Repubblica.it e Turchia: menzogne da Pulitzer

  • Lunedì, 14 Settembre 2015 07:53 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
14 09 2015

In questi giorni la situazione in Turchia sta degenerando. Erdogan ha lanciato un’offensiva a tutto campo contro le opposizioni interne e soprattutto contro l’unica forza politica in grado di mettere i bastoni tra le ruote al suo progetto autoritario: l’HDP e il popolo curdo. Ma come ne parla la stampa italiana?

Questo un veloce bollettino della guerra scatenata dal dittatore turco: 315 sedi dell'HDP date alle fiamme o distrutte negli ultimi giorni; molti deputati HDP arrestati (che si vanno ad aggiungere agli oltre 2.000 oppositori imprigionati nei mesi scorsi); 15 persone linciate l'altra notte; decine di curdi feriti dalla polizia o dagli ultra-nazionalisti; Cizre allo stremo: senza rifornimenti d’acqua e di cibo, senza elettricità da oltre una settimana, a causa del blocco imposto dall’esercito turco, che ieri non ha lasciato passare nemmeno un corteo di migliaia di persone che voleva rompere l’assedio e portare soccorso.

Ovviamente, in una situazione di guerra si spara da una parte e dall’altra. Così il PKK (il Partito dei Lavoratori Curdi), dopo la rottura della tregua unilaterale dalla parte turca, ha contraccato all’offensiva di Erdogan: azioni mirate e chirurgiche in cui sono morte alcune decine di poliziotti e militari. Questo mentre l’aviazione turca bombarda a tappeto da oltre due mesi i villaggi curdi in Syria e Iraq, causando centinaia di morti (militari, ma soprattutto civili).

Uno scenario drammatico, insomma. Una situazione sull’orlo della guerra civile, che potrebbe presto evolvere in episodi di pulizia etnica. Perché mentre da un lato l’HDP invita a non rispondere alle provocazioni limitandosi all’autodifesa, Erdogan sta fomentando i movimenti ultra-nazionalisti. Gli attacchi di questi giorni, infatti, sono coordinati dai militanti del suo partito, l’AKP.

Nonostante ciò, sulla stampa internazionale non si muove una foglia. Ogni tanto viene riportata qualche notizia, principalmente sugli attacchi del PKK. Ma dell’offensiva di Erdogan non si parla. Eppure la Turchia affaccia sul Mediterraneo, si trova a poche decine di km a est della penisola italiana. Eppure anche un minimo sentimento di solidarietà verso quello che sta succedendo ai colleghi giornalisti che si trovano in quel Paese dovrebbe spingere qualcuno a prendere parola. Nei mesi scorsi, diversi giornalisti turchi sono stati arrestati per aver pubblicato delle prove sugli scambi economici e militari tra Erdogan e l’ISIS. Pochi giorni fa, invece, la stessa sorte è toccata a due giornalisti inglesi di Vice e una giornalista olandese dei quotidiani Het Parool e De Groene Amsterdammer, arrestati a Diyarbakir: tutti accusati di “diffusione di propaganda per un’organizzazione terroristica”. Stavano filmando rispettivamente un corteo e una festa dell’HDP. Due giorni fa, infine, a Istanbul è stata attaccata e distrutta la sede del giornale Hurryiet, che aveva riportato questa dichiarazione di Erdogan: “se avessimo ottenuto la maggioranza in parlamento, niente di tutto ciò sarebbe successo. Datemi 400 seggi e vi darò la pace”.

Oggi finalmente anche Repubblica.it ha deciso di parlare di Turchia. Non certo a favore della libertà di stampa o dei diritti umani, però. Anzi. Repubblica.it ha scelto di pubblicare una gallery sotto il titolo surreale “Turchia: in migliaia scendono in piazza contro azioni ribelli curdi”. Repubblica - quello stesso quotidiano pronto a bollare ogni sasso che vola in un corteo come inaccettabile violenza, pronto a definire terrorismo il sabotaggio di un compressore - ha oggi chiamato “manifestanti” dei gruppi ultranazionalisti che stanno dando alle fiamme centinaia di sedi del principale partito di opposizione, che uccidono e aggrediscono i curdi in tutto il Paese, che nel corteo fotografato cantavano “contro i curdi non vogliamo un intervento militare, vogliamo il genocidio”. Sì, perché quei “manifestanti” non sono persone comuni. Si capisce da un saluto un po’ particolare: uniscono l’indice al pollice e alzano le corna. È il saluto dei Lupi Grigi, un’organizzazione paramilitare e fascista, che si rifà al panturchismo (l’ideale dell’unione di tutte le popolazioni turche) e odia e perseguita tutte le minoranze che si trovano sul territorio turco. I Lupi Grigi si sono resi responsabili di decine di attentati e omicidi contro i militanti comunisti e anarchici, già negli dagli anni ’80, in Turchia e all’estero. Pare che anche Alì Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II, fosse un lupo grigio. Più recentemente si sono distinti per gli attacchi con le sciabole contro il movimento di Gezi Park e si sono fatti notare anche in Germania per diversi assalti contro i cortei dei curdi che manifestavano solidarietà a Kobane.

Adesso, la domanda è retorica, ma vogliamo farla: le gallery di Repubblica le fa un giornalista incapace di fare una ricerca su google oppure c’è una precisa scelta editoriale che combina silenzio e menzogne e deve difendere ad ogni costo Erdogan, l’alleato di Renzi che lunedì prossimo sarà in visita all’Expo?

Ma soprattutto: possibile che nessun giornalista alzi una voce contro tutto questo schifo?

