Paese Sera
05 12 2012

Fase di grande difficoltà per l'emittente nata grazie all'accordo tra l'ex centro sociale Brancaleone e il network milanese: cassa integrazione per i lavoratori, tagli di tutti i contratti precari. Porte spalancate per l'intrattenimento, si riduce drasticamente lo spazio per l'informazione. E lascia Marta Bonafoni.

Le dimissioni della direttrice, lo stop a tutti i contratti a tempo determinato e alle collaborazioni, la cassa integrazione al 75% per i dipendenti e il cambio del "suono" con la contrazione drastica dello spazio dedicato all'informazione. E' crisi a Radio Popolare Roma, l'emittente che in questi anni è stata un punto di riferimento certo per la sinistra romana. Una crisi nera a tal punto che qualunque esito oggi appare possibile. Nel bene e nel male.

L'INFORMAZIONE NEGATA - Gli ascoltatori se ne sono accorti da tempo: il suono di Radio Popolare Roma è cambiato. Da mesi il palinsesto ha ridotto drasticamente lo spazio per l'informazione - che da sempre caratterizza Radio Popolare nel suo "originale" milanese e anche nell'esperienza romana - per spalancare le porte alla musica e all'intrattenimento. Una sorta di tradimento della vocazione informativa della radio che pure è stata capace di raccontare con originalità e apertura i cambiamenti di Roma. Un tradimento frutto delle valutazioni della proprietà di fronte alla crisi economica e all'incertezza del quadro politico (con la conseguente carenza di entrate). Una scelta che pare abbia creato non poche frizioni tra il socio di maggioranza (la cooperativa Impact riconducibile al Brancaleone, il locale romano, ex centro sociale, noto per le serate di musica elettronica) e Radio Popolare di Milano, titolare della minoranza delle quote. E una scelta che ha avuto anche delle conseguenze concrete sulla redazione.

I TAGLI - La società editrice infatti già da alcuni mesi ha operato dei tagli importanti: non sono stati riconfermati infatti i tre contratti a tempo determinato e sono state interrotte tutte le collaborazioni autoriali. La conseguenza, naturalmente, oltre che sui lavoratori è stata quella di impoverire la forza informativa della radio. Che, dal 15 ottobre, ha avuto un altro brusco colpo: i cinque lavoratori a tempo indeterminato sono stati mandati in cassa integrazione al 75%. Che tradotto, vuol dire che la redazione - già ridotta - lavora soltanto il 25% del tempo previsto dal contratto. Il risultato, purtroppo, è che si contrae ancora di più lo spazio per l'informazione. E questa situazione di tensione e difficoltà ha avuto anche altre conseguenze.

LE DIMISSIONI - La più importante è che il 30 ottobre scorso la direttrice editoriale della radio, Marta Bonafoni - la giornalista che aveva contribuito a fondare l'emittente romana e che l'aveva portata a diventare un luogo di sintesi per tante realtà della città - ha inviato la sua lettera di dimissioni al consiglio d'amministrazione della società editrice (con più di un anno di anticipo rispetto al mandato che le era stato assegnato). Dimissioni che saranno operative a partire dalla fine di dicembre e che potrebbero avere delle conseguenze anche sulla trasmissione del mattino della Bonafoni, "due.zero.tredici", lo spazio che oggi rappresenta il volto informativo della radio, che è stato già ridotto da tre a due ore e che rischia di sparire. Il futuro, insomma, è incerto. Per i palinsesti e anche per il personale: non è difficile immaginare che per contrarre ancora le spese si decida per ulteriori tagli. Decisioni che spetteranno al consiglio di amministrazione che dovrà valutare il da farsi. Sullo sfondo la prossima tornata elettorale - dalle comunali alle politiche - che naturalmente ha un peso. Per gli equilibri interni alla radio. E anche per gli ascoltatori che - senza l'informazione di Radio Popolare Roma - perderebbero una bussola.
 

Violenza sulle donne è...

  • Lunedì, 26 Novembre 2012 10:22 ,
  • Pubblicato in Flash news
26 11 2012

Continua l’iniziativa a partire dalla pagina FaS “Scrivi cos’è la violenza sulle donne”. La frase di apertura è “violenza sulle donne è…” e tu aggiungi il resto. Manda cartelli, frasi, foto, qualunque cosa a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Perché non sono gli altri che devono stabilire cosa per noi è violenza. Siamo noi a deciderlo. Poi troverete tutto pubblicato qui: http://femminismoasud.tumblr.com/

Un normale tracollo di pressione

  • Lunedì, 26 Novembre 2012 10:02 ,
  • Pubblicato in Flash news
Lipperatura
26 11 2012

Non so se la storia proceda per salti o scelga percorsi sotterranei, se sia abbia le molle o le ali degli angeli che guardano alle proprie spalle. Credo però che sia giusto l’ammonimento che sabato pomeriggio, durante la discussione su Donne, media e società a Lugano, la storica Nelly Valsangiacomo ci ha rivolto: leviamoci dalla testa l’idea secondo la quale stiamo procedendo in modo lineare, seguendo  sorti magnifiche, progressive ed evolutive. Le donne, per esempio, credevano di aver raggiunto i propri obiettivi già altre volte, dalla Rivoluzione francese in poi: invece, si torna indietro e di nuovo si procede e di nuovo si torna indietro.

