli utenti. «Si è aperto un caso, la Deu­tsche Presse-Agentur (DPA), che è un po’ l’Ansa tede­sca ma con stan­dard qua­li­ta­tivi più ele­vati, ha dif­fuso la noti­zia e la Frank­fur­ter All­ge­meine l’ha ripresa con grande rilievo. Poi è stata costretta a rilan­ciarla per smen­tirla, addos­sando la respon­sa­bi­lità sull’agenzia».

Il rischio qui però è che l’enfasi sulle moda­lità potrebbe oscu­rare l’aspetto più poli­tico, la spinta a supe­rare una realtà spia­ce­vole tra­mite una vio­la­zione dell’ordine costi­tuito. «Ma l’obiettivo di que­sta azione, che in qual­che modo festeg­gia il nostro ven­ten­nale, è stato rag­giunto — con­clude Blissett-: sospen­diamo per un attimo la realtà e vediamo quale altro mondo è pos­si­bile. Ci sono molte asso­cia­zioni che qual­che rifles­sione hanno ini­ziato a farla. C’è già un pro­getto che punta a creare una sorta di vet­tore che affian­chi i rifu­giati negli aero­prti di par­tenza e di arrivo. Viste le lacune della diret­tiva ci sono mar­gini di pres­sione sui vet­tori auro­pei. Se qual­che ong si facesse carico dei rischi insieme a una com­pa­gnia, qual­che spa­zio si potrebbe aprire. È un uma­ni­ta­rio con­creto, uno sce­na­rio che si va aprendo. A livello di poli­tica isti­tu­zio­nale invece non ci aspet­ta­vano nulla e nulla è successo».

Gina Musso

La beffa mediatica su RyanAir e i migranti

  • Giovedì, 01 Ottobre 2015 13:18 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS
Dinamo Press
30 09 2015

La rivendicazione di Luther Blissett dopo la beffa mediatica: "Costruiamo un'altra realtà, dove i migranti non muoiono".

Ci vuole poco a sottolineare la futilità dei confini, la tragica ostinazione dei guardiani delle frontiere nell'impedire che uomini e donne possano muoversi liberamente, soprattutto se in fuga da guerra e miseria. Ma siccome questo apparato violento, oltre che di eserciti e dispositivi burocratici, si serve di macchine ideologiche e alimenta immaginari, ecco che una beffa mediatica può servire a mettere a nudo il sovrano, la sovranità delle frontiere e la barbarie del sacro suolo patrio.

Così, questa mattina è comparso online il sito www.ryanfair.org che ha fatto sapere al mondo che RyanAir, compagnia low cost nota nel mondo, avrebbe smesso di chiedere il visto ai rifugiati.

La notizia ha circolato dapprima sui siti e sui portali dei giornali tedeschi, per approdare in Italia (l'hanno ripresa Il Giornale e Repubblica). Mentre la notizia rimbalzava, per di più, il titolo di RyanAir ha guadagnato più di mezzo punto all'indice Nasdaq. “Abbiamo deciso di aprire ai rifugiati le nostre rotte dalla Grecia e dall'Europa orientale – si sosteneva avesse detto il responsabile marketing della compagnia, tale Kenny Jacobs - violando una regola che semplicemente fa cadere sulle spalle delle compagnie aeree le responsabilità dei governi. Vogliamo dare il nostro piccolo contributo per alleviare le sofferenze delle migliaia di persone che sono costrette ad abbandonare le loro case ed a fuggire per salvarsi la vita".

Ogni “falso” non è semplicemente una burla, è un sensore dell'emozione connettiva. Soprattutto al tempo della rete, il falso diventa vero, l'impossibile diventa credibile quando raccoglie l'inconscio collettivo e mostra le assurdità delle cose “vere”. Questo è uno di quei casi.

Di seguito il comunicato firmato Luther Blissett e scritto in inglese col quale l'azione è stata “rivendicata”. La traduzione è nostra.

La design fiction è una forma di design critico che usa scenari immaginari e narrativi per immaginare, spiegare e sollevare questioni circa possibili contesti futuri per il la grafica e la società. Questo è ciò che la campagna RyanFair è. Naturalmente, è completamente fittizia. Si può inquadrare come burla e falso. Ma è una realtà possibile.