Sparigliare le carte, abbattere i confini

  • Mercoledì, 09 Settembre 2015 12:19 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
09 09 2015

Il dibattito “mainstream” attorno ai flussi migratori che sono riusciti a rompere, almeno per il momento, la gabbia sancita dagli accordi di Dublino, ha dimostrato tutti i limiti già ampiamente dimostrati negli ultimi anni. I ragionamenti più inquietanti arrivano puntuali, non solo dimostrando di non riuscire a cogliere gli elementi più importanti di quello che sta accadendo, ma assumendo un punto di vista passivo, attento agli aspetti di superficie e mai alla sostanza, altalenante e “isterico”.

“E’ stata una foto a cambiare l’Europa”, anzi no, “mostrare quella foto è stato vergognoso, un uso strumentale della morte di un bambino”. “ La Merkel è il demonio, sta accogliendo tutti per trasformarli in schiavi”, “La Merkel è la nuova fata turchina, ha mostrato il vero volto dell’Europa, anzi no, sta già chiedendo denaro in cambio dell’accoglienza, è solo un business”.

Evidentemente esistono degli elementi di verità in tutte queste affermazioni, manca però come sempre un punto di vista che renda i soggetti (migranti o autoctoni) protagonisti e attori delle trasformazioni, resta un’aurea di rassegnazione che restituisce il destino di migliaia e migliaia di uomini e donne a qualche complotto, qualche capriccio, qualche tonalità emotiva più o meno presente nel cuore dei potenti in quel momento.

La verità è che Angela Merkel non è la fata turchina nè Maga Mago’: la cancelliera incarna perfettamente il modo di intendere la politica in Europa. Immaginate un gigantesco foglio di calcolo, una pagina dove annotare più e meno, addizioni e sottrazioni: i migranti sono un costo economico, respingerli in maniera disumana può diventare un gravoso costo elettorale o un’operazione che soddisfa lo stomaco e i peggiori istinti che circolano nel continente. Bloccare i flussi è impossibile: non è un muro di filo spinato nè un governo fascista come quello di Orban a poter arrestare il desiderio di libertà e di una vita degna e questo non sfugge all’Europa e alla Germania.

I migranti Siriani hanno spostato il valore dei calcoli su questo gigantesco foglio, la mobilitazione diffusa dei cittadini austriaci e tedeschi ha mostrato come, al di là di ogni previsione, una politica di chiusura sarebbe stata pagata in maniera molto cara dalla cancelliera tedesca e dal suo partito. Una foto (ma serve una foto per rendersi conto della tragedia? A me no, a qualcun altro si, questa disputa lasciamola ai salotti buoni della sinistra annoiata) non ha cambiato l’Europa ma ha funzionato, forse, come scintilla per scompigliare le carte in tavola.

Mescolare i calcoli, spostare i segni più e meno su questo immenso foglio: questo è l’unico linguaggio che viene riconosciuto dalla politica europea oggi, ovvero dobbiamo diventare un costo. Deve essere costoso per loro chiudere le frontiere, respingere, ignorare chi arriva da lontano. Deve essere un costo per loro affamare popoli, imporre misure d’austerity, distruggere servizi e welfare, altrimenti nessun orco si trasformerà in fata turchina, nessun giornale piangerà lacrime di coccodrillo sui morti del mediterraneo, nessun politico andrà in televisione ad annunciare un cambio di rotta.

Forse sarebbe più interessante concentrarsi su questo: come cambiare completamente i numeri su quel foglio di calcolo, come essere protagonisti della trasformazione, come diventare talmente forti da prendere questo foglio tra le mani e strapparlo in mille pezzi. Nessun governatore diventerà buono per magia, nessun abominio verrà cancellato dalla buona volontà di chi comanda, dunque a voi la scelta: continuare a parlare di “complotti”, disquisire su una foto e sull’opportunità di pubblicarla, recitare come un rosario le solite battute del politico, più o meno commosso, a seconda dell’aria che tira, oppure marciare. Marciare al fianco dei rifugiati siriani da est, di tutti i migranti che attraversano il mediterraneo, che scappino da una guerra o dalla povertà, che cerchino pace o un lavoro. Non serve “carità”, servono incroci virtuosi tra le lotte, serve comprendere fino in fondo che la battaglia è quella degli ultimi contro i primi e riconoscersi finalmente come soggetti schierati dalla stessa parte: solo in questo modo sarà possibile abbattere per sempre la fortezza Europa.

#Balotelli, The Thing

  • Martedì, 08 Settembre 2015 10:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giap
08 09 2015

di Luca Pisapia

«Varrebbe davvero la pena di studiare, clinicamente, in dettaglio, tutti i passi di Hitler e dell’hitlerismo, per rivelare al borghese distinto, umanista e cristiano del ventesimo secolo che anch’egli porta dentro di sé un Hitler nascosto, rimosso.»
Aimé Césaire, Discorso sul colonialismo, 1955

Lampedusa, anno 2058

L’uomo nero indica la direzione. Al suo via, lentamente, il gruppo si mette in cammino. L’odore salmastro del mare si confonde con quello del cherosene. Nella notte stellata la luce stroboscopica dell’immenso faro di acciaio e vetro illumina a tratti quel lembo di terra sabbiosa che si getta in acqua, come cercasse di scappare.