Mentre si discuteva nell’Auditorium dell’Università, in decine di città italiane si preparavano le manifestazioni contro il femminicidio che si sono svolte ieri: e sono state tante, e sono state importanti, e i giornali hanno pubblicato fotoracconti e inchieste e statistiche, e speriamo che non sia solo per un giorno.

Ma mentre si discuteva, a me sono venuti in mente alcuni passaggi del libro di Guido Crainz, Il paese reale, che vi invito a leggere. Raccontando l’inizio degli anni Ottanta, e quello scivolamento dal noi all’io che oggi gli psicoanalisti chiamano - con giusta preoccupazione - narcisismo di massa,  e che il Censis, guarda caso, aveva predetto fin nel 1968 registrando una “intensificazione degli egoismi soggettivi”, Crainz riporta, semplicemente, brani di articoli. “Sposarsi in bianco torna ad essere felicità”, titola il Corriere della Sera nel 1982. Un anno prima, Adriana Mulassano firma sullo stesso quotidiano un articolo che si chiama “Perché il raso è rivoluzionario”, dove spiega che “grazie al femminismo le donne si sono talmente liberate da non aver più bisogno di travestirsi da uomini e da suffraggette per avere una credibilità”. Peccato, le risponderà Marina Luraghi, caposervizio moda di Annabella, che il rilancio del raso sia “frutto di una perfetta operazione commerciale”.

Sembrano discorsi dell’altro ieri, e invece risalgono a una trentina d’anni fa (basterebbe sostituire l’incolpevole raso con la copertina di un romanzo della James e il gioco di specchi sarebbe perfetto). A volte ritornano, certo: ma l’enfasi sui ritorni non è sempre spontanea. Sempre Crainz riporta parte di un documento della Rizzoli riservato allo staff direttivo del gruppo. Il testo era del 1977, si chiamava Scenario e diceva:
“Dal 1979 al 1981 crescerà la disaffezione per la politica e per i partiti, con i suoi contorni di calo della partecipazione e di ritorno al privato. Questi fenomeni hanno e avranno molte cause: un normale tracollo di pressione dopo anni di effervescenza collettiva; la frequente contestazione delle leadership esistenti…I partiti ne usciranno indeboliti: specie il partito comunista, verso il quale maggiori e più recenti erano state le attese”.

Ognun sa com’è andata. Però la storia dovrebbe essere letta e studiata, anche per cercare di non infilarsi nello stesso errore.
E vengo al secondo ammonimento, ancor più prezioso, ricevuto da Nelly Valsangiacomo. Pensare di isolare la questione della disuguglianza femminile dalle altre disuguaglianze non porta lontano. “Siamo tutti d’accordo nel condannare la disparità di genere”, ha detto (d’accordo a parole, ho pensato io). “Ma sicuramente se pronunciassi il termine “classi” cominceremmo a litigare”.

Allora, all’indomani di una giornata importante, sarebbe altrettanto importante - anzi, vitale - riflettere su questo punto: la questione femminile spalanca le porte su altre disuguaglianze, non solo di genere. Pensare di affrontare la prima mettendo da parte le altre condanna, a mio parere, alla sconfitta.

Buon lunedì.

L'IMMAGINE DELL'ITALIA AL SUPER BOWL AMERICANO

di Giovanna Cosenza, dis.amb.iguando
7 febbraio 2012

Trenta secondi di pubblicità nella finale del Super Bowl, il campionato di football americano, costano a quanto pare circa 3,5 milioni di dollari. Anche quest’anno, fra i big spender che hanno acquistato uno spazio nella finale andata in onda il 5 febbraio, ci sono state le case automobilistiche. E anche quest’anno c’è stata la Fiat-Chrysler, che di spot ne ha mandati ben due, uno di un paio di minuti per il marchio Chrysler, l’altro di un minuto per lanciare la Fiat Cinquecento Abarth, spendendo in tutto – si ipotizza, considerando possibili sconti per il pacchetto complessivo – circa 15 milioni di dollari.

Ma non è delle cifre che volevo parlare, quanto dell’immagine dell’Italia che Marchionne e i suoi hanno deciso di mostrare agli oltre 100 milioni di americani che hanno visto in televisione la finale del Super Bowl. Preciso che la protagonista dello spot (la modella romena Catrinel Menghia) parla in italiano (con sottotitoli in americano) anche nella versione che va in onda negli Stati Uniti. Il tasso di italianità del commercial è dunque altissimo. Ecco l’Italia, signore e signori:


Ecco invece come appaiono gli Stati Uniti nello spot Chrysler, che ha come protagonista Clint Eastwood:


Ma sono piaciuti i due commercial agli americani? Chissà. Va detto che né Chrysler né Fiat Cinquecento Abarth appaiono fra gli spot che hanno ricevuto più «mi piace» nei social network, come risulta dalla classifica sul sito del Super Bowl.

Fra i più graditi (al terzo posto) c’è piuttosto il commercial del maggiolone Volkswagen («Back and better than ever», dice) che punta tutto sull’ironia e la simpatia del cagnone protagonista, già apparso in altri spot Volkswagen. Notare il payoff che chiude la performance del cane e della macchina: «That’s the Power of German Engineering.», con tanto di punto finale. A te le conclusioni sull’immagine dei tre paesi e l’originalità degli spot.


PS: questo articolo oggi è uscito anche sul Fatto Quotidiano.

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