Alcune persone possono volare, gli altri non possono. Questo è il motivo per cui i migranti nuotano, navigano e annegano. Perché gli altri non consentono loro di utilizzare altri mezzi di trasporto. Non sto parlando di RyanAir. Sto parlando di regole, delle persone che hanno fatto le regole e delle persone che rispettano queste regole.

In questo universo 3000 persone sono morte nel Mediterraneo nel 2015. Per qualche ora altre persone hanno potuto immaginare un universo parallelo.

Guardate la risposta emotiva sui social network,

Guardate i media di tutto il mondo.

Guarda le quotazioni RYAAY al Nasdaq.

Basta con la realtà, dobbiamo superarla.

Dobbiamo cambiare le regole o violare.

Luther Blissett


Lorenzo Guadagnucci
28 09 2015

In inglese lo chiamano “Hate speech”, ma poiché in Italia siamo diventati specialisti della materia, è decisamente da preferire la locuzione italiana, “discorso d’odio”.

Di che si tratta? Ad esempio di frasi, slogan, affermazioni, pronunciati da personaggi pubblici e/o con ruoli di potere, che criminalizzano e stimolano astio e risentimento verso intere comunità o addirittura popoli.

Le cronache sono piene di casi del genere. Qualche anno fa, per fare un esempio concreto, durante la campagna elettorale per il Comune di Milano, comparvero alcuni manifesti nei quali si parlava del rischio che la città, in caso di vittoria del candidato Pisapia, divenisse una “zingaropoli”. La “paura per il rom” e il disprezzo per un’intera popolazione era in quel momento uno dei temi chiave della campagna elettorale, come lo è oggi del discorso pubblico di più di un leader politico. Per non dire di certe affermazioni riguardanti i profughi o gli immigrati di fede musulmana eccetera.

Dunque il discorso d’odio è moneta corrente, con la decisiva complicità del sistema mediatico, che ci ha abituati a dare voce – senza filtri – a qualsiasi slogan o affermazione, anche la più razzista, purché siano rispettate due banali condizioni: 1) che il discorso d’’odio sia pronunciato da personaggi – politici e no – titolati ad avere parola sui media; 2) che l’oggetto del discorso sia un gruppo, una minoranza, una comunità sottoposta, per consuetudine, a forme di discriminazione e pubblico disprezzo.

E’ partita in queste settimana una campagna che chiede ai giornalisti di non essere mai gli amplificatori di simili discorsi, com’è diventata invece consuetudine. In genere i cronisti e i giornali si riparano dietro il diritto/dovere di cronaca: se un uomo politico fa una certa affermazione, anche sgradevole o sgradita, quella è una notizia e quindi va riportata.

Vero, ma ci sono dei limiti da rispettare. Se un politico afferma che un certo popolo, un certo gruppo umano, è da disprezzare, perché dedito al furto, all’usura, allo stupro, alla delinquenza e così via, è possibile limitarsi a riportare quelle parole?

No, non è professionalmente lecito. Se un leader politico dice — facciamo un esempio non a caso – che gli ebrei sono un pericolo per la nazione, le notizie sono due: la prima, è l’affermazione in sé, come tutte le affermazioni fatte da un leader politico; la seconda, è che tale leader ha pronunciato un discorso d’odio, che fomenta razzismo. Il giornalista – in termini di etica professionale – deve tenere conto di entrambe le notizie e  non rendersi complice del discorso d’odio.

Può sembrare un discorso ovvio e una regola di semplice, ma non è così: basta pensare a quel che si è letto e sentito in questi mesi e anni. Per troppo tempo i media si sono adagiati in un ruolo passivo rispetto alla retorica politica in materia di migranti e minoranze, una retorica spesso violenta e discriminatoria che ha finito per diventare senso comune, degradando la qualità del discorso pubblico e anche della nostra convivenza civile.

La campagna #nohatespeech è coordinata dall’Associazione Carta di Roma, che cura l’applicazione del codice deontologico su migranti, rifugiati e richiedenti asilo. Se questa campagna ha un limite, è il ritardo con il quale arriva, ma non è certo colpa di chi l’ha promossa.

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