Il bambino si guarda intorno, ovunque a piccoli gruppi guardie armate umane e meccaniche delle Nazioni Unite e della Lega Panaraba presidiano la zona. Poi si gira, verso l’ultima delle molte barriere con filo spinato elettrico che hanno superato. Dietro ognuna di esse, in apposite gabbie, altri gruppi di profughi attendono pazienti che sia compiuta la loro volontà. Il buio e il silenzio, che la filiera di raccolta, selezione e trasferimento degli umani è un incessante ronzio di sottofondo, sono interrotti solo dai fuochi di artificio di corpi che bruciano cercando di scavalcare le reti. L’odore di carne umana abbrustolita è spinto verso terra dal libeccio.

L’altoparlante chiama l’imbarco MB45. E’ il loro turno. Salgono sul gommone che li porterà in salvo dalle macerie della vecchia Europa impazzita: desertificata dal riscaldamento globale, devastata dalla guerra perenne delle mille città-stato, ognuna delle quali rivendica la superiorità ontologica del proprio Quarto Reich sulle altre. Un soldato li avvicina, spiega che in Libia nei giorni precedenti l’Isis, memento dell’ultimo intervento europeo nel Maghreb, ha ripreso controllo delle coste, per questo saranno portati in Tunisia. Da lì la lunga traversata nel deserto per raggiungere il cuore nero dell’Africa: la salvezza.

È la prima volta che il bambino naviga sul mare. Sguardo a prua, gli spruzzi che lo inondano sembrano disegnargli un sorriso sul volto, ma gli occhi sono quelli della paura.

Il tedesco lo osserva, toglie gli occhiali dalla spessa montatura che paiono appiccicati a quel ciuffo di capelli sporchi che gli spunta dal cranio, e dice: «Il primo fu su assist di Cassano. Ricevuta palla da Chiellini sulla sinistra al 20’ del primo tempo, Cassano si era liberato con una finta di corpo di tre difensori, palla dal destro al sinistro e cross morbido a centro area, dove lui rubava il tempo al suo marcatore e la infilava di testa, con rabbia, con violenza. Immediato, il gesto fu di prendersi tra le mani quella maglia azzurra che per lui significava più di ogni altra cosa. Poi corse raggiante verso Cassano. Lo abbracciò. Il secondo avvenne su lancio lungo di Montolivo dalla propria metà campo. Rubato ancora una volta il tempo al marcatore, addomesticava il pallone col petto prima di controllarlo a terra e, una volta entrato in area, scagliarlo con potenza all’incrocio. Poi si fermò, soli in mezzo all’area di rigore, a torso nudo e stringendo i pugni. Quel gol era per lui. Ce l’aveva fatta. O almeno così pensava.»

Il bambino guarda l’uomo, spalanca gli occhi, e gli chiede: «Ma chi era lui?»

Prima di rispondere, il tedesco volge lo sguardo al mare, poi allarga le mani con i palmi rivolti verso l’alto e dice:
«Era Mario Balotelli, il ladro del tempo.»

«Sì, a quel tempo giocava da noi, su in Inghilterra, al Manchester City», interviene il vecchio panzone, i cui tatuaggi scoloriti sul corpo volevano inizialmente raccontare una storia oramai dimenticata, da lui per primo. «Ma noi lo ricordiamo più per l’antipatia e per l’arroganza che per quello che ha fatto in campo, dove pure ha portato la sua squadra a vincere una Fa Cup e il titolo dopo quasi mezzo secolo. Faceva lo sbruffone, disturbava in continuazione, era respingente e fastidioso, riempiva le pagine di gossip e attirava su di sé come una calamita tutta l’attenzione e lo sdegno.»

«E che avrà mai combinato?», chiede una voce calma e profonda proveniente da poppa.

L’inglese snocciola un lungo elenco tra incidenti in auto, dichiarazioni altezzose, relazioni extraconiugali, case andate a fuoco, freccette tirate addosso alla squadra giovanile, allenamenti saltati, vestiario eccentrico.

«Quindi tutto ciò che fa normalmente un calciatore,» dice la voce dal fondo del gommone, «ma che a lui non era permesso in quanto nero. Perché in quell’Europa in cui cominciava la crisi che l’avrebbe distrutta l’uomo nero doveva per forze essere meglio o peggio dell’uomo bianco, a lui non era riconosciuta alcuna normalità. O eri un semidio nero, come Usain Bolt, LeBron James, e facevi cose che nessun uomo bianco sarebbe mai stato in grado di fare. E allora erano l’invidia e il complesso d’inferiorità a permettere la loro esistenza di diversi. Su questi uomini neri, il cui aspetto fisico eccedeva e quindi spaventava lo spettatore, si posava quello sguardo coloniale da predatore sessuale che per secoli l’uomo bianco aveva rivolto alla donna nera. Lo stesso desiderio omoerotico di assimilazione che J.G. Ballard aveva proiettato su Ronald Reagan, quando raccontava di ipotetici test in cui l’eiaculazione stimolata dal desiderio anale emergeva ogni volta che il paziente osservava la figura del futuro presidente. Oppure eri un house negro, la cui unica volontà di identificazione era con la classe dominante, della quale replicavi comportamenti, attitudini e desideri. Oppure eri un diverso tout court, e in quanto nero raccoglievi su di te i peccati del mondo e vagavi nel deserto dell’etica e della morale bianca. Balotelli era allo stesso tempo tutte queste alterità. Questo era il suo problema.»

Mario Balotelli

«Non sono d’accordo», dicono all’unisono molte voci. «Non puoi scindere la sua figura pubblica dalla sua storia personale. La nascita a Palermo da una famiglia ghanese. I primi anni di vita dentro e fuori gli ospedali, per una malformazione intestinale. Il trasferimento nella plumbea periferia industriale padana in condizioni di indigenza, l’affido a soli due anni a una famiglia bianca e ricca, il senso di abbandono, il senso di rivincita…»

E mentre il bambino ascolta la polifonica biografia non autorizzata, un’altra voce interrompe questa litania sentita mille e più volte. È quella del medico di bordo: «Non c’è bisogno ogni volta di perizie psichiatriche nazionalpopolari per giustificare il razzismo. Non c’è bisogno né degli articoli del direttore cattolico del più importante quotidiano sportivo nazionale che invita al perdono, mosso da pietà cristiana, né del laico distacco dell’uomo di sinistra che finge di trovare motivazioni materialiste nella sua poca attitudine al gioco di squadra, o adduce scuse come ha sprecato il suo talento, a lui non piace il calcio, e simili. Questa è sempre teratologia, desiderio del mostro, (auto)creazione della vittima la cui funzione principale è in realtà l’aggressione. Tutto questo non serve a nulla. Balotelli voleva solo essere un calciatore, e invece è sempre stato l’uomo nero.»

Il gommone viaggia lento in superfice, planando quasi sulla crosta liquida di quella brodaglia chimica una volta conosciuta come Mare Mediterraneo, facendo slalom tra contenitori devastati e bidoni corrosi galleggianti che fino a pochi decenni prima trasportavano rifiuti organici e industriali. Il riflesso della luna dona al mare un’ambigua iridescenza chimica e fluorescente.

La voce dal fondo avanza, un uomo nero si sposta con una calma irreale verso prua, sembra che ogni suo movimento disegni i limiti di un controllo totale del corpo e della mente, la sua mano carezza la testa del bambino, che sorride. «Mi chiamo Isaach», dice. «“Non esistono negri italiani”, “Se saltelli muore Balotelli”, i versi da scimmia, gli ululati, le banane… Ha ragione il medico di bordo, tutto questo non ci può servire per spiegare i suoi processi inconsci, i suoi ipotetici fallimenti o le sue presunte rivincite. Questo ci deve servire per raccontare l’inconscio collettivo di un paese profondamente razzista, in cui le bufale su sinti, rom e migranti che dapprima rubavano il lavoro e poi in tempo di crisi i soldi del welfare erano date come verità. Chiunque finge di guardare all’inconscio di Balotelli lo fa per giustificare il clima generale, era Balotelli a essere l’inconscio di un paese. Alla fine ricordati solo che Tu non sai niente. Che cazzo ne vuoi sapere, tu, di Mario Balotelli. Tu pensi che Balotelli sia antipatico. Tu pensi che sia uno stronzo. O magari ti senti in dovere di difenderlo da chi pensa che lo sia. O forse pensi che sia due cose insieme, una buona e una cattiva. Ma è solo nel resto, l’inutile corollario mondo a Mario Balotelli, che ci può essere il buono e il cattivo. Tu non sai niente. Stai zitto.»

«Io me li ricordo quei due gol», dice la francese, senza alzare la testa da un antiquato tablet con lo schermo crepato su cui sta digitando numeri e cifre che al bambino appaiono incomprensibili. «Li ho visti e rivisti in televisione anni dopo, erano i gol che fece alla Germania nella semifinale dell’Europeo 2012. Io ricordo anche il titolo di Tuttosport il giorno dopo: “Li Abbiamo Fatti Neri”. E ancora peggio la vignetta di Valerio Marini sulla Gazzetta dello Sport in cui Balotelli era ritratto come King Kong, scimmione nero abbarbicato sull’Empire State Building. Nemmeno le vignette del regime fascista di Enrico De Seta erano così squallide. Il giorno seguente poi, in un tentativo di chiedere scusa che era peggio della vignetta, il direttore della Gazzetta scrisse: Pensare che qualche mente malata abbia voluto insinuare nelle nostre pagine l’equazione King Kong uguale scimmione nero [sic!], più che offensivo è francamente strumentale e assurdo. Quindi, a parte che la difesa ha origine dal presupposto che King Kong non è uno scimmione nero, ma Balotelli non si sa, è evidente il cortocircuito semantico del borghese illuminato che si pensa antirazzista perché tale si definisce, ma che non ha fatto i conti con la storia e non li può fare con il presente. È il rimosso coloniale dell’Italia che risale alla superficie. Ancora una volta Balotelli è il sintomo lacaniano, è The Thing di Carpenter: l’inconscio collettivo che riemerge da dove era stato nascosto.»

«Se noi non abbiamo mai fatto i conti con il nazismo, l’Italia di allora l’aveva fatto ancora di meno con il fascismo», dice il tedesco, prima che l’inglese lo interrompa spiegando che non è il caso di mettersi a litigare anche in mezzo al mare, oggi il nazifascismo è ovunque in Europa, tutti i governi delle Città Stato lo rivendicano, non sembra certo una cosa dimenticata.

«Dimenticata no», continua il tedesco, mentre con le mani si regge ai bordi del gommone, la faccia sempre più bianca e scavata di chi non ha mai visto il mare, «ma mai affrontata, fin da subito, e questo è stato il problema. Noi ci abbiamo provato mezzo secolo dopo raccontando con Il matrimonio di Maria Braun la sopravvivenza non solo dei gerarchi nazisti ma di una diffusa mentalità hitleriana nella borghesia, parte costituente del miracolo economico di Adenauer. I registi italiani neppure quello. Incapaci di ribellarsi ai presunti maestri del neorealismo, ai Rossellini che magnificavano una presunta resistenza cattocomunista funzionale al disegno alleato del compromesso storico, hanno deciso di non occuparsi del tema. Il fascismo era diventato il male assoluto, non più il risultato della divisione sociale del controllo dei mezzi di produzione da parte della nascente borghesia industriale al nord e del caporalato agricolo al sud. Non solo per decenni l’Italia ha negato l’uso dei gas e i campi di sterminio in Africa, ma ha rimosso l’intera storia coloniale precedente al fascismo. Poi, nel racconto creato dalla propaganda postbellica, si è dipinta come vittima del duce, un popolo povero ma bello che voleva pane amore e fantasia, ostile al conflitto e alla collaborazione italotedesca. Nel cinema e nella letteratura l’Italia ha creato i due stereotipi intrecciati del “bravo italiano” e del “cattivo tedesco”. Il racconto scarica sulle spalle dell’ex-alleato germanico il peso pressoché esclusivo delle responsabilità per lo scatenamento della guerra e la perpetrazione di crimini nei territori occupati dalle armate dell’Asse, così come promuove l’edificazione di un’interpretazione benevola del fascismo come dittatura all’”acqua di rose” (eccetto la fase della RSI) contrapposta all’immagine diabolica del nazismo e di Hitler. L’Italia si è autoassolta quando era coinvolta, per questo non ha mai sopportato Balotelli.»

«E allora perché nessuno sopportava Balotelli, nemmeno da noi?», ribatte Johnny l’inglese, grattandosi la pancia attraverso una dei tanti squarci della sudicia maglietta. «Ve li ricordate i social network, quelle gabbie di matti che vomitavano odio a gettito? Bene, Balotelli ne era obiettivo quotidiano, e con tutto lo schifo che insieme possiamo dire sull’Impero britannico, noi non avevamo nessun nazifascismo da cui fuggire. Prima della crisi eravamo uno dei migliori esempi di integrazione.»

La francese, per la prima volta, alza la testa dalla tavolozza digitale, guarda l’inglese negli occhi e gli dice: «Sai quando è nato Balotelli? Il 12 agosto 1990. Esattamente due mesi dopo, il calciatore inglese Justin Fashanu racconta in un’intervista al tabloid The Sun di essere omosessuale: è la prima volta che un calciatore lo fa. Ma nessuno lo applaude, nessuno ne fa una bandiera contro le discriminazioni. C’è un altro problema: Fashanu è nero. Quando comincia a giocare, nell’Inghilterra di fine anni Settanta, il calcio è il terreno di reclutamento e dell’avanzata politica dei movimenti neonazisti. Dietro la battaglia di Lewisham nelle strade e quella di Kenilworth Road nello stadio ci sono sempre le stesse facce di merda, i nazifascisti. Il melting pot coloniale britannico ha fallito. Quando Fashanu gioca e vince nel Nottingham Forest c’è un solo nero in nazionale (il suo compagno di squadra Viv Anderson, N.d.A.); quando dieci anni dopo Fashanu si dichiara omosessuale i neri giocano. Ma non è progresso, è precettazione. Nelle novantadue squadre delle quattro serie professionistiche del calcio inglese i giocatori dalla pelle scura diventano la maggioranza, ma di allenatori non ce ne è nemmeno uno. Il nero nel calcio può essere operaio, non dirigente. Lo prescrive l’immaginario coloniale.»

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Justin Fashanu
«Me lo ricordo, Fashanu», dice un vecchio italiano fino ad allora in disparte. «Divenne protagonista di un programma televisivo di satira calcistica.»

«No», ribatte secca la francese, «quello è il fratello John, all’epoca Justin si era già suicidato. Nella Gran Bretagna degli anni Novanta essere nero e omosessuale non era ancora possibile.»

«Justin Fashanu si impicca in un garage dell’est end londinese il 3 maggio del 1998», dice il medico. «Due mesi dopo la Francia vince il Mondiale con lo slogan “Black Blanc Beur”, ma anche quella fu redenzione arrivata a tempo scaduto. Io sono algerino, e prima di Zinedine Zidane noi avevamo Rachid Mekhloufi: doveva essere la stella della Francia ai Mondiali di Svezia nel 1958, ma il mese prima insieme a alcuni compagni decise di disertare, ritornarono di nascosto in Algeria, dove crearono la prima nazionale del Fronte di Liberazione Nazionale. La Fifa non li riconobbe, nessuno riconosceva la mia terra allora se non come una colonia francese, e riuscirono a giocare solo amichevoli con paesi del Patto di Varsavia o non-allineati. Arrivarono in Viet Nam, strinsero la mano al Generale Giap e a Ho Chi Min, e lo fecero come guerriglieri la cui arma era il pallone. Rachid Mekhloufi era nato a Sétif, capite, a Sétif. Non avrebbe mai potuto giocare per i padroni. Essere algerini che giocavano per la nazionale francese non era integrazione, era sfruttamento, riproduceva i meccanismi delle colonie. I primi a usare gli oriundi in Nazionale furono gli italiani durante il fascismo, servivano a esaltare la geometrica potenza imperiale. Nello stesso Mondiale evitato da Mekhloufi esordiva Pelé, tre anni dopo l’Europa scopre Eusebio, storie diverse, stessa funzione politica: l’assimilazione forzata. Entrambi sono stati vittime nella loro carriera di numerosi episodi di discriminazione ed entrambi hanno preferito non parlarne mai, come ambasciatori dei fittizi programmi antirazzismo istituiti dalla Fifa hanno trovato il posto perfetto in cui nascondersi. Eusebio e Pelé, accostati sempre a oggetti o animali il cui unico tratto comune era il nero, la perla, la pantera. Erano il gioiello dell’impero nella vetrina delle rispettive dittature, Salazar in Portogallo e il regime militare in Brasile. All’epoca dovevano svolgere un compito diverso da quello di Mekhloufi, più adatto al lusotropicalismo teorizzato da Gilberto Freyre, a società non industriali in cui il povero non doveva trovare nel diverso e nell’altro da sé la causa dei suoi mali, ma poteva permettersi di celebrarlo per condividere con lui una gioia che lo alienasse per un attimo dalla sua misera esistenza. La stessa funzione che si sperava avesse Zidane trent’anni dopo per le banlieue parigine. Ma qualcosa è andato storto.»

Rachid Mekhloufi
Rachid Mekhloufi
«Ma come?», lo interrompe il vecchio italiano, «Ma se era l’epoca dei “Black Blanc Beur”? Un editoriale sul quotidiano comunista L’Humanité il giorno dopo la finale scrisse che i due gol di Zidane avevano fatto di più per i diritti degli immigrati che mille discorsi della sinistra contro il razzismo. Non si può vedere la sussunzione del desiderio da parte del capitale ovunque: Marx è morto, e anche io comincio ad avere mal di mare.»

«Quel Mondiale del 1998 è stato solo l’ennesima foto-copertina di Paris Match dal barbiere, il solito vecchio vino coloniale in una nuova bottiglia, nulla più», interviene la francese. «In realtà quella squadra era spaccata tra bianchi e neri, e non appena Christian Karembeu disse che lui si sentiva più kanak che francese gli stessi tifosi che per un attimo avevano finto di idolatrarlo cominciarono a fischiarlo e a insultarlo in ogni stadio. Gli emancipati, i figli degli schiavi, dovevano continuamente dimostrare di meritarsi la libertà che era stata loro concessa. Nel 1998 il compito della riconciliazione nazionale era ancora sulle spalle dei discendenti degli schiavi coloniali. La disobbedienza al nero non era permessa: nel 1958, come nel 1998 come nel 2012.»

Un mormorio a poppa indica che il viaggio è al termine della sua notte. Nel buio dell’orizzonte lacerato dalle prime schiarite del sole si scorge la terra promessa.

«Woy yoy yoy yoy, yoy yoy-yoy yoy! Woy yoy yoy, woy yoy-yoy yoy! Woy yoy yoy yoy, yoy yoy-yoy yoy!» canticchia Isaach, mormorando parole al bambino incomprensibili come stòlen from àfrica, brot tu amèrica. «Woy yoy yoy yoy, yoy yoy-yoy yoy!» Questa semplice melodia, insieme alla gioia di essere in procinto di sbarcare, gli regala per la prima volta un sorriso. La paura del mare è oramai lontana. Il bambino non vorrebbe interrompere l’inglese, ma non resiste, e gli chiede: «Ma poi che fine ha fatto Balotelli?»

«È scomparso, nessuno ne ha mai saputo nulla.»

«Ma come mai?»

«Nel 2015 tornò in Italia, per l’ennesima volta, per provare a giocare a calcio e basta, ma non gli fu permesso. Non era nemmeno sbarcato per il suo ennesimo ritorno, che già televisioni e giornali scavavano nel suo passato e immaginavano per lui distopici presenti. Il suo nome era sulla bocca di tutti. Le curve italiane, specchio della società di un paese in cui si assaltavano i lager dove erano rinchiusi i profughi non per liberarli ma per ucciderli, continuarono con cori e oscenità razziste. I media, nel nome dell’antirazzismo, riempivano pagine colme di stereotipi e di luoghi comuni sul diverso. A sinistra il meglio che accadeva era il disinteresse. Il peggio quelli che continuarono a insultarlo ogni giorno spiegando che a loro interessava solo il calciatore, ma parlando di tutto fuorché di calcio. Non perdonando mai a lui di essere come gli altri, nel bene e nel male.»

Il sorriso sparisce dalla faccia del bambino. Il vecchio italiano, le cui convinzioni cominciano a vacillare, mormora – «Era un paese di merda l’Italia. Il pus scoppiò in faccia agli illusi e impestò istituzioni e società civile a partire dagli anni Ottanta, quando l’immigrazione da paesi extraeuropei stimolò il risveglio di mostri rimasti “in sonno” per decenni. Non abbiamo mai fatto i conti con il razzismo di ieri e le sue catastrofiche conseguenze, e questo ci impediva di fare i conti coi razzismi dell’oggi. Chi all’epoca lo negava, non faceva altro che affermare il trionfo ideologico dell’inconscio coloniale.»

La francese scruta a terra, poi con un rapido gesto passa il tablet a Isaach, si volta, e dice: «Balotelli è stata la nostra crisi. La crisi di un continente che in quegli anni cominciava la sua desertificazione e costruiva le sue mille riproduzioni locali del Quarto Reich che ne hanno portato alla scomparsa. È soltanto alla fine, quando è troppo tardi, che si comincia a capire che quelle sequenze di piccoli fatti stavano tracciando sul muro, sotto lo sguardo di tutti, le linee di un cruento destino. Non capimmo che se ciò che era stato non poteva ripetersi tale e quale, era possibile qualcosa di ancora più inquietante. Come agli inizi del ventesimo secolo la seconda o terza crisi del capitalismo aprì la strada ai nazifascismi, così agli inizi del ventunesimo secolo l’ultima crisi sprofondò Europa nel vicolo cieco della distruzione del Quarto Reich. Balotelli ci ha annunciato la crisi, e noi non abbiamo voluto ascoltarlo.»

Isaach si alza in piedi, guarda l’orizzonte, si liscia il vestito color carta da zucchero rimasto stranamente immacolato, con una calma assoluta picchietta con le dita sul tablet nascosto nella tasca della giacca e dice: «Il 16 dicembre 2007 Balotelli esordisce in Serie A al 90mo minuto di Cagliari-Inter. Il 19 dicembre, segna le sue prime reti ufficiali con la maglia nerazzurra, una doppietta alla Reggina in Coppa Italia. Il 2 gennaio 2008 il prezzo del petrolio raggiunge per la prima volta nella storia i 100 dollari al barile. Il 21 gennaio le borse mondiali crollano sotto gli effetti della crisi dei subprime. Il 6 aprile Balotelli segna il suo primo gol in Serie A all’Atalanta. Il 15 settembre Lehman Brothers dichiara bancarotta. È la fine. Balotelli ci ha raccontato la fine.»

Post Scriptum

Sono passati oramai diversi anni da quel viaggio, ricordo a malapena i nomi e le facce dei miei compagni. Appena messo piede a terra, in Africa, non li ho mai più rivisti. Dopo un tentativo di riunificazione sotto il Quarto Reich scandinavo, con la reggenza di Anders Breivik VIII, l’Europa si è definitivamente dissolta. Non organizzano nemmeno più i viaggi della speranza.

Oggi splende il sole, e se lo guardo, è scomparsa quella strana macchia a forma di croce con le quattro estremità piegate verso destra che vedevo da bambino in Europa, e che lo facevano soffrire.

Ho anche cambiato nome.

Qui, per tutti, sono Mario Balotelli.

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N.B. I commenti a questo racconto verranno aperti dopo il 7 settembre 2015, per dare il tempo di leggere con calma e stimolare risposte meditate e, soprattutto, pertinenti.

Extracomunitari, immigrati, migranti, espatriati

  • Lunedì, 07 Settembre 2015 14:23 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
07 09 2015

Una riflessione, a partire dal dibattito sulla stampa internazionale, sulla definizione dei fenomeni migratori che abbiamo di fronte e sul suo utilizzo politico.
Le recenti tragedie dell'immigrazione hanno aperto un interessante dibattito internazionale sulla semantica che il termine “migrante” ha assunto negli ultimi tempi. Il primo a sollevare la questione con decisione è stato il Guardian con un articolo del 16 Agosto di Stephen Pritchard dal titolo esemplificativo “The Semantics of Migration”.. Pritchard sottolinea come l'utilizzo da parte dei media e della politici stia connotando negativamente un termine neutro che indica semplicemente persone che si spostano da un territorio ad un altro. Sui titoli di giornale il migrante finisce per non essere più un essere umano, ma il suo ruolo. Il migrante diventa così una figura disincarnata su cui è più facile riversare xenofobia e odio.
La correttezza politica del rifiuto di etichette come “clandestino”, “irregolare” o “illegale” ha determinato che quelle connotazioni negative si siano estese alla categoria di “migrante” nel suo complesso.

Ecco allora che Al Jazeera English decide di non utilizzare più il termine “migrante” ma solo quello di “rifugiato”. Come un editoriale programmatico del 20 Agosto, “Why Al Jazeera will not say Mediterranean migrants”, Barry Malone spiega: “Non sono sono centinaia di persone quelle che affogano quando un barca affonda nel Mediterraneo, non sono nemmeno centinaia di rifugiati. Sono centinaia di migranti. Non è una persona come te - con una storia, delle speranze, delle idee – quella che sui binari che fa ritardare il treno. È un migrante. Una seccatura”.
Il Guardian e Al Jazeera hanno così aperto un ampio dibattito sulla stampa internazionale al punto che il 27 Agosto, Adrian Edwards, portavoce di UNHCR, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in una lunga nota dal titolo “Refugee or migrant. Which is right?”ha voluto precisare: “i migranti scelgono di spostarsi non a causa di una diretta minaccia di persecuzione o di morte, ma soprattutto per migliorare la propria vita attraverso il lavoro, o in alcuni casi per l'istruzione, per ricongiungersi con la propria famiglia o per altri motivi. A differenza dei rifugiati che non possono tornare a casa senza correre rischi, i migranti non hanno questo tipo di ostacolo al loro ritorno. Se scelgono di tornare a casa, continueranno a ricevere la protezione del loro governo. […] Assimilare rifugiati e migranti può avere gravi conseguenze per la vita e la sicurezza dei rifugiati. Confondere i due termini svia l'attenzione dalle specifiche protezioni legali di cui i rifugiati hanno bisogno”.

Si tratta di una pericolosa distinzione perché come notano Liberti e Manfredi su Internazionale (tra le poche testate italiane a occuparsi della questione) distinguere rifugiati e migranti “rafforza un diktat ormai imposto all’opinione pubblica: la divisione tra buoni (i profughi che vanno accolti) e cattivi (i migranti economici che cercano surrettiziamente di entrare nel nostro mondo ricco ma in crisi, per sottrarci risorse e renderci poveri, e che pertanto devono essere bloccati)”.
Invece sono propri i migranti economici quelli a cui - come cittadini europei in regime di austerity - possiamo sentirci più prossimi. Sono quelle le condizioni che - con gradi diversi - accomunano il 99% del popolazione mondiale.

Ovviamente dal punto di vista terminologico l'UNHCR ha ragione. Secondo la Convenzione di Ginevra infatti: “è un rifugiato solo chi fugge da un paese in cui ha giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.
Si potrebbe però controbattere che fin quando non sono concluse le pratiche per la richiesta d'asilo queste persone su una nave non sono dei rifugiati ma ancora semplici migranti e, allo sbarco, soltanto dei richiedenti asilo. Saranno rifugiati solo dopo che la loro condizione è vidimata istituzionalmente. Quindi sono tutti “migranti”.
All'opposto, ricorrendo all'Articolo 13 della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo secondo cui “ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio”, ogni migrante nel momento in cui lascia il proprio paese non avendo trovato modo di farlo legalmente potrebbe essere essere automaticamente considerato discriminato. La sua potenziale morte nello spostamento diventa la sanzione di una “persecuzione” che lo include nelle norme della Convenzione di Ginevra. Quindi sono tutti “rifugiati”.

Certo la difesa dei rifugiati (e del termine rifugiato) è un più comoda linea di difesa per l'UNHCR e per le tante associazioni che si occupano di richiedenti asilo. Presenta inoltre l'indubbio vantaggio di poter fare comunicazione con cifre precise e numeri più esigui rispetto alla totalità di un fenomeno migratorio che spesso rifugge l'identificazione alle frontiere. Si arriva però così al paradosso di considerare la guerra “l'unica vera fabbrica di migranti” (Wired, 31 Agosto) con buona pace delle diseguaglianze economiche globali di cui la guerra è solo uno degli esiti.

Migrante o rifugiato quindi? Fino ai primi anni novanta il termine giornalistico più utilizzato per descrivere la stessa condizione era extra-comunitario. Un termine che indicava la semplice presenza sul territorio europeo di qualcuno che non lo era. Anche questo termine, di per se neutro, finì per disincarnare gli esseri umani che venivano così etichettati in termini negativi come estranei alla comunità. Segui un ampio dibattito e prese piede un “nuovo” termine: immigrato.
L'idea era quella di ricollegare l'esperienza migratoria ha quella che aveva caratterizzato l'Europa della prima metà del secolo. Gli immigrati erano i nostri nonni che andavano nelle americhe, non erano diversi da noi. Anche “immigrato” finì però identificare non una persona, ma una funzione: quella di chi veniva a prendere il posto dei nativi, a togliere lavoro e se non ci riusciva a delinquere.

Ecco così comparire sulla scena il più politicamente corretto migrante. Il migrante non arrivava qui per restare, la sua è una condizione temporanea: i migranti vogliono tornare al loro paese d'origine. Un po' come accade a tanti cittadini europei che si spostano per motivi di studio o di lavoro. Un po' come un Erasmus.
Ora anche migrante è giunto al capolinea. Qualcuno potrebbe pensare che trovare un ulteriore alternativa sia tempo perso. Invece non è così. Sebbene qualunque alternativa finirà per avere lo stesso destino se non muta la realtà materiale, ogni passaggio semantico non è infruttuoso.
È nel momento del divenire, nel tempo intermedio d'adozione di un significante che si infonde una rinnovata percezione al significato. È nel periodo in cui si dice “l'unica differenza rispetto a me è che non sono comunitari”, “sono come mio nonno emigrato in Argentina”, “sono come mio figlio che è andato a lavorare in Germania” che si imprime una nuova traccia semantica nella memoria delle persone.

Cosa dovremmo fare allora? Accogliere l'appello di Al Jazeera e chiamare tutti rifugiati a dispetto e contro l'UNHCR?
Qualche mese prima che si aprisse con più forza il dibattito sul Guardian sono apparsi due diversi articoli entrambi firmati da giornalisti “immigrati”.
“Per un anno o due ho immaginato di essere un expat [espatriato]” - scrive il giornalista indiano Ritwik Deo nel suo editoriale “The British abroad: expats, not immigrants” “Sono venuto dall'India per studiare al St.Andrews con una borsa di studio. Mi sono mescolato con i compagni di classe con passaporto multiplo, i cui genitori erano expat a Zurigo, Dubai, New York e Tokio. Ma mentre mi meravigliavo della facilità con cui volavano in Francia, prendevano treni in Croazia e facevano amici tra i beduini in Giordania, io avevo prolungate discussioni con i doganieri che spulciavano i miei documenti ogni volta che ho provato a fare un salto in Irlanda o in Francia. Questa accoglienza mi ha fatto capire che non ero mai stato un expat, ma solo un immigrato. Sembra impossibile essere un indiano espatriato.”

Il giornalista togolese Mawuna Remarque Koutonin (“Why are white people expats when the rest of us are immigrants?” è stato ancora più esplicito: “Expat è un termine riservato esclusivamente per i bianchi occidentali vanno a lavorare all’estero. Gli africani sono immigrati, gli arabi sono immigrati, gli asiatici sono immigrati. Tuttavia, gli europei sono expat perché non possono essere allo stesso livello di altre etnie. Loro sono superiori. Immigrati è un termine riservato alle “razze inferiori”.
Ecco forse expat, espatriato, potrebbe essere la nuova parola giusta. Una parola “bianca” destinata alle persone che lasciano il proprio paese, i propri affetti e le proprie cose. Un corto circuito per gli xenofobi che credono alla parola patria. Un segno comune a chi fugge i drammi della guerra o dalla fame, della discriminazione, dell'ingiustizia o dalla povertà. Senza separazioni. Qui o altrove. E quando la parola sarà vecchia, forse assieme a essa sarà vecchia anche l'idea di una patria da difendere dallo “straniero”.

L'immagine è sempre politica

Indagini di Carlo Ginsburg sull'icononografia che, per vie insospettate e traverse, porta i segni del potere e dei rapporti di forza.
Salvatore Settis, Il Sole 24 Ore ...